Mondadori

I poeti della domenica #164: Elio Pagliarani, La ragazza Carla (II)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori 1962, ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.

I poeti della domenica #163: Elio Pagliarani, La Ragazza Carla (I)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori, 1962. Ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

1

Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

::::::::::Chi c’è nato vicino a questi posti
::::::::::non gli passa neppure per la mente
::::::::::come è utile averci un’abitudine

::::::::::Le abitudini si fanno con la pelle
::::::::::così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o fa contatto
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o prende la tangente

allora la burrasca
:::::::::::::::::::::::::periferica di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

:::::::::::::::::::::Solo pudore non è che la fa andare
:::::::::::::::::::::fuggitiva nei boschi di cemento
:::::::::::::::::::::o il contagio spinoso della mano.

proSabato: Milena Milani, ‘Martino e la pastasciutta’

proSabato: Milena Milani, Martino e la pastasciutta

QUELLI erano giorni in cui non avevo un soldo. Abitavo una stanza in via Vitruvio, dove oltre a dormire mi facevo tutto, anche il mangiare sopra un fornello a spirito. Lavoravo in una cartoleria poco distante e stavo molte ore dietro al banco, a servire i clienti.
..Martino veniva qualche volta a mezzogiorno, quando la proprietaria della cartoleria si ritirava nel retrobottega. Fingeva di voler comprare una matita, un pennino, oppure guardava le cartoline di Milano, appese su un foglio di cartone.
..Io cercavo di mandarlo via, non mi piaceva che venisse in negozio. Martino mi guardava con gli occhi lucidi, quando gli dicevo di uscire; era triste, si frugava in tasca per trovare un po’ di denaro da comperare qualche oggetto.
..Un giorno che venne e stava piovendo forte (me lo trovai davanti all’improvviso, con i capelli bagnati e l’abito inzuppato), io ero più nervosa del solito perché avevo mangiato poco, il caffè bevuto in fretta mi rodeva lo stomaco con il suo sapore di cicoria, e il pane era duro e massiccio. Così gli dissi: «Esci» prima di sapere che cosa voleva.
..Guardavo con occhi assorti e cupi i vetri della porta tutti rigati di pioggia e via Vitruvio lucida d’acqua; nella cartoleria faceva freddo e la padrona stava mangiando nel retrobottega.
..Anzi, sentii la sua voce bassa e roca che gridava: «Chi c’è, Fausta?» e io risposi: «Nessuno, signora».
..Martino, appoggiato al banco davanti a me, taceva e si guardava i piedi. Anch’io mi sporsi per guardarli e vidi i suoi piedi nudi in quelle vecchie scarpe rotte, allora mi venne rabbia di avere un corteggiatore come quello, a pezzi, persino con le dita fuori.
..«Va’ via» gli dissi «va’ a lavorare».
..Così dicendo, lo sguardo si indugiò sui capelli chiari e a ricci, e mi sorpresi a desiderare di toccarli.
..«Fausta» disse Martino, sottovoce «ti ho portato una cosa.»
..«Che cosa?» non potei fare a meno di chiedere.
..«Una cosa da mangiare.»
..Senza volerlo la saliva mi si formò in bocca e inghiottii una, due volte.
..«Da mangiare?» dissi. «Ora?»
..Guardai alle mie spalle nel retrobottega; la padrona stava tagliando un pezzo di salame. Così anch’io pensavo al salame e dissi: «Un pezzo di salame?».
..Già me lo sentivo in bocca e avevo voglia di masticarlo; Martino fece di no con la testa.
..«No» disse «è un’altra cosa.»
..Ora mi sorprese uno strano rigonfiamento sotto la sua giacca.
..«Che hai, lì?» gli chiesi.
..In quel momento la porta si aperse ed entrò un uomo a comperare una busta di carta gialla; Martino si ritirò nell’angolo.
..«Una busta» gridai alla padrona «una busta grande da quindici lire.»
..Misi il denaro nel cassetto, la padrona gridò: «Ora vengo».
..«Va’ fuori» dissi in fretta a Martino «aspettami all’angolo.»
..Egli uscì, voltandosi goffamente verso di me e facendomi un segno di intesa con gli occhi; visto di dietro si notava chiaramente che portava qualche cosa sotto la giacca.
..Io tremavo, avevo persino brividi di freddo. “Non ci vado” pensai “non lo voglio, Martino” e mi sentivo un languore nello stomaco la saliva andava su e giù.
..La padrona entrò nel negozio; con un dito si stava pulendo i denti.
..«Be’» disse «va’ a mangiare e fa presto.»
..Aprì il cassetto e prese cinque lire. «Comperati cinque lire di pane» esclamò.
..Io uscii sotto l’acqua, con la mia sciarpa avvolta intorno al collo.

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I poeti della domenica #157: Biancamaria Frabotta, Perde ogni ingombro il giorno…

Biancamaria Frabotta

Biancamaria Frabotta (di Francesco Francaviglia)

Perde ogni ingombro il giorno e si fa sera.
A piedi restano solo i vecchi e i ragazzi
che non ci somigliano più o non ancora.
È l’ora, nei grandi cortili, dei passi
che hanno il peso del senno smarrito
la guerra vinta del sole, alto alla cuspide
e l’aspide all’erta nel seno. È l’ora
di chi a casa non torna, dei branchi
superbi, folli di miti interiora, cuori
di vento e di vetro, loro, gli eterni passanti
non sanno, che non torniamo a specchiarli
dai nostri fondàchi, dai muti anditi di dentro
fragili steli che temono in noi di spezzarsi.
Nella sera vanno solo vecchi e ragazzi
che non si somigliano più. O non ancora.

.

da La pianta del pane, Mondadori, 2003

Sponda tra Fortini e Raboni (buon 25 aprile)

resistenza – fonte umbrialeft

*

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

(Fortini)

*

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

(Raboni)

*

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

(Fortini)

*

19**

Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non fare mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna
lasciarsi andare. E così niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando più te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.

(Raboni)

*

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I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

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© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #126: Libero de Libero, Dimmi se torni nell’aranceto

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XLVII
Dimmi se torni nell’aranceto,
degli ulivi dammi quell’ora
quando caduti nel solco
tenero d’erbe io credevo
di foglie le tue mani,
era un letto di luna grande
e d’uva un grande banchetto.
Dimmi se negli uliveti
s’apre ancora la fiera della luna.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

I poeti della domenica #125: Libero de Libero, Ora è un tempo che non mi basta

con Sinisgalli

con Sinisgalli

XXXIII
Ora è un tempo che non mi basta.
La tua fronte non è più cielo
e da quel mio cielo sole non cade,
da quel sole luce non prende
e colore il mio giorno.
A queste mani non sono più erba
i tuoi freschi capelli nella siepe
dove si andava per tenere strade
in fondo al mare degli occhi.
Ora è un tempo che non dona pietà.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

I poeti della domenica #124: Libero de Libero, Nell’acqua corrono i giorni

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III

Nell’acqua corrono i giorni
e io ardo come fieno estivo.
Nemici gli inviti al ricordo,
eterna tu sei nell’assenza,
a questa pianta che io sono
bisogna la luce che sei tu.
Dormo e tu il giro continui
per altre vie d’aurora
e te non tradisce l’ombra
e i venti dirigi e la pioggia
a questa terra che io sono.

.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

I poeti della domenica #123: Libero de Libero, Da nulla che ero mi feci dono

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XXIX

Da nulla che ero mi facesti dono
d’essere uno che ti guardava,
e te guardando nella mente me ammiro
e tanto mi piace essere te
che il distacco poco mi duole

.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia

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Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori 2002 (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

*

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso

Ho spesso raccontato, e ne ho anche scritto qualche volta, di come le poesie di Raboni siano state uno dei modi, se non addirittura il modo per imparare Milano. Giravo la città a piedi o in tram, con i libri di poesia appresso, e andavo a toccare con mano i luoghi raccontati da Raboni, ma anche da Sereni o da Pagliarani, e un paio d’anni dopo, in modo meno diretto, da De Angelis. Mi occorrevano le poesie per conoscere il luogo che stava diventando casa mia, per entrare nei cortili, per capire l’odore dei Navigli, per passare le mani sopra i muri. Di Raboni avevo il Garzanti, da cui potevo leggere Le case della Vetra o Il più freddo anno di grazia o Ogni terzo pensiero. In quegli anni, la seconda metà degli anni novanta, nacque il mio amore per la poesia di Giovanni Raboni e per Milano, amore che andò a consolidarsi quando nel 2002 uscì Barlumi di storia; libro che considero il capolavoro del poeta milanese, il compimento della sua opera. Libro che è tra quelli che più amo e a cui ritorno più spesso. Era il libro in cui Raboni ci guardava dall’alto come con la città in un’altra sua bellissima poesia, e da quell’alto, da quella distanza, finalmente – per lui – quella giusta, poteva dirci tutto, tutto con poco. Tutto e tutto insieme. Il passato,  «Le luci di Milano poca cosa», il presente e il futuro, anche quello che sarebbe venuto senza di lui.

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Questa poesia, posta quasi alla fine del libro, è una delle mie poesie preferite di sempre ed è importante perché è come se racchiudesse in sé tutto il pensiero e il sentire di Raboni. Tutto il peso e la fatica fatta per arrivare fino a quel punto (Raboni morirà due anni dopo l’uscita di questo libro), tutta la conoscenza e la passione, tutto l’amore e i sensi di colpa, forse messi a tacere. Un’incredibile quiete, una grande profondità. E poi tutto il talento poetico, la capacità di raccontarsi mentre si racconta il tempo vissuto, la voglia ancora di capire, di non dimenticare, di poter andare.

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I poeti della domenica #122: Giovanni Raboni, Piazza Fontana

Giovanni Raboni, foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Piazza Fontana

Ogni tanto succede
d’attraversare Piazza Fontana.
Come parecchie piazze di Milano
anche Piazza Fontana
con le sue quattro piante stente
e il suo perimetro sfuggente
come se ormai nessuna geometria
fosse non dico praticabile
ma neanche concepibile
più che una piazza vera a propria
è il rimpianto o il rimorso d’una piazza
o forse addirittura (e non per tutti
ma solo per chi da tempo coltiva
più pensieri di morte che di vita)
nient’altro che il suo nome.

*

© Giovanni Raboni, Piazza Fontana, da Barlumi di storia, Mondadori 2002 ; ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014.

Domani, 12 dicembre, sarà l’anniversario della strage di Piazza Fontana; ricordarlo con questa poesia ci è parso giusto.