Mondadori

I poeti della domenica #126: Libero de Libero, Dimmi se torni nell’aranceto

libero-de-libero-1

XLVII
Dimmi se torni nell’aranceto,
degli ulivi dammi quell’ora
quando caduti nel solco
tenero d’erbe io credevo
di foglie le tue mani,
era un letto di luna grande
e d’uva un grande banchetto.
Dimmi se negli uliveti
s’apre ancora la fiera della luna.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

I poeti della domenica #125: Libero de Libero, Ora è un tempo che non mi basta

con Sinisgalli

con Sinisgalli

XXXIII
Ora è un tempo che non mi basta.
La tua fronte non è più cielo
e da quel mio cielo sole non cade,
da quel sole luce non prende
e colore il mio giorno.
A queste mani non sono più erba
i tuoi freschi capelli nella siepe
dove si andava per tenere strade
in fondo al mare degli occhi.
Ora è un tempo che non dona pietà.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

I poeti della domenica #124: Libero de Libero, Nell’acqua corrono i giorni

libero_de_libero_34

III

Nell’acqua corrono i giorni
e io ardo come fieno estivo.
Nemici gli inviti al ricordo,
eterna tu sei nell’assenza,
a questa pianta che io sono
bisogna la luce che sei tu.
Dormo e tu il giro continui
per altre vie d’aurora
e te non tradisce l’ombra
e i venti dirigi e la pioggia
a questa terra che io sono.

.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

I poeti della domenica #123: Libero de Libero, Da nulla che ero mi feci dono

libero-de-libero

XXIX

Da nulla che ero mi facesti dono
d’essere uno che ti guardava,
e te guardando nella mente me ammiro
e tanto mi piace essere te
che il distacco poco mi duole

.

© Libero de Libero da Eclisse 1936-1938, in Scempio e lusinga, Mondadori, 1972.

Selezione a cura dell’Associazione culturale “Libero de Libero”
www.associazionedelibero.com

Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia

rab

Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori 2002 (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

*

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso

Ho spesso raccontato, e ne ho anche scritto qualche volta, di come le poesie di Raboni siano state uno dei modi, se non addirittura il modo per imparare Milano. Giravo la città a piedi o in tram, con i libri di poesia appresso, e andavo a toccare con mano i luoghi raccontati da Raboni, ma anche da Sereni o da Pagliarani, e un paio d’anni dopo, in modo meno diretto, da De Angelis. Mi occorrevano le poesie per conoscere il luogo che stava diventando casa mia, per entrare nei cortili, per capire l’odore dei Navigli, per passare le mani sopra i muri. Di Raboni avevo il Garzanti, da cui potevo leggere Le case della Vetra o Il più freddo anno di grazia o Ogni terzo pensiero. In quegli anni, la seconda metà degli anni novanta, nacque il mio amore per la poesia di Giovanni Raboni e per Milano, amore che andò a consolidarsi quando nel 2002 uscì Barlumi di storia; libro che considero il capolavoro del poeta milanese, il compimento della sua opera. Libro che è tra quelli che più amo e a cui ritorno più spesso. Era il libro in cui Raboni ci guardava dall’alto come con la città in un’altra sua bellissima poesia, e da quell’alto, da quella distanza, finalmente – per lui – quella giusta, poteva dirci tutto, tutto con poco. Tutto e tutto insieme. Il passato,  «Le luci di Milano poca cosa», il presente e il futuro, anche quello che sarebbe venuto senza di lui.

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Questa poesia, posta quasi alla fine del libro, è una delle mie poesie preferite di sempre ed è importante perché è come se racchiudesse in sé tutto il pensiero e il sentire di Raboni. Tutto il peso e la fatica fatta per arrivare fino a quel punto (Raboni morirà due anni dopo l’uscita di questo libro), tutta la conoscenza e la passione, tutto l’amore e i sensi di colpa, forse messi a tacere. Un’incredibile quiete, una grande profondità. E poi tutto il talento poetico, la capacità di raccontarsi mentre si racconta il tempo vissuto, la voglia ancora di capire, di non dimenticare, di poter andare.

(altro…)

I poeti della domenica #122: Giovanni Raboni, Piazza Fontana

Giovanni Raboni, foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Piazza Fontana

Ogni tanto succede
d’attraversare Piazza Fontana.
Come parecchie piazze di Milano
anche Piazza Fontana
con le sue quattro piante stente
e il suo perimetro sfuggente
come se ormai nessuna geometria
fosse non dico praticabile
ma neanche concepibile
più che una piazza vera a propria
è il rimpianto o il rimorso d’una piazza
o forse addirittura (e non per tutti
ma solo per chi da tempo coltiva
più pensieri di morte che di vita)
nient’altro che il suo nome.

*

© Giovanni Raboni, Piazza Fontana, da Barlumi di storia, Mondadori 2002 ; ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014.

Domani, 12 dicembre, sarà l’anniversario della strage di Piazza Fontana; ricordarlo con questa poesia ci è parso giusto.

proSabato: Luigi Pirandello, Il pipistrello

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Il pipistrello

Tutto bene. La commedia, niente di nuovo, che potesse irritare o frastornare gli spettatori. E congegnata con bell’industria d’effetti. Un gran prelato tra i personaggi, una rossa Eminenza che ospita in casa una cognata vedova e povera, di cui in gioventù, prima d’avviarsi per la carriera ecclesiastica, era stato innamorato. Una figliuola della vedova, già in età da marito, che Sua Eminenza vorrebbe sposare a un giovine suo protetto, cresciutogli in casa fin da bambino, apparentemente figlio di un suo vecchio segretario, ma in realtà… – insomma, via, un certo antico trascorso di gioventù, che non si potrebbe ora rimproverare a un gran prelato con quella crudezza che necessariamente deriverebbe dalla brevità d’un riassunto, quando poi è per così dire il fulcro di tutto il second’atto, in una scena di grandissimo effetto con la cognata, al bujo, o meglio, al chiaro di luna che inonda la veranda, poiché Sua Eminenza, prima di cominciar la confessione, ordina al suo fidato servitore Giuseppe: «Giuseppe, smorzate i lumi». Tutto bene, tutto bene, insomma. Gli attori, tutti a posto; e innamorati a uno a uno della loro parte. Anche la piccola Gàstina, sì. Contentissima, contentissima della parte della nipote orfana e povera, che naturalmente non vuol saperne di sposare quel protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché se ne riprometteva un subisso d’applausi.
Per farla breve, più contento di così nell’aspettazione ansiosa d’un ottimo successo per la sua nuova commedia l’amico Faustino Perres non poteva essere alla vigilia della rappresentazione.
Ma c’era un pipistrello.
Un maledetto pipistrello, che ogni sera, in quella stagione di prosa alla nostra Arena Nazionale, o entrava dalle aperture del tetto a padiglione, o si destava a una cert’ora dal nido che doveva aver fatto lassù, tra le imbracature di ferro, le cavicchie e le chiavarde, e si metteva a svolazzar come impazzito non già per l’enorme vaso dell’Arena sulla testa degli spettatori, poiché durante la rappresentazione i lumi nella sala erano spenti, ma là, dove la luce della ribalta, delle bilance e delle quinte, le luci della scena, lo attiravano: sul palcoscenico, proprio in faccia agli attori.
La piccola Gàstina ne aveva un pazzo terrore. Era stata tre volte per svenire, le sere precedenti, nel vederselo ogni volta passar rasente al volto, sui capelli, davanti agli occhi, e l’ultima volta – Dio che ribrezzo! – fin quasi a sfiorarle la bocca con quel volo di membrana vischiosa che stride. Non s’era messa a gridare per miracolo. La tensione dei nervi per costringersi a star lì ferma a rappresentare la sua parte mentre irresistibilmente le veniva di seguir con gli occhi, spaventata, lo svolazzio di quella bestia schifosa, per guardarsene, o, non potendone più, di scappar via dal palcoscenico per andare a chiudersi nel suo camerino, la esasperava fino a farle dichiarare ch’ella ormai, con quel pipistrello lì, se non si trovava il rimedio d’impedirgli che venisse a svolazzar sul palcoscenico durante la rappresentazione, non era più sicura di sé, di quel che avrebbe fatto una di quelle sere.
Si ebbe la prova che il pipistrello non entrava da fuori, ma aveva proprio eletto domicilio nelle travature del tetto dell’Arena, dal fatto che, la sera precedente la prima rappresentazione della commedia nuova di Faustino Perres, tutte le aperture del tetto furono tenute chiuse, e all’ora solita si vide il pipistrello lanciarsi come tutte le altre sere sul palcoscenico col suo disperato svolazzio. Allora Faustino Perres, atterrito per le sorti della sua nuova commedia, pregò, scongiurò l’impresario e il capocomico di far salire sul tetto due, tre, quattro operai, magari a sue spese, per scovare il nido e dar la caccia a quella insolentissima bestia; ma si sentì dare del matto. Segnatamente il capocomico montò su tutte le furie a una simile proposta, perché era stufo, ecco, stufo stufo stufo di quella ridicola paura della signorina Gàstina per i suoi magnifici capelli.
– I capelli?
– Sicuro! sicuro! i capelli! Non ha ancora capito? Le hanno dato a intendere che, se per caso le sbatte in capo, il pipistrello ha nelle ali non so che viscosità, per cui non è più possibile distrigarlo dai capelli, se non a patto di tagliarli. Ha capito? Non teme per altro! Invece d’interessarsi alla sua parte, d’immedesimarsi nel personaggio, almeno fino al punto di non pensare a simili sciocchezze!
Sciocchezze, i capelli d’una donna? i magnifici capelli della piccola Gàstina? Il terrore di Faustino Perres alla sfuriata del capocomico si centuplicò. Oh Dio! oh Dio! se veramente la piccola Gàstina temeva per questo, la sua commedia era perduta!
Per far dispetto al capocomico, prima che cominciasse la prova generale, la piccola Gàstina, col gomito appoggiato sul ginocchio d’una gamba accavalciata sull’altra e il pugno sotto il mento, seriamente domandò a Faustino Perres, se la battuta di Sua Eminenza al secondo atto: – «Giuseppe, smorzate i lumi» – non poteva essere ripetuta, all’occorrenza, qualche altra volta durante la rappresentazione, visto e considerato che non c’è altro mezzo per fare andar via un pipistrello, che entri di sera in una stanza, che spegnere il lume.
Faustino Perres si sentì gelare. (altro…)

‘3 dicembre’ di Vittorio Sereni

Una lettura ingenua (e compilativa) di 3 dicembre di Vittorio Sereni

sereni-frontiera-683x1024

3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.[1]

Il 5 dicembre 1940 Vittorio Sereni scriveva all’amico Giancarlo Vigorelli di avere «dedicata, nelle inten­zioni e non dichiaratamente, all’Antonia» la poesia 3 dicembre, una delle otto poesie nuove composte a Modena dopo uno di quei periodi, a volte lunghi, a volte meno, durante i quali il poeta non componeva nulla. Di lì a un mese la poesia avrebbe visto la luce in «Tempo» (a. V, n. 1 [2-9 gennaio 1941]), insieme a Paese, unite col soprattitolo Due poesie.[2]
Dell’amicizia che legò Sereni ad Antonia Pozzi molto è stato scritto;[3] fu un legame sincero, di dialogo, e anche di ricerca, da parte della giovane poetessa, di un reale confronto che forse a un certo punto lei sentì venir meno, come se pure Sereni, come già alcuni amici della cerchia di Banfi, non le riconoscesse quella patente di poeta che Antonia sentiva di meritarsi. (altro…)

I poeti della domenica #118: Giovanni Giudici, Dal cuore del miracolo

 

giudici

I poeti della domenica #118: Giovanni Giudici, Dal cuore del miracolo

 

Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.
Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.

*

© da La vita in versi (1965), ora in Giovanni Giudici, Tutte le poesie, Mondadori, 2014

Trevigliopoesia, sabato 3 dicembre: Antonio Riccardi legge “Il profitto domestico”

14992075_1240190832714684_3795223306808576183_n

 

Torna Trevigliopoesia, il 3 dicembre, con un appuntamento prezioso, l’incontro con Antonio Riccardi, poeta, scrittore, critico letterario e già direttore letterario di Mondadori.
Alle ore 18.00 presso la Sala Lodi della Biblioteca di Treviglio (Bg), in dialogo con Corrado Benigni e Stefano Pini, Riccardi leggerà dal suo “Il profitto domestico”, edito da Mondadori nel 1996 e ripubblicato da IlSaggiatore nel 2016.

Ecco tre poesie tratte dal libro:

In questo mattino d’aria
qui dove l’orlo è l’erba
felice, m’impronta
il salario di una colpa.
Ho così poco, papà
in pena l’offerta e il carico
che vedi. La mia stagione
è il corpo intero del fogliame
lo scrupolo della terra
cominciata al nuovo dal fondo.

Questa veglia interna è una moneta.
Scaviamo il merito dalle cose
per averne statuto e tranquillità.

Eppure alcuni chiedono conto ancora
di negligenze e profitto
e ancora come si deve ho fiducia
nella loro disciplina di amici.

Eppure la nostra morte ci trapassa
portando ragione e abbandono
in valore.
Questa veglia interna è la moneta.

Fissato un quartiere d’inverno
a pochi gradi dal polo
nei giorni della mietitura
abbiamo disposto le nostre cose
sotto la tenda come
in un’altra casa
venendo la natura e le cose
in altra natura.
Viveri, monete, armi di sambuco…
sulle radici del ciliegio
abbiamo costruito una casa
per gioco e per vita nuova.

 

Albino Pierro 1916-2016 (sulla scia di Mengaldo)

Mbàrache mi vó’,
e già mi sònnese, ’a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ’a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.

[Forse mi vuoi,/ e già mi sogni, la notte./ Io pure,/ comincio a tremare nella sete,/ e ho pa­ura./ Mi avventerei su di te,/ e tutto quanto te lo succhierei, il sangue,/ in una sola bevuta senza prendere fiato,/ come chi ubriaco ci si attacca/ a una botte spaccata/ e vorrebbe nuotare nel vino rosso,/ per morirci.]

.

pierro_nuove_lirichee vai con la fissa dei dialettali! − Questo annotavo, studente, sotto il nome di Albino Pierro nel men­galdiano ‘Novecento’: non ne capivo il senso, escluso il gusto personale del critico. E insieme a lui, andando à rebours tra le pagine del volume, scorgo simili considerazioni per Delio Tessa, Biagio Marin, Tonino Guerra e Franco Loi. Per me, all’epoca – e si parla di un bel po’ di anni fa –, una volta antologizzato Giacomo Noventa la poesia dialettale aveva già trovato fin troppo spazio; per ta­cere, poi, di quegli altri autori in lingua, invece, per i quali ancora aspetto lumi: Paolo Buzzi, Lu­ciano Folgore, Giovanni Boine, il Bontempelli poeta; tutti rei di negare spazio a voci sicuramente più degne.
Comunque a infastidirmi di più era assolutamente la fissa dei dialettali, espressione di per sé già suffi­cientemente idiomatica e quindi contraddittoria se non paradossale. Cosa in effetti mi infastidiva? Semplice! l’accesso negato dal limite invalicabile del registro linguistico e della lingua; quel dia­letto che in poesia si fa immediatamente lingua, con una grammatica, una tradizione, era troppo spesso un muro invalicabile (Mengaldo stesso affermava che il dialetto in poesia passava da «vei­colo di messaggi socialmente aperti e comunicativi» a «lingua gelosamente individuale, quasi endo­fasica»). Inutile dire che devo alla mediazione di Zanzotto, prima, e dei miei studi sul Tommaseo cultore della poesia popolare, poi, il merito del cambio di rotta. Del resto, se su Mengaldo potevano avere agito le chiacchierate con Folena – supposizione tutta mia –, perché in me non doveva matu­rare la lezione del più grande poeta che questa infelice terra veneta abbia mai conosciuto?
A catturare però ora la mia attenzione è quel «regresso alle origini esistenziali e discesa in un mondo sotterraneo» (Mengaldo) che l’abbandono della lingua italiana e la scelta della parlata ma­terna, vistosamente arcaica, ha comportato in Pierro (e in quasi tutti i poeti dialettali – si pensi al più recente caso rappresentato da Andrea Longega, con i dovuti distinguo). Finisco così per confrontare l’esperienza del Pierro maggiore e dialettale con quella dei conterranei Scotellaro e Sinisgalli, così profondamente radicate nelle aride zolle lucane, eppure tràdite in italiano (disincantato italiano in Scotellaro; più terso in Sinisgalli). Lo scarto con i due conterranei agisce pure sull’area tematica dato che in Pierro in dialetto è quasi assente l’evocazione geografica presente nei versi in italiano; manca pure un atteggiamento vagamente engagé, quale può essere riscontrato nei versi del poeta di Trica­rico.
(altro…)

proSabato: Vincenzo Cardarelli, Autunno

vincenzo_cardarelli_poetarum

proSabato: Autunno di Vincenzo Cardarelli

Ecco, su di noi cadere i trepassi delle stagioni. Va’ a casa e leggiti il Canto d’autunno prima d’andare a letto. Recita la tua orazione per i tempi che passano e per le necessarie espiazioni. Questi brividi che ci allontanano da quel che eravamo ancora ieri, incalcolabilmente, non sono che le prime, inutili reazioni del nostro spirito all’inevitabile oblio. L’aria è già piena di vaneggiamenti e tentazioni che non hanno altro scopo se non d’illudere i nostri pensieri per lasciarci poi, disorientati e soli, sulla soglia d’orizzonti nuovi. Ecco che l’uomo sente un irrazionale bisogno di dormire. Il tempo intanto, come un gran mago, lo prende su leggermente e lo porta dove vuole lui. Il tempo diviene coraggioso, influente. Addio sicuri indugi, ardenti audacie dell’estate! Ora noi possiamo star fermi. Non possiamo uscire nei momenti più divini. Qualchecosa si opera velatamente nella natura che ha bisogno di non essere visto, di star solo.
..E anche la nostra volontà di essere si ritira, emigra.

.

© Vincenzo Cardarelli, Autunno in Opere, a cura di Clelia Martignoni, Milano, Mondadori (i «Meridiani»), 1981