Mondadori

‘La poesia è un unicorno (quando arriva spacca)’ di Francesca Genti

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (quando arriva spacca), Mondadori 2018, pp. 145, € 18,50

Nel panorama contemporaneo la saggistica poetica scritta da poeti è diventata frequente, eppure l’approccio muta di voce in voce, di esperienza in esperienza; chi si riconosce in una linea non accademica diversifica il punto di vista e permette maggiormente ai lettori interessati all’argomento di entrare in un dibattito acceso, che muove dal di dentro, che sempre fiorisce e si sviluppa. Ciò risulta valido anche per Francesca Genti, poeta che, negli scorsi mesi, ha pubblicato per Mondadori un libro dalla copertina colorata e vivace come il suo contenuto, un volume spassoso e vivo com’è viva la poesia nella tesi di fondo dell’autrice. Da essa tutto muove e a essa tutto ritorna. Il saggio “militante” per definizione della stessa Genti è un itinerario in prima persona attraverso temi e ‘movimenti’ che la poesia, come genere letterario, tiene uniti: una concatenazione di motivazioni attorno al “cosa serva” la poesia e “perché la scriviamo” ma anche “perché la leggiamo” (prima). Sorprendente come l’autrice, con credibilità, riesca a tenere il testo sempre a un livello di attenzione alto, anche quando si concede l’aneddotica (singolare quella su Amelia Rosselli e Alda Merini) o alcune digressioni sul suo lavoro come editrice [con Manuela Dago, di Sartoria Utopia, n.d.r.]. Il suo percorso ragionato include una militanza sapiente e delicata (anche nel titolo), che parte dalla consapevolezza che «la poesia è la più anarchica delle forme espressive» e che «ha sempre una sua utilità», anche quando pare non dichiararlo. “Vitalità” è una parola che Genti usa dall’inizio, una parola nutriente − come il pane:

Sì, la poesia è viva. Non è sempre come uno se la immagina e spesso fa arrabbiare, mette in crisi, turba, provoca un aumento di vitalità. […] la poesia è sempre officina di avanguardie linguistiche e con la sua anarchia e vitalità forgia e immagina una lingua del futuro, una lingua madre però, non globalizzata e anestetizzata, non una lingua che va bene per tutto e che si usura di stagione in stagione, ma una lingua affettiva che risuona e apre a nuove prospettive grazie al patto di sangue tra significato e significante.

Non c’è edulcorazione né allusione nel procedere saggistico di Francesca Genti: come nella sua opera esiste una chiara e netta direzione, una volontà di affermare le cose in modo diretto, efficace, limpido. Tuttavia, la sua “giusta distanza” da critico-poeta si contamina con una ‘militanza del cuore’, quella che la porta a citare alcune voci contemporanee più o meno isolate che difficilmente appaiono nei saggi odierni e che sicuramente faticano ad avere un posto nel canone. Sono, tra gli altri: Mariangela Gualtieri, Dacia Maraini, Valentino Zeichen, Silvia Salvagnini, Piera Oppezzo, Francesca Matteoni. Il rimando alla nostra tradizione per introdurre al lettore la poesia lirica, la poesia amorosa, l’invettiva, la poesia civile e altre derivazioni si lega a nomi del panorama contemporaneo, in una fotografia del presente che vede una messa in posa ragionata, una scelta ancora una volta nutriente. La consapevolezza di Genti è quella di chi conosce gli strumenti del mestiere ma non rinuncia a metterli in discussione, quella di chi si interroga con intelligenza e sensibilità sulle prospettive, quella di chi si fa domande sul futuro conoscendo il passato eppure non manca mai dell’ironia che stempera la materia, della leggerezza di alcuni spunti che rendono più lieve la lettura di un testo critico di cui si sentiva la necessità. Genti esce dai binari, dai luoghi comuni: costruisce una costellazione propria per far valere le sue tesi sulle ragioni dell’appartenenza alla poesia, ragioni umane prima che letterarie − anche se letterarie poi, alla radice. «La poesia è sempre un po’ più avanti del suo tempo», come questo saggio..

© Alessandra Trevisan

Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

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Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

I poeti della domenica #246: Franco Fortini, Seconda lettera da Babilonia

SECONDA LETTERA DA BABILONIA

Queste capanne le lasceremo fra poco.
Le case nuove dove abiteremo
avranno i vecchi letti. I ragazzi hanno scritto
già i loro nomi sui muri di calce.

Qualche famiglia è già sotto la lampada
nelle cucine bianche, la radio accesa.
Sull’aria di Quest’altro anno a Gerusalemme,
le prime coppie sulla pista del bar.

Anche i morti non tornano più in sogno.
Chi ricordava confonde gli amici e i nemici.
Quando all’orfano dici: «ho conosciuto tuo padre»,
va via senza rispondere.

 

© da Franco Fortini, Una volta per sempre [1963], ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014

I poeti della domenica #241: Armanda Guiducci, Uomo

 

UOMO

Altro da me in tutto… maschio, estraneo,
altra carne, altro cuore, altra mente,
pure, il mio stesso corpo prolungato,
la voce che si sdoppia, e mi continua:
ciò che si oppone, e ciò che mi compone
come un discorso teso, mai concluso,
o l’altro occhio: il raggio che converge
al rilievo, allo scatto delle cose −
mio necessario opposto, crudele meraviglia
è amare te: godere di due vite
in questa sola, avere doppia morte.

© Armanda Guiducci, in Poesie per un uomo, Mondadori, 1965

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

XXI
Colloqui e sostituzioni

Quale poteva essere “la solita ora” di un appuntamento alla sera? Un’ora compresa tra le venti e trenta e le ventidue, secondo il calcolo delle probabilità: ma nelle abitudini di una coppia clandestina – quale era, secondo il calcolo delle probabilità, quella formata da suo fratello e dalla sconosciuta – l’appuntamento poteva arretrare, in molti mesi dell’anno, alle diciannove o addirittura alle diciotto e trenta. Era però improbabile associare la parola sera ai tramonti tardivi di giugno, resi ancora più lunghi dall’ora legale. E altrettanto improbabile era che si incontrassero dopo le ventidue, quando la notte aveva già trasformato in buio le prime ombre.
Probabile era piuttosto che l’incontro, avvenendo nella cornice di un pied-à-terre, avesse un significato intenzionalmente, anche se non inevitabilmente, amoroso. Nel corso di molteplici relazioni clandestine, che dovevano ogni volta conciliare anche gli orari di lavoro dei coniugi assenti. Mario aveva conosciuto lui stesso i riti degli incontri settimanali a ore fisse, la loro auspicata, ma non sempre realizzata metamorfosi in sedute erotiche, l’estasi delle diciannove e quindici, la cerimonia degli addii: prima che lei invariabilmente si ribellasse a quegli orari innaturali, che a lui invece apparivano naturalissimi, e chiedesse di costruire insieme la vita. Sempre quelle immagini di edificazione laboriosa, di accumulazione paziente, e quei verbi, come cementare e rafforzare, che gli richiamavano irresistibilmente un materiale che si sfalda tra le dita. Finché si arrivava alla interruzione di un gioco che per lei non era più serio e per lui lo era troppo; antitesi di desideri sulla quale si fonda, per poi dissolversi, la possibilità dell’unione.
L’epilogo lasciava sempre l’amarezza, più che di avere infranto le regole, di non averle fissate. Ognuno dei due si proponeva di farlo in un rapporto nuovo, ma proprio le regole del gioco erano di non fissarle, altrimenti nessuno dei due le avrebbe accettate.

La finalità, occulta e chiara, dell’incontro finiva per circoscriverne ulteriormente l’orario. Erano infatti escluse, senza ripensamenti, le venti, ora troppo contigua a una cena che la precedesse e troppo tarda per differirla ancora. L’ora più probabile era dunque compresa tra le venti e quarantacinque e le ventuno e trenta.
Alle venti e trentadue Mario entrò nell’appartamento.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

Staccare i poster dalle pareti era stato il primo gesto di un distacco progressivo. Presagiva un processo di conversione, ma non sapeva a che cosa.
Ricordava, di un libro che aveva letto molti anni prima, un capitolo dedicato ai sacerdoti che avevano perso la fede, ma non l’abito. Preti già anziani, incapaci di ricominciare una vita, anche se impreparati a finirla. Custodi di una catastrofe silenziosa, avevano continuato ad amministrare i sacramenti, a predicare ai fedeli. Mai si sarebbe scoperta la loro crisi, se non l’avessero rivelata, dopo la morte, diari angosciati. Alcuni l’avevano confessata a un parente o a un amico, che ne aveva poi parlato a distanza di anni. E lui li immaginava nella loro stanza, tra i libri di una religione morta, tra le reliquie di una fede che era diventata una finzione.
Quanti tormenti dovevano avere preceduto la decisione di non credere; quante lacrime, per rassegnarsi non solo al futuro, ma al passato, a una vita dedicata a un dio che non esiste, a un aldilà che non oltrepassa l’esistenza.
Lui rammentava, con la precisione che hanno i sogni, immagini che aveva visto leggendo il libro, colloqui al tramonto sulla terrazza di un convento oppure parole gravi nella penombra di uno studio. Queste immagini si sovrapponevano a quelle della sua vita e non sapeva quali fossero più reali. E in quei segreti che non aveva mai ascoltato ritrovava il suo, in quei destini di disperazione muta il suo destino.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

Yoko Ono, da ‘Grapefruit’

FRAMMENTO VOCALE PER SOPRANO

Urla.
1. contro il vento
2. contro il muro
3. contro il cielo

1961 autunno

 

FRAMMENTO DELLA RACCOLTA

Raccogli i suoni nella tua mente che
hai sentito per caso durante la settimana.
Ripetili nella tua mente in ordine
diverso, di pomeriggio.

1963 autunno

 

FRAMMENTO DELL’ALBA

Prendi la prima parola che ti passa
per la mente.
Ripeti la parola fino all’alba.

1963 inverno

 

FRAMMENTO CITTADINO

Gira tutta la città con una carrozzina
vuota.

1961 inverno

 

FRAMMENTO DELL’OMBRA

Metti insieme le tue ombre finché
non diventano una sola.

1963

*

© Yoko Ono, Grapefruit. Istruzioni per l’arte e per la vita, trad. it di Michele Piumini, Milano, Mondadori, 2005 [Wunternaum Press, Tokio, 1964]

I poeti della domenica #227: Valentino Zeichen, Aspettativa

ASPETTATIVA

Di ieri in ieri
di domani in domani
i secondi curvano lungo
la circonferenza dell’attesa
circuendo più volte il nulla.

Il mio capo non trova posizione
in nessuna geografia
e si volge alterno
al passato e al futuro facendo capolino;
il suo cruccio è non sapere
d quale parte, semmai, verrai.

.

in Valentino Zeichen, Pagine di gloria, Parma, Guanda, 1983 ora in Tutte le poesie 1963-2014, Milano, Mondadori, 2014

Coriandoli a Natale #2: Dino Buzzati, Lunga ricerca nella notte di Natale

LUNGA RICERCA NELLA NOTTE DI NATALE
di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. “Come farà l’arcivescovo?” Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
….Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?”. Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.
….«Che quantità di Dio!» esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. «Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.»
….«È di sua eccellenza l’arcivescovo» rispose il prete. «Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.»
….«Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!»
….«Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico» e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
….Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.
….Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
….Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.
…..«Buon Natale, reverendo» disse il capofamiglia. «Vuol favorire?»
…..«Ho fretta, amici» rispose lui. «Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.»
…..«Caro il mio don Valentino» fece il capofamiglia. «Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.» (altro…)

proSabato: Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Rincasato tardi, schiacciai uno scarafaggio che in corridoio mi fuggiva tra i piedi (resta là nero sulla piastrella) poi entrai nella camera. Lei dormiva. Accanto mi coricai, spensi la luce, dalla finestra aperta vedevo un pezzo di muro e di cielo. Era caldo, non riuscivo a dormire, vecchie storie rinascevano dentro di me, dubbi anche, generica sfiducia nel domani. Lei diede un piccolo lamento. «Che cos’hai?» chiesi. Lei aprì un occhio grande che non mi vedeva, mormorò: «Ho paura.» «Paura di che cosa?» chiesi. «Ho paura di morire.» «Paura di morire? E perché?»
….Disse: «Ho sognato…» Si strinse un poco vicino. «Ma che cosa hai sognato?» «Ho sognato ch’ero in campagna, ero seduta sul bordo di un fiume e ho sentito delle grida lontane… e io dovevo morire.» «Sulla riva di un fiume?» «Sì» disse «sentivo le rane… era era facevano.» «E che ora era?» «Era sera, e ho sentito gridare.» «Be’, dormi, adesso sono quasi le due.» «Le due?» ma non riusciva a capire, il sonno l’aveva già ripresa.
…..Spensi la luce e udii che qualcuno rimestava giù in cortile. Poi salì la voce di un cane, acuta e lunga; sembrava che si lamentasse. Salì in alto, passando dinanzi alla finestra, si perse nella notte calda. Poi si aprì una persiana (o si chiuse?). Lontano, lontanissimo, ma forse mi sbagliavo, un bambino si mise a piangere. Poi ancora l’ululato del cane, lungo più di prima. Io non riuscivo a dormire.
…..Delle voci d’uomo vennero da qualche altra finestra.
…..Erano sommesse, come borbottate in dormiveglia. Cip, cip, zitevitt, udii da un balcone sotto, e qualche sbattimento d’ali. “Florio!” si udì chiamare all’improvviso, doveva essere due o tre case più in là. “Florio!” pareva una donna, donna angosciata, che avesse smarrito il figlio.
…..Ma perché il canarino di sotto si era svegliato? Che cosa c’era? Con un cigolio lamentoso, quasi la spingesse adagio adagio uno che non voleva farsi sentire, una porta si aprì in qualche parte della casa. Quanta gente sveglia a quest’ora, pensai. Strano, a quest’ora.
…..«Ho paura, ho paura» si lamentò lei cercandomi con un braccio. «Oh, Maria» le chiesi «che cos’hai?» Rispose con una voce sottile: «Ho paura di morire.» «Hai sognato ancora?» Lei fece un piccolo sì con la testa. «Ancora quelle grida?» Fece cenno di sì. «E tu dovevi morire?» Sì sì, faceva, cercando di guardarmi, le palpebre appiccicate dal sonno.
…..C’è qualcosa, pensai: lei sogna, il cane urla, il canarino si è svegliato, gente è alzata e parla, lei sogna la morte, come se tutti avessero sentito una cosa, una presenza. Oh, il sonno che non mi veniva, e le stelle passavano. Udii distintamente in cortile il rumore di un fiammifero acceso. Perché uno si metteva a fumare alle tre di notte? Allora per sete mi alzai e uscii di camera a prendere acqua. Accesa la triste lampadina del corridoio, intravidi la macchia nera sulla piastrella e mi fermai, impaurito. Guardai: la macchia nera si muoveva. O meglio se ne muoveva un pezzetto (lei sogna di morire, ulula il cane, il canarino si sveglia, gente si è alzata, una mamma chiama il figlio, le porte cigolano, uno si mette a fumare, e, forse, il pianto di un bambino).
…..Vidi sul pavimento la bestiola nera spiaccicata muovere una zampina. Era quella destra di mezzo. Tutto il resto era immobile, una macchia di inchiostro lasciata cadere dalla morte. Ma la gambina remava flebilmente come per risalire qualche cosa, il fiume delle tenebre forse. Sperava ancora?
…..Per due ore e mezzo della notte – mi venne un brivido – l’immondo insetto appiccicato alla piastrella dalle sue stesse mucillagini viscerali, per due ore e mezzo aveva continuato a morire, e non era finita ancora. Meravigliosamente continuava a morire, trasmettendo con l’ultima zampina un suo messaggio. Ma chi lo poteva raccogliere alle tre di notte nel buio del corridoio di una pensione sconosciuta? Due ore e mezzo, pensai, continuamente su e giù, l’ultima porzione di vita spinta dentro alla superstite gambina per invocare giustizia. Il pianto di un bambino – avevo letto un giorno – basta ad avvelenare il mondo. In cuor suo Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può perché è stato da lui stesso deciso. Però un’ombra giace allora su di noi. Schiacciai con la pantofola l’insetto e fregando sul pavimento lo spappolai in una lunga striscia grigia.
…..Allora finalmente il cane tacque, lei nel sonno si quietò e quasi sembrava sorridesse, le voci si spensero, tacque la madre, nessun sintomo più di irrequietezza del canarino, la notte ricominciava a passare sulla casa stanca, in altri punti del mondo la morte si era spostata a gonfiare la sua inquietudine.

© Dino Buzzati, in La boutique del mistero, Mondadori, 1968.

Questa prosa è stata scelta dal poeta Carlo Tosetti.