Mondadori

Maria Grazia Calandrone, “Giardino della gioia”, Mondadori 2019 (rec. di Michele Paoletti)

Giardino della gioia, Maria Grazia Calandrone (Mondadori, 2019)
Nota di Michele Paoletti

Dopo Il bene morale – e ancor prima con Serie fossile – Maria Grazia Calandrone ci consegna un lavoro praticamente perfetto, dalla struttura solida e appassionata. Il Giardino della gioia costruito da Calandrone mi ha subito portato alla mente un altro giardino, la monumentale opera costruita da Niki de Saint-Phalle a Capalbio (GR) nel corso degli anni ’90: Il giardino dei tarocchi.
Nel 1985 andai a Barcellona e vidi per la prima volta il meraviglioso Parco Guell di Gaudì. Capii che mi ero imbattuta nel mio maestro e nel mio destino. tremavo in tutto il corpo. Sapevo che anche io, un giorno, avrei costruito il mio Giardino della Gioia.” scrive Niki. Nel parco, gli arcani maggiori dei tarocchi sono stati realizzati dall’artista sotto forma di sculture, talvolta gigantesche, rivestite da specchi e piastrelle, ogni figura carica del suo simbolismo primigenio arricchita dalla personale visione dell’artista. Nulla è più rivoluzionario della gioia dice Niki De Saint Phalle e Maria Grazia Calandrone sembra accordare la sua voce a quella dell’artista francese.
Giardino della gioia è dunque un’opera rivoluzionaria perché nasce dall’amore e all’amore torna incessantemente.
Il poemetto che apre la sezione omonima altro non è che uno struggente canto d’amore pieno di meraviglia:

canto il vento sottile che non sentiamo e spira
nella distanza tra le stelle

canto il nostro stendardo
che schioccava nel vivo della menta romana

canto il letto di foglie
e il guscio candido della ninfea

e canto l’oro crudo dei tuoi occhi
semplici e trasparenti come un sì

La voce percorre la materialità del corpo, la materialità dell’esserci, indugia sulle cose forti, sul corpo nudo esposto alla felicità e questo senso di esposizione rappresenta al tempo stesso abbandono ed energia, comunione con la terra e con l’altro. 

quando ti esponi sei la piena estate
con la sua gloria di alberi maturi

Accettare l’altro, sparire nell’altro, rinunciare all’io è la forma più pura di amore: perdendoci ci ritroviamo altro da noi, sparendo finalmente siamo anche se l’anima umana risulta un contenitore insufficiente per il sentimento amoroso. In tutto questo la poesia, profondamente anarchica, intona la sua voce/ al rombo delle stelle intergalattiche che compongono la materia di cui siamo fatti e di cui è fatto tutto l’esistente intorno a noi e intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa/ forza che «move il sole e l’altre stelle», la forza che Dante chiama amore.
“La mia poesia è dedica. Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica” raccontava Maria Grazia Calandrone in un’intervista di qualche tempo fa (qui) e sono dediche i testi che compongono la sezione Tempo reale, dove la parola poetica tocca vertici altissimi (basti leggere Fototessera di Lucia Galante scritta per la madre naturale dell’autrice o Interiore invernale, per la nonna Gaetana, ma anche Dell’utopia del volo, per Marcello Benvenuti, record italiano di salto in alto 1989). In ognuno di questi testi la vicinanza con l’altro è totale, la parola consente di rompere una distanza, riesce a farci sentire, a far vibrare all’unisono la nostra materia insieme alla materia di questo indescrivibile, inafferrabile (meraviglioso)/ mondo. (altro…)

‘Il rumore del mondo’ di Benedetta Cibrario (nota di Patrizia Grassetto)

Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Milano, Mondadori, 2018, pp. 756, euro 22

“Benedetta Cibrario sembra aver vissuto completamente immersa nella prima metà dell’Ottocento”. Questa è una dichiarazione spontanea che si può pronunciare dopo la lettura di questo romanzo ambientato nel Risorgimento e che meritatamente è arrivato tra i finalisti del prestigioso Premio Strega, romanzo le cui immagini costruite dall’autrice passano innanzi come in uno spettacolare film in costume.
La narrazione si svolge sciolta, con levità nella sua ricchezza di eventi, dove il filo della vita scorre con il filo della seta. È d’interesse la capacità di raccontare ambientando con precisione la storia, nei fatti realmente accaduti, nell’evolversi del tempo storico risorgimentale della vita contadina ma anche dell’industria che sta nascendo, in particolare nelle filande, trattando di riflesso anche i temi di una nuova nascente economia con un approfondimento che stupisce.
Pur essendoci una protagonista dichiarata, tutti i personaggi sono sviluppati in modo tale da non risultare secondari: ne viene descritto l’aspetto fisico ma soprattutto l’aspetto caratteriale, il lato emotivo, la sensibilità interiore mostrando i comportamenti con una ricchezza di particolari da farli sembrare reali, in carne ed ossa, e quasi filmici.
È evidente quanto l’autrice si sia documentata e immedesimata, quanto abbia indagato le fonti e quanta ricerca ci sia dietro un romanzo così completo che, pur essendo corposo nel testo, si legge senza attese, da subito, anche per la capacità di toccare con la narrazione temi diversi, ad esempio quelli dell’educazione femminile e del ruolo della donna all’epoca.
Anne Bacon è una fanciulla inglese cresciuta, assieme alla sorella, da una istitutrice democratica, convinta che qualcuno avrebbe dovuto sollevare il tema dell’istruzione femminile e che le ha aperto gli occhi sul mondo. Anne e Grace sono figlie di un ricco mercante di seta rimasto vedovo in giovane età; impegnato nel suo lavoro − che anche la figlia Anne imparerà a conoscere − è però molto amoroso con le figlie.
Divenuta adulta Anne conoscerà l’ufficiale piemontese Prospero Carlo Carando de Vignon, i due si innamoreranno decidendo di convolare ben presto a nozze. L’ufficiale verrà però richiamato in Italia per cui la moglie dovrà affrontare il viaggio verso la nuova casa a Torino da sola, con la fida cameriera Eliza e l’accompagnatrice Therese Manners, donna viaggiatrice, dalle mille curiosità, tanto da affermare: «Il viaggio è il più filosofico dei piaceri, perché si può viaggiare tanto sulle strade carrozzabili, tanto sui propri pensieri». Ne risulta una figura moderna, attuale, per l’epoca una donna evoluta, che pensa con la sua testa senza costrizioni, aperta verso il mondo.
Durante il viaggio Anne contrarrà il vaiolo. Dovrà sospendere il percorso e fermarsi per affidarsi alle cure premurose di un medico di paese. Si salverà dalla malattia, dopo sofferenze nel corpo ma anche nello spirito; questa le lascerà delle cicatrici deturpando la delicatezza della sua bellezza, mettendo addirittura in crisi la sua unione coniugale. Nulla sarà infatti come sperato per lei.
Giunta a Torino conoscerà il suocero burbero e tradizionalista con il quale dovrà convivere sotto lo stesso tetto. Percepirà lì come i segni lasciati dalla malattia, che poi nel tempo si affievoliranno, siano per tutti un problema, eppure la saggia Therese le suggerirà «che la bellezza è uno strumento che manovrato malamente può essere di impaccio più che di aiuto. Non fate affidamento sull’avvenenza, appoggiatevi a qualche altra cosa». Una sorta di presagio, questo suo, e un augurio: per guardare “dentro e fuori” dal rumore del mondo. (altro…)

I poeti della domenica #392: Stefano Dal Bianco, A uno dei tanti che rimarranno fermi

 

 

A uno dei tanti che rimarranno fermi

Che cosa posso dirti di me, di dove sono,
che tu potessi raccontare agli altri…

Racconta loro che non ci sono più
che sono un altro, fatto simile ad altri,
che non ho più tempo per nessuno,
che ho perso la testa e l’ho rimessa a posto,
e che mi sono convertito ad altra vita,
alle leggi di un dio che non è qui
e che perciò mi chiede conto.

Che nessuno si preoccupi per me,
che nessuno mi chieda di avere pietà,
che nessuno mi chieda di mentire più.

 

da Stefano Dal Bianco, Prove di libertà, Mondadori 2012

I poeti della domenica #391: Roberto Deidier, “Che colore parlano le tue parole”

 

 

Che colore parlano le tue parole
Oggi che il sole è un vuoto tra le nuvole
Ed è un secolo lo spazio tra i tuoi occhi:
Ci cade ogni mia nascita, ogni morte,
La mia mano che accompagna l’erba
Quando la piega il vento

 

da Roberto Deidier, Solstizio, Mondadori 2014

proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)

I poeti della domenica #384: Rocco Scotellaro, La prima di agosto

 

LA PRIMA DI AGOSTO

a Manlio Rossi-Doria

In un momento cesserà la giostra
delle giumente bendate che trebbiano
a giri vorticosi sulle aie.
Hanno bisogno d’essere cantate
allora si mettono al trotto
e gli uomini sanno farle sognare:

O esauste fontane, a briglie lente,
dopo i picchi fatigati,
o amore sommo dell’uomo
un vero fratello
che scendeva da cavallo,
rimescolava invano nella ciba
d’acqua al fondo d’un’argilla
che lunga cervice non lambiva!
O vero amore di compagni di lavoro:
ho visto un uomo dare a bere
le sue mani a una giumenta e bestemmiare!

A un cenno, nel momento
or rendetele franche
le giumente sulle aie
con le sacchette gonfie della biada.
Oggi nelle terre
si lavora e si fa festa
la prima di agosto
la gioia di riserva
il cibo di nascosto.
Dall’ombra dei fichi
si vede come una bandiera
sull’ultima biga.
E sono imbianchite le casine
la festa gloriosa dei santi
padri contadini.

(1948)

 

da © Rocco Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori, Oscar Moderni, 2019

I poeti della domenica #383: Rocco Scotellaro, Verde giovinezza

 

VERDE GIOVINEZZA

C’è tempo quando abbondano
lucertole nelle vigne
e a qualcuna nuova coda inazzurra,
quando nei campi spuntano covoni
impazienti di fuoco
e la cicala assorda e mi tappa
l’orecchio alle campane, alle canzoni,
al lungo richiamo di mamma
che mi rivuole vicino e suo.
Quando la fiumara è bianca…
Allora mi voglio scolare l’orciuolo
e coricarmi in terra
senza memoria più
della verde giovinezza.

(1945)

 

da © Rocco Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori, Oscar Moderni, 2019

I poeti della domenica #358: Valentino Zeichen, Et in Arcadia ego

[Valentino Zeichen, foto di Uliano Lucas]

Et in Arcadia Ego
(Guercino)

È incontinenza speculativa dei pastori arcadi
dischiudere fra gli arbusti i sentieri del bosco;
scostare le poetiche fronde d’alloro e
danneggiare la pittura nella concitazione
pur di confrontare orme filosofiche;
imbattersi non nel solitario cinghiale
ma nell’apparire di un inatteso belvedere.

Alla vista, una fronte ripida,
dove spericolati pensieri salivano
in cima alle vette del sapere
affrontando vertigini morali
e gravi pendenze lì
spazia la mosca e alloggia
nelle vuote orbite oculari.
Sul piedistallo sosta un ratto,
disinvolto interlocutore del teschio;
nel loro fitto scambio di vedute
si intravedono i prototipi
della chincaglieria romantica.
Al cospetto dell’allegoria
i pastori s’ingannano d’apparenza;
sulla bilancia degli indizi
eludono la tara innaminabile
e propendono per la mite illusione
che trattasi di “natura morta”.

 

Valentino Zeichen, Pagine di gloria [1983], ora in Poesie 1963-2014, Mondadori 2017

I poeti della domenica #357: Valentino Zeichen, Il ventaglio di Leonardo Da Vinci

[Valentino Zeichen, foto di Dino Ignani]

Il ventaglio di Leonardo da Vinci

Quale stravagante
fa la sua apparizione
la pratica empirica
che indaga nel molteplice
dispiegando il ventaglio della natura;
la quale non sottende altro
che stratigrafie di fenomeni;
nell’insieme pare disinteressarsi e neanche
celare dispettosamente ai pregiudizi
il “principio universale ricercato”.

Fra le stecche divaricate
della ruota del pavone
si ammira lo spiegamento del mondo
che corrisponde alle ancora approssimative
branche della scienza
i cui neonati artigli
impediranno alla longa manus
della controriforma
di richiudere del tutto il ventaglio
aperto da Leonardo.

 

Valentino Zeichen , Pagine di gloria [1983], ora in Poesie (1963-2014), Mondadori 2017

Francis Scott Fitzgerald, da Primo maggio

Vi era stata una grande guerra combattuta e vinta e le vie della grande città del popolo conquistatore erano attraversate da archi trionfali e vivide di fiori bianchi, rossi e rosa lanciati dalla folla. Per tutte le lunghe giornate di primavera i soldati di ritorno avevano percorso incolonnati la via principale preceduti dallo strepito dei tamburi e dai clangori allegri degli ottoni, mentre commercianti e impiegati interrompevano contrattazioni e conteggi e, pigiandosi alle finestre, volgevano con gravità verso i battaglioni che sfilavano i bianchi grappoli dei loro visi.
Nella grande città non si era mai veduto tanto splendore, poiché la guerra vittoriosa aveva portato nella propria scia l’abbondanza e i commercianti avevano affollato la metropoli con le loro famiglie, provenendo dal Sud e dall’Ovest, per godersi tutti gli opulenti banchetti assistere agli sfarzosi festeggiamenti preparativi, e acquistare alle loro donne pellicce in vista del prossimo inverno e borsette di maglie d’oro e scarpine da ballo di seta e argento e raso rosa, e stoffe dorate.
Alla pace e alla prosperità imminenti gli scrittori e poeti del popolo conquistatore inneggiavano con tanta giocondità e con tanto chiasso che gli spendaccioni erano accorsi in numero sempre più grande dalla provincia per bere il vino dell’entusiasmo i mercanti vendevano sempre più rapidamente le loro paccottiglie e le loro scarpine da ballo. Infine essi reclamarono a gran voce altre bottiglie e altre scarpine, per poterle vendere a caro prezzo pur accontentando i clienti. Alcuni di loro alzano addirittura le braccia al cielo sconfortati, gridando: «ahimé! non ho più scarpette! e ahimé! Non ho più paccottiglie. Il cielo mi aiuti, poiché davvero non so cosa farò!»
Ma nessuno ascolta il loro vibrato lamento in quanto le folle erano di gran lunga troppo occupate… Un giorno dopo l’altro le fanterie sfilavano allegramente nella via principale tutti esultano perché i giovani di ritorno dalla guerra erano puri e coraggiosi, con dentature sane gote rosee, e le giovani donne del Paese erano vergini e belle, di viso e di corpo.
Così, durante tutto quel periodo, molte avventure furono vissute nella grande città e di esse, parecchie – o forse una soltanto – sono qui narrate.

I

Alle nove di mattina del primo maggio 1919, un giovanotto si rivolse al portiere dell’Hotel Biltmore, domandandogli se il signor Philip Dean alloggiasse li e, in tal caso, se era possibile avere la comunicazione telefonica con il suo appartamento. Il giovane indossava un frusto vestito di buon taglio. Era basso di statura, esile, una sua tenebrosa bellezza; aveva gli occhi frangiati in alto da ciglia eccezionalmente lunghe e segnati in basso dalle semicerchio azzurro della salute cagionevole. E l’impressione di una salute cagionevole veniva intensificata dal rossore innaturale che gli colori va il viso come per effetto di una febbre bassa ma incessante.
Il signor Dean alloggiava in albergo. Il giovane fu indicato un apparecchio telefonico al suo fianco.
Dopo un attimo ebbe la comunicazione. Una voce assonnata disse «Pronto» da qualche punto sovrastante.
«Il signor Dean?» – con molta ansia – «… sono Gordon, Phil. Gordon Sterrett. Mi trovo giù nel vestibolo. Ho saputo che eri a New York e ho immaginato che ti avrei trovato qui.»
La voce addormentata divenne a poco a poco entusiasta. Ma bene, come stava Gordy, caro, vecchio Gordy? Be’, che sorpresa e che piacere! Voleva salire immediatamente, Gordy, per tutti i diavoli?
Pochi minuti dopo Philip Dean, in pigiama di seta azzurro, apri la porta della sua camera e i due giovani si salutarono con una esuberanza un po’ impacciata. Erano entrambi sui ventiquattro anni, laureati a Yale l’anno prima della guerra; ma qui il parallelismo cessa bruscamente. Dean era biondo, di colorito acceso e tarchiato sotto la stoffa sottile del pigiama. Tutto in lui lasciava trasparire la pienezza della salute, le perfette condizioni fisiche. Sorrideva spesso, mostrando denti grandi e sporgenti.
«Stavo per venire da te» gridò con entusiasmo. «Mi sto godendo un paio di settimane di vacanza. Se non ti spiace sederti per un attimo, sarò subito da te. Ero sul punto di fare la doccia.»
Mentre scompariva nel bagno, gli occhi scuri del visitatore frugano innervositi la stanza indugiando un momento su un grande sacco da viaggio inglese nell’angolo e su un’intera famiglia di camicie di seta pesante sparse sulle sedie tra cravatte vistose e morbidi calzini di lana.
Gordon si alzò e, presa una delle camicie, la sottopose a un minuzioso esame. Era di seta molto pesante, gialla con una righina celeste chiaro… e se ne vedeva quasi una dozzina di uguali qua e là. Gordon fissò involontariamente i propri polsini… Erano laceri, logori sugli orli e sporchi al punto da essere divenuti di un grigio chiaro. Lasciata cadere la camicia di seta, tende basse con le dita le maniche della giacca e spinse indietro i polsini sfilacciati finché non furono scomparsi del tutto. Poi si avvicina allo specchio e si contemplò con una curiosità languida e malinconica. La cravatta, un tempo bella, era sbiadita e striminzita… non bastava più a celare le asole sfilacciate del colletto. Penso, divertito, è soltanto tre anni prima aveva ottenuto schiacciante di voti nelle elezioni degli studenti anziani all’università, allievo più elegante del suo corso.
Dean emerse dal bagno frizionandosi il corpo.
«Ieri sera ho veduto una tua vecchia amica» osservò. «Le sono passato accanto nel vestibolo è proprio non mi è riuscito di farmi venire in mente il nome. È la ragazza con la quale andavi in giro durante l’ultimo anno a New Haven.»
Gordon trasalì.
«Edith Bradin? Ti riferisci a lei?»
«Proprio a lei. Bel tocco di figliola. Continua ad avere l’aspetto d’una sorta di graziosa bomboletta… se capisci quello che intendo: vien fatto di pensare che a toccarla potrebbe sporcarsi.»
Osservò compiaciuto la propria splendente immagine nello specchio e fece un sorrisetto esponendo una parte dei denti.
«Deve avere 23 anni, comunque» continuò.
«Ventidue compiuti il mese scorso» disse Gordon, distratto.
«Come? Oh, il mese scorso. Be’, immagino che sia venuta per il ballo delle studentesse. Lo sapevi che questa sera al Delmonico c’è il ballo delle studentesse di Yale? Faresti bene a venire, Gordy. Ci sarà una buona metà di New Haven. Posso procurarti un invito»
Infilando con languidi movimenti biancheria pulita, Dean accese una sigaretta, sedette accanto alla finestra aperta e si esaminano polpacci e ginocchia alla luce del sole mattutino che si riversava nella stanza.
«Accomodati, Gordy» disse all’amico «e raccontami tutto quello che hai fatto, quello che stai facendo adesso e così via.»
Sorprendendolo, Gordon si lasciò cadere sul letto; vi rimase inerte e avvilito. La bocca, tele stava in genere appena dischiusa quando aveva il viso rilasciato, gli diede a un tratto un’espressione indifesa e patetica.
«Che cos’hai?» si affrettò domandare Dean.
«Oh, Dio!»
«Che cos’hai?»
«Tutta la più maledetta jella del mondo» rispose Gordon, sconsolato. «Sono assolutamente a terra, Phil. Non ne posso più.»
«Eh?»
«Non ne posso più.» Gli tremava la voce.
Dean lo scrutò più attentamente, esaminandolo con gli occhi celesti.
«Sembri sconvolto sul serio.»
«Lo sono. Ho rovinato tutto.» Si interruppe per un momento. «Farei meglio a incominciare dal principio… o ti annoio?»
«Niente affatto; parla.» E tuttavia nella voce di Dean affiorò una nota di esitazione. Aveva fatto quel viaggio all’Est per godersi un periodo di vacanza… Il trovare Gordon Sterrett nei guai lo esasperava un poco.
«Parla» ripeté, e poi soggiunse, tra i denti: «E finiamola».
«Ecco» cominciò Gordon con voce malferma «arrivai dalla Francia in febbraio, andai a casa mia ad Harrisburg per un mese e poi tornare a New York per trovare un impiego. Lo trovai, in una società di esportazioni. Ieri mi hanno licenziato.»
«Ti hanno licenziato?»
«Ora ti spiegherò, Phil. Voglio parlarti con tutta franchezza. Sei, si può dire, da sola persona alla quale possa rivolgermi in una situazione come questa. Non ti spiace se ti dico sinceramente come stanno le cose, vero, Phil?»
Dean si irrigidisce un poco di più. I colpetti che si stava dando sulle ginocchia divennero automatici. Sentiva in modo vago che lo si costringeva ingiustamente a caricarsi sulle spalle il fardello di una responsabilità; non era certo di desiderare che Gordon si confidasse con lui. Benché non si fosse mai stupito venendo a sapere che Gordon Sterrett si trovava in piccole difficoltà, c’era qualcosa, nella disperazione di lui in quel momento, che gli ripugnava e lo rendeva crudele, pur destando la sua curiosità.
«Continua.»
«Si tratta di una donna.» (altro…)

Pasquetta di Eugenio Montale

 

La mia strada è privilegiata,
vi sono interdette le automobili
e presto anche i pedoni (a mia eccezione
e di pochi scortati da gorilla).
O beata solitudo disse il Vate.
Non ce n’è molta nelle altre strade.
L’intellighenzia a cui per mia sciagura
appartenevo si è divisa in due.
C’è chi si immerge e c’è chi non s’immerge.
C’est emmerdant si dice da una parte
e dall’altra. Chi sa da quale parte
ci si immerda di meno. La questione
non è d’oggi soltanto. Il saggio sperimenta
le due alternative in una volta sola.
Io sono troppo vecchio per sostare
davanti al bivio. C’era forse un trivio
e mi ha scelto. Ora è tardi per recedere.

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In Quaderno di quattro anni, Milano, Mondadori, 1977.

Francesco Targhetta, Le vite potenziali (nota di P. Grassetto)

Francesco Targhetta, Le vite potenziali, Milano Mondadori, 2018, pp. 243, € 19,00

Le vite potenziali è l’opera prima, in prosa, di un giovane scrittore classe 1980, nato a Treviso: Francesco Targhetta.
Data e luogo sembrano avere una loro rilevanza nel romanzo, sia nella storia sia nello stile. Siamo nel ricco e produttivo nordest, quello che l’autore conosce perché vi è nato.
Nella storia i personaggi sono tre amici, giovani uomini in arrivo ai quarant’anni; vengono posti in luce il loro carattere, lo stile di vita, la mentalità, tratti tipici di quella generazione e che troviamo attorno a noi ogni giorno. Nello stile, pur avendo una narrazione per così dire “classica”, si utilizza a volte un linguaggio moderno con la scelta di un lessico tecnico, che fa riferimento ad un mondo del lavoro legato all’informatica.
Il romanzo è ambientato fra Treviso e Mestre, e presenta uno spaccato della realtà sia del mondo lavorativo, sia del mondo degli affetti di quella generazione. Tra i protagonisti quasi quarantenni, uno dirà verso il finale: «È strano essere arrivati a questo punto e forse è strano esserci arrivati e basta».
L’autore cita e descrive con precisione i luoghi dove si svolge la storia, prevalentemente in località Marghera in cui si trova, in Via delle Industrie, la sede dell’azienda centrale nella vicenda – a oggi luogo di lavoro per molte nuove attività della zona. Non tralascia Targhetta di fare brevi descrizioni paesaggistiche, in particolare della ex zona industriale fra Mestre e Marghera vicina al polo Vega. Della stessa Marghera egli dice, con parole che mettono a nudo la realtà, che è «un caso di totale tradimento rispetto al disegno originario di moderna città giardino, l’imperfezione innalzata a sistema». Chi la conosce comprende perfettamente il senso della frase, e chi non la conosce lo immagina. Questi luoghi dismessi dopo il boom industriale lasciano un senso di abbandono e desolazione anche quando vengono riutilizzati, ripensati.
Per necessità lavorative, l’azione in qualche momento si sposta brevemente in altre località, ad esempio Milano, la città del lavoro per eccellenza, ma anche in alcune località europee. Di ogni punto d’osservazione, l’autore fornisce brevi ma puntuali precisazioni soffermandosi su dettagli che servono al lettore ad immaginare con verità lo svolgimento della scena. C’è una ricerca, e ci sono affondi narrativi.
Il doppio binario è da un lato “pubblico”, ossia il lavoro nell’azienda di informatica – anche vista come un anti-traguardo comune a buona parte di quella generazione -, dall’altro la vita privata dei tre amici e colleghi. Quindi, la narrazione si sviluppa in un intreccio tra la loro attività lavorativa e le loro vite sentimentali e amorose – in questo senso trama classica. Ciò rende interessante il romanzo, per la capacità dell’autore di orchestrare diversamente queste due scenografie, sempre riuscendo a porre in luce il carattere, la personalità dei protagonisti, sia nei rapporti fra loro, sia in questo mondo professionale, che è fondamentalmente nuovo.
I tre personaggi sono: Alberto, Luciano, Giorgio.
Alberto è fondatore della Albecom, che dirige senza che gli sfugga nulla; pieno di vitalità, di idee innovative, gran lavoratore anche nei fine settimana, ci appare da subito come un personaggio vincente sia nel lavoro sia nella vita privata, e lo sarà anche nella conclusione della storia. Alberto ha il culto della chiarezza, fattore ereditario; era lui che in famiglia avrebbe messo ordine alle cose. Aveva imparato presto ad arrangiarsi da solo. (altro…)