La verità su tutto: intervista a Vanni Santoni (a cura di Giulia Bocchio)

La verità su tutto (Mondadori), ultimo romanzo di Vanni Santoni e già candidato al Premio Strega, è un libro complesso. Perché complesso è il pensiero umano.
Inizia tutto da lì, da una domanda che parte da dentro, ma che comincia dall’esterno – perché essere è soprattutto relazione –  ma che ritorna comunque all’interno.  E scava. Un pò come fa il male.
Basta un porno per redimersi e riscrivere tutto di se stessi e del mondo? No, ma ognuno comincia dove vuole, d’altra parte ‘L’origine è la meta’ scriveva già Karl Kraus.
Cleo Mancini, la protagonista di questo denso libro, intraprende una ricerca spirituale non priva di azioni e gesta surreali, che da un materialismo senza sforzo alle più alte vette (ma attenzione a raggiungere certe cime: offuscano le percezioni) della spiritualità compie un viaggio, uno studio, una scoperta, un esercizio sempre in bilico fra imbroglio e rivelazione. C’è da fidarsi? Dipende dalla relazione che tu hai con la fiducia stessa.
Un personaggio insolito, ambiguo e potente, Cleo Mancini, che abita la storia scritta da Vanni Santoni trascendendo ogni pagina. E in questo sì, è credibile.

 

Vanni Santoni

– Vanni, bentrovato. Il tuo ultimo romanzo, La verità su tutto (Mondadori), racconta l’esperienza di una ricerca spirituale che, come tutte le ricerche comincia con una domanda, in questo caso ‘Quanto male ho fatto?’…

Buondì. Il lungo e rocambolesco percorso di ricerca spirituale di Cleopatra Mancini, protagonista della Verità su tutto, comincia effettivamente da un’indagine sul male. Sul problema del male. Questo non era pianificato, dato che quando scrivo un romanzo trovo che sia più proficuo partire da un’immagine o una suggestione, lasciare che da lì si manifesti un primo tema generale, e solo successivamente, quando sono ben addentro la scrittura, cominciare a pianificare, in base a ciò che è emerso spontaneamente. Certo, riguardando il romanzo a posteriori, un inizio del genere appare piuttosto logico: chi, come noi, nasce e cresce in una società del tutto secolarizzata, difficilmente si pone subito problemi di amartiologia o soteriologia, e difficilmente comincia di punto in bianco a farsi domande sulla grazia o l’illuminazione o il nirvikalpa samadhi. In genere, il primo approccio con questioni etiche, e da lì metafisiche, è il problema del male. Subiamo un torto, o lo compiamo, e già cominciano le domande. Oppure incontriamo il male naturale: qualcuno vicino a noi si ammala, muore. E ci chiediamo: perché? È già un mistero, per usare un termine che viene proprio dalla tradizione spirituale. È chiaro che qua il riferimento letterario più diretto sono le Confessioni di Agostino d’Ippona, col suo rammaricarsi per piccoli peccati di gioventù, ma non solo per quello: in effetti le Confessioni anticipano di un millennio e mezzo Proust, nell’essere il primo grande romanzo della memoria. E anche La verità su tutto è impostato secondo lo schema, e sotto il filtro, del ricordo: Cleopatra Mancini, ormai da tempo diventata Shakti Devi, si confessa con qualcuno, ricorda e racconta… 

– Una domanda, quella che si pone la protagonista Cleopatra Mancini, densa e profonda, innescata da un fatto più profano che spirituale…

Sì, la vicenda si innesca per via dell’incontro fortuito con un video porno, in cui Cleo crede di riconoscere Emma Hagenström, la sua ex fidanzata. Non è un porno ordinario: la protagonista appare triste, afflitta, vessata, forse addirittura costretta. Non se la sta certo spassando: agli occhi di Cleo quella presunta Emma appare come la classica “dannata dostoevskiana”.
Anche qua non c’è stata pianificazione, peraltro il libro nelle prime bozze aveva un inizio differente, con una cornice narrativa che poi è caduta in lavorazione… Certo, a conti fatti, anche questo abbrivio risulta sensato: non solo perché, molto avanti nel libro, Cleo fonderà una dottrina sincretica in cui ha un ruolo centrale il tantrismo, in cui il sesso ha un suo ruolo (sebbene molto minore rispetto a quanto non si creda in Occidente), ma anche per una ragione più terra terra. Non è forse il sesso, quando lo scopriamo da ragazzini, la nostra prima “iniziazione”, il nostro primo contatto profondo con un’alterità reale? E La verità su tutto è certamente un romanzo di iniziazioni. È anche un romanzo di fantasmi – ci sono quelli di Simone Weil, di Morelli, e altri… e per certi versi anche quella immagine di Emma in video è a sua volta un fantasma. 

– Cleo Mancini l’ho visualizzata così: come un cerchio nell’acqua che a sua volta genera altri cerchi tremolanti. Cosa puoi dirci di lei, com’è nato questo personaggio?

Cleopatra Mancini vede la luce nel 2015, con l’uscita di Muro di casse, romanzo-saggio sulla cultura rave dove ha un ruolo da comprimaria. Dovendo raccontare un fenomeno complesso come la cultura rave, decisi di scorporarla in tre suoi aspetti (e corrispondenti chiavi di lettura): quello edonistico, legato alla dimensione fisica; quello politico, legato alla dimensione intellettuale; quello rituale, legato alla dimensione mistica. A ognuno dei tre aspetti assegnai un personaggio, con cui la voce narrante avrebbe dialogato. A Cleo, sociologa d’impianto materialista dell’Università di Firenze, spettava il secondo. Si trattava dunque, nelle mie prime intenzioni, di un “personaggio-funzione”: nasceva anzitutto per permettermi di inserire nel libro una serie di citazioni sociologiche prese dai testi che avevo studiato senza appesantire la narrazione. Già lì, però, cominciò a “vivere”: dato che quella parte centrale risultava comunque un po’ troppo teoretica per quello che era, comunque, un romanzo, vi inserii due inserti completamente narrativi che vedevano Cleo attivamente in scena, in situazioni legate al mondo rave. Credevo che sarebbe finita lì. Non era così. Proprio mentre ultimavo Muro di casse, da minimum fax mi chiesero un racconto per un’antologia, L’età della febbre, che avrebbero dedicato a quelli che a loro avviso erano i migliori autori italiani under-40. Io non sono un raccontista, scrivo solo romanzi, ma l’occasione era evidentemente importante, così mi misi al lavoro e… Non ti salta di nuovo fuori Cleo? Nacque così il racconto Emma & Cleo, e Cleopatra Mancini cominciava a strutturarsi… Sarebbe finita lì? No. Cleo chiedeva spazio, e con i suoi modini – chi ha letto La verità su tutto sa che è pure un po’ manesca – mi ha imposto di  renderla protagonista. In realtà, il motivo per cui ho scelto di mettere lei al centro di un romanzo sulla ricerca spirituale, è squisitamente narrativo: la sua posizione – marxista, materialista e molto pratica – era quanto di più distante si potesse immaginare da quella di una mistica, e quindi il suo percorso sarebbe stato narrativamente più interessante. Poi, scrivendo, mi sono accorto di altri aspetti che la rendevano una protagonista adatta: la dottrina e la comunità che andrà a fondare nella seconda metà del romanzo ha appunto come fulcro teorico centrale il tantrismo, una corrente spirituale in cui, caso raro, le donne avevano diritto a essere guru al pari degli uomini (e in alcuni casi pure in una posizione di preminenza); inoltre, essendo uno dei nodi della Verità su tutto il rapporto tra salvezza individuale e salvezza collettiva, e quindi tra mistica e politica, un personaggio che venisse da esperienze di militanza era davvero perfetto. 

– La ricerca di Cleopatra la conduce a nuovi studi e verso luoghi isolati e surreali, come la comunità dei Folletti, Macinaia e poi… il Paradisino.

La parte centrale del libro, quando Cleo, appurati i limiti della teoria – la mistica è del resto prassi – ha un piglio quasi da docufiction: la vediamo girare varie (e variegate) comunità spirituali sugli Appennini, tutte ispirate a realtà realmente esistenti (in genere ognuna delle comunità del romanzo viene dalla sommatoria e dall’ibridazione di due o più spesso tre comunità reali), fino a decidere di chiudersi da sola in un eremo sperduto nel bosco. Lì le cose non andranno come previsto, anzi andranno proprio male: si salverà per il rotto della cuffia, e approderà finalmente in una ulteriore comunità, molto diversa dalle altre, il Paradisino appunto. Il Paradisino ha pochi ma estremamente bizzarri occupanti – qualcuno ha parlato di “dottori delle pseudoscienze”, e c’è pure il diavolo – e sarà paradossalmente lì che Cleo troverà uno dei suoi approdi più convincenti… Salvo poi rifiutare anche quello: La verità su tutto, come ha scritto Edoardo Nesi nella sua motivazione quando lo ha presentato al Premio Strega, è un romanzo di dubbi, di fughe, di continue ricerche. 

– Da sociologa a Shakti Devi: rivelazione, follia o fregatura?

Questo lo deciderà il lettore. La verità su tutto è scritto in prima persona, è Cleopatra Mancini / Shakti Devi a confessarsi, e quindi sta a chi legge decidere se fidarsi, o quanto fidarsi. 

– Tanti i rifermenti all’interno del tuo romanzo: il porno, i rave, gli psichedelici, i guru, ma anche la letteratura stessa, che fa parte del tuo personale e naturale immaginario…

Il primo approdo di Cleo, quando comincia a mettere in dubbio la propria esistenza e la propria concezione di sé e del mondo, è la letteratura: questo è inevitabile, sia perché veniamo, tutti, da una cultura d’impostazione prettamente libresca (“Dove stanno le risposte? Nei libri!”), sia perché, per ciò che concerne il problema del male, la letteratura ha saputo effettivamente offrire delle risposte, specie nel Novecento, che nulla hanno da invidiare a quelle della filosofia, anzi. Anche questo approdo andrà però trasceso, perché la mistica è appunto prassi, e quando si parla di categorie dello spirito, “chi cerca risposte nei libri è uno stolto”, per citare il Vivekachudamani, uno dei testi chiave del non-dualismo. Il lettore consideri, ora, il paradosso insito nel fatto che tale frase… è scritta in un libro. 

Un commento su “La verità su tutto: intervista a Vanni Santoni (a cura di Giulia Bocchio)

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