Walter Tevis, La regina degli scacchi

Walter Tevis, La regina degli scacchi
Traduzione di Angelica Cecchi
Mondadori 2021

Il gioco degli scacchi come emancipazione è metafora potentissima, come insegna La novella degli scacchi di Stefan Zweig. Walter Tevis, autore di romanzi che furono adattati in seguito per il grande schermo (The Hustler, noto in Italia con il titolo Lo spaccone, vide Tevis anche tra gli sceneggiatori) – Lo spaccone, L’uomo che cadde sulla Terra, Il colore dei soldi – scrive nel 1983 un romanzo ambientato tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, tradotto in italiano (nella bella ed efficace resa di Angelica Cecchi, che in Italia era già stata pubblicata nel 2007 da Minimum Fax) con il titolo La regina degli scacchi e che nell’originale in lingua inglese porta il titolo di una mossa, il Gambetto di Donna, The Queen’s Gambit.
La protagonista, Elizabeth Harmon, Beth, scopre da bambina la forza magnetica, l’incanto e, come penserà sempre più convinta, la bellezza del gioco. La scoperta avviene allorché Beth, in orfanotrofio dopo la morte della madre in un incidente stradale, si incuriosisce nel vedere, nello scantinato dell’edificio, il custode giocare silenziosamente partite a scacchi in solitaria.
Gioco affascinante, che la bambina riesce a ricostruire visualizzando dinanzi a sé un’ideale scacchiera.

Beth si rotolò a pancia in giù nel letto, si mise un cuscino sulla testa per bloccare la luce che veniva da sotto la porta del corridoio e cominciò a pensare a come avrebbe potuto usare insieme un alfiere e una torre per dare un rapido scacco al re. Muovendo l’alfiere, il re si sarebbe ritrovato in scacco e l’alfiere sarebbe stato libero di fare quel che voleva alla mossa successiva, addirittura prendere la donna. Rimase stesa così per un po’, eccitata al pensiero di quel potente attacco. Poi spostò il cuscino e si mise a pancia in su, immaginò la scacchiera sul soffitto e rigiocò tutte le partite con il signor Shaibel, una per una. Vide due zone dove avrebbe potuto creare la combinazione torre-alfiere che aveva appena inventato. In una di queste avrebbe potuto forzare la cosa con una doppia minaccia, e nell’altra sarebbe probabilmente riuscita a farlo senza che lui se ne accorgesse. Rigiocò mentalmente queste due partite con le nuove mosse e le vinse entrambe. Sorrise di gioia fra sé e sé e si addormentò. (p. 22)

La storia di Beth passa di solitudine in solitudine, di abbandono in abbandono, quell’abbandono e quella solitudine che avevano segnato lo stesso Walter Tevis, allorché, all’età di dieci anni, era rimasto da solo a San Francisco, mentre la famiglia si era già trasferita nel Kentucky; da solo in ospedale, esami interminabili e terapie dolorose per curare una malattia reumatica al cuore, lo avevano fatto sentire prigioniero di una vera e propria “camera di torture”.
La storia di Beth è fatta, tuttavia anche di incontri importanti, tra ruvidezze e contrasti, con più di un gesto, inatteso ma consistente, di tenerezza. Due figure femminili rivestono un ruolo importante nel mondo di Beth, che si va formando: Jolene, che Beth conosce nell’orfanotrofio Methuen nel Kentucky, e la madre adottiva Alma Wheatley. Le figure maschili – assente quella del padre naturale, morto, secondo le parole della madre di Beth, «vittima di una vita spensierata»; del tutto negativa quella del padre adottivo, che all’assenza unisce una abissale grettezza – sono, oltre al burbero e taciturno Shaibel, gli avversari di Beth dinanzi a una scacchiera. Due di loro, Harry Beltik e Benny Watts, si autonomineranno ‘allenatori’ di Beth dopo essere stati battuti da lei, un prodigio in un gioco prevalentemente al maschile, ma la favola di Pigmalione, così come la conosciamo dalla commedia di George Bernard Shaw e soprattutto dalla trasposizione sul grande schermo nel musical My fair Lady, ha un esito completamente diverso in questo romanzo, in cui il gioco degli scacchi rivela anche il suo lato politico.
In piena guerra fredda anche i tornei internazionali di scacchi assunsero il ruolo strategico di palcoscenico per il conflitto tra sovietici e statunitensi. Tevis sceglie qui, tuttavia, di inserire le vicende di Beth Harmon in un contesto accuratamente ricostruito, soprattutto per quanto riguarda la vita quotidiana, gli usi, le mode, mentre la grande Storia spunta per accenni quasi ‘secondari’: la foto di Nixon nella scuola superiore nell’epoca (presidenza Eisenhower) in cui era vicepresidente, una foto di J.F. Kennedy candidato alle elezioni presidenziali sulla copertina di “Time”, accanto alla rivista “The Chess Review”, che esercita una forza magnetica su Beth.
Le vicende narrate nei quattordici capitoli del libro disegnano un romanzo di formazione, o, per essere più precisi, un romanzo di emancipazione, non senza ricadute, non senza dolore, dalle dipendenze. Oltre le dipendenze, dai tranquillanti che ‘conosce’ fin dai primi mesi all’orfanotrofio  – una pratica, quella della somministrazione dei tranquillanti ai bambini, di cui Tevis denuncia la diffusione fino alla fine degli anni Cinquanta – all’alcol, altro punto di contatto con l’autore, che scrive questo romanzo in un periodo di feconda e febbrile ripresa della scrittura, dopo diciassette anni in cui dell’alcol è stato ‘ostaggio’, Beth va, con passo prima guardingo, poi spedito, guardando verso l’alto, nella visualizzazione ideale, o con uno sguardo dall’alto durante il gioco, l’universo costituito dalle sessantaquattro case della scacchiera.
La mente che si muove sul silenzio: la seconda delle tre strofe da Long-legged Fly di William Butler Yeats posta in epigrafe al romanzo da Tevis introduce con dire vibrante e significativo alla storia che sta per essere narrata:

Che siano arse le torri smisurate
E le persone rammentino quel volto
Muoviti molto lieve se muoverti devi
In questo spazio solingo.
Lei pensa, in parte donna, per tre parti bambina,
Che nessuno guardi; i suoi piedi
Provano passi di una danza zigana
Raccattata lungo una via.

Come una dolicòpoda  sul fiume
Si muove la sua mente sul silenzio.

W.B. Yeats
(traduzione di Anna Maria Curci)

In un arco temporale che va dagli otto ai diciannove anni di età della protagonista, Beth viaggia, di torneo in torneo, dalle competizioni locali al campionato nazionale statunitense, passando per Atlanta, Houston, Città del Messico, New York, Parigi, San Francisco, fino ad arrivare a Mosca, dove è stata invitata in qualità di campionessa nazionale statunitense. Lì incontrerà, nuovamente, Vasilij Borgov. Chi appartiene alla mia generazione, non dimenticherà mai la sfida tra Boris Spasskij e Bobby Fischer ai campionati del mondo che ebbero luogo a Reykjavik nel 1972. Su questo punto, Walter Tevis precisa nella Nota dell’autore: «L’abilità negli scacchi di Grandi Maestri, Robert Fischer, Boris Spasskij e Anatoli Karpov è da anni fonte di godimento per giocatori come me. Dal momento però che La regina degli scacchi è un’opera di fantasia, mi è sembrato opportuno non farli figurare tra i personaggi, anche solo per evitare contraddizioni coi fatti reali».
È nel corso degli anni dalla fanciullezza alla prima giovinezza che Beth scopre anche il lato «elegante e mortale» di quel gioco che resiste ai rovesci della fortuna, alle discese a fondo nell’alcol e nella dipendenza dai tranquillanti, all’angoscia per il talento sprecato, perché quella geometria limitata nei numeri delle case, sessantaquattro, e dei pezzi, trentadue, non esaurisce mai le possibilità e apre le porte all’infinito, cosicché la domanda «Vuole giocare a scacchi?» attraversa tutto il romanzo e lo restituisce oggi, a chi ne percorre le pagine a quasi quarant’anni dalla sua stesura, nel suo vivo, inesauribile fascino.

© Anna Maria Curci

 


Il romanzo La regina degli scacchi di Walter Tevis è stato al centro dell’incontro del 21 marzo 2021 nell’ambito dell’iniziativa “Aperitivo con libro

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