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Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. Le volte in cui mi sono sentito più vicino al mistico. Le volte, soprattutto, in cui ho capito come la morte non sia una cosa staccata dalla vita, ma soltanto una parte, una parte che giustifica il resto, che spiega – in alcuni casi – il resto. E penso, come Raboni, da dopo Raboni, che i morti ci siano, che rimangano con noi, nei nostri paraggi attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Quindi Raboni è qui, che io lo rilegga (e succede molto spesso) o che passeggi per Milano (e succede molto spesso). Mi domando, a volte, se Milano sarebbe stata la stessa città per me se non l’avessi attraversata e vissuta con i testi di Raboni (ma anche di Pagliarani o di Sereni), se me ne fossi comunque innamorato già dalle prime camminate, quelle che facevo con il Garzanti sotto il braccio, una mano sulle poesie e una mano sui muri dei palazzi. Milano doveva diventare la mia città, e doveva farlo in fretta, e chi se non il poeta che aveva saputo raccontarla così bene, tanto viva, che l’aveva messa in poesia com’era prima che io nascessi, avrebbe potuto insegnarmela e, poi, regalarmela. Badate, non sto esagerando: Milano non è una faccenda che si possa scindere da Raboni. Se esiste una Milano senza di lui, quella non è la mia Milano, è un’altra cosa, meno viva e molto meno interessante.

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Filippo Tuena – Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale) – (due parole su)

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Filippo Tuena – Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale) – ed. Pro Gigioni Italiano 

 

Ti dovevo questo, prima o poi. Per il molto che ti ho tolto e per quello che, pur togliendoti molto, ti ho consegnato vergine, pulito dalle scorie, dai rimorsi e dai ricatti affettivi. È con la memoria che cercherò di consegnarti la storia che ti precede . Consideralo una sorta di risarcimento, te ne renderai conto se non ora, col tempo. Quel che ne farai non è argomento di discussione. Con ogni probabilità non riuscirò a saperlo, il tempo non me lo concederà perché dovrò svanire anch’io perché tu abbia consapevolezza di quel che è accaduto. Pure ho qualche pensiero e rischio qualche azzardo. Azzardo relativo, perché ormai si lavora solo con le parole, occorre dirlo, assai meno feroci degli eventi. Non che manchino di forza ma ormai ho la consapevolezza che l’uso delle parole ha sempre qualcosa di consolatorio. Forse perché ogni libro che si scrive per essere una lettera d’amore dove si trovano giustificazioni per errori commessi, si sottovalutano le omissioni, si abbelliscono le circostanze. Ma quello che racconto è quel che mi è rimasto ed è questo quello che ti consegno. […]

Comincia così Quanto lunghi i tuoi secoli di Filippo Tuena, con una lettera a Cosimo, il figlio, dal titolo Senza destino. L’autore scrive al figlio e apre un varco nella memoria. E racconta, meravigliosamente. Le prime cento pagine, più o meno, rappresentano il vero viaggio nel passato. Le partenze alle origini di tutto, le foto che saltano fuori, vecchie lettere. I nonni, le case di Roma, la Svizzera, la guerra. Una galleria d’arte, gli studi, un bar che non c’è più. I viaggi. Questo, però, non è un diario, è un racconto vero e proprio. La memoria che si fa narrazione in splendide pagine, che si ricompone su carta.

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MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

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Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

MACAO

Evento facebook

 

Le cronache della Leda #10 – Le biciclette

berlino - foto di gianni montieri

berlino – foto di gianni montieri

Le cronache della Leda #10 – Le biciclette  

(a andrea pomella e marco rossari)

 

Una volta hanno votato la cittadina dove vivo, paese come lo chiamo io, tra le dieci più ciclabili d’Italia. In piazza, nei negozi, per un mese o due non si era parlato d’altro. Quindi andare in bici era una cosa di cui vantarsi. L’Adriana e la Luisa erano entusiaste del piazzamento. Io (la guastafeste secondo loro) pensavo, invece, che quando le cose normali, giuste ma minime, diventavano qualcosa per cui vantarsi voleva soltanto dire che non rimaneva più nulla per cui valesse la pena farlo. Ovvero erano sparite le eccezioni, ci si vantava dell’ovvio. Ma tu vallo a spiegare a quelle due. Io che facevo tutto a piedi ero la più ecologica di tutti ma non andavo certo a raccontarlo in giro come se fosse un evento.

Io e la Luisa ogni tanto prendiamo il treno e andiamo a Milano. Qualche mostra, due o tre librerie a cui sono affezionata, lo shopping che la Luisa adora. Siamo scese con la metropolitana a via Turati e da lì abbiamo passeggiato fino a piazza della Scala. Milano col sole sembra più europea ma forse è meno interessante di quando è grigia. Se devi passeggiare è meglio che ci sia il sole però, mi dice la Luisa e come darle torto. Appena fuori dalla Galleria ci fermano due ragazzine carine e gentili con in mano un questionario: «Scusate signore che libri leggete? Romanzi? Gialli?» La Luisa tira dritto e dice: «Parlate con lei, la chiamiamo “la lettrice forte”.» Non avevo voglia ma le ragazzine mi facevano simpatia e ho pensato che guadagnassero dei soldi facendo quella cosa e ho risposto al questionario. A modo mio.

Ragazze care adesso vi insegno una cosa, le domande vanno fatte bene. Sì, lo so che vi hanno fatto un piccolo corso dove vi hanno spiegato cosa e come chiedere, e che avete le caselle predisposte, ma non ci si può accontentare di riempire le caselle, non credete? Ma sto blaterando, insomma voi lo sapete che la distinzione andrebbe fatta tra narrativa e saggistica, tra narrativa e poesia. Non avete la poesia tra le domande? Beh, è molto strano perché le poesie sono domande, pongono interrogativi, mica danno risposte. Perché chiedete se leggiamo gialli? Insomma: la letteratura, i libri, sono una cosa più complessa di un questionario. Certo, quella roba lì sarà commissionata da una multinazionale che alla fine vuol sapere quante volte io attraversi questa piazza, scavalcando i piccioni, e entri nel megastore di fronte. Io sono una professoressa e i libri sono stati quasi tutto nella mia vita. Se avete uno spazio per le osservazioni scrivete questo oppure barrate le mie caselle a caso. Mi chiamo Leda.

La Luisa dice che mi avranno scambiato per matta ma che è stato divertente. Dice che quando me ne parto con queste filippiche sono insuperabile. Mi sembrava di aver detto solo un paio di cosette. Beviamo un caffè con un dolcino e poi camminiamo lungo Via Torino. Le biciclette gialle che usano in tanti qui, credo sia un servizio del Comune, danno l’idea di essere molto, troppo, pesanti. Tra sanpietrini e binari del tram non deve essere uno scherzo andarci in giro. Resteremo sempre degli improvvisatori, non si dovrebbero fare prima le ciclabili e solo dopo mettere in piedi un servizio di bici a noleggio? La Luisa sbuffa che brontolo sempre e che non mi rilasso mai. Non si può mai fare un ragionamento, sarà meglio lei che si fionda su ogni vetrina come se ci fossero esposti l’ultimo pullover o l’ultima camicia al mondo.

A Milano ci sono più biciclette nei locali che in strada. Ne ho vista una color argento in Brera, in una vetrina dove vendono borse e penne molto care. Un’altra di un bel verde chiaro, una Bianchi tipo quelle di Fausto Coppi, all’ingresso di un parrucchiere, l’insegna dice Hair Stylist. Del resto siamo a Milano. Non faccio fatica a immaginare che almeno sei/sette tra bar e ristoranti avranno delle biciclette all’interno, come arredi. Del resto siamo a Milano. Del resto siamo a Design. Tutte queste cose non le dico alla Luisa, le impedisco, però, di comprare un orribile foulard giallo e turchese. C’è un limite a tutto. In una via non distante da Porta Genova c’è un locale Le biciclette. Sbircio dentro, questi ce le hanno appese al soffitto, almeno sono coerenti. L’avvocato una volta mi  ha detto che il ciclismo ha i giorni contati, se venisse più spesso a Milano ne avrebbe la certezza.

Leda

 

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© Gianni Montieri

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Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

parigi 2010 - foto gianni montieri

parigi 2010 – foto gianni montieri

 

Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

 

 

Non sono mai stata un esempio di eleganza nel vestire. Eleganza in senso classico. Se si dovesse classificare il mio abbigliamento, quello di quasi tutta la vita, bisognerebbe usare termini come sobrietà e praticità; con questo non voglio dire che mi manchi il gusto, ma mi è sempre mancata la necessaria pazienza, non ho mai posseduto quel pizzico di vanità necessaria al salto di qualità, a marcare la differenza tra l’acquisto di un capo pratico a quello di un capo chic. Per cui pantaloni di taglio morbido, spesso i jeans, molti pullover comodi, camicie, poche, pochissime, gonne. I miei studenti, mio marito, i miei amici, almeno per quello che riguarda l’abbigliamento, hanno sempre saputo cosa aspettarsi da me ed è sempre andata bene così. I miei colori preferiti sono il grigio, il blu, il bianco, l’azzurro d’estate, il rosso scuro ma solo qualche volta. Detesto il giallo.

Io e Saverio riuscimmo ad andare a Parigi una volta sola. Lì nella meraviglia, nel romanticismo più spinto nel quale io sia mai caduta, nelle passeggiate lungo la Senna, nel nostro fare tutto a piedi, i Boulevard, i caffè, le gallerie, i musei, inciampai nell’unica concessione che io abbia mai fatto alla moda, un cappotto verde, un bellissimo, più alla moda che mai, cappotto verde. Era il 1967, il cappotto era corto sopra al ginocchio, di pura lana, bottoni molto grossi, alla marinara, era mio, era un regalo di Saverio, era francese. Non me ne sono mai più separata. L’ho usato con parsimonia, volevo che durasse tutta la vita, per adesso è ancora lì.

La mattina che Stefano doveva partire per gli Stati Uniti, per la prima volta, carico di entusiasmo e di bagagli, era verso la metà di novembre. All’aeroporto lo accompagnammo io e l’avvocato. In macchina per nascondere l’emozione Stefano e Luca scherzavano e mi prendevano in giro come se stessimo andando a una gita scolastica. Io stavo al gioco, tutti e tre stavamo mentendo. Tutti e tre eravamo carichi di speranza. Stefano entusiasta per la nuova avventura. Luca felice per il suo migliore amico. Io felice, certo, ma una mamma non può essere mai totalmente felice sapendo che un figlio si trasferirà, forse per sempre, dall’altra parte del mondo. Era una bella giornata, ma fredda. Arrivammo a Linate in anticipo, avevamo tempo di fare colazione e di farci prendere ancora un po’ dalla malinconia. Quel giorno prima di uscire di casa avevo dato a Stefano gli occhiali da vista di suo padre. «Sono tuoi.» Gli avevo detto. «Anche se non avrai bisogno di usarli.» Stefano non disse niente ma aveva le lacrime agli occhi, sapeva che passargli quegli occhiali era molto di più che cedergli un oggetto tanto caro appartenuto al padre, era un modo di dirgli che mi fidavo di lui, che lo ritenevo degno di suo padre, delle cose che quell’uomo aveva amato.

L’avvocato, che è sempre stato un signore, offrì la colazione e continuò a far battute cercando di stemperare la severità del momento ma non gli veniva mica bene come le altre volte. Io continuavo a pensare di non dover fare a mio figlio stupide raccomandazioni. Raccomandazioni a cui pensavo, continuavo a dirmi di sorridere. E sorridevo, con i crampi nello stomaco.  Tutto quello che ero stata fino a quel giorno non mi avrebbe risparmiato. In quei minuti ero soltanto una madre il cui cucciolo parte per il fronte. Ero una madre come tutte le altre.

Al ritorno dissi all’avvocato di lasciarmi sola, che sarei tornata a casa in treno. Presi un autobus e arrivai fino a Piazza San Babila, passeggiai come una senza pensieri, una che ha in mente cose normali tipo lo shopping, tipo il pranzo, tipo un caffè. Passeggiai almeno per due ore, faceva freddo, si era alzato come un vento disonesto, soffiava a tradimento. A quel punto Stefano sarebbe stato a Roma in attesa del volo per New York, l’avvocato rientrato al paese da un pezzo. Nei momenti difficili, quelli in cui ci sente perduti, spesso, vengono in mente cose che non c’entrano niente. Non fu così quel giorno, a me venivano in mente soltanto gli Stati Uniti d’America che dal quel momento per me si trasformavano in una specie di catena, una prigione costruita come un’altalena tra la gioia e la malinconia. Attraversai Piazza della Repubblica e mi diressi sempre a piedi verso la Stazione Centrale. La Stazione di Milano vista da fuori, specie se ci arrivi da lontano, mette sempre un po’ paura, così solida e immobile, così fascista.

Il vento soffiava fortissimo anche sui binari, presi il treno e tornai a casa, cos’altro avrei dovuto fare? Una madre deve saper lasciar andare il proprio figlio. Con Stefano ci vediamo una, o due volte l’anno. Decisi quel giorno che io non sarei mai andata a trovarlo laggiù. Arrivata a casa spazzolai il cappotto e lo posai, al suo posto, in armadio. Non l’ho mai più indossato.

Leda

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© Gianni Montieri

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Luca Vaglio, Milano dalle finestre dei bar

luca

Attila è musica che rimbalza
sul rumore che arriva dalla tangenziale
……………………………………………….controcanto
miracoloso, mentre Nicola suona
note distorte nel vuoto minerale
che sono elettrodi, cavi, batterie
e gambe di ruggine, tubi lunghi
fino alla grande cassa armonica,
il silo dimenticato di Lambrate

gioco elettrico tra erba e fango
inverno diafano e cappotti
pochi giorni prima che lava
di petrolio coprisse silenziosa
il letto depurato del Lambro

veneri da leonka, capelli lisci
pensieri che raggiano sorrisi

Attila dice “tutti sotto”, ma stiamo
un po’ fuori, vicini ma fuori, tanti
maghi religiosi a sentire un’eco
di ferro che sta sospesa nel freddo

(Nel febbraio del 2010 i musicisti Attila Faravelli e Nicola Martini hanno suonato al silo Insse di Lambrate. Il testo qui sopra trae ispirazione da quella performance. Di lì a pochi giorni si verificò uno sversamento doloso nel Lambro di 10 milioni di litri di oli combustibili provenienti dall’ex raffineria di Villasanta.)

 

*
Seduto tra le voci e la musica
del birrificio di Lambrate osservo
che è poca la differenza tra il colore
rosso-bruno di una Porpora
e il marrone della torta al cioccolato
– anche il tavolo di legno sta lì,
a fare da contrappunto –
e mi sento quasi un evaso
da non so bene dove
forse dalla mia casa
lontana trecento metri
o da una chiusa del tempo.

Penso che fuori dai cassetti
ben ordinati della memoria
ci sia vicinanza tra le cose
che l’anima della distanza
sia un fatto di forma
che alla fine solo la paura
separi il passato dal futuro

 

*
Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta

cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

 

*
Luce fredda che vira
verso l’azzurro-grigio
nella sera di un aprile
di quasi estate
quadro minimo di infinito
nella grata della finestra
che guarda sul cortile

la metafisica delle cose
diventa sensibile
prende forma
se dentro un bar di Milano
si riesce a vedere fuori

 

*
Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
unica luce a far vedere le cose
insieme all’alba afosa di luglio

Linda – è il suo nome italiano,
la sua identità milanese –
mi porta un succo d’arancia
e si siede a un tavolino
non le serve stare al bancone
ci sono solo io
che leggo la Gazzetta dello Sport

si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
tutte primissimi piani
forse poi le mette su Facebook
oppure lo fa per misurarsi il sorriso
la curva dell’incarnato avorio
lei ancora ventenne
arrivata bambina dalla Manciuria
per una parte da diva
qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

 

*
Sei di mattina alla fine di agosto
bar ancora chiusi e quasi nessuna
auto, se ti siedi vicino al suolo
sotto un albero o sul marciapiede
di un incrocio ti accorgi che Milano
ha un suono, come un vento metafisico
che si muove tra le case forte, sordo
forse la nota continua della Terra
che vince sul silenzio della città

 

*
Colico, 4 marzo

Bianco di nebbia
sul lago e l’ombra
lunga del Berlinghera

freddo che sfiora
arriva leggero
senza fare male

scatto due foto
luce di piombo
tra acqua e cielo

vedo la mia assenza
muoio a me stesso
sono differenza

 

*
Fantasma residuo
esito che sfuma
lascia liberi di mancare
di morire forti
a nuova vita
vergini e depurati
da un’essenza troppo nuda
da una volontà di esistere
nel tempo degli altri
nello spazio che trova forma
tra sentire e pensare

Fernando Coratelli – La resa

laresa

Fernando Coratelli – La Resa- Gaffi Editore – 2013 – 16,90

Le storie che hanno un’ambientazione urbana, specie quelle collocate in una città medio/grande, hanno spesso la caratteristica di essere poco precise quando i loro autori descrivono i luoghi. Spesso si ha la sensazione che gli scrittori, vuoi per pigrizia o per conoscenza marginale dei posti che andranno a descrivere, si accontentino di un giretto su Google Maps. Perciò se si parla di Napoli, centro storico, leggeremo “si muoveva verso Piazza del Plebiscito” ma non leggeremo che “si muoveva verso Piazza del Plebiscito, arrivando da Via Chiaia” “da Santa Lucia” “da Via Toledo” “lasciandosi il San Carlo alle spalle”. Questo aspetto non è necessariamente un difetto, ma certo non è un pregio. La Resa di Fernando Coratelli è ambientato a Milano, la Milano dei nostri giorni. Una Milano precisa nei contorni, nei colori, negli odori, negli atteggiamenti e nella toponomastica. Il personaggio numero uno si dirigerà verso Piazzale Cadorna passando da Via Caradosso. Il personaggio numero due non andrà al lavoro tra Piazza Cordusio e Via Orefici. Il terzo personaggio si troverà davanti alla Questura in Via Montebello. Il quarto personaggio starà attraversando il sottopassaggio della Linea Gialla della metropolitana sotto la Stazione Centrale. Tutto è molto preciso e per tutti alla stessa ora esploderà una bomba che li mancherà, facendo però molte vittime. La precisione delle descrizioni è necessaria perché Coratelli sa che scrivendo una storia che parte da quattro attentati di matrice islamica, dopo l’undici settembre, dopo Madrid, non può improvvisare, deve costruire un racconto credibile che deve stare in piedi, sa che ci vuole rigore. Rigore e immaginazione devono andare a braccetto. La resa è una storia in cui conta il tempo, il suo scorrere e il suo fermarsi. Conta chi ci lascia la pelle e conta chi rimane. I quatto protagonisti sono Tommaso, Agata, Andrea e Teresa. Un antiquario, una manager, un piccolo e losco affarista e un avvocato. Gli attentati, le loro abitudini sconvolte, le loro vite che si sfiorano, si incrociano, si perdono e si ritrovano, tutto lascerebbe presagire a grandi cambiamenti, a svolte epocali. In realtà, una volta assestati gli animi, nessuno cambierà sul serio, la scossa si esaurirà e più per debolezza che per desiderio di normalità, tutti e quattro torneranno a fare ciò che facevano, addirittura migliorando il proprio status sociale. Ed è questa la resa. L’atto terroristico e l’incapacità di reazione e di orientamento delle forze politiche, sono due tasselli del vuoto sul quale poggia la società e i protagonisti del romanzo sono tutto il resto del mosaico. Andare a mangiare sushi in un locale chic non rappresenta una distrazione ma rappresenta il pensiero. Così come il non essere stabili nelle relazioni paradossalmente pare essere l’unica maniera di relazionarsi. Mentre leggevo il libro mi sono chiesto un paio di volte perché Coratelli avesse scelto per protagonisti quattro benestanti, perché uno dei sopravvissuti non fosse un cassintegrato. Poi ho capito, non avrebbe avuto senso. Per raccontare questa resa, l’effettivo declino occorrevano persone che fossero allo stesso tempo figli e genitori del disagio del nostro tempo. La prosa dell’autore è scorrevole e piacevole, questo è un romanzo che si legge molto rapidamente ma che non si dimentica facilmente. Ci lascia qualcosa sulle spalle, qualcosa che è più di una domanda: Io che tassello sono? Bomba o non bomba: sono uno scampato? Sono un arreso o un costruttore di questa resa?

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© Gianni Montieri

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Un estratto del libro

Anna Toscano – my camera journal 12

2013-08-09-20-21-51

Penso al rumore delle città che ho attraversato, che ho camminato, al loro suono, alla loro melodia. Non vi è una città uguale all’altra per l’udito. Ma la domenica, verso metà o fine pomeriggio, ciò che senti è simile in molte città: stoviglie che si impilano, televisioni che cambiano canale, lavatrici in centrifuga, qualche chiodo sotto un martello poco convinto, bottiglie di plastica in accartocciamento, passi lenti su pavimenti di briciole, luci che iniziano ad accendersi nei tinelli, lampadine gialle dai lampadari nelle cucine, figure che stendono panni nelle verande, sagome dietro le finestre dei cessi, forse donne con bigodini, risa di bambini nei terrazzini, di certo cani annoiati che abbaiano all’accendersi e spegnersi delle luci nelle scale del palazzo. E così mi fermo in una veranda di largo do Arouche, in piedi su uno sgabello, una mano sul filo l’altra a tenere canovacci bagnati, mi fermo mi guardo attorno ascolto e sono ad Affori sporta alla ringhiera, sono a san Samuele in corte, a Trastevere ad aspettarti sotto casa, alla Recoleta con una rosa per Evita, con una per Susan Sontag a Montparnasse, su un tetto di rio Branco o di Punta Gorda. Per più di un attimo ti puoi confondere, perdere l’orientamento: essere a casa in ogni luogo nelle domeniche prêt-àporter.

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testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 11

Ancestrale di Goliarda Sapienza presentato a Napoli e in onda a Virgole di poesia su Radio Ca’ Foscari

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Si tratta della prima presentazione ufficiale del volume di poesie Ancestrale di Goliarda Sapienza, da poco edito per La Vita Felice di Milano (di cui abbiamo parlato qui), con Gerardo Mastrullo e Angelo Pellegrino, prefattore delle opere di Sapienza, e Anna Toscano, postfattrice del volume; le letture saranno a cura di Imma Villa e Cecilia Lupoli.

L’occasione vedrà anche la presentazione della raccolta poetica Doso la polvere di Anna Toscano (La Vita Felice, 2012), di cui ci siamo occupati qui. Coordinano Antonella Cilento e Claudio Finelli.

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ancestrale

VIRGOLE DI POESIA su Radio ca’ Foscari, infine, conclude la sua terza stagione mercoledì 5 giugno alle 22.00 su www.radiocafoscari.itCristiana Raggi, attrice e regista, di recente coinvolta in uno spettacolo su Goliarda Sapienza da lei scritto, leggerà alcuni testi da Ancestrale. La soundtrack sarà di Elena Camerin e Landon Knoblock, di cui potete avere informazioni qui.

La pelle o la devozione all’anima di Gianmarco Busetto

ResizedImage185300-la-pelle-o-la-devozione-allanimaLa pelle o la devozione all’anima è l’ultima raccolta di poesie del poeta, performer, regista, drammaturgo veneziano Gianmarco Busetto. Cinque anni di scrittura, 42 liriche, che occupano «lo spazio della lettura e dell’ascolto», come ben dice Anna Toscano nella prefazione. Di molti ascolti infatti si nutrono questi testi, in cui riverberano poesia, prosa, teatro e cantautorato, in un continuo rimando dentro e fuori dal testo, perché l’arte di Busetto è plurima e densa, anzi densissima, e occorrono poche note per parlare di essa. Vi è una stratificazioni di immagini che prosegue la precedente raccolta Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma; quelle poesie «particolari» in cui il quotidiano s’incarnava e assieme ad esso tutto ciò che lo riguardava ossia le «piccole e grandi amarezze della realtà» (Anna Toscano), qui esplodono, si fanno più ricche, si moltiplicano e con esse l’intento di Busetto, che è quello di collocarsi in una linea poetica propria, poco usale in Italia, che riesca a contenere spinte di diversa provenienza artistica appunto, e tuttavia rappresentare l’originalità di una voce che sia solo sua. In questo senso anche l’immagine di copertina Citazioni di Marina Renzi, risulta azzeccata, congeniale.
Si deve partire dal titolo, che con la “o” congiunzione disgiuntiva lancia una sfida significante; innanzitutto separa due livelli del sentire umano che son anche due sezioni distinte che contengono liriche diverse; il corpo e la mente, Busetto li identifica come a lungo disgiunti nella storia dell’Occidente, due luoghi che invece coesistono e cui lui dà – da uomo di teatro anche – sufficiente peso e caratura. Ma la “o” mette in campo un’altra sfida, quella dell’unità negata dal titolo, quella del sentirsi “voce solitaria” e “fuori dal coro”, coro non più interlocutore per l’attore-‘voce prima’ dei testi. La sezione de La pelle, tuttavia, trova sempre un tu di riferimento; c’è un dialogo a due, un dialogo che si fa vivo e vitale, non importa con chi perché è un dialogo con il corpo, fatto con la carne, è un dialogo-corpo in cui parole e voce son parole-mondo «ma le parole sono percezioni/ escono quando qualcosa c’è/ anche se non riusciamo a vederlo […]/ ma le parole non sono urlo, le parole, le vere parole/ sono la percezione che di quell’urlo fa necessità» (da Un piccolo album sentimentale sulle parole). Significativi a tal proposito i versi

sarà che ancora dovrei scivolare nella tua bocca
per ritrovare la mia voce […]
sarà che una promessa dovrebbe valere
solo nell’istante in cui la si pronuncia
che quando si torna bisognerebbe essere
almeno partiti o che
a volte, per durare
basterebbe trovare il coraggio di tornare banali

(da Sarà che ho dimenticato le sigarette/ da qualche parte prima del tramonto)

*

io indosso la solita faccia
per apparire estraneo a me stesso
ma solo vicino a te
sento il corpo come un limite

(da Qualcosa che se n’è andato per sempre)

Questa sezione è anche quella in cui il tempo trova maggior importanza, proprio perché è la sezione dell’esperienza, che si fa con il corpo e qui vige la poesia lirica, lirica-corpo.
La sezione de la devozione all’anima invece, più legata allo spazio e altrettanto vitale poiché l’anima è “sede” della vita, presentifica l’assenza di “coro” con cui interfacciarsi, e si presta ad essere maggiormente monologante; essa si fa anche contenitore di un lungo testo-suite intitolato Voci di ritorno, che fa parte anche di un’opera teatrale sul tema della follia Turning Back (Voices), che è stata portata in scena dalla compagnia Farmacia Zoo:E’ dal 2011, follia che secondo lo stesso autore «nasce tra percezione altra e vibrare comune». Un catalogo di liriche che guardano ad un’attitudine alla giustizia, dove nulla si lascia al caso ma è collocato in versi con ‘attenzione’, seguendo una linea dell’evidenza, del “far vedere” tutto, molto propria di autori che si servono di versi più inclini alla prosa, e uno su tutti è Pasolini anche se forse uno dei riferimenti più attinenti per stessa ammissione di Busetto, è il Bukowski poeta. La giustizia è letteraria e tematica insieme, e per Busetto è un canto, una ricerca, una soglia e una meta, che qui si rendono. C’è molta libertà in questi versi infatti, libertà che sta anche nell’uso della punteggiatura, uso “aperto”, e in un  a-capo prosastico. Forse qui si sente maggiormente l’importanza dell’oralità e della musica e vi è un crocevia di rimandi, a Jacques Brel, a Serge Gainsbourg, ad una buona parte del cantautorato francese del Novecento che di queste liriche è padre. Il gusto della ripetizione e dell’anafora, ma anche del silenzio, è propria di questo lavoro sull’oralità che Busetto persegue da molto tempo, anche nei reading su testi suoi e di altri, dicendo: «L’oralità è essenziale. Ma non basta. Ci vuole cura del dettaglio, amore per l’interpretazione, lucidità nella traduzione dei significati, anche fossero i propri, e capacità di perdersi, innamorandosi non di se stessi ma della vita che affiora dai testi» senza dimenticare che voce-corpo-immateriale-materia sono un tutt’uno e che, come recitava un verso della raccolta precedente «La pelle è solo l’ultimo strato dell’anima».

© Alessandra Trevisan

UNA CANZONE D’AMORE IN GENNAIO

chiamerò il tuo nome
dove il significato delle parole si sbriciola
nel suono piccolo della mia voce più fragile

ti abbraccerò dove sei più fredda,
nella stanza delle elemosine
delle bambole, delle barelle
nel giardino delle crocifissioni a colpi di neve

mi confonderò tra marmellate e pasticcini
e vodke ruvide di brindisi siberiani
salterò nella fragranza del lievito e della farina
e ancora diverrò pane per lasciarmi masticare
vino e acqua fino a lasciarmi bere

l’esistenza non sperpera coincidenze
e io sono solo troppo umano
una minuscola tenebra di bugia che
corre il rischio di credersi sole

ti prego dunque di perdonarmi se oggi
continuerò a cercarti dove sei più cieca
con il più cieco dei miei occhi

perché il trovarsi
non è questioni di sensi
ma di luce

*

UN PICCOLO ALBUM SENTIMENTALE SULLE PAROLE

oggi avrei voluto scrivere parole di rabbia
parole che non si spiegano, parole d’offesa
avrei voluto scrivere di come oggi ci sei
e domani è solo amici che piangono e
vacanze a Djerba da disdire
parole gridate, sentite, parole che nemmeno
il bianco avrebbe potuto cancellare

ma le parole sono percezioni
escono quando qualcosa c’è
anche se non riusciamo a vederlo

quando escono, loro, lo fanno per dare colore all’istante
mai al giorno prima, mai al sempre

le parole sono precise, sono sincere, sono brividi
sono febbre e colpo di tosse
le parole, le vere parole, quando escono
lo fanno per dare forma all’invisibile, mai all’assente

le parole non le puoi forzare, puoi mentire a te stesso
fingere l’urlo come un pessimo attore da teatro stabile
ma le parole non sono urlo, le parole, le vere parole
sono la percezione che di quell’urlo fa necessità

le parole vere sono quelle inevitabili

oggi avrei voluto scrivere parole che non ho
parole che ieri avevo
e che mi sono poi scappate in
pugni, canzoni di Jacques Brel
e piccoli fastidi
parole che oggi sono cadute contro l’entusiasmo
di una meravigliosa falsa primavera
di quell’illudersi anche solo per un istante
di poter abbandonare i cappotti
di quel riuscire a immaginarla vicina mentre
disegna un sole e scrive il nome di suo figlio sulla sabbia
di quel poter tornare a credere che
sotto la lana dei cappotti
non solo l’urlo e la preghiera
ma il respiro
continui a non tramontare

*

CANTO DELLA PAZIENZA

se non posso cancellare la neve
piegare le lame
se non posso spegnere tutti
gli incendi del mondo
posso comunque nutrire
cucire ferite
coprire geli
e scaldare silenzi

se non posso io cambiare
tutto quel che cambierei
se non posso potere
tutto ciò che vorrei
posso comunque consolare lamenti
accompagnare zampe fragili
stringere paure
e incoraggiarle a speranze

e se tutto quel che io posso
non basta
allora aspetteremo sera
quando il buio perde le facce
quando le vene si fanno più larghe
quando anche un perdono
è misurato
nel sussurro di un «grazie»

*

MONOLOGO DELL’INGANNO

ora qui io maledico le preghiere
le logiche di fede traditrice
maledico i riflessi di stelle sul ghiaccio
che riflettono stelle per farsi credere stelle
che come stelle brillano di fuoco
ma ghiacciano di neve nel loro essere terra

ora qui io maledico promesse, trappole e tranelli
la via che ci porta a cadere che
ha lo stesso nome della buona fede
del bisogno di credere in grandi paradisi
per motivare il vuoto di piccolissimi inferni

ora qui io maledico le delusioni del credere
per non maledire il me stesso che ha creduto

ora qui io maledico l’oggi perché
è il domani vuoto delle promesse di ieri

ora qui io maledico il troppo credere
che m’ha spinto al non credere

ora qui io mi scotto la lingua su lingue inutili
tocco la terra nera e l’acqua sporca
tocco le forme dello sporco
che mi sporcano la fronte sporca

ora qui io grido

«non lasciamoci ingannare

non lasciamoci ingannare»

ora qui io urlo

«non lasciamoci ingannare
non lasciamoci ingannare»

ora qui io dico

«come abbiamo potuto?
come abbiamo potuto
cadere nell’inganno?»

ora qui io prego che non sia
prego che se sia non veda
che se veda non possa
e che se possa sia il perdono

ora qui io prego che
malgrado tutto esista

perché il vuoto è freddo
perché la fame è tanta
che malgrado tutto esista
perché di morire solo, ho paura

gianmarco-busetto-86684Gianmarco Busetto è poeta, performer, regista e drammaturgo. Vive a Marghera (VE). Ha fondato nel 2006 la compagnia teatrale e performativa “Farmacia Zoo:E’” per la quale è autore di numerose performance e spettacoli teatrali da lui scritti e diretti tra i quali Pornografie, Oggi è solo salsa piccante, Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma, Beat Improvisation, La Distanza, (Voci) Di ritorno e Religions.
Docente di Teatro e Scrittura Creativa presso varie strutture pubbliche e private, ha pubblicato: Metti un giorno una bella Signora (Pangloss, 1998); Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma (Equilibri, 2009); Turning Back (Voices) – opera collettiva attorno al tema della follia.
Cd: Anche le anatre d’allevamento d’altronde migrerebbero in autunno, recital per voce e pianoforte.

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La mia Milano

foto di Uliano Lucas

foto di Uliano Lucas

LA MIA MILANO

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. Stavano sempre con me, certo per l’amore che per quei testi provavo, perché consideravo quei poeti veri Maestri, non ancora di scrittura; ignoravo a quei tempi che avrei provato più avanti a scrivere. Furono maestri di vita. Imparavo la Milano di Giudici. Andavo a toccare con le mani i muri delle case dei Navigli, Le case della Vetra di Raboni. Volevo sapere com’era stata Milano prima che io la conoscessi. Allora prendevo il tram e giravo a caso: il 29, il 30, il 9, il 33. Il 24 e giù verso Viale Ripamonti con La ragazza Carla. La 54 o la 61, per arrivare in fondo a viale Argonne, dove passava la E e dove stava la casa di quell’amore perduto, raccontato in quella splendida poesia di Pagliarani. Imparavo Milano così, perché volevo che Milano diventasse la mia città e perché ciò accadesse, dovevo conoscere il più possibile quello che c’era stato prima di me. La Milano del dopoguerra con quelle poche luci (Le luci di Milano poca cosa, lo so – un magistrale incipit di Giovanni Raboni). Poi c’erano i fornai, le città passano dall’odore del pane. L’odore che veniva dalle botteghe dei Prestinée era diverso da quello di Napoli o di Parigi. Pane del luogo, odore del luogo. Un odore indimenticabile come quello della nebbia mista al ferro che senti passando sotto il ponte della Ghisolfa. O quello di ruggine che arriva passando sopra il ponte di Greco. I miei poeti e le mie passeggiate mi insegnavano Milano. Poi c’erano i racconti dei vecchi, la Baggio dei miei zii, il Giambellino di Gaber. Immaginavo fumose sale da biliardo piene di gente e poi vedevo quelli che la mattina andavano in fabbrica. Le luci negli appartamenti che si accendevano alle cinque, alle sei. Flash in mezzo al buio. Donne e uomini alle fermate degli autobus, stretti nei cappotti, negli impermeabili. Pensavo che uno che esce al mattino presto con il freddo e l’umido – pensavo e lo pensavo in bianco e nero – dovesse per forza combinare qualcosa di buono. Naturalmente non è così, o meglio non è sempre così. Ma pensarlo mi piaceva, mi pareva di essere arrivato nel posto giusto. Poi c’erano gli amici. Il jazz, San Siro. Con Bruno e Walter (che adesso gioca a golf, come cambiano le cose) andavamo a sentire la musica dal vivo al  Capolinea (che ora non c’è più). Durante i concerti mi distraevo e decoloravo la sala, vestivo tutti come se fossero gli anni cinquanta o sessanta, e mi guardavo nella vecchia Milano insieme a loro, ascoltando jazz. E c’erano le canzoni e per me, più di tutte, c’è stata Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. Quel brano, scritto per “Romanzo popolare” di  Monicelli, mi ha raccontato quello che volevo sapere di Milano in pochi minuti. La fabbrica, gli operai, i padroni, il calcio, il freddo, il disagio, il lavoro. Tutto scritto e cantato in quella lingua masticata e unica di Jannacci, l’amarezza e l’ironia. La sintesi perfetta: «Zero a zero anche ieri ’sto Milan qui / ’sto Rivera che ormai non mi segna più, / che tristezza il padrone non ci ha / neanche ’sti problemi qua». Tutti loro, tutti insieme: i due Giovanni, Elio, Vittorio, Giorgio, Enzo e altri, mi hanno insegnato Milano, ognuno alla propria maniera. Un poco per volta, un sabato dopo l’altro.

© Gianni Montieri

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Solo 1500 n. 88: Li ho visti

tram milano - foto google

Solo 1500 n. 88: Li ho visti

Li ho visti questi cento tizi eletti in Parlamento, li ho visti in Corso di Porta Vittoria, davanti al Tribunale di Milano. Li ho visti a pochi metri da Piazza Cinque Giornate. Le ho viste nei loro tailleur. Li ho visti nei loro completi blu. Nelle loro facce grigie. Li ho visti puntare il dito  in faccia ai giornalisti, a mo’ di “non ti azzardare”. Ne ho visto uno dire: «Sono sereno.» Ne ho visto una dire: «Lei che ne sa del fatto che non fosse la nipote di Mubarak.» Ne ho sentito uno al microfono ribadire una serie di principi, di rispetto delle Istituzioni, di difesa della Costituzione. Lo ribadiva mentre faceva il contrario. Lo ribadiva e aveva un’aria peggiore di Lazzaro prima dell’ordine: “Alzati e cammina”. Li ho visti tutti e provato pena per noi. Nonostante tutto non ci meritiamo quest’arroganza, quelle facce. Nonostante tutto non ce li meritiamo, ho pensato. Non voglio questa gente davanti al Tribunale della mia città. Allora ho immaginato che passasse lì davanti il Tram n. 27, che qualcuno li caricasse tutti, che il tram proseguisse la sua strada solita ma che poi lungo binari immaginari andasse oltre. Oltre Mecenate, oltre la Est. Giù fino al carcere di Opera, anzi no più in là verso la Ovest fino all’inceneritore Amsa. A quel punto loro sarebbero scesi dal Tram spaventati, consapevoli di dover morire carbonizzati, ma noi li avremmo guardati negli occhi e gli avremmo detto: “Niente paura”. Poi li avremmo lasciati lì in mezzo alla monnezza tutta la vita ad aspettare un turno che non sarebbe mai venuto.

Gianni Montieri

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