Intervista a Maurizio Cucchi

Cucchi_Maurizio

Foto da Ilnuovonline.it

Maurizio Cucchi, uno dei poeti contemporanei più significativi, parla della sua poesia con Francesco Filia

  1. La sua poesia appare come una ricognizione inesausta del reale, come se fosse guidata da un principio euristico, ma, tale ricerca, più che trovare conferme alimenta i dubbi che l’hanno mossa. È così? In che misura nella sua opera poesia e conoscenza si legano tra loro?

Credo di sì. Il dubbio si amplia, si apre totalmente, ma questo produce nuove risorse, nuova vitalità, nuova possibilità di conoscenza mai esausta, anche se le domande chiave, le domande fondamentali che tutti ci poniamo, rimarranno senza risposta. Ed è una vera beffa che subiamo. La poesia si muove all’interno di questa spinta, che cerca di portare ai limiti estremi.

  1. La sua intera opera sembra attraversata, come un fiume carsico, dall’ironia, come forma di distacco dalle cose, come filtro che evita al poeta di bruciarsi con il materiale incandescente della memoria, e che procede per mascheramenti depistaggi, divagazioni. In che modo si è evoluto nei suoi libri questo procedimento?

Prima del mio primo vero e proprio libro, Il disperso, l’ironia aveva avuto un ruolo maggiore, forse dovuto anche all’esempio di autori importanti e per me decisivi a quel tempo. Nel Disperso la presenza dell’ironia credo sia molto occasionale o solo dovuta alla necessità di non caricare mai d’enfasi il testo. Successivamente, credo fino a Per un secondo o un secolo, non mi sembra ce ne sia quasi traccia. Da qualche tempo, con cautela, è tornata ad accompagnarmi in modo naturale e complice, amaro e sorridente insieme, e credo anche in modo discreto e sostanzialmente in sottofondo.

  1. Ora il suo volto/ è diventato la mia maschera./ Ciò che di lui sapevo/ io l’ho versato in me./ vado via anch’io,/ figura umana in panni d’epoca/ che non si pensa più. Un altro aspetto che è presente sin da Il disperso, come in questi versi di Donna del gioco, è una dimensione metamorfica, in cui il punto di vista poetico di volta in volta si focalizza su personaggi e dimensioni diverse, in particolare quella del padre e del figlio o di altre varie figure e maschere: Glenn, L’enigmatique, Rutebeuf, Oblomov ecc. Qual è il rapporto che la sua poesia ha con il mutamento, con l’andar via, con il divenire incessante di ogni cosa?

Fin dagli inizi sono stato attratto da quel procedimento che nel cinema mi sembra si chiami morphing e che permette, dunque, di trasformare un volto in un altro volto. E io avrei voluto continuare spingendomi sempre più oltre, come mi è capitato nel Disperso, fino alla trasformazione di un adulto in un bimbo o di una figura femminile in una maschile. In questo stesso modo, con i personaggi che lei ha citato, ho sentito il bisogno di non fermarmi mai a un volto o a una figura dominante, ma di coglierne i tratti che la potevano portare a diventare altro, a subire una sorta di metamorfosi. Tutto questo senza alcuna intenzione neppure velatamente autobiografica. Nel senso che il mio proprio volto non è altro che uno fra i tanti, e neanche il maggiore, a disposizione del procedimento.

  1. L’uomo della Bovisa non poteva immaginare/ che il suo avvenire, così presto,/ sarebbe diventato preistoria. Un altro elemento centrale è la storia, sia quella dei grandi personaggi, come ad esempio la rilettura in Luce del distacco e poi in Jeanne d’Arc e il suo doppio, della figura di Giovanna D’Arco, ma soprattutto della microstoria, quella che riguarda ognuno di noi, quella familiare e degli eroi popolari dell’Italia del dopoguerra ad esempio, fatta di lavoro e vita quotidiana. Come si configura il suo rapporto con la storia e con la memoria?

La Storia con la s maiuscola non mi interessa quanto la microstoria, o la storia di una infinita quotidianità anonima, di gente anonima, che ci ha portato fin qui, senza lasciare traccia. Mi sento di camminare sui loro passi, mi emoziona pensare che infinite storie si sono svolte in luoghi o case in cui anch’io mi muovo. Senza memoria, io credo, non c’è poesia. Ma non è solo e non tanto la memoria personale che conta o mi interessa, ma le memoria personale in quanto riconducibile a qualcosa di più ampio, come la memoria di un territorio, le vicende che porta con sé, nelle infinite microtracce con cui cerco un contatto.

  1. io adoro il presente/ perché solo il presente contiene/ tutto quello che è stato. In questi versi tratti dal suo ultimo libro di poesia Malaspina, sembra affiorare, però, un rapporto nuovo con il presente, che nasce da una profonda accettazione delle cose e della vita. Vi è stato un cambiamento di prospettiva rispetto alle opere precedenti?

Non credo. Ho sempre sentito, nella piena consapevolezza del nostro destino di esseri precari e dunque di passaggio, votati alla fine, una irresistibile adesione all’esserci, alla vita. E il fatto che il presente abbia in sé i residui del passato dà ulteriore energia vitale a questa adesione, spesso anche sofferta, si capisce.

  1. La vetrina del perito Barawitzka / era all’ingresso del borgo raggrumato, anima opaca e personale di Milano. Lambrate, come Niguarda,/ dov’ero stato fortunato. Milano ha un posto centrale nell’intero suo percorso. La città si configura come una vera e propria mappa esistenziale in cui si orienta e si manifesta il suo immaginario. Qual è il rapporto della sua scrittura con questa città?

Ho sempre pensato che la mia città è il mio habitat reale e dunque il mio territorio reale d’esistenza. Qui sono nato e qui sono sempre vissuto. Non ho compiuto scelte. E proprio perché è qui la mia origine non posso che cercare di capirla meglio, di perlustrarla e in fondo amarla. Come, per altri, altri luoghi ai quali si lega la loro esperienza.

  1. Il pensiero come lampo d’istante/ che comunica con l’infinito/ e degenera nella parola./ La prosa è infida: nasconde/ confini traboccanti d’insignificanza. A dispetto di quanto affermato in questi versi tratti da L’ultimo viaggio di Glenn, sembra che vi sia un dialogo sotterraneo tra poesia e prosa, che la sua poesia oltre a dire narri e che la sua prosa, penso a Il male è nelle cose soprattutto e a La traversata di Milano, oltre che narrare dica. Quale rapporto c’è nella sua scrittura tra poesia e prosa?

Ho iniziato, giovanissimo, senza sapere quale strada avrei poi privilegiato. Tanto è vero che Il male è nelle cose è stato scritto quando avevo vent’anni. Nei tempi successivi ho sentito per me più naturale la scrittura essenziale ed economica della poesia, e non ho scritto in prosa. Anzi, testi come Glenn e Agnese avrebbero voluto essere racconti che poi sono venuto asciugando asciugando fino a farne prose poetiche nel primo caso e testi in versi nel secondo. Con l’età il desiderio della prosa, il piacere della prosa, “la tentazione della prosa”, come diceva Sereni, si sono fatti più forti e chissà che non ci sia un seguito. Ma sono due modi diversi del respiro, due modi diversi, anche se molto vicini, di articolazione del pensiero, che difficilmente possono coesistere.

  1. A proposito di male, la sua scrittura è una continua e serrata meditazione sul male e sulla morte, svincolata però da qualsivoglia dimensione teologica e salvifica. È così? In che modo questo tema ritorna nella sua opera?

Il male, o ciò che noi chiamiamo così, esiste ed è quotidianamente sotto i nostri occhi. Per la natura, per ciò in cui siamo immersi nel nostro essere minimi, è parte dell’economia che tutto produce e macina. Ma il male produce dolore, e del dolore l’uomo ha grande esperienza; e l’artista, lo scrittore, il poeta ne hanno sempre dato conto; hanno sempre sentito il bisogno di esprimerlo interrogandosi. Fin che c’è vita c’è male…

  1. Accanto alla sua opera di poeta e narratore, vi è quella di traduttore. Quest’ultima dimensione come interagisce con le prime? Ne è influenzata o, viceversa, le influenza?

Non credo ci sia un rapporto di interazione. Mi piace di più tradurre prosa, perché mi consente o mi ha consentito di entrare in maggior confidenza con una dimensione espressiva che ho praticato poco. Ho tradotto poesia, anche, con diligenza. Ma devo confessare che non l’ho mai fatto con passione e che, perciò, credo di aver fatto qualcosa che non va molto oltre un onesto lavoro rispettosissimo dell’originale.

  1. A cosa sta lavorando? Quali sono i suoi progetti?

Per ora non ho niente di particolare in mente. Il mio progetto è solo quello di una quotidianità il più possibile serena.

  Grazie.

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