milano

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

Milano, vista dalla Stazione Centrale, foto di Gianni Montieri

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Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio, raccolta inedita

(le poesie qui selezionate fanno parte della prima parte della raccolta intitolata: È pioggia nel sottopasso, uscita in ebook per Poesia 2.0)

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Abbiamo invaso il macinato dell’asfalto,
spighe su spighe in grigia direzione di viaggio,
come una nausea Milano ci resta alle spalle
mentre la strada è un incavo dove le macchine
si depositano con l’alito e il moto della cenere.
Nella celiachia dell’aria andiamo avanti dritto
nel solo verso consentito, in quinta costante,
il cielo attorno e ai lati,
con la Fiesta a comporgli contro la sua rete.
La tentazione è affidare alla meta l’ultimo strato,
lo sforzo prima che si stralci l’imballaggio
e venga giù la plastica che ricopre la vita,
centimetro per centimetro fino al fiato che manca.
Allora non è rimasto nulla da odiare,
il Carrefour a sgomberare l’incrocio dal colore,
le vene di via Mac Mahon che gli olmi abbattuti
hanno tenuto aperte -tracheotomia di non emergenzalì
dove si muoveva il pescato di ogni nostro gesto
nel solo ghiaccio in grado ancora di tenerlo vivo
tutto l’odio che cresce è un colpo alle costole.
E noi forse partiamo per non sentire il dolore,
l’autostrada il solo abbraccio che
sappiamo ancora accettare

*

Il pile che mia sorella portava in quella foto
sulle spalle ben stretto perchè l’inverno non mietesse
il grano di noi che ci cresceva addosso;
non c’era paura allora di essere vita,
la carica elettrica che stringi nel pugno.
Ed ora una Magistrale a Padova,
le spalle più larghe, il verde dei denti
per l’alleanza con la lingua che fascia parole,
le immissioni sicure in autostrada
e mio fratello che se ne va a Bologna,
l’arcata del passo che cresce e si snoda.
Se mia sorella si stringesse ancora quel pile
sulla schiena potremmo rifare quella foto,
il rotto dei vestiti vecchi lo svincolo d’aria
per lasciarci partire

*
Noi avevamo un rialzo orribile dietro via Calvino
una scala sprecata, scalini grezzi per accedere al tepore.
Da lì la vista non era granchè le prime volte
poi tre minuti d’occhio infrangevano l’obbligo
che dovesse esserci per forza cielo in prevalenza.
Con un guizzo appena di ferrovia davanti
nel di fronte che ritaglia la pupilla in aghi
scoprire che Milano sa anche aprirsi,
un raddoppio di spazio là dove l’aria stringe.
Non ci sono ancora tornato da solo,
ho pensato non valesse la pena premurarsi a cercare
il terreno esatto per la crescita dei semi d’arancia,
le legioni dei miei sputi di giovane adorante e deluso
nella finzione che il nutrimento dell’occhio sia poi
l’aratro sufficiente per le campagne del dentro.
Insieme a discutere sulle piraterie ancora possibili,
in un tempo in cui essere voce è nostalgia,
la bottega degli scherzi che il mondo mezzo aperto
avrebbe avuto ancora la pazienza di accettarci.
Si capiva appena allora che essere eroi
è l’intrallazzo da prevedere nello scarto che si apre
fra essere giovani in potenza e avere il coraggio
di diventarlo davvero

 

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Milo De Angelis, due poesie inedite

 

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

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Canzoncina per una bella ala sinistra

Aveva i calzettoni abbassati e la maglietta bianconera
e noi restammo di stucco: una bella, una vera
ragazza nella squadra avversaria! Sì, una ragazza
con i capelli a caschetto e un guizzo velocista,
un bel sorriso da folletto nel nostro Istituto
maschile per eccellenza. Non era lei a farci paura,
ma un’oscura presenza, un’eco di fiori e di sussurri,
di unghie rosse, di spose, di veli, erano quelle vorticose
onde del sangue, le minacce dall’ignoto, era il vuoto
che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita!

(1967)

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Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo
se non le hanno spostate la firma e tutti
i rinnovi cambiali in protesto una copertura
le proroghe tariffe che saltano
e la carta carbone dopo le polizze la faccenda
dei premi proroghe al timbro la garanzia
altre schede e le pratiche e: Carlo.
Andiamo in cortile
con le maglie e i compagni, tu
stai disegnando sul muro le porte.

(1968)

*

© Milo De Angelis

(Queste due poesie saranno inserite, con altri inediti, nel volume Tutte le poesie, Mondadori, che uscirà ad aprile 2017)

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Un sabato mattina

Quando ascolto per la prima volta queste due poesie è mattina, e già questo è inusuale. Di solito i reading pubblici sono serali, o pomeridiani. È un sabato mattina umido e grigio di quelli che Milano ti mette addosso spiegandoti perché la ami, perché la ami ancora. Milo De Angelis legge questi testi, per la prima volta in pubblico, in un laboratorio nel cuore del quartiere cinese, durante una conversazione con Mario De Santis. Un incontro che è anch’esso una sorta di laboratorio, perché De Angelis racconta come sono nati alcuni testi e, più in generale, come nascono le sue poesie. Già questo basterebbe.

In quel sabato mattina di novembre, però, è accaduto qualcosa di più, una specie di miracolo. Le due poesie che De Angelis ha regalato a Poetarum Silva e che oggi potete leggere, sono rispettivamente del 1967 e del 1968, testi insieme ad altri esclusi da Somiglianze, libro che ha da poco compiuto quarant’anni. De Angelis ha letto e un commovente silenzio è calato sulle nostre teste, un silenzio bello che sembrava arrivare da molto lontano. E quel lontano non era questione di tempo, ma questione di spazio. Quel silenzio era una distanza che si accorciava. Era una scoperta. Ho avuto da subito la sensazione che i versi appena ascoltati andavano a collocarsi esattamente nello stesso luogo in cui si collocano i testi di Somiglianze e, per me, gran parte di tutti quelli scritti da De Angelis; un luogo che va a crearsi ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, una città nuova che si edifica di parola in parola, che nasce nel tempo in cui siamo quando leggiamo. Ecco perché la ragazza che gioca a calcio nel cortile della scuola ci è così vicina, perché la vediamo adesso. Lei è. E la vita irrompe in noi, un’altra volta ancora. Poi arriva l’eccezionale straniamento della seconda poesia, quel salto da un quotidiano burocratico al cortile, al tempo giovane, che è quello delle possibilità, di quando un tu che conosciamo sta disegnando porte sopra i muri. Alla fine dell’incontro Mario De Santis ha chiesto se qualcuno avesse delle domande per De Angelis, ma nessuno ha aperto bocca, mi è sembrato che tutti i presenti fossero profondamente toccati, al punto da rimanere in silenzio perché nulla c’era da domandare. Dopo ho passeggiato da via Bramante al Monumentale e poi fino in via Farini, col passo sicuro di chi cammina sulle strade sue e con l’animo incerto di chi ha appena vissuto qualcosa di raro, una sorta di grazia.

© Gianni Montieri

Anticipazioni: Enrico De Lea, La furia refurtiva

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Anticipazioni

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Editore 2016

Quale voce avrebbero le pietre se riuscissimo a divinarne i suoni? La risposta che mi appare più corposa e, con un tratto originale, inaspettatamente melodiosa, mi giunge dalla poesia di Enrico De Lea. Non da oggi, s’intende, bensì dalle prime sue pubblicazioni, in particolare con Ruderi del Tauro (L’arcolaio 2009). In quel volume troviamo già gli elementi costitutivi e, in componimenti quali (presto accade), il manifesto poetico di De Lea: «Poiché non sanno/ l’enigma del puro proferire,/ del suo freddo sentire/ di quell’anno, presto accade/ che l’arma del suo amare/ s’arrenda, covi/ ben due serpi di stile, in processione/ luci dell’oscurato, da torrette.» Con La furia refurtiva, tuttavia, raccolta (di cui è prossima la presentazione) che racchiude e schiude più raggruppamenti (La serpe di Laconia, Pause e licenze, Cinque sequele) sembra davvero di percorrere quaderni fitti di note per strumenti e voce, nei quali si dispiega, compatto come roccia e mobile come corso d’acqua, l’universo della scrittura di De Lea. Se le acque respirano e si confessano, sgorgano improvvise e si rivelano da vene sotterranee, i greti prosciugati mandano in avanscoperta richiami sonori, perché ricerchino chi ne sappia scoprire le concatenazioni. Le ottave di Suono del vento primo (anch’esse, come Respiro e confitemi delle acque, tra le Cinque sequele) sono prova del lavoro, ampio e preciso, del poeta sulla forma. Esse infatti coniugano la rima, prevalentemente alternata a esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi – l’endecasillabo di «Porto le brocche per un suono d’acqua», il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di «con tutta la vittoria della visione varia». (altro…)

Franco Casadei, La firma segreta – di Narda Fattori

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Franco Casadei, La firma segreta, Itaca edizioni 2016

La poesia ci chiama alla vita, alla nostra e a quella altrui; è sempre comunitaria, fa gruppo, si dona ad uno sguardo attento, pervasivo, fugge il superficiale abbandono all’emozione, l’ottusità, il gioco fonico che alfabetizza l’intelligenza.
Sfugge l’io solingo pieno di sé che non lascia spazio agli altri, eppure insieme ai cromosomi siamo identità costruite dagli eventi, dagli incontri lungo l’asse sincronico del tempo. Siamo così come siamo perché nati in questo frammento di secolo, fra cocci , macerie e muraglie , sordi spesso agli umani richiami, attenti ai richiami di fate Morgane.
La poesia è un dono esigente che nelle due facce porge nell’una vitalità, nell’altra nequizia.
Ho fra le mani il quarto libretto di poesie di Franco Casadei e la sua voce mi suona famigliare, mi sento in consonanza. Afferma che le poesie contenute in questo libro nascono da una corrispondenza non cercata con  alcuni articoli a firma di Marina Corradi apparsi su “Avvenire” e su “Tempi”.
Non ho alcun motivo per non credere all’affermazione e ne ho invece per esserne partecipe come lettrice.
Già nelle opere più recenti abbiamo riconosciuto un Casadei meno aggrovigliato nella sua testimonianza di Fede, più vicino ai fratelli, quelli meno fortunati, e alla natura che esplode sempre nella sua bellezza e si fa mito e metafora, causa ed effetto della nostra esistenza, soprattutto dono.
Un giornalista di cronaca censisce alcuni eventi e li trasporta sulla carta stampata per renderli maggiormente visibili, per condividerli, forse, per approfondirne le stratificazioni di sensi e di significati.
Mentre il giornalista ha per limite il numero delle battute, il poeta opera per sottrazione, cerca di arrivare alla nudità del vero. Insieme possono star bene se ciascuno conserva la specificità della sua forma di comunicazione. (altro…)

Gianni Montieri: Milano, ultima

Milano, Foto di Gianni Montieri

Milano, Foto di Gianni Montieri

 

Milano, ultima

(a Giordano, che sa)

 

Eccola la mia città, di nuovo,
comparire istante dopo istante,
tetto dopo tetto, il giallo
smunto delle case di Lambrate,
le imposte un poco consumate.

Eccola insieme a quello che ricordo,
a quello che dimentico, prima un
ponte, poi un’intuizione, sapere
sotto al binario cosa passa, cosa
è passato, cosa – infine – passerà.

Eccola come in un piano
sequenza lungo il giusto, colori
mai uguali, un pensiero ampio,
un battito mancato sotto
al cuore, alle nove del mattino.

Eccola mentre si accosta
e mi riconosce e mi accoglie
un’altra volta, da vent’anni,
per poi sparire e lasciarmi
come tutti alle cose da fare.

 

*

© Gianni Montieri, Aprile 2016

Antonella Cilento, La madonna dei mandarini (Presentazione a Milano)

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Giovedì 17 marzo alle ore 18,30 presentazione del libro “La Madonna dei mandarini” di Antonella Cilento, NN editore, con l’autrice interviene Gianni Montieri

Libreria: Il Mio Libro,  Via Sannio 18, Milano

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La recensione al Libro di Giannii Montieri

Il Disegno di Milano

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Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

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La volante rossa

volante rossa

Ci sono storie che per quanto lontane nel tempo e a volte volutamente dimenticate suscitano, se riportate all’attenzione dei lettori, curiosità e inquietudine. È il caso della Volante Rossa guidata da Giulio Paggio, il “tenente Alvaro” della 118° Brigata Garibaldi, formazione di ex partigiani e operai formatasi nell’immediato dopoguerra a Milano, per la precisione a Lambrate, periferia est, nella ex Casa del Fascio, diventata Casa del Popolo a via Conte Rosso.
La storia della Volante Rossa, di Alvaro, di Balilla, di Otello, di Lino e degli altri che parteciparono a questa tragica avventura è ricostruita con attenzione e rigore storiografico dall’omonima opera scritta da Fausto Rondinelli e Carlo Guerriero (Datanews, 1996) corredata anche da un’interessante appendice fotografica. Il libro, che con impianto da romanzo giallo fa iniziare la narrazione dalla fine, ossia da i due “omicidi del taxi” avvenuti entrambi il 27 gennaio 1949, ricostruisce, con dovizia di informazioni, ricavate dalla stampa e dalla pubblicistica dell’epoca, non solo la storia della Volante ma anche la macrostoria in cui essa si inserisce. In particolare, il contesto dell’Italia, soprattutto del nord, all’indomani del 25 aprile, le aspettative dei partigiani, le lotte operaie, il complesso rapporto con il Pci e le istituzioni del ricostruendo stato italiano, nonché gli scontri con le rinascenti formazioni fasciste. Nel libro grande spazio è dato al processo che seguì gli ultimi omicidi attribuiti alla Volante, attraverso gli atti processuali vengono, non solo ricostruiti i fatti, ma anche messe in evidenza le forzature compiute dai giudici nei confronti degli imputati pur di giungere a una condanna, di chi aveva commesso gli omicidi, ma anche dell’intera formazione politica.
“Solo gli strateghi da caffè possono pensare che sia stato facile dire ai partigiani, dopo quella guerra atroce, quel cumulo di rovine, quelle torture: adesso tornate a casa e buttate via le armi che avete conquistato rischiando la vita”. In queste parole di Pietro Ingrao è riassunto il senso della vicenda della Volante rossa e con essa di altre formazioni che agirono in quegli anni. Per loro la guerra non era finita o meglio non aveva raggiunto il suo vero scopo: la rivoluzione e la presa del potere da parte degli operai e dei proletari guidati dal Pci; per questo motivo molti di essi non deposero le armi, ma continuarono a compiere azioni di rappresaglia e di vendetta contro ex fascisti o persone che si erano compromesse con la Repubblica Sociale, cercando di organizzare il malcontento nelle fabbriche per il ritorno dei vecchi padroni o per il peggioramento delle condizioni di vita dell’immediato dopoguerra.
Il pregio maggiore del libro è che attraverso un punto di vista ben preciso, partecipe ma critico, analizza l’intera vicenda senza reticenze, cercando, sin dove i documenti storici e l’irreperibilità di molti dei protagonisti (alcuni di essi riparati nei paesi dell’Est) hanno permesso, di ricostruire un pezzo della storia dell’Italia del dopoguerra, volutamente dimenticato per la sua spinosità e irriducibilità alla storia ufficiale del paese. E anche di aver fatto giustizia di giudizi affrettati o dovuti all’opportunità politica del momento che individuavano la formazione di Lambrate come mero esempio negativo, rifiutandone così la complessità, e addirittura come precursore delle Brigate Rosse.
In ultimo, proprio per i loro risvolti controversi, le azioni della Volante rossa non sono solo una vicenda storica, ma hanno in sé anche un sottofondo epico e leggendario, come colgono bene gli autori: “il ricordo della formazione di ex partigiani milanesi era destinato a riaffiorare ogni volta che mobilitazioni antifasciste ed operaie tornavano a far salire la tensione nelle aree industriali del nord: segno evidente che il valore, anche leggendario, che quella lontana esperienza di lotta aveva assunto non era stato affatto intaccato né dalle strumentalizzazioni né dalla rimozione operata nei suoi confronti da parte del Pci”. E’ questo fascino ambiguo che rende tali eventi un piccolo neo nel conformismo storico, un punto d’attrito dove la presunta linearità della storia s’incaglia ed è costretta a tornare sui propri passi per confrontarsi con ciò che, nonostante tutto, non può e non vuole essere dimenticato.

Francesco Filia

Articolo pubblicato il 19 aprile 2008 sul sito Nellocchiodelpavone

Nel frattempo, dal 1996 ad oggi, con l’apertura di molti archivi, gli studi sull’argomento si sono succeduti. Di seguito ne diamo un elenco essenziale:

  • Cesare Bermani, La Volante Rossa (estate 1945-febbraio 1949), su Primo Maggio, aprile 1977
  • Cesare Bermani, Storia e mito della Volante rossa. Prefazione di Giorgio Galli, Nuove Edizioni Internazionali, pp. 160, 1997
  • Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli, La volante rossa, 1996
  • G. Fasanella e G. Pellegrino, La guerra civile, Rizzoli, 2005
  • Massimo Recchioni, Ultimi fuochi di Resistenza – Storia di un combattente della Volante Rossa, prefazione di Cesare Bermani, Derive Approdi, 2009
  • Massimo Recchioni, Il Tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, Derive Approdi, 2011
  • Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo, Correva l’anno della vendetta, Mursia, 2013
  • Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, Mambo italiano, tre lustri di fatti e misfatti, Marco Tropea editore, 2000
  • Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, Editori Laterza, 2014
  • Massimiliano Griner, La pupilla del Duce, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino, 2004

Una frase lunga un libro #20: Mirko Volpi, Oceano Padano

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Una frase lunga un libro #20: Mirko Volpi, Oceano Padano, Editori Laterza, 2015. € 13,00, ebook € 7,99

[…] negli occhi ho sempre quel panorama, immobile, nitido – non succede niente, qualche uccello ogni tanto si intromette nello spazio visivo, un pesce di fosso si azzarda sul pelo dell’acqua. Ovunque vada, io rimango qua. La stasi è vita, spostarsi una sua ipercinetica contraffazione.

Ho avuto un collega. Uno fra molti, ora è in pensione. Mi raccontava spesso di non essere mai andato oltre il Po, all’inizio non capivo, poi ho cominciato ad ascoltarlo con più attenzione, che significa guardare negli occhi mentre si ascoltano le parole, e seguire poi lo sguardo, che andava oltre la finestra dell’ufficio, mentre mi diceva. I suoi fine settimana passati in barca, da solo, a pescare. La partenza da Milano prima dell’alba, la barca a Bereguardo. Il ponte della Becca. Il risotto alle rane. Silenzio e nebbia, le due parole più presenti in quei racconti. Ero da poco arrivato da Napoli e un po’ mi commuovevo, come ti commuovono le cose che non ti appartengono, commosso per mancanza e fascinazione. Ci volle molto poco tempo per capire che il suo non aver mai attraversato il Po non contemplava il razzismo, se non quello per il movimento e per il luogo altro, non si muoveva perché per la sua natura si era già mosso troppo per venire a vivere a Milano. Pesca ancora, ogni tanto lo sento. Leggendo Oceano Padano di Mirko Volpi ho pensato a lui e poi a una certa forma di nostalgia che mi prende rispetto a cose che non sono mie o che non dovrebbero essere mie.

La ricerca della bellezza

La frase che ho scelto sintetizza abbastanza bene, secondo me, lo spirito di questo bel libro di Volpi. L’Oceano Padano, il piano, lo spazio sconfinato e allo stesso tempo ben delineato, quello che finisce dove sono messi i confini, cade fino a dove l’occhio può arrivare. Volpi parte da un elogio del non movimento «Ovunque io vada, rimango qua», la vita vera è un luogo dove le cose non accadono e quando accadono sono sempre poche, le stesse da secoli. Pochi gesti, quasi nessuna parola. Ti muovi quando ti muovi ma ti concedi a brevi spostamenti, vai ma è un non viaggio, è un movimento che ha l’unica funzione di aprirsi al ritorno. Vivere nell’Oceano Padano è, per Volpi, la quadratura del cerchio riuscita dall’inizio. La bellezza, però. Esistono due tipi di bellezza riconducibili ai luoghi: quella oggettiva, quella facile, la bellezza inevitabile di Roma, Napoli, Parigi. Ne esiste poi un’altra,  quella che arriva dopo, quella più piena che giunge quando acquisiamo la consapevolezza del luogo, ne apprendiamo la storia, scopriamo come sono le persone, quali storie hanno da raccontare, che lingua parlano. Quando comprendiamo questa seconda bellezza potrà capitarci, come è capitato al sottoscritto, di viaggiare una sera di qualche anno fa, tra Lodi e Piacenza, e provare un’inaspettata commozione nel vedere il sole scendere, ebbene sì, tramontare dietro un centro commerciale, esattamente come il tramonto dietro a un Brico di cui scrive Volpi.

L’Oceano Padano ha un suo mood e Volpi lo racconta con una bellissima prosa, molta forza evocativa, con la libertà di chi vuol raccontare un mondo: il proprio. Prima ancora, però, del senso di appartenenza viene la capacità di osservare, di registrare ogni dettaglio, ecco perché noi della parte di Lombardia di cui leggiamo arriviamo quasi a sentire l’odore. I campi, le rogge, i canali, le cascine, le vacche, lo sterco, il concime, i trattori, il lavoro, gli arnesi. Lo sguardo più allenato non potrà andare mai oltre l’ultima cascina e da questa consapevolezza, da questa esattezza, ci dice l’autore, viene la forza di chi vive in questo Oceano, in questo piano dal quale quasi nessuno va via, e se lo fa, fosse anche per le vicine Milano (guardata con diffidenza) o Pavia (già troppo grande), lo fa con dolore, lo fa come se fosse una mancanza di rispetto, non per la tradizione, ma per l’origine.

Ma i recinti sono stati aperti: non divelti con la forza o abbattuti, nessuna violenza è stata perpetrata apertamente, nessun lanzichenecco è sceso nei borghi dispersi a razziarli. Il gancio arrugginito si è sbriciolato dopo le piogge ai nuovi soli e la porta non ha più tenuto, piano piano spalancandosi tra  sinistri e inascoltati cigolii. Qualche bestia è scappata, altre hanno proseguito a ruminare fieno scelto, qualcosa indugia sul limite. Ma dai tempi del boom, dell’obbligo scolastico fino alla quinta elementare, della messa in latino e dell’amore nei covili, sono invecchiati i traghettatori da un’epoca all’altra, gli uomini di confine cronologico che, come mai nessuno nella nostra storia minima, hanno visto tutto, e tutto cambiato, cambiando anche loro insensibilmente.

Il centro di tutto è Nosadello, il paese d’origine di Volpi, e poi Pandino poco più in là, e Gradella, e Lodi, e la Paullese, un vero State of mind. Le donne e gli uomini raccontati sono quelli della terra, delle poche parole, dei sentimenti non dichiarati, delle occhiate, del lavoro duro. Dei mille dialetti. Persone sconvolte da niente. Donne use al pettegolezzo, ai mestieri di casa, alla cucina, con la stessa dedizione. Uomini a bere al bar dopo il lavoro, due azioni collegate molto più di quanto possa apparire. La resistenza in quelle terre delle quattro stagioni, l’importanza dell’acqua e della merda. La vita, dunque. L’Oceano Padano è un luogo dove non si fanno carezze, sono sostituite da un commento sulla pioggia imminente e buonanotte, perché niente di più c’è da dire. Mirko Volpi ha scritto un libro affettuoso (e potrebbe non perdonarmi questa parola) e malinconico. Prima, però, della dolcezza e della, più rara, tristezza della malinconia, qui se ne certifica la necessità. Tutto avviene stando fermi, nel ripetersi delle sagre e nei riti come quello dell’uccisione del maiale, a novembre. Se qualcosa è cambiato è nel clima, la nebbia non è più quella di un tempo, nevica più raramente. Infine, partendo da un piccolo paese qui si scrive anche che dove esistono molte differenze balenano altrettante somiglianze. Non credo che sorprenderei molto l’autore che molti dei silenzi, dei rituali, dei gesti, che ha raccontato ricordano, non da troppo lontano, altri luoghi, altri uomini e altre donne a me molto cari. Volpi non ama muoversi, ma scrive e scrive bene, questo per chi legge è sempre una fortuna, proprio come quando si manifesta la prima pioggia dopo giorni d’afa, nell’Oceano Padano.

Ma l’incanto è breve cosa.

***

©Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

Intervista a Maurizio Cucchi

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Foto da Ilnuovonline.it

Maurizio Cucchi, uno dei poeti contemporanei più significativi, parla della sua poesia con Francesco Filia

  1. La sua poesia appare come una ricognizione inesausta del reale, come se fosse guidata da un principio euristico, ma, tale ricerca, più che trovare conferme alimenta i dubbi che l’hanno mossa. È così? In che misura nella sua opera poesia e conoscenza si legano tra loro?

Credo di sì. Il dubbio si amplia, si apre totalmente, ma questo produce nuove risorse, nuova vitalità, nuova possibilità di conoscenza mai esausta, anche se le domande chiave, le domande fondamentali che tutti ci poniamo, rimarranno senza risposta. Ed è una vera beffa che subiamo. La poesia si muove all’interno di questa spinta, che cerca di portare ai limiti estremi. (altro…)

Due appuntamenti a Bookcity per Poetarum Silva

bookcity

 

Torna Bookcity a Milano dal 13 al 16 Novembre.

Qui il programma completo Bookcity 2014 – programma completo

I redattori di Poetarum Silva saranno presenti con due appuntamenti

 

– Il 14 novembre alle 18,30  Anna Maria Curci e Gianni Montieri incontreranno Felicitas Hoppe al Goethe-Institut per parlare di Johanna – Del Vecchio Editore

qui tutti i dettagli:  La verità di Giovanna d’Arco tra passato e presente

 

***

– il 15 novembre alle 21,00  Fabio Michieli e Alessandra Trevisan con Anna Toscano racconteranno tra parole e musica Goliarda Sapienza alla Casa delle Arti- Spazio Alda Merini

qui tutti i dettagli: Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Reading letterario musicale

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. Le volte in cui mi sono sentito più vicino al mistico. Le volte, soprattutto, in cui ho capito come la morte non sia una cosa staccata dalla vita, ma soltanto una parte, una parte che giustifica il resto, che spiega – in alcuni casi – il resto. E penso, come Raboni, da dopo Raboni, che i morti ci siano, che rimangano con noi, nei nostri paraggi attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Quindi Raboni è qui, che io lo rilegga (e succede molto spesso) o che passeggi per Milano (e succede molto spesso). Mi domando, a volte, se Milano sarebbe stata la stessa città per me se non l’avessi attraversata e vissuta con i testi di Raboni (ma anche di Pagliarani o di Sereni), se me ne fossi comunque innamorato già dalle prime camminate, quelle che facevo con il Garzanti sotto il braccio, una mano sulle poesie e una mano sui muri dei palazzi. Milano doveva diventare la mia città, e doveva farlo in fretta, e chi se non il poeta che aveva saputo raccontarla così bene, tanto viva, che l’aveva messa in poesia com’era prima che io nascessi, avrebbe potuto insegnarmela e, poi, regalarmela. Badate, non sto esagerando: Milano non è una faccenda che si possa scindere da Raboni. Se esiste una Milano senza di lui, quella non è la mia Milano, è un’altra cosa, meno viva e molto meno interessante.

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