Luca Vaglio, Milano dalle finestre dei bar

luca

Attila è musica che rimbalza
sul rumore che arriva dalla tangenziale
……………………………………………….controcanto
miracoloso, mentre Nicola suona
note distorte nel vuoto minerale
che sono elettrodi, cavi, batterie
e gambe di ruggine, tubi lunghi
fino alla grande cassa armonica,
il silo dimenticato di Lambrate

gioco elettrico tra erba e fango
inverno diafano e cappotti
pochi giorni prima che lava
di petrolio coprisse silenziosa
il letto depurato del Lambro

veneri da leonka, capelli lisci
pensieri che raggiano sorrisi

Attila dice “tutti sotto”, ma stiamo
un po’ fuori, vicini ma fuori, tanti
maghi religiosi a sentire un’eco
di ferro che sta sospesa nel freddo

(Nel febbraio del 2010 i musicisti Attila Faravelli e Nicola Martini hanno suonato al silo Insse di Lambrate. Il testo qui sopra trae ispirazione da quella performance. Di lì a pochi giorni si verificò uno sversamento doloso nel Lambro di 10 milioni di litri di oli combustibili provenienti dall’ex raffineria di Villasanta.)

 

*
Seduto tra le voci e la musica
del birrificio di Lambrate osservo
che è poca la differenza tra il colore
rosso-bruno di una Porpora
e il marrone della torta al cioccolato
– anche il tavolo di legno sta lì,
a fare da contrappunto –
e mi sento quasi un evaso
da non so bene dove
forse dalla mia casa
lontana trecento metri
o da una chiusa del tempo.

Penso che fuori dai cassetti
ben ordinati della memoria
ci sia vicinanza tra le cose
che l’anima della distanza
sia un fatto di forma
che alla fine solo la paura
separi il passato dal futuro

 

*
Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta

cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

 

*
Luce fredda che vira
verso l’azzurro-grigio
nella sera di un aprile
di quasi estate
quadro minimo di infinito
nella grata della finestra
che guarda sul cortile

la metafisica delle cose
diventa sensibile
prende forma
se dentro un bar di Milano
si riesce a vedere fuori

 

*
Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
unica luce a far vedere le cose
insieme all’alba afosa di luglio

Linda – è il suo nome italiano,
la sua identità milanese –
mi porta un succo d’arancia
e si siede a un tavolino
non le serve stare al bancone
ci sono solo io
che leggo la Gazzetta dello Sport

si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
tutte primissimi piani
forse poi le mette su Facebook
oppure lo fa per misurarsi il sorriso
la curva dell’incarnato avorio
lei ancora ventenne
arrivata bambina dalla Manciuria
per una parte da diva
qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

 

*
Sei di mattina alla fine di agosto
bar ancora chiusi e quasi nessuna
auto, se ti siedi vicino al suolo
sotto un albero o sul marciapiede
di un incrocio ti accorgi che Milano
ha un suono, come un vento metafisico
che si muove tra le case forte, sordo
forse la nota continua della Terra
che vince sul silenzio della città

 

*
Colico, 4 marzo

Bianco di nebbia
sul lago e l’ombra
lunga del Berlinghera

freddo che sfiora
arriva leggero
senza fare male

scatto due foto
luce di piombo
tra acqua e cielo

vedo la mia assenza
muoio a me stesso
sono differenza

 

*
Fantasma residuo
esito che sfuma
lascia liberi di mancare
di morire forti
a nuova vita
vergini e depurati
da un’essenza troppo nuda
da una volontà di esistere
nel tempo degli altri
nello spazio che trova forma
tra sentire e pensare

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