Luciano Mazziotta

Stanze che imprigionano: su una figura ossessivo-generazionale in De Lisi, Gallo, Mazziotta

 

Proverò in questo intervento a mettere in rapporto tre libri più o meno recenti di poesia, La stanza vuota di Noemi De Lisi (d’ora in poi Lsv, Ladolfi 2017), Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (Aos, Edizioni d’if 2016), Posti a sedere di Luciano Mazziotta (Pas, Valigie rosse 2019), che sembrano in qualche modo richiamarsi tra di loro, agitarsi a vicenda, condividere una problematicità. Intanto (non è questo il punto, ma vale la pena di dirlo) si tratta di tre pubblicazioni eccellenti, che testimoniano uno stato di salute dell’attuale poesia italiana. I tre autori appartengono inoltre alla stessa generazione (praticamente coetanei Gallo e Mazziotta, 1983 e 1984, appena più giovane De Lisi, 1988), e sono tutti e tre meridionali (palermitani De Lisi e Mazziotta, napoletana Gallo). Cercheremo più avanti di capire se questi aspetti contingenti si colleghino a ragioni di sostanza propriamente letteraria. Diciamo subito invece, che è poi la costante che impone l’accostamento, che queste tre opere, di tendenza poematica, si fondano sulla stessa macrofigura ossessiva, propongono cioè, unicamente o quasi, interni, spazi chiusi, locali ermetici, appartamenti… o stanze dove qualcosa avviene, ma non sappiamo definire bene cosa. Non dico che sia una prerogativa assoluta della generazione a cui appartengono i tre poeti (basterebbe guardare a quella immediatamente precedente, e a un’opera come Storie del pavimento, Tic Edizioni 2018, di Gherardo Bortolotti, classe 1972), ma sembra comunque rappresentarne una peculiarità, e infatti questi autori non esauriscono la casistica tra i nati negli anni ottanta (pensiamo ancora una volta a Suite Etnapolis di Antonio Lanza, la cui straordinaria tenuta strutturale deve molto alla forza e coerenza dell’unità di luogo, e dove il termine suite, oltre al significato musicale, richiama anche quello, appunto, di stanza). In linea molto ipotetica, per una generazione cresciuta in mezzo al progressivo dissolvimento, perlomeno virtuale, dello spazio, è facile immaginare una qualche nostalgia di luoghi chiusi, privati, al limite protetti. Ma il punto è che gli spazi in questione hanno davvero poco di rassicurante, risultano piuttosto inquieti, inospitali, troppo vasti o troppo stretti (“Abitavamo una casa troppo grande”, Lsv, p. 13; “Le persone intorno ai tavoli/ sono andate ad abitare/ uno spazio chiuso, laterale”, Aos, p. 15; “la testa sul muro che sbatte/ che apre una faglia nel mezzo”, Pas, p. 20), in ogni caso si respira male (“Mia madre dormiva con affanno”, Lsv, p. 11; “Tutti sentono la mancanza dell’aria”, Aos, p. 17; “aria vera è dopo i vetri ma dentro/ c’è un polmone che scoppia”, Pas, p. 19), si soffre senza poterne uscire. Di fatto sembrano diventare zone di drammatica conflittualità, in cui si addensano contenuti psichici irrisolti. Tutte e tre le opere si dispiegano lungo una sorta di andirivieni pronominale che attesta una frantumazione e dispersione dell’io, e che produce una complicazione o totale accantonamento di un lirismo tradizionale. Proverò adesso ad analizzarle singolarmente, per poi tentare nel finale una qualche sintesi significativa. (altro…)

Cose che mi sono piaciute del libro di Luciano Mazziotta “Posti a sedere” (Valigie Rosse 2019) – di Marilena Renda

Il ritmo. Il ritmo procede per sottrazione, a differenza del libro precedente in cui Mazziotta in uno sforzo di generosità espressiva sembrava voler dire tutto, voler includere tutto. Il poeta ha imparato a risparmiare i mezzi espressivi, e tambureggia i suoi punti, le sue ripetizioni e allitterazioni con una sapienza che non ci dà scampo. Gli scarti rispetto alla norma grammaticale sono minimi, per questo anche più efficaci nell’effetto di straniamento.
Nella poesia di Luciano sembra tutto normale, l’apparenza è rispettata, ma la quotidianità contiene sacche di inquietudine insospettate, varchi che aprono sul vuoto, strappi che si aprono all’improvviso e che se non fossimo attenti non vedremmo neanche («ma quello che accade ci accade di spalle»).
Si dice “si è seduto”, almeno al Sud, di uno che, specialmente dopo il matrimonio o la conquista di un posto fisso, acquisisce una postura da uomo soddisfatto. Di solito ingrassa, fa un paio di figli e si compra una macchina con cui raggiungere il mare la domenica. Mazziotta non nasconde il suo orrore per i posti a sedere: c’è un’intera sezione nel libro, Fanno spazio, dedicata a questi piccoloborghesi soddisfatti dei propri traguardi che, proprio per festeggiarli, si dedicano ad odiarsi a vicenda, a tracciare al buio confini tra il loro e l’altrui, e nel caso di coppie felici, tra il mio e il tuo, con un astio che non si può ascrivere ad altro che allo scorno per i desideri esauditi.
Mazziotta è siciliano come me, e noi siciliani tendiamo un po’ tutti a essere ossessionati dalla Sicilia. Il problema semmai è come la visione mitica dell’infanzia reagisca con il presente, che di solito è un presente di cui è difficile avere nostalgia. Mazziotta, con la temperatura gelida che si è scelto, oltrepassa il problema senza quasi vederlo. La sua Palermo è una città in cui con fatica uno si lascia alle spalle il traffico e arriva in macchina alla Cripta dei Cappuccini o a Palazzo Abatellis e, una volta lì, di fronte al Trionfo della morte di ignoto quattrocentesco, lascia letteralmente che i contorni del quadro svaniscano davanti a lui. Non esiste cornice tra passato e presente, il pittore è solo una delle facce del Trionfo della morte, ma nessuno trionfa, non c’è niente su cui trionfare, quei morti potremmo essere noi, anzi, potremmo addirittura portarceli a casa, continuare sottovoce, di notte, il dialogo con loro, e da loro farci raccontare la nostra vita: «chiedi al terrore dei cani da caccia ritratti/ di fronte all’olezzo di mondo fuori cornice./ e tu continua a descrivere il tutto mancante/ come se l’ecfrasi esplicita fosse una colpa./ perché non ci sono bambini e le frecce provengono/ dal fuori che è il posto a sedere che abiti./ e forse a scagliarle sei tu.»
Le sezioni centrali mi sono piaciute più che le altre, ma resta il fatto che il libro ha una compattezza stilistica che fa in modo che le sezioni che sembrano avere meno ragion d’essere delle altre facciano comunque blocco in modo ammirevole. Venendo meno alle mie abitudini di cattiva lettrice di poesia ho fatto lo sforzo di leggere le sequenze per intero, non le singole poesie; leggendo il libro tutto di fila, senza interruzioni, sono stata ricompensata da una moltitudine di suggestioni. Anzi, di azioni, perché le figure di questo libro ne compiono un gran numero: tra le altre, cercano di evitare all’acqua di allagare la casa, solo che non ci sono argini, e loro non lo sanno. Loro sono noi, e lo specchio ci rimanda un’immagine più nitida di quella che siamo disposti ad accettare.
Il libro finisce con un verso di Philip Schultz, poeta che entrambi in questo momento veneriamo: «The present remains inhabitable». Schultz racconta molto di sé, della madre, del padre, dei luoghi dell’infanzia, perfino di come è diventato insegnante. Qui, il meglio è rimasto sospeso nelle figure di soglia: case cancelli recinti porte pareti pozzi voragini. Qui, dalle soglie può entrare letteralmente qualsiasi cosa, ma nulla ci turberà mai quanto quello che siamo capaci di vedere da soli, al buio, o tra i pulviscoli della luce.

© Marilena Renda

L’inizio di un’epica: su “Il luogo delle forze” di Vincenzo Frungillo

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Per secoli gli uomini hanno saputo opporre alle forze della dispersione un sistema simbolico coeso e forte, tale da porsi a salvaguardia dei valori condivisi: anche questo di fatto è stata l’epica antica per i suoi contemporanei, serbatoio di gesta esemplari compiute dagli eroi e trasmesse alle generazioni successive. Qual è invece il senso di un’epica nel nostro presente antieroico, in cui “la dispersione è rappresentata dalla proliferazione indistinta e indifferenziata di segni” (p. 9) e il rischio dell’oblio nasce piuttosto dall’eccesso di comunicazione e da un vorticare di valori contrapposti che finiscono per annullarsi? A questo cerca di rispondere Vincenzo Frungillo con il suo saggio Il luogo delle forze (Carteggi letterari, 2017), e lo fa di fronte a un effettivo e massiccio ritorno della poesia a una vocazione poematica, a libri di versi fortemente strutturati, opere-mondo “da opporre alla disseminazione” (p. 9). Se infatti non vi è dubbio che una scrittura neo-epica e programmatica risponda a una esigenza di ordine, bisognerà pur vedere in che modo questi autori hanno fatto la loro proposta di ricomposizione del mondo legittimandosi sostanzialmente da sé, in assenza delle basi tradizionali di una volta.
L’argomentazione di Frungillo si incardina intorno alla metafora del corpo, che in età classica si configurava come corpo esemplare, corpo esposto dell’eroe. È il caso del cadavere di Ettore, reclamato dal padre Priamo che diventa garante della memoria eroica: “sul corpo di Ettore si gioca lo spazio del racconto che è uno spazio etico, estetico e metafisico allo stesso tempo, qui si apre lo spazio della memoria […] Dimenticare il rischio della fine significa perdere il senso stesso della parola e quindi il nostro spazio di specie, la nostra nicchia ecologica […] il corpo dell’eroe trattiene lo spazio che permette la Storia e una narrazione condivisa” (pp. 14-15). Il “rischio della fine” è la possibilità che si interrompa il discorso che dai padri passa ai figli e dal singolo alla comunità, e che insomma prevalgano le forze della dispersione. A parti inverse, un altro eroe, Enea, porta sulle spalle il corpo sofferente del padre Anchise, come un’eredità fisica e simbolica a partire da cui poter ricostruire una Patria. L’immagine del corpo va insomma in risalto laddove avvengono scambio e condivisione tra generazioni, e cioè laddove si fonda una tradizione. Che ne è invece del corpo nell’epica contemporanea, che opera in un tempo nel quale “la tradizione, intesa come portato di valori comunemente accettati, non è più garantita” (p. 17)? Già con Pagliarani (autore di riferimento costante per Frungillo, e nel libro termine di paragone per tutti i poeti successivamente presi in considerazione) il ritorno in poesia di macrofigure (linea narrativa, presenza di personaggi) si combina con il senso profondo della loro drammatica inattualità; avviene cioè “la messa in crisi del corpo dell’eroe protagonista come centro ideale della memorizzazione” (p. 20). (altro…)

proSabato: Georges Perec, Cantatrix sopranica L.

Dimostrazione sperimentale dell’organizzazione tomatotopica nella Soprano
(Cantatrix sopranica L.)

perec

Come messo in rilievo alla fine del secolo scorso da Marks & Spencer (1899), che coniarono per primi il termine “yelling reaction” (YR), i sensibili effetti del lancio di pomodori sulle soprano sono stati oggetto di ampie descrizioni. Ma benché numerosi studi comportamentali (Zeeg & Puss, 1931; Roux & Combaluzier, 1932; Sinon e altri, 1948), patologici (Hun & Deu, 1960), comparativi (Karybb & Szyla, 1973) e di follow-up (Else & Vire, 1974), abbiano reso possibile una preziosa descrizione di quelle tipiche reazioni, i dati neuroanatomici e neurofisiologici sono, per quanto copiosi, sorprendentemente confusi. Nelle loro successive e ormai classiche ricerche dei tardi anni venti, Choux & Lai (1927a, b. b, 1928a, b, 1929a, 1930) hanno escluso l’ipotesi di un semplice riflesso nocicettivo facio-faciale che era stata avanzata per diversi anni da vari autori (Mace & Doyne, 1912; Payre & Tayrnelle, 1916; Sornette & Billevayzé, 1925). Da allora sono state compiute molteplici osservazioni nel tentativo di decifrare l’enigma aggrovigliato così come il groviglio enigmatico e/o deferenti della YR, e si è giunti alla messa in causa piuttosto caotica di innumerevoli strutture e vie. Ipotesi verosimili sono state emesse sul ruolo degli afferenti trigemini (Lowenstein e altri, 1930), bitrigemini (von Aitick, 1940), quadritrigemini (Mason & Rangoun, 1960), così come sugli input macolari (Zakouski, 1954), saccolari (Bortsch, 1955), utricolari (Malosol, 1956), ventricolari (Tarama 1957), monoculari (Zubrowska, 1958), binoculari (Chachlik, 1959-60), trioculari (Strogonoff, 1960) auditivi (Balalaika, 1515) e digestivi (Alka-Setzer, 1815). Sono state esplorate via spinotalamiche (Attou & Ratathou, 1974), rubrospinali (Maotz & Toung, 1973), nigro-striatali (Szentagothai, 1972), reticolari (Pompeiano e altri, 1971), ipotalamiche e cerebellari (High & Low, 1968) nella speranza di spiegare l’organizzazione della YR, ma invano; ed è apparso che quasi ogni sezione dei cortici somestetici (Pericoloso & Sporgersi, 1973), motori (Ford, 1930), commissurali (Gordon & Bogen, 1974) e associativi (Einstein e altri, 1974) partecipava al rinforzo progressivo della reazione, benché fino a oggi non sia stata data alcuna dimostrazione convincente della programmazione della YR a livello sia di input che di output.

Osservazioni recenti ad opera di Unsofort & Tehetera, i quali hanno fatto notare che “più si tirano pomodori alle cantatrici, più esse urlano”, e gli studi comparativi che trattano del fiato mozzo (Otis & Pifre, 1964), del singhiozzo (Carpentier & Fialip, 1964), delle fusa (Remmers & Gauthiers, 1972), del riflesso HM (Vincent e altri, 1964), del grido stridulo, dell’acuto e di altre reazioni isteriche (Sturm & Drang, 1973) indotte dal lancio sia di pomodori che di cavoli, mele, torte alla panna, scarpe, incudini e martelli (Harvar & Mercy, 1973), hanno portato alla convinzione sicura dell’esistenza di un’organizzazione di feedback positivo della YR, basata su una interdigitazione quadristabile plurialternante delle sottoreti neuronali funzionanti en désordre (Beulott e altri, 1974). Benché questa ipotesi sembri abbastanza seducente, è priva di basi anatomiche e fisiologiche, e perciò abbiamo deciso di esplorare sistematicamente l’organizzazione interna incrementale e decrementale della YR, alla luce di un ipotetico modello anatomico.

da Georges Perec, Cantatrix sorpanica L. e altri scritti scientifici, trad. di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri 1996, pp. 116-118.

Matteo Meschiari, Appenninica (inediti)

di Matteo Meschiari

foto-meschiari

 

da Sequenza artica (tre piste in Appennino)

2. Licheni

Salendo da queste parti – come ogni volta che ci si allontana dalle pianure – si sostituisce la latitudine con l’altitudine: tagliando a una a una le linee di livello si avanza in verticale verso nord. Oltre il limite degli alberi cominciano le terre estreme, come una tundra, dove è possibile trovare residui vegetali dell’ultima glaciazione. Vicino a questa driade, ad esempio, c’è una pietra incrostata di licheni. Altri licheni uguali a questi, ventimila anni fa, crescevano sui massi. Attorno si allargava una marea incurvata di ghiacci pleistocenici, mentre quassù c’era solo pietra: uno spazio complesso di montagne, ghiacciai, morene, acque di scioglimento, detriti. E sui detriti i licheni, quelli di ogni ghiacciaio, di ogni montagna, di ogni paese a nord. Così diffusi e così al limite, si può pensare il loro giallo come una mappa che ridisegna se stessa a ogni nuova pulsazione glaciale. Ma il giallo dei licheni è anche un terreno dove l’inessenziale brucia, dove il pensiero è freddo come il ghiaccio.

3. Lettura di un ghiacciaio

Era qui
tra quei faggi

lo sento nelle gambe
quando la valle si incurva
quando un residuo di morena
si corruga

il suo azzurro scivola giù
nella mente
dalla pietra al cervello
segnandolo di sé
strisciando la sua grana
sopra il duro delle parole

il suo freddo
non è mai immaginario
è immaginabile
è radicato al terreno
concreto

per vederlo
seguo placche di arenaria

se piove
è un riflesso verticale
di milioni di volumi
è il fondo livellato
di un’era

se nevica
è novembre in Appennino (altro…)

10 frasi su C. Simic e J. Cornell

di Luciano Mazziotta

Su Il cacciatore di immagini. L’arte di Joseph Cornell di Charles Simic (Adelphi 1992; trad. di A. Cattaneo)

simic

I.
A Venezia, al Palazzo Vernier dei Leoni, leggevamo cos’è che Peggy scriveva di Pegeen Guggenheim, la figlia morta suicida nel ’67: “Per me era come una madre, un’amante”. Mai che scrivesse MIA FIGLIA. Pegeen dipinge donne al servizio, tristi bambine, lacrime agli occhi, cromature arancioni. Vuole essere figlia. Poi recide la vita. Interrompe volontariamente il rapporto. Anch’io mi sarei suicidato al suo posto. Pensa che allora ho letto sul pacco di Winston, anziché il fumo uccide, il fumo suicida. Ma non era possibile. Il pacco non ha a che fare col sé. Trovammo le Boxes di Cornell, nel percorso, in una sala diversa, un po’ prima. Il cacciatore di immagini, invece, di Simic era a casa, riposto a scaffale.

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Fedro, “Favole”: nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari

di Lorenzo Montanari

Fedro, Favole, (a cura di P. Corradini, nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari), Rusconi, 2016

favole

 

 

II.4 – Aquila, feles, et aper.

Aquila in sublimi quercu nidum fecerat;
Feles cavernam nancta in media pepererat;
Sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat.
Tum fortuitum feles contubernium
Fraude et scelesta sic evertit malitia.
Ad nidum scandit volucris: Pernicies ait
Tibi paratur, forsan et miserae mihi;
Nam fodere terram quod vides cotidie
Aprum insidiosum, quercum vult evertere,
Ut nostram in plano facile progeniem opprimat.
Terrore offuso et perturbatis sensibus
Derepit ad cubile setosae suis:
Magno inquit in periclo sunt nati tui;
Nam, simul exieris pastum cum tenero grege,
Aquila est parata rapere porcellos tibi.
Hunc quoque timore postquam complevit locum,
Dolosa tuto condidit sese cavo.
Inde evagata noctu suspenso pede,
Ubi esca se replevit et prolem suam,
Pavorem simulans prospicit toto die.
Ruinam metuens aquila ramis desidet;
Aper rapinam vitans non prodit foras.
Quid multa? Inedia sunt consumpti cum suis
Felisque catulis largam praebuerunt dapem.
Quantum homo bilinguis saepe concinnet mali,
Documentum habere stulta credulitas potest.

 

II,4 – L’aquila, la gatta e la cinghiala:

Un’aquila aveva fatto il nido sui rami più alti di una quercia. Una gatta aveva trovato un buco a metà del tronco dell’albero e lì aveva partorito. Invece, una cinghiala, amica dei boschi, aveva messo al riparo i suoi cuccioli alla base. La gatta, con l’inganno e con diabolica perfidia, riuscì a danneggiare quel condominio nato per puro caso. Dapprima salì al nido dell’aquila e le disse: “Una disgrazia sta per abbattersi su di te e anche su di me, poveretta. Non lo vedi? La cinghiala è pericolosa: continua ogni giorno a scavare alla base dell’albero, perché vuole abbatterla, questa quercia! Noi e i nostri figli cadremo giù e lei ci ucciderà!”. Queste parole seminarono il panico nell’aquila, che rimase profondamente turbata. La gatta, poi, si intrufolò giù, nella tana della cinghiala, tutta setole, alla quale soffiò: “I tuoi figli sono in grave pericolo! Infatti, non appena sarai uscita coi tuoi compari a cercar cibo, l’aquila sarà bella pronta a portarti via i tuoi porcellini”. Le parole della gatta, che nel frattempo se ne era rientrata tutta tranquilla nel suo rifugio, gettarono il terrore anche nella tana della cinghiala. Una notte, la gatta uscì in punta di piedi e procurò il cibo per sé e per i suoi micetti; il giorno successivo, fingendosi impaurita, stette alla finestra a guardare l’evolversi dei fatti. Temendo di finire sbranata, l’aquila rimase ferma sui rami; la cinghiala, temendo che i suoi porcellini le fossero portati via, non si azzardò ad uscire dalla tana. C’è bisogno di molte parole? No: l’aquila e la cinghiala finirono per morire entrambe di fame, e così i loro figli, e furono un ottimo pasto per i piccoli gattini. Ecco un esempio chiaro che ci insegna quanto male può procurare un uomo doppio, che semina falsità, a degli sciocchi creduloni.

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Su “Mobili e altre minuzie” di Leila Falà

di Sergio Rotino 

mobili-poetarum

È un piccolo, intenso gioiello di misunderstandings, quello che Leila Falà, anconetana da sempre residente a Bologna, ha creato in Mobili e altre minuzie. Questo continuo gioco di fraintendimenti si potrebbe definire come l’asse principale della silloge, risultata vincitrice all’ottava edizione del premio internazionale di poesia femminile “Elsa Buiese” organizzato dal comitato friulano DARS – Donna Arte Ricerca Sperimentazione, con il sostegno del Comune di Martignacco e il Patrocinio della Provincia di Udine.
Certo, dentro i testi fanno da padrone le ansie, le malinconie e anche i dolori che la vita pone (e chiede di risolvere) all’universo femminile. Ed è certo che ogni elemento viene rappresentato attraverso un uso della parola la cui superficie – ma solo in superficie – si offre come dato ironico e leggero.
Basta però guardare dietro i mobili del titolo – presenze mute, capaci di generare una certa inquietudine, basta guardare la polvere che si deposita sotto i tappeti, basta infine osservare la figura dell’altro, soprattutto la rappresentazione del maschile che vi fa capolino – per ritrovarsi in un universo distante dall’impalpabilità sorridente del “niente mi provoca dolore”. Inoltre, a volte sembra quasi che il suggerimento a guardare dietro sia uno spingere a guardare l’interno dei mobili, a decrittarne le interiora: aprendo un varco fra gli oggetti che vi sono contenuti, si giunge a quel nodo di angoscia dove il reale accusa il suo essere nastro trasportatore (e trasposizione) del disagio quotidiano.
È proprio qui, grazie a una forma di ambiguità che permette il ribaltamento delle prospettive, che il lettore viene spiazzato e messo fuori asse dopo essere stato cullato da versi fintamente anòdini.
Cosa accade allora nei testi che compongono Mobili e altre minuzie? Che dietro la quotidianità degli oggetti, dietro il vissuto anch’esso quotidiano interpretato al femminile – entrambi leggibilissimi nel loro sapore agrodolce – appaia l’orrore della verità. E che essa si presenti sempre, maledettamente simile a un puzzle incompleto di cui si possiedono «gruppi di tessere qua e là/con forme, ma non si lega niente».

 

Abat-jour


Quando
a colloquio col sonno mi spoglio
scappano dai ripari diurni del corpo

penzolano su l’abat-jour in attesa
sul colle dei libri non letti
sui colloqui virtuali
di cellulari in riposo
parole volatili o solo ali
dette lette ascoltate rubate
a bocche distratte
e insegne loquaci.

Attendono come passeri sul filo
che la luce si spenga.
E vanno a infilarsi rimescolate nei sogni
a spiegare i significati della mia irrequietezza
il senso dei gesti non fatti.

Mi sospingono fino a depositarmi
verso minuscole verità della vita.

Laundrette


Tra lavatrice a gettone e asciugatrice
con ombra di lato
incastonato se ne sta precario
su uno sgabello e fiducioso
nel secco del negozio con i neon
come un diamante selvatico
il mio uomo
nel suo nuovo look da scapolo
perfettamente uguale a prima
e pure così diverso
che non appare solo
ha proprio quella faccia da libertà
che però gli adoro.


Puzzle


Quando poi sei diventato grande
tu pensi che ora che sei in fondo
il tuo puzzle dovrebbe avere la sua forma
che ormai dovrebbe comparire il disegno
di te con la tua vita amici e amori affianco
un affresco composito complesso
di serenità.
O di certezze almeno.

Invece ora tutto si confonde
ho gruppi di tessere qua e là
con forme, ma non si lega niente.
Tanta gente
ma accanto a me nessuno.
Tra un pezzo e un altro un buco
che non so quando si è formato.
Né se ci sia sempre stato.
Tra tutte queste tessere
buttate dappertutto
la mia figura infine non compare.

L’altro giorno ho trovato
un pezzo con un occhio.
Mi guardava.
Ma non era neanche il mio
era un ricordo e basta
e non di un fatto ma
di un film soltanto
o di uno spot pubblicitario
forse.

 

 

Un libro al giorno #26: Boris Pasternak, Poesie (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Vladimir Majakovskij, Lili Brik e, dietro di loro, in piedi, Boris Pasternak e Sergej Eizenstein

Vladimir Majakovskij, Lili Brik e, dietro di loro, in piedi, Boris Pasternak e Sergej Eizenstein

Nel tempo primaverile del ghiaccio

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Nel tempo primaverile del ghiaccio
e delle lacrime, nella primavera smisurata,
nella primavera smisurata, quando
a Mosca è la fine d’una stagione,
l’acqua giunge nei giorni di freddo
alla cintola dell’orizzonte,
partono i treni di buon’ora,
poi gli stagni sono d’un giallo limone,
ed i congedi come fili elettrici
s’allungano fra gli argini.

Quando i ruscelli cantano una romanza
sul fango vischioso
e la sera, non certo per noi,
è misteriosa e nericcia,
e il guazzabuglio del cielo è come il linguaggio
d’un cantastorie del popolo
e delle donne prima del diluvio,
come un fascino senza smorfie
ed il riposo d’un minatore.

Quando c’è come un guado nel petto
e come un cavallo sul guado
qualcosa in noi piange: “risparmiaci”,
come progenie di strada.
Ma dietro, nelle pozze, sono tante
melodie sommerse che basta
inserirvi un rullo per avviare
la macchina della piena.

Quale rullo io debbo inserirvi?
Primavera mia, non lamentarti.
L’ora del tuo rammarico ha coinciso
con la metamorfosi del giorno.

…………………………

Nei paesi del tramonto il ghiaccio s’è sciolto
e in mezzo ai flutti, disgelando,
galleggia come un nido risciacquato
una tenuta priva di padroni.

Senza asciugar le lacrime d’addio
e dopo aver pianto tutta una sera,
s’allontana dall’occidente l’anima,
laggiù non ha niente da fare.

S’allontana come a primavera
per la giallezza color limone
di un’insenatura silvestre al tramonto
ci si lancia nel buio della notte.
S’allontana verso il terricciato
del diluvio come ai tempi di Noè,
e non ha paura d’esser sola
nella primavera smisurata.

Dinanzi a lei è un paese in cui non si obbliga
il gemito a un umile inchino,
né si ritaglia un festone dal cuore
d’una ragazza di casa.

Dinanzi a lei l’aurora, dinanzi a lei ed a me
come un’aurora d’un giallo limone
è l’ampiezza inondata di primavera,
di primavera, primavera smisurata.

E poiché fin dagli anni dell’infanzia
io soffro per la sorte della donna
e l’orma del poeta è solo l’orma
delle strade di lei, non di più,
e poiché solo a lei mi appassiono
e per lei c’è da noi libertà,
io sono tutto lieto di annullarmi
nel volere della rivoluzione.

………………………….

(1931)

(trad. di Angelo Maria Ripellino)

Boris Pasternak, Poesie, a cura di Angelo Maria Ripellino, 1957, pp. 219-223.

Un libro al giorno #26: Boris Pasternak, Poesie (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Pasternak

Mia sorella la vita

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Mia sorella la vita anche oggi nella piena
s’è frantumata in pioggia primaverile contro tutti,
ma le persone coi ciondoli sono altamente burbere
e pungono cortesi come serpi fra l’avena.

Gli anziani hanno per questo le proprie ragioni.
Ma di certo ridicola è la tua
che nella burrasca siano lilla gli occhi e le aiuole
e odori di umida reseda l’orizzonte.

Che a maggio, quando l’orario dei treni
leggi nella vettura sul tronco di Kamysin,
esso sia più grandioso della Sacra Scrittura
e dei divani neri di polvere e tempeste.

Che appena il freno, latrando, s’imbatte
nella placida gente dei campi in una vigna sperduta,
guardino dai divani se non sia la mia stazione
e il sole, calando, si dolga con me.

E spruzzando per la terza volta, nuota via il campanello
con scuse incessanti: mi rincresce, non è questa.
Sotto la tendina soffia la notte che brucia,
e la steppa crolla dai giardini che salgono a una stella.

 

(trad. di Angelo Maria Ripellino)

Boris Pasternak, Poesie, a cura di Angelo Maria Ripellino, 1957, p 61.

I poeti della domenica #91: Immo, il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

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il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Oggi a un certo punto ero squallido
Avanti e indietro sopra a quella multipla
come il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Poi mi sono fermato in una specie di rosticceria
Mi sono fatto parmigiana di melanzane e porchetta
+ minerale piccola

E mi sono messo un’altra volta in macchina
facendo quelle classiche telefonate italiane
Che alla fine dici vabbuò

Ma il massimo dello squallore
L’avevo raggiunto la mattina nell’autogrill
Acquistando i pocket espresso che fanno schif’o cess

E in una magica sera d’agosto ho realizzato il pensiero
Che anche io sono una latrina come i pocket espresso ferrero.

 

da:  V. Amarelli, F. Filia, V. Frungillo, Immo, G. Montieri, La disarmata. Postfazione di Elio Grasso, CFR 2014.

da “A questa vertigine” (Italic) di Pietro Russo

di Pietro Russo

Russo Cover

Ultimo testamento

It’s not time to make a change
Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault
There’s so much you have to know
(Cat Stevens)

“Quindi vi lasciamo questo conto alla rovescia
di anno in anno, gli auguri, il brindisi a capodanno,
un pugno di speranze contraddette dagli oroscopi
e che altro? Rimanete imbronciati
se volete, ve lo concediamo, siete e sempre sarete
i nostri bambini. Noi i padri, voi ciò che resta.”

.

***

Dice che sono io ieri, mi augura ogni bene
questo di sbieco uscito proprio adesso
in sordina. Quasi non lo riconoscevo.
Gli perdono il sudario del letto
e i muri, con il primo sole,
un collo uterino raschiato di fresco.
Avrò scordato anche questo. Con precisione,
come sempre. Come inseguire
la fuga delle mattonelle fino allo stipite
saltandone una a ogni passo. Facendo attenzione
a non pestare i bordi se possibile.

.

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