giovanni fierro

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

*

(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

*

(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

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Cristina Micelli, A chi scorre

Cristina Micelli, A chi scorre, Qudulibri, 2017, € 10,00

*

La donna che scrive a matita
ha un’età vicina a quand’era bambina
ha l’età di sua madre, l’età di sua figlia.

Ha letto le pietre nelle trincee
e le storie degli uomini seduti di fronte
ha mangiato bacche
visitato più volte la stessa cascata
ha messo i piedi nella rugiada
per sentire quando è fonda la rinascita.

*

Le ragazze sedute in mezzo all’Arzino
fanno isola incontro al destino.
Da sponda a sponda poi verranno i piloni
come deciso
verranno i viadotti e la violenza del profitto.

Ma le ragazze ricorderanno di avere visto
le risate e l’eco del parlare fitto
una luce illesa venire radente
il cemento non corrode la corrente.
L’immagine impressa nei loro occhi di torrente.

*

La tua voce nel riverbero della strada
sorprende un pensiero che abbiamo.
assomigli in suono alle corde grevi e trasparenti
al pieno che ha il suo vuoto attorno
allo spazio dove la visione s’incanala.
Il primo respiro ara la terra
il secondo chiama la pioggia a raccolta
il terzo respiro è il seme che ci amalgama.

*

Le rovine dell’ex-macello
le braccia in croce sul cemento
chi spinge il gancio fin dentro l’anello.
Sul vetro della grappa l’albero compie la sua
danza e come può abbraccia
il tronco, il capo reclinato di lato.

Non vista la mano a deporre il peso
non viste le ali a separare il legno
tu e il tuo volere rimanere appeso.
Tu la tua sete che chiede senza dire
dichiari la fine della rosa con le spine.

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Giovanni Fierro, Gorizia On/Off (parte seconda)

fonte google (fotografo non citato)

*

Un paio di mesi fa pubblicammo le prime dieci poesie di “Gorizia on/off” di Giovanni Fierro, introdotte da una mia breve nota. Giovanni ha proseguito la serie, continuando il suo viaggio tra i tetti, le strade, le memorie, i dolori, gli abbracci; il suo viaggio tra e con la gente di Gorizia. Con grande piacere pubblichiamo oggi la seconda serie di on/off che va dalla 11 alla 20. Grazie a Giovanni e a chi leggerà. (Gianni Montieri)

*

(#11)

Con la gonna alle ginocchia, il pensiero che
a Nova Gorica curano meglio le unghie, e che
credere alla felicità è scorciatoia dei deboli,
Daniela Ferri la prima sciocchezza la mette
in borsetta, per non farla vedere a sua figlia.
La seconda, appena arrivata nel bagno del bar,
la nasconde fra le rime dei suoi capelli.
La terza sciocchezza, invece, deve rincorrerla, per
poi afferrarla al volo e farla stare nella mano.
Lo sa, il suo stare da sola è il silenzio che funziona.
E oggi funziona. Per oggi sa solo questo, tre è il numero
perfetto. Soprattutto per le sciocchezze.
E anche per quello che Sandro Abrami, di nascosto da tutti
ieri in macchina nel parcheggio della stazione, le ha detto:
“Quanta fatica per capirci, tu mi prometti Il tuo profumo,
io ti chiedo il tuo odore”.

*

(#12)

Di questa promessa di neve è rimasta
solo una manciata di sale grosso sui marciapiedi,
un turbinio di vento che non si stanca
e tu che mi dici “Giovanni, credi a questa luce
che adesso si apre ad ogni sguardo buono,
e non finisce in piazza Vittoria”, lo so.
Gorizia è il silenzio che non si vuole più,
quello in cui ci si inciampa, anche questo lo so.
Il tunnel della Galleria Bombi è dove il vento
si mostra più fragile. Ma a chi lo dico? A Lucia? A te?
Con un bicchiere di vino bianco, il bavero alzato
gli occhi azzurri che fanno il girotondo, Marco Stacul
mi racconta “Stai attento, le persone sono come
le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma
di una tartaruga felice”.

*

(#13)

Il fiume Isonzo sfiora e accarezza Gorizia,
il suo andare di acqua cerca il morbido
della pelle di questa città, che conta le sue grondaie.
È una vicinanza che ancora non si misura,
due corpi si riconoscono nell’abbraccio
vero? e rimangono le voci, penso.
Andrea Santino si toglie le scarpe, si siede
sul divano in silenzio, e pensa a Cecilia Skarabot,
alla sua collana, alla sua borsa marrone,
alle sue labbra che si ammorbidiscono
quando dicono “ma certo, sono qui”.
Le campane di San Rocco rintoccano le sei,
e lui si ricorda di suo figlio, “papà, lo so
con lo spago si possono legare assieme le cose,
ma io sono solo capace di fare dei nodi”.

*

(#14)

Agata Polverieri i suoi trentanove anni li tiene
stretti alla melodia di “Agnese dolce Agnese”
di Ivan Graziani, le piace chiedere per favore,
ha un segno di sangue nell’occhio destro
ed è convinta che l’unica cosa che funziona
in questa città è lo spazio verde di via Lantieri,
dove i cani corrono, saltano e fanno i loro bisogni.
Sotto l’ombrello è nel giorno di una pozzanghera,
sopra lo specchiarsi di una fortuna che rimanda
da tempo. Vuole rimanere lontana dalla paura,
sul retro di uno scontrino del bancomat ha scritto
al suo amico Dante Dri, alcune parole piccole
a biro nera: “la conta degli abbracci inizia presto,
con il primo abbraccio che desideri, vuoi e sogni,
e che poi rimane da qualche altra parte,
in una attesa che non conosci, impigliato”.

*

(#15)

Questo giovedì mattina tutto è rinviato,
i voli dei colombi in piazza Vittoria, il primo
buongiorno che si sente in via Montesanto
il primo caffè ordinato al banco del bar Ali.
Tutto è più lento, ci si muove appena.
Gorizia è questa laguna di promesse, infedeltà,
sigarette comprate in Slovenia e grattaevinci.
Qui non ci si sposta mai di onda, solo di marea.
Ricordo l’immagine scritta da Paolo Catta,
‘ombre urbane di tacchini in fuga’, è un libera tutti.
Cosa posso aggiungere. A volte mi sento proprio
come questa città, se sono stato amore
è perché ho sprecato amore.

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Giovanni Fierro, Gorizia On/Off

p1120243

 

(#1)

Gorizia oggi si divide in due parti.
Una si avvita e l’altra si rompe.
Via Carducci, come sempre, si apre
alla sete, si mostra nelle sue vene
riceve l’aria di questa luce finita
che si muove dietro alle macchine.
Un po’ perché non sa dove andare,
un po’ per volere bene.

 

(#2)

Nella camera al primo piano di via Rastello,
tolta anche la canottiera, l’uomo con la ciste
all’orecchio apre l’armadio.
Vede che di lei è rimasto il golfino che ha indossato
lo scorso sabato a Lockve.
Così, lui pronuncia la stessa domanda
con cui si è svegliato, stamattina.
È la primavera che tradisce le rondini
quando non rimane?

 

(#3)

Finito il lavoro socialmente utile,
lasciato il cane alla suocera,
smesso di dire che Gorizia era più pulita
quando era austriaca,
Marco Hlede si ripete ancora
che adesso in piazza Vittoria
a cercare il vento è il momento giusto
per le direzioni più belle, i giri e i voli
le spinte fino al lontano, per lanciare in alto
le farfalle. E guardare il cielo per quello che è.

 

(#4)

Oggi la luce su Gorizia è un nodo
che non si scioglie, le foglie in corso Italia
sono un salto finito, dai rami degli alberi.
Uscito dal tabacchino vicino all’incrocio,
con la cintura troppo stretta
alla vita, Michele Bensa si ferma
e si dice: “Mi fido delle sigarette,
quando il fumo che butto fuori
mi fa vedere il mio respiro, esatto.
È una verità. E fumare è l’unica cosa
che riesco a fare meglio di mio fratello”.

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Notturni diversi 2016. Dal 18 giugno al 16 luglio

notturni diversi poeturam

notturni di versi piccolo festival della poesia e delle arti notturne

PORTOGRUARO – Ritorna ad illuminare le notti estive, dal 18 giugno al 16 luglio 2016 con performance poetiche e musicali, reading, mostre, presentazioni di libri e tante altre iniziative culturali, notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne, organizzato dall’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro con il sostegno della Città Metropolitana di Venezia, della Regione Veneto e i comuni di Portogruaro, Teglio Veneto e Fossalta di Portogruaro, la Fondazione Santo Stefano e Media Partner Radio Onde Furlane.

L’Associazione Culturale Porto dei Benandanti sa bene che le notti, a giugno e luglio, si fanno più intense e luccicanti, ed è anche per questo che dal 2005 organizza Notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne.
Gli incantevoli spazi dedicati agli eventi di notturni di versi 2016, giunto alla dodicesima edizione, saranno il Centro Storico di Portogruaro, il Museo Archeologico Nazionale Concordiese e la Piazza della Pescheria che si affaccia direttamente sul fiume Lemene a Portogruaro, il Giardino di Palazzo Altan Venanzio e i Vivai Bejaflor, il Cortino del Castello di Fratta con la Casa Colonica del ‘600 e la Chiesa di Santa Cristina di Gorgo a Fossalta di Portogruaro, Villa Dell’Anna Brezzi di Teglio Veneto e il Parco Ungaretti di Sagrado (GO).
Per l’edizione 2016 i poeti di riferimento e a cui è dedicata la rassegna, saranno ben due: Giuseppe Ungaretti e Allen Ginsberg. Quest’anno infatti ricorrono i cent’anni dalla pubblicazione del Porto Sepolto la raccolta del poeta italiano intensamente legata all’esperienza della Grande Guerra e i sessanta dall’uscita di Urlo dell’autore americano. L’anniversario dell’uscita dei due importanti libri e il fascino di approfondire il rapporto tra i due poeti, che si è concretizzato in vari incontri, tra i quali ricordiamo quello avvenuto al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1967, ha persuaso gli organizzatori del festival a intitolare l’edizione 2016 UAAG!!!: una sorta di esclamazione che però possa essere anche urlo liberatorio, nato dall’acronimo del nome e cognome dei due poeti, resi così inseparabili fondendo i confini delle loro divergenze e convergenze.
Performances teatrali e musicali, presentazione di libri, incontri con gli autori, esposizioni d’arte, slam poetry e tanta poesia recitata dai poeti! Ospiti di questa edizione Stefano Guglielmin, Laura Di Corcia, Fabia Ghenzovich, Bernardo Pacini, Guido Cupani, Erio Gobetto, Fabio Franzin, Marco Sorzio, Giovanni Fierro, Gianni Montieri, gli artisti Mattia Campo Dall’Orto, Roberto Cantarutti, Luciano Lunazzi e Carlo Vidoni, Alfredo Luzi, Michele Obit, Antonella Sbuelz, Peter Semolič, Glorjana Veber i sei slammer del Poetry Slam Velvet Afri, Lorenzo Bartolini, Andrea Fabiani, Silvia Salvagnini, Simone Savogin, Gianmarco Tricarico e ospite Luigi Socci, ma anche tanta musica con il Toma Trio – i jazzisti Mauro Darpin (sax), Luca Colussi (batteria), Giovanni Maier (contrabbasso) – la musica di Raffaele Silvestre (pianoforte), Sandro Carta (tromba, electronics), i paesaggi sonori di Federico Toffolon, la lavagna luminosa di Dora Tubaro accompagnata da Michela Grena (musiche, voce, piano e armonium), Roberto Fabrizio (chitarra, effetti), Aida Talliente (voce narrante ed effetti).

In calendario dal 18 giugno nelle cittadine venete di Portogruaro, Teglio Veneto e Fossalta di Portogruaro, notturni di versi, ribadisce anche in questa sua dodicesima edizione, che la notte è il buio, l’insondabile, il non ancora scoperto, che accompagna gli umani da sempre, suscitando timore ma, al contempo, sollecitando ricerca e conoscenza. Fin dall’antichità più remota, guardavamo il cielo notturno e scoprivamo costellazioni, stelle e ne traevano riflessioni: tentativi di dare significato all’incertezza dell’esistere, immaginando, di volta in volta, verità, anche solo abbozzate, da stringere.
La notte diviene così il momento privilegiato per la poesia che, con il suo racconto traccia con possibili significati l’enorme lavagna del cielo buio.

PROGRAMMA

Si parte Sabato 18 giugno alle 21 a Portogruaro nei Vivai Bejaflor (Viale Udine, 34 Portogruaro)con la presentazione del libro “Blanc de ta nuque vol. 2” a cura di Stefano Guglielmin con i poeti Laura Di Corcia, Fabia Ghenzovich, Bernardo Pacini e performance musicale di Toma Trio, modera Guido Cupani.«Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea» è quello che da ormai dieci anni Stefano Guglielmin lancia dall’osservatorio di Blanc de ta nuque, uno dei blog di cultura poetica più stimolanti del panorama odierno prendendo la forma di un volume antologico, il secondo ormai, che racchiude, oltre a cinque anni di incontri con gli autori, anche un ricco contorno di saggi, recensioni, interviste e “lettere dal fronte”.
Giovedì 23 giugno 2016 alle 21 a Fossalta di Portogruaro nella Chiesetta di Santa Cristina “CUOREMATTO!” performance dell’Ass. ONLUS Teatroviaggiante per la regia di Erio Gobetto: rappresentazione di alcune scene da Cuorematto! che affronta le stereotipie sociali esplorando il pregiudizio culturale, ideologico e artistico sia esso d’élite o popolare attraverso l’educazione, l’arte, la bellezza. Seguirà alle 21.30 la Presentazione del libro “AVREMO CURA” di Gianni Montieri a cura di Guido Cupani.
Venerdì 24 giugno alle 21 a Teglio Veneto nel suggestivo giardino della Villa Dell’Anna-Brezzi si terrà la premiazione della XVI edizione del “Premio Nazionale Teglio Poesia”, con reading del poeta vincitore delle sezioni adulti e delle scuole di ogni ordine e grado, insieme ai jazzisti Mauro Darpin (sax), Luca Colussi (batteria), Giovanni Maier (contrabbasso). La Giuria è presieduta da Fabio Franzin.

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Acqua in bocca – Argo a Bologna

Sabato 7 dicembre 2013 – ore 21.30
Libreria Modo Infoshop, via Mascarella 24b, Bologna

ACQUA IN BOCCA

Il collettivo ARGO presenta il romanzo collettivo d’esplorazione «H2O»

Argo

Tuffatevi nell’acqua bene comune che dà la vita e gettate un ponte sull’acqua che separa e uccide, con gli Argonauti (da tutta Italia) – Valerio Cuccaroni – Rossella Renzi – Silvia Albanese – Tommaso Gragnato – Gianni Montieri – Lorenzo Franceschini, il Movimento Acqua Bene Comune Bologna e gli scrittori Giovanni Fierro, Franca Mancinelli, Luciano Mazziotta. In collegamento Skype da Parigi: Filippo Furri (Argo) e Andrea Inglese (Nazione Indiana)

Proiezione dei video // Watershape project:
“Aria #1”, 2011 di Sebastiano Luciano / Musica: Andrea Buratta aka NovembertraumMonochrome Circus / estratto da “水の家 / Water House” / Coreografia: Kosei Sakamoto / Ballerini: Yuko Mori, Hirokazu Morikawa / Premiere: Atelier Gekken, Kyoto, 2005

La rivista d’esplorazione ARGO ha dedicato il suo diciottesimo volume, H2O, al tema multiforme e fluido dell’acqua. H2O è un romanzo di esplorazione che interroga la relazione dell’umano con l’elemento vitale per eccellenza: acqua come fonte primordiale di vita, acqua come vettore e frontiera dell’orizzonte umano, acqua come risorsa e limite. Dopo un numero oscuro e ctonio, dedicato alla morte (VIXI, n. 17), H2O diventa dunque un inno alla vita ritrovata, alla forza generatrice e rigeneratrice della natura, ma anche un’inchiesta sui conflitti provocati dalla volontà di controllarla.

Argo H2O è consultabile in creative commons su http://www.argonline.it/

Una questione di Salute (da ARGO H2O)

Argo 18_H2O

Per scaricare il PDF del nuovo numero di ARGO cliccate qui H2O

Scheda Numero Qui

Per acquistare copia cartacea Qui

Una questione di Salute

 

(a Anna Toscano)

 

È una bellissima notte di giugno dell’anno 2012, l’ora in cui si accendono tutti i lampioni è passata da un po’. A Venezia, nei pressi della Salute, un uomo e una donna passeggiano tenendosi a braccetto. La donna indossa dei pantaloni blu scuro e una maglia in cotone dello stesso colore. L’uomo, una camicia azzurra e pantaloni chiari. La donna è la scrittrice americana Susan Sontag, l’uomo è il poeta russo Iosif Brodskij. Entrambi sono morti da diversi anni. Morti, almeno, nella maniera più tradizionale del termine. Quella che segue è la fedele trascrizione della loro conversazione.

Susan: Mio caro Iosif, l’avresti mai detto che ti saresti ritrovato in questa città, in piena estate?

Iosif: No, naturalmente. Conosci la mia insofferenza al caldo e la mia avversione per i turisti che girano seminudi per le calli. Troppo mobili rispetto a tutto questo marmo. Anatomicamente inferiori alle statue.

Susan: Ricordo, scrivesti di preferire la scelta al flusso e che la pietra è sempre una scelta. E l’acqua?

Iosif: L’acqua, dici? L’acqua è tutto. L’acqua è l’unica cosa che vince sul tempo. O, forse, è il tempo stesso. L’acqua può tutto e, qui, tutto riflette. Così come, a una certa ora del giorno, ogni meraviglia sul Canal Grande è restituita al suo doppio; allo stesso modo, l’acqua non può scegliere (nemmeno qui) di riflettere ciò che vuole ma soltanto ciò che può: ogni cosa.

Susan: Allora spiegami perché tornarci anche in questa stagione?

Iosif: Non ci torno, ho scelto di rimanerci. Tu piuttosto perché ci vieni ancora?

Susan (sorride): Dovresti saperlo, un anno intero a Parigi può essere noioso. E poi, ogni volta, torno a prendere una cartolina.

Iosif: Qualcosa che l’occhio possa contenere?

Susan: Qualcosa di più. Tutto ciò che l’occhio escluderebbe e che la laguna moltiplica per due. L’istante in cui un riflesso, o l’alzarsi e ritrarsi di marea, ti mostrano la meraviglia.

Iosif: Meraviglia già esistente, non trovi?

Susan: Sì

Iosif: Forse sarebbe meglio dire, piuttosto, che torni qui a riprenderti (o a registrare) un pezzetto di meraviglia.

Susan: Potremmo dire così, mio puntiglioso poeta, ah ah ah

Iosif: Ah ah ah. Hai ragione certe volte sono insopportabile. Quasi sempre, in realtà.

Susan: Non per me.

(I due amici passeggiano tra le piccole calli che si confondono tra la Chiesa della Salute e la Guggenheim.)

Susan: Hai visto in che calle siamo finiti? Ti viene in mente chi viveva qui?

Iosif: Oh, mio dio, sì! La moglie di Pound. Mi ricordo quando mi chiedesti di accompagnarti a casa sua. Il pistolotto che Olga Rudge ci fece in difesa (non richiesta) di suo marito, di come non fosse nazista e nemmeno antisemita; ma mi pare che ci salvasti con una battuta splendida.

Susan: Dici? Non ricordo bene. Ricordo, invece, come il suo tè non fosse un granché.

Iosif: Americani…

Susan: A chi lo dici…

(Ridono)

Iosif: Si sta bene stanotte, passiamo da Punta della Dogana?

Susan: Volentieri, adoro passare da lì. Non so perché mi viene in mente una tua poesia, una della serie di “Laguna”. Dunque, era così, se non sbaglio:

E, come un tintinnio di servizi da tè,

si sente il suono delle chiese veneziane

in una scatola di vite casuali.

Il polipo di bronzo del lampadario

nella specchiera fiorita d’erbe lacustri

lecca il letto umido, rigonfio

di lacrime, carezze, sogni sporchi

La ricordi, Iosif?

Iosif: Sì. Le poesie che hanno a che fare con Venezia sono quelle che ricordo meglio e più volentieri.

Susan: Ho sempre trovato geniali questi versi. Il come tu sia riuscito nominando oggetti, descrivendo una stanza d’albergo, a far sentire, a riprodurre il suono dell’acqua. Come se l’acqua fosse in quella camera.

Iosif: E c’era, Susan, eccome. L’unicità di questo posto, queste mura umide, i mattoni che amo più delle pietre, il dondolìo. Sentire che l’acqua fosse ovunque, sotto al letto mentre dormivo o sotto i tacchi mentre passeggiavo, mi ha mostrato con chiarezza la mia precarietà. Sensazione confortante. Siamo instabili come l’acqua. Sapere che in questo posto tutto dipenda ed è dipeso dall’acqua, ti si ficca dentro come un chiodo di ghiaccio. Qualunque cosa tu pensi o scriva, lo farai con l’acqua.

Susan: Una continua vibrazione, no? Ogni volta sei costretto a pensare che un niente basterebbe a portarti via. Anzi, venire qui è sempre stato portarsi via. Venire a Venezia è, contemporaneamente, scegliere la bellezza, raddoppiarne la visuale e poi farsi prendere alla gola, sgomenti, sapendo che ciò che amplifica lo stupore potrebbe sottrartelo in ogni istante. Dio mio, che luce che c’è su San Marco, da qui.

Iosif: E San Giorgio? Non bastano molte vite per meritarsi questa vista. Questo posto è immune a tutto e a tutti, fuorché a se stesso. Fossi rimasto in vita avrei continuato a venirci, ogni inverno, fino alla fine. San Pietroburgo non mi è mai mancata veramente, Venezia sì. E a te cosa manca, ti manca Annie? Tuo figlio?

(Mentre chiacchierano, superano Punta della Dogana e vanno verso le Zattere, passando davanti ai Magazzini del sale. Siamo a Fondamenta degli incurabili).

Susan: Terribilmente, ma più di tutto mi manca poter scrivere. Perché ogni volta che ho scritto anche una sola parola ho scritto anche a loro.

Iosif: Allora gli hai parlato per sempre.

(La Sontag sorride e si volta verso il Canale della Giudecca)

Susan: Sei caro. Lo spero, lo spero. Guarda come è piatto stanotte, guarda la luna sopra il Redentore. Stasera si riflettono le stelle.

Iosif: Una volta mi hai detto che Venezia ti fa piangere, pensavi a notti così?

Susan: Scrissi quella frase sul taccuino, una mattina presto, dopo aver ascoltato la Messa a San Marco. Credo sia stato il risultato reale della sensazione di tranquillità, del silenzio della Basilica e della piazza. Con me solo la liturgia della bellezza. E la pace. Venezia mi metteva in pace.  E se fosse il pianto l’unico inchiostro plausibile per raccontare, insieme, la pace e la bellezza?

Iosif: La pace e la bellezza stanno in una lacrima sola. Torniamo all’acqua.

Susan: Che è da dove veniamo.

(Ridono entrambi. Ora lasciano le Zattere e svoltano a destra verso Sant’Agnese, vanno verso il ponte dell’Accademia).

Iosif: Esiste, secondo te,  una fotografia – ideale – che possa raccontare Venezia?

Susan: Può darsi. L’ideale, però, sarebbe soprattutto tutto ciò che è rimasto fuori dallo scatto. Tutto fermo da millenni eppure mutato prima della foto successiva.

Iosif: Tutti i versi che ho scritto su Venezia (anche quelli dedicati a te) hanno tentato quello scatto.

Susan: A te lo scatto è riuscito.

Iosif: Qualche volta l’ho pensato. Più onestamente, mi sento di dire che il pensiero di riuscire in quello scatto mi abbia tenuto in vita più a lungo. L’ansia di mancarlo, d’altro canto, mi ha spinto a tornare qui, tutti gli inverni, per quasi vent’anni.

Susan: C’è un’altra tua poesia che amo particolarmente, mi ci hai fatto pensare adesso

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

 

Iosif: Il punto è proprio questo. Venezia può fare a meno di chiunque, nemmeno l’assenza di chi l’avrà più amata potrà intaccarne la bellezza e l’essenza. Io, invece, ne avvertivo la mancanza ancor prima di venirci la prima volta.

Susan: I tuoi inverni, starei ore ad ascoltarti mentre mi parli dell’acqua alta, della nebbia, dell’odore delle alghe ghiacciate. Vuoi farlo ancora una volta Iosif?

Iosif: L’odore di alghe marine sotto zero, per me, è sinonimo di felicità. Ognuno si lega a un odore, quello è il mio. Odore che conoscevo prima di sentirlo, oltre i confini geografici, lo scrissi, al di là della struttura genetica. La nebbia è stata la prima cosa che ho imparato qui, fitta fino ad inghiottirti. Ti costringe a stare in casa a scrivere, con la luce artificiale. Se non sei veneziano, una volta uscito, non sapresti far ritorno. L’acqua alta deborda sulla città come fuoriuscita da una vasca da bagno, ti prende fino alle ginocchia. Il suono dei tacchi lascia posto a un silenzio vivo, interrotto solo dal rumore che fanno gli stivali di gomma. Tutto è fermo, come se nulla esistesse più. Il niente davanti e, dietro di te, solo la breve scia che lasci.

Susan: Grazie. Ora ci vorrebbe qualcosa da bere.

Iosif: A patto che non si tratti di acqua.

Susan: Promesso.

Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

Nota al testo: Susan Sontag (New york 16 gennaio 1933 – New York 28 dicembre 2004) è sepolta a Parigi nel cimitero di Montparnasse. Iosif Brodskij (Leningrado 24 maggio 1940 – New York 28 gennaio 1996) è sepolto a Venezia nel cimitero di San Michele.

Il racconto è ispirato alla vita e all’opera dei due autori. In particolare, trae spunti dai seguenti testi:

Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi 1991 (ultima edizione 2012)

Iosif Brodskij – Poesie Italiane – Adelphi 1996 (ultima edizione 2004) – volume che contiene le due poesie citate nel racconto.

Susan Sontag – I diari secondo volume – a cura di David Rieff – non ancora editi in Italia. (un’anticipazione ne è stata data dal quotidiano La Repubblica il 29/04/2012)

Le battute dei dialoghi, le deduzioni, parte della visione di Venezia, sono da attribuire alla fantasia dell’autore.

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Giovanni Fierro – poesie

da “Lasciami così” – 2004

***

Uomini

Bisognerebbe assomigliare alle pozzanghere
esistere solo in caso di profondità

imparare dal legno
che alla lama da taglio si oppone
con l’intensità della fibra

ma basterebbe avere la forza della vera fiducia
quella che si dona
quando la dignità altrui è perduta.

***

Pensione Silvano

Erano camere
dove si andava a fare l’amore.

Ora sono stanze
per uffici di una compagnia
di assicurazioni.

È la strategia di una resa.

***

La forza e no

Giuro che li ho visti uomini e donne
a Sarajevo
dire
con i loro volti
di desiderio di labbra
una gioia nel corpo che si chiede all’affetto
e dita di primavera e semi da piantare nella terra serena

Sarajevo vista dall’alto è una coppa da riempire
di ottimo vino e alzare e brindare

avrei potuto abbracciarti e dirti che avevi una bellezza
che si mostrava nella luce, il tuo sorriso
che ti rimane bambina.

Ma non sono stato capace
come potevo mostrarmi uomo

al pensiero che anche qui uomini
hanno lasciato dentro donne
non seme

ma sputi.

***

da “Il riparo che non ho” – 2011

***

Mi piacevi

Per te sono stato la fermata d’autobus
che non arriva mai
ma che permette al viaggiatore di guardare il paesaggio.

Il nostro amarci non è mai stato amore

tu lo hai desiderato e hai creduto
che poteva essere un fiore.

Avevi ragione

era una rosa.
Già nel seme aveva tutte le sue spine.

***

La squadra di calcio

È il comunismo perfetto
tutti con la stessa maglia
ognuno è dell’altro il compagno
in campo si vede, distintamente

capisci immediatamente
chi ha talento paura furbizia
remora buona volontà o resistenza
chi gambe chi fiato
non c’è mai una menzogna

e che tutti e sempre
si giochi con le braghette corte
dice bene
che questo è un regime
che funziona

solo quando è giovane.

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Mio nonno Nino

Faccio proprio fatica a pensare che il mio sangue
proviene dal tuo sangue

i miei capelli che rimangono ostinatamente neri
i tuoi erano completamente bianchi prima che tu avessi trent’anni

i miei occhi scuri dovrebbero nascondermi e invece mi svelano
l’azzurro dei tuoi è il cielo che ti protegge.

Io ho ancora mani da ragazzo
hanno poca forza nella presa
ancora non dicono qual’è il mio coraggio

così guardo le tue mani

i tuoi calli sono la soluzione
di ogni algoritmo che la fame ti ha snervato nello stomaco
la radice quadrata della tua bontà che non ti ha mai tradito
la giusta approssimazione ad ogni tuo possibile sogno
il suo esatto più vicino

questa pelle sulle tue dita, asciugata a nocciolo di pietra, stretta a pugno
o volata a carezza, dove è più consumata
e quasi nascosta per vergogna

lì riconosco il segno della tua matematica più precisa

pala e piccone.

***

I fuochi d’artificio

Dal chiuso della cucina
abbiamo sentito i botti
non siamo usciti sul terrazzo
la serata spaccata da tuoni di artificio

sapevamo che ad ognuno di loro
corrispondeva nel cielo, un fiore
sbocciato di luce e colori

ma per quanti altri uomo e donna
nella propria casa, fra lenzuola calore abbraccio
i colpi sentiti nel buio del cielo la notte
sono invece bulbi di granata
destinati alle tegole del loro tetto
ai mattoni dei muri all’intimità del loro amore
a loro.

Che puoi solo dire colpiranno
quello che devono colpire
e si sta così, indifesi nascosti dietro
ogni grammo di polvere nell’aria della cucina
del salotto la camera da letto lo sgabuzzino
il piccolo riparo.

Guarda che crudeltà
come i baci anche le bombe arrivano
dal volo sopra il volo delle rondini.

Anche per questo oggi ti ho fatto un regalo

è un piccolo pacchetto, ha il suo fiocco
c’è la carta, è bianco e rosa

dentro ci sono un paio di calze con la riga.
Questa è l’unica miccia che voglio
accendere.

***

Quello che c’è

Dici ‘mi piace l’odore di pulito’

per te è il profumo e la freschezza
che senti nelle narici
quando dispieghiamo le lenzuola
lavate e stirate e prepariamo il letto

per me è il nostro abbraccio

sotto il lenzuolo
prima di addormentarci
ci protegge.

***

Il concepimento

Nel tuo ventre abbiamo acceso
la nostra prima stella
in questo infinito cielo è il centro colpito
e di tutto l’universo

ci sorprendiamo sempre
quando pensiamo che ne siamo stati capaci.
Perché abbiamo usato la nostra sola unica e comune scienza

per prendere meglio la mira
abbiamo chiuso gli occhi.

***

A mia figlia

Onora sempre le bolle di sapone

come l’uomo sono fatte di fiato
provengono da un respiro

come il corpo umano sono una tessitura di acqua

con trasparenza mostrano il silenzio.

Un soffio le fa volare nell’aria e vanno
si rincorrono come baci

come la vita non ritornano.

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da “Oleandro e garaža” – 2012  (inediti)

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Lo sai

Poi mi dici
questo è un po’
di amore, spogliato

che non ci salva,
aggiungo io

se ogni volta, a cercare
le labbra e la lingua

dalla spinta dei cuori

nella bocca, nel bacio
troviamo i denti

a sbattere
contro.

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Attesa

La crudeltà della preda
è qui
braccata e perciò più feroce

così, voglio baciarti
e invece
ti mordo

ma il veleno è tuo

quando mi dici
‘ancora’.

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Quasi giorno

Questo spingere la carne
dentro la carne

è come si fa con i propri
anni
dentro il tempo, corpo a corpo

è il difetto più riuscito

così, di più
non riescono
le nostre braccia, a stringersi
nell’abbraccio.

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Giovanni Fierro è nato a Gorizia nel 1968.

I suoi testi sono stati pubblicati nelle raccolte “Frantumi” (2002)  e “Prepletanja – Intrecci” (2003), edite da Sottomondo. Del dicembre 2004 è la sua prima raccolta poetica, “Lasciami così” (Sottomondo Gorizia), con presentazione in quarta di copertina del poeta Mario Benedetti:‘Fra “rabbia e stanchezza” si collocano “le parole giuste” di questo libro teso e compatto di Giovanni Fierro.

La costruzione rigorosa che si avvale di elementi biografici sempre significativi nella loro valenza etica e di orizzonte poetico dimostra la severità dell’autore con se stesso, con la propria vita e con quella di tutti noi.

(…) Venire ai ferri corti con la vita è compito che Fierro si è assunto in maniera ineccepibile e con risultati di rilievo’. Nel gennaio 2007 è uscito “Acque di acqua”, raccolta di sette componimenti, inerenti al dvd “Jùdrio” dell’artista cormonese Mauro Bon. La sua più recente raccolta poetica è “Il riparo che non ho”, uscita nel corso del 2011 per l’editore Le Voci della Luna, con prefazione del poeta Claudio Damiani e quarta di copertina firmata dalla scrittrice Monique Pistolato. Nel dicembre 2011, cinque suoi nuovi testi a titolo “Una tregua” sono ospitati sulle pagine dell’Almanacco dello Specchio 2010 – 2011, edito da Mondadori.

Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca.

È stato tradotto in portoghese, sloveno, croato, tedesco, ceco e friulano.

Per contatti: giovannifierro68@hotmail.com