einaudi

proSabato, Gianni Rodari, La febbre mangina

Quando la bambina è malata anche le sue bambole debbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno le visita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissime iniezioni con una penna a sfera.
– Questo bambino è malato, dottore.
– Vediamo un po’. Eh sì, eh già. Mi pare che abbia una buona brontolite.
– È grave?
– Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matita blu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.
– E quest’altro bambino non le pare malaticcio anche lui?
– Malatissimo, si vede senza cannocchiale.
– E che cosa ha?
– Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due etti di fragolite acuta.
– Mamma mia! Morirà?
– Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidina sciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda un bicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebbero venire il mal di denti.
Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore le dice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarla personalmente, mentre la mamma prepara i vestiti.
– Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè… provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbre mangina.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Questa parola fidata: Emily Dickinson tradotta da Silvia Bre

We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –

Dopo Centoquattro poesie e Uno zero più ampio (Einaudi 2011 e 2013) è uscito per la Bianca Einaudi il terzo volume di poesie di Emily Dickinson scelte e tradotte da Silvia Bre, dal titolo Questa parola fidata. “Terza centuria”, è così che viene chiamato il gruppo di poesie, con questo bellissimo nome che ricorda una legione mandata al massacro, una fusciacca stretta con perizia a un fianco.
Tradurre è un’arte di scomparsa. E Silvia Bre fa di quest’arte anche la legge della propria poesia. È una forma di sguardo che non riguarda gli occhi, e di parola che non contempla la vocalità: in musica, è quell’istante in cui l’esecuzione non è nemmeno pensata, né affidata alla messa in opera delle mani, ma ragionata con un impulso a gestire il corpo in modo che il suono esista in tal modo, e postuli una certa realtà. Non è propriamente orecchio, né mente, né mano: è l’intuizione di un rubato, un mezzoforte, perché quello che in fondo non è nostro diventi. Un’arte che non appartiene a nessuno strumento, salvo al diapason. E se Silvia Bre poetessa sembra diapason alla poesia che sta per scrivere, Silvia Bre traduttrice sembra diapason di una voce non sua, al servizio della poesia che desiderava vocarsi in un altro linguaggio, con tutt’altri suoni, con ritmi rispettosi anche se non adesivi, mantenendo intatti i fatti con i fatti, i non detti con i non detti. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Patrizia Cavalli, da “Con passi giapponesi”

 

I romani (o forse gli italiani) sono molto infantilmente capricciosi al bar. Così pronti di solito a venire a patti con quasi tutto, quando è il momento del caffè o del cappuccino si fanno intransigenti e puntigliosi: ognuno ha il suo proprio esatto e inderogabile gusto. C’è chi vuole il caffè lungo e chi lo vuole corto (ristretto); macchiato caldo schiumoso o non schiumoso; macchiato freddo; in tazzina, in tazza grande o al vetro; a volte con la panna; il cappuccino tiepido o bollente; chiaro o scuro, o normale; in tazza o al vetro; con la schiuma o senza; a caffellatte (ossia in bicchiere più grande, ma senza schiuma); spolverato di cacao; con lo zucchero dietetico; c’è poi il latte macchiato caldo o freddo; il decaffeinato; il caffè freddo; il caffellatte freddo; amaro o con lo zucchero; il caffè allungato con il ghiaccio; il caffè all’americana…

È con orgoglio che fanno a voce alta le loro richieste al barista, il quale è spesso non solo un santo ma un genio mnemonico, perché non è raro che gli avventori, prima ancora di pronunciare con cura i loro desiderata, si sentano dire: «Il solito?» con a seguito un titolo o un nome. Al bar si misura la gloria. Chiunque ha la sua gloria al bar. Enunciare i propri gusti e vederli esauditi. Dimostrare di avere dei gusti. Raggiungere la norma della peculiarità. Conquistare un’abitudine imponendola a chi dovrà soddisfarla.

Prima o poi nella vita capiterà a tutti di vedersi comparire sul bancone quel che si vuole senza neanche aprire bocca. E con calma divina sorseggiare da quella tazza o da quel bicchiere la certezza fiabesca di esistere.

© Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi

A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

I poeti della domenica #354: Eugenio Tomiolo, [E vivi se ti vol restar vivente]

 

E vivi se ti vol restar vivente,
E va sui prà dei fiori e erbe basa,
E verità precluse a ti ti aceta.
Va, camina, ora, varda farse el mondo
Al disegnar coreto o divin modo.
State a la bona indove ride el tuto,
Godite el fresco e godite l’arsore.
No credar d’essar solo, tuto vive,
Canta e rissona sona e ti ricanta.
Quel che distribuisse el sa e parte.
Da su’ sta mura buta tuta l’uva
Susà furà sugà scura de ave.

[E vivi se vuoi restar vivente] E vivi se vuoi restar vivente | E va sui prati dei fiori ed erbe bacia. | La verità precluse a te tu accetta. | Va, cammina, prega, guarda farsi il mondo | Al disegnare corretto o divin modo. | Statti alla buona dove ride il tutto, | Goditi il fresco e goditi l’arsore. | Non credere d’esser solo, tutto vive, | Canta e risuona suona e ti ricanta. | Quel che distribuisce sa le parti. | Da su questa mura butta tutta l’uva | Succhiata rubata asciugata scura di api.

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© Eugenio Tomiolo da Inediti in Poeti dialettali del Novecento, a c. di Franco Brevini, Torino, Einaudi, 1987

I poeti della domenica #346: Giorgio Bassani, Ars poetica

 

Ars poetica

E non resti di me che un grido, un grido lento,
senza parole. Nessuna mai parola: ché premio
m’eri, o frana celeste ed intima, tu sola.
Nel cielo senza tremito, quest’onda, quest’accento…

 

In L’alba ai vetri. Poesie 1942-’50, Torino, Einaudi, 1963

Anna Frank, 31 marzo 1944

Venerdì, 31 marzo 1944.

Cara Kitty,

figurati, fa ancora abbastanza freddo, ma quasi da un mese la gente è già quasi tutta senza carbone. Piacevole, vero? È tornato un po’ di ottimismo per quello che si sa del fronte russo. Notizie formidabili! Io non scrivo molto di politica, però ti so dire dove sono adesso i russi: vicinissimi al confine polacco, e in Romania al Pruth. Hanno quasi raggiunto Odessa. Aspettiamo di sera in sera un comunicato straordinario di Stalin.
A Mosca sparano tanti colpi a salve, che tutta la città ne rintrona; chissà che piacere provano a fare finta che la guerra sia di nuovo vicina! Non conoscono altri modi per manifestare la loro gioia?
L’Ungheria è occupata da truppe tedesche. C’è ancora un milione di ebrei, laggiù, e adesso cominceranno i guai anche per loro!
I pettegolezzi su Peter e me si sono un po’ chetati. Siamo ottimi amici, stiamo molto assieme e discorriamo di ogni argomento. È così fine, che non ho mai bisogno di trattenermi, come dovrei fare con altri giovanotti, quando il discorso cade su di un soggetto delicato.
La mia vita qui è molto migliorata. Dio non mi ha lasciata sola e non mi lascerà sola.

La tua Anna.

 

[Anna Frank morirà il 31 marzo 1945, un anno esatto dopo questa pagina del Diario, nel campo di concentramento di Bergen Belsen]
[edizione di riferimento: Diario di Anna Frank. Traduzione di Arrigo Vita, Arnoldo Mondadori, 1959]

I poeti della domenica #333: René Char/Giorgio Caproni, Les nuits justes/Le notti giuste

Les nuits justes

Avec un vent plus fort,
Une lampe moins obscure,
Nous devons trouver la halte
Où la nuit dira: «Passez»;
Et nous en serons certains
Quand le verre s’éteindra.

O terre devenue tendre!
O branche où mûrit joie!
Le gueule du ciel est blanche.
Ce qui miroite, là, c’est toi,
Ma chute, mon amour, mon saccage.

 

Le notti giuste

Con un vento più forte,
Una lampada meno oscura,
Dobbiamo trovare l’alt
Dove la notte dirà: «Passate»;
E ne saremo certi
Quando il vetro si spengerà.

O terra diventata tenera!
O ramo ove matura la mia gioia!
Le fauci del cielo son bianche.
Quel luccichio, là, sei tu,
Mia caduta, mio amore, mio scompiglio.

 

René Char, Poesie. Tradotte da Giorgio Caproni, a cura di Elisa Donzelli, Einaudi 2018

I poeti della domenica #328: Fabrizia Ramondino, Dimenticare

 

Dimenticare

Ogni notte viaggio
fra persone note o ignote
in luoghi noti o ignoti
sempre strani
disorientata.
Al risveglio mi chiedo:
dove mai, con chi sono stata?
Ma non rimugino
né voglio ricordare.
Sopporterò la nuova nottata
perché ho sopportato
la vecchia giornata.

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In Per un sentiero chiaro, Torino, Einaudi, 2004.

Il commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

 

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018; 15 €

«Tutto funziona, solo l’uomo no» è la secca affermazione che troviamo in apertura di libro, in esergo. Una frase intrigante di Hugo Ball, poeta e regista tedesco (1886-1927); intrigante perché dà giustamente adito a un dubbio interpretativo, secondo la sfumatura che si sceglie nella lettura: funziona l’uomo, ma non da solo, oppure proprio soltanto l’uomo non funziona.
E se partiamo dal bivio offerto da questo dubbio sottile, è nel gioco del commissario/poeta che il doppio si esprime maggiormente. Nella quarta di copertina Valerio Magrelli scrive: «Quando ho incontrato il commissario mio omonimo, confesso di essere rimasto sorpreso… mi ha stupito la caparbietà, l’ostinazione con cui l’ho visto viaggiare… la sua specialità sembra consistere nella difesa della vittima…». E subito il doppio prova a spiegarsi, nella prima poesia riportata anche in copertina, il poeta dichiara: «… mi faccio commissario/ della poesia/ e parto sulle tracce dei misfatti/ che restano impuniti a questo mondo». Lo fa con la sua riconoscibile, caratteristica intelligenza.
È sempre un ragionamento il suo. A volte è un “gioco” di parole (a pagina 15, a pagina 21 e a pagina 43 troviamo tre esempi particolarmente efficaci, brillanti), altre volte si tratta di qualcosa di più: Magrelli, da poeta, la rivoluzione la fa rivoluzionando la frase, mutandone i termini e quindi il senso tramite un rivolgimento del pensiero. Così certe frasi di uso comune diventano: «Qualcuno tocchi Caino» (a pagina 29) e «condannato a amore» anziché «condannato a morte» (a pagina 33).
Dentro una rassegna di orrori, questa «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» – come lo stesso commissario indica – Magrelli sa scegliere: sceglie, veramente, di prendere le difese della vittima e offre indicazioni precise: «Donne, paesaggio e infanzia,/ tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,/ deve restare intatto,/ tabù,/ SACRO». Colpisce questa parola scolpita, “urlata” e inamovibile: stupro, incendio doloso, pedofilia sono dunque ai suoi occhi i mali più sconcertanti, i peggiori reati, intollerabili. (altro…)