Quando i luoghi persi ritornano (a cura di Paola Deplano)

                     


Amo dell’Appennino i luoghi persi
(Umberto Piersanti, La gente da cui vengo si dissolve)

 

James Dickson Innes, Arenig

                                                                        

Nel 1994 Umberto Piersanti pubblicò con Einaudi una silloge dal titolo I luoghi persi. Erano città, isole, campagne, mari, colline, case, tempi passati che il poeta aveva resuscitato tra un verso e l’altro, perché li credeva, appunto, persi. La struggente malinconia dell’irrimediabile perdita attraversava queste pagine, rendendole ancora più preziose. Fu un libro, anche in termini vilmente editoriali, molto riuscito, con sette ristampe, citato e apprezzato ovunque.
Però adesso è arrivato il momento di tornare in quei luoghi persi, rivederli, riviverli, e aggiungerne altri, come si sono aggiunti anni alla vita del loro narratore. Un ulteriore pezzo di strada ha disvelato al poeta altri anfratti della memoria, in cui incunearsi per trarne, come da una preziosa miniera, nuovo materiale di scrittura: altri luoghi non più persi, ma di nuovo presenti e vivi. Ecco quindi il perché una nuova edizione di quest’opera, arricchita di dodici inediti, uscita a fine marzo di quest’anno da Crocetti.
Il primo luogo perso di entrambe le versioni è, in realtà, quasi proustianamente, un tempo perduto. In uno degli inediti della presente silloge (Vent’anni), l’autore volutamente mischia le coordinate spazio-temporali: «e tu remi, remi,//dunque c’è stato un tempo// dove sapevi farlo?» Non un “luogo dove”, quindi, ma un “tempo dove”. Poi a un certo punto, in questo tempo ormai perduto, qualcosa di inaspettato è successo: all’uomo che viveva senza legami, libero di muoversi e viaggiare, una donna ha partorito un figlio non programmato e non voluto, sebbene frutto di un momento felice («Mio figlio era  già in te, non lo sapevi//tornavamo dai monti e gli asfodeli//del Catria che si staglia azzurro in cielo//voglio che tu sappia, figlio mio//ch’eravamo felici quando nascevi»). Sotto i piedi, irrimediabile, gli si apre una botola scura che spalanca il conflitto fra l’eterno figlio che vorrebbe continuare ad essere e il solido padre di famiglia che, secondo la sua coscienza, dovrebbe diventare:

PRIMA DELLA NASCITA

a settembre mi siedo presso il mare
c’era un capanno che il vento non coglie
in questa vasta spiaggia che perdura
fino alle tamerici lungo il viale
dolce è il ricordo qui dove
la foglia del platano si stacca all’improvviso
per un soffio che passa il cielo d’oro
i palazzi d’Europa e gli scaloni io ho percorso
spesso e mi fermavo alle finestre alte
e le distingue il legno nei riquadri esatti
sempre offuscati di tempo e di fiati
c’erano sotto alberi e giardini
io ci sostavo un poco e ripartivo
senza finire il viaggio, questa vicenda
dura per tutti gli anni della vita
fino alla costa che s’innalza
con ginestre e lentischi sopra l’acque
era un’isola forse che si perde
pigra, di bianche case calcinate
le scopri nel mattino quando la nave
che rulla stanca segna la discesa
o un promontorio nido di gabbiani
che la spuma circonda e intorno orla
oppure in una barca sul Tamigi
che a ottobre scorre limaccioso e scuro
ma nei parchi stupendi verso sera
ritornava l’azzurro tra i mattoni
rossi dell’ottocento, sono le case
perse nei bei giardini con le statue
saliva lo scoiattolo tra i rami
senza temere il corvo che lo segue
anche altri fiumi ho risalito, a primavera
la Senna pigra e calda al primo sole
a Praga nel ristorante azzurro quella notte
la musica giungeva a noi dall’acqua
quanti altri fiumi e porti e mare
ch’entrava cupo o chiaro tra i palazzi
Europa ho trascinato dappertutto
la vicenda tenace e la ricerca
del momento perfetto che mi segue
da quando adolescente ti guidavo
Laura dai bei capelli giù alle Selve
e scendevamo in mezzo alle radure
dove il fringuello canta dalle querce
poi vennero altre donne
altri gli spazi che s’affollano grati
alla memoria che nessuno ne perde
ora che il tuo entusiasmo è ancora intatto
anche se avverti che qualcosa muta
che tremi quando vedi i fiori accesi
lungo è il tempo trascorso e non si ferma
m’hai detto, io ti guardavo, avevi il volto
come in quelle tue foto sul giornale
che mi manca qualcosa, forse mio figlio
lui, quando guarda gli arbusti dentro il quadro
tende i due pugni stretti e urla
non so come chiamarlo, forse geme
ma la madre lo scuote poi gli fa festa
parla con cantilene e dolci risa
torna il bambino attento a lungo fissa
l’uomo che gli sta accanto e gli sorride
timido padre proprio perché in niente
del vero padre la vita conduce
non conosce i suoi gridi e si spaventa
non sa come abbracciarlo che gli pende
i suoi pianti di notte nella stanza
con quegli orsi giganti fatti in pezza
non ha ascoltato mai, non ha passato
in quella che sarebbe la loro stanza
una notte soltanto, non ha visto
la luna dove entri e che rischiari
come vada via lesta e poi s’acquatti
in qualche larga chiazza prima che cessi
gli manca questa vista che non voleva
che rifiutò caparbio e ora sente
i giorni suoi privi del sapore
d’una dolcezza vieta quanto vera
lo raggela l’assenza e sbigottisce
io fuggirò ancora dentro i parchi
vedrò le nubi sotto il finestrino
schiantate sulle Alpi dissiparsi
non cederò perdio, mi conosco
ma questo è un buco nero che non si colma
come quegli altri anche se non morde
ma una dolcezza nuova mi ripaga
pareggia il duro conto della vita
sono tornato in questa vasta spiaggia
che guardavo con te dalla terrazza
alta dell’Imperiale, era i primi di luglio
mi ricordo, s’alzava come ora
un po’ di bruma che addolciva i contorni
d’alberghi e tamerici lungo il viale
solo ch’eravamo felici, mangiavamo
uova di quaglia nella sala bella
mio figlio era già in te, non lo sapevi
tornavamo dai monti e gli asfodeli
del Catria che si staglia azzurro in cielo
voglio che tu lo sappia figlio mio
ch’eravamo felici quando nascevi
poi fu l’agosto duro e assolato
e straccia la mia mente questo scuro
meccanismo che torna e mi sgomenta
ma c’era anche un bel vento sui torrioni
e la Livia moriva proprio in quei giorni
la madre di Gualtiero dalla gran voce
forte e che mai ho visto sconsolata
dentro il tuo corpo bruno sono entrato
dove non scorgi ancora colui che porta
questo settembre sono ritornato
nella costiera alta su a Focara
era il caldo già dolce ed era chiaro
la mia compagna bruna, io la guidavo
tra il campo di granturco fino dove
tremola l’acqua dietro pioppi e rovi
solo con i monili sei rimasta
giovane donna nuda dentro l’erba
scure le belle membra che l’azzurro
esatte disegnava nel riquadro
mentre pendo su te vedo i gabbiani
immobili nel cielo, così vicini
che forse tocchi con la mano alzata
solo un istante, scesero sul mare
dopo la vecchia casa avevo dinnanzi
ferma è rimasta dentro le stagioni

(Novembre 1986)

Tutto questo libro urla la cesura, anche poetica, fra un tempo e un altro, sancendo, come sottolinea Galaverni nell’introduzione dell’edizione Crocetti, la definitiva maturità artistica rispetto alle sillogi precedenti: 
“Ma torniamo a quel 1994, all’uscita di questa raccolta di poesie scritte per lo più tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Certi caratteri che fanno ormai parte della leggenda critica di Piersanti – il riferimento al luogo, la definizione di una particolare patria poetica, l’amore per la natura, il tono esultante e meditativo insieme, il suo legame con la classicità, il retaggio leopardiano e pascoliano – venivano messi a fuoco lì per la prima volta, almeno con la complessità tematica e il grado di determinazione espressiva che saranno poi riconosciuti a questo poeta”.
È a questo “retaggio pascoliano” che si rifà la lirica finora inedita dal titolo La peonia e il calabrone, in cui assistiamo a un rifacimento più sensuale e più crudele de Il gelsomino notturno. Il lieve sottinteso letterario si amalgama col ricordo della rabbia di un bambino due volte tradito dal suo primo amore – e non importa se adesso quello scolaro è un uomo maturo, che ha conosciuto altri amori e altri distacchi: quella tenera figura infantile resta lì ad assistere, nel luogo perso di un tempo perduto, all’abbandono di colei che ama:

LA PEONIA E IL CALABRONE

e la supplente bionda
con il lungo vestito
stretto e nero,
bella come solo al cinema
le vedi,
dopo la gara persa
del dettato,
persa con Niccolino
tutto lindo e ricciuto,
ma tu sei il più bravo,
lei t’ha tradito,
nel giardino sospeso
ci ha portati,
è del Palazzo grande,

marmi e mattoni rossi,
e si rischiara l’aria
tutt’attorno,
le Scuole Elementari sono perfette,
le ha fatte un dittatore
ma non conta,
sotto scorre la strada
che va al mare,
delle Cesane immense
vedi l’inizio
su un ceppo di peonie
smisurato,

proprio sulla più grande
e rossocupa,

un nero calabrone
s’è posato
e la stringe alla gola
e la consuma
in nessun campo trovi
un fiore così folto
e così acceso,
neanche a Villa Gloria

nelle aiuole
tu vorresti scacciare il calabrone,
colpirlo forte con un ramo,
ma la maestra no,

te lo impedisce
un compito preciso
ha il calabrone,

succhia i semi
e li sparge,
nasceranno altri fiori
è un mattino d’aprile
azzurro e chiaro,
s’illuminano le erbe
anche sui muri,
le lunghe valeriane rossoviola,
ed altre così minute,
minuto il loro fiore

biancoceleste
a te quel nero calabrone
dà fastidio
con la peonia splendida
lui s’accoppia,
come un uomo

e una donna
dentro il letto
dopo, all’uscita,
la supplente s’abbraccia
con il maestro Mario,
così basso e scuro,
è la seconda volta
che ti tradisce,
lei è la peonia,
lui il calabrone

(Giugno-luglio 2021)

A cura di Paola Deplano

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