Cristina Campo

proSabato: Cristina Campo, Nota #3 sopra la Liturgia

sotto falso nome

   Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.
La liturgia cristiana ha forse la radice nel caso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra i giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a colore che ispira.
   «E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara la sepoltura» disse il Salvatore con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’«ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di cappelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente.  Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole: «Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?»
   La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto quello non meno affidabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravità che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

da Note sopra la liturgia, in Cristina Campo, Sotto falso nome, Adelphi, 1998, pp. 127-129.

Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

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Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

 

18 FEBBRAIO 2016
LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

“In quel vasto paesaggio silente
(in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii 
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni –
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida –
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016
ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
(ahh quell’attrattiva suprema
dell’essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
– involuta e sotterranea 
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
(Lei aveva gli occhi selvaggi,
– e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 aprile
IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE – E PERICOLOSE

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche – e pericolose

In quei tramonti opulenti
(essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

  • e tra le dune fredde)
    lei era sabbia, lei era neve
    scritta riscritta spianata
    (sotto sotto bruciante sempre)
    lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
    tra folgorazioni sorde
    qualche nuovo – feroce – atto di dio
    (“inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo)
    e le carnarie mosche
    sommerse
    in tutti quei fossati che producevano
    soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 maggio
SA DI ESSERE ALLA MERCÉ DEGLI EVENTI

…[Sa di essere alla mercé degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva 
(assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo (con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva) –
che divora.

 

19 luglio
ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

Era bello trovare un prato
bianco
(sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
– della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida – da prima comunione –
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
(allora allora –
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 agosto
PERCHÉ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
(e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi, e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio 
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
(Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa –
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra).

 

 

22 settembre
I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei
– e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
(forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la – vasta – opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– di angosciastico 
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata…
Lei voleva essere sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
– dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle – sue – cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

14 ottobre
LA LINEA DEI COLLI È PRECISA – E NETTA

La linea dei colli è precisa – e netta
tra quelle valli celestiali
(minate):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
– in questo recesso –
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
(dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
(tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

Questi inediti di Villa Dominica Balbinot, tutti composti nel 2016, gettano una luce che non teme di essere cruda sulla «agghiacciante perfezione» della pallida, straniata bellezza nel mondo dissestato, funestato, infestato da «consuntore morbo», punture, dissezioni. Per questo, e non soltanto per il rosso-rame del faggio purpureo e per il rosso ‘insolente’, dallo splendore incurante, del sorbo, che qui si manifesta e che richiama Cespugli di sorbo del poeta tedesco, questi inediti riportano alla mente Gottfried Benn, non a caso annoverato da Cristina Campo tra i suoi “imperdonabili”. (Anna Maria Curci)

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

Coriandoli a Natale #12: Cristina Campo, Biglietto di Natale a M.L.S.

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Biglietto di Natale a M.L.S.

Maria Luisa quante volte
raccoglieremo questa nostra vita
nella pietà di un verso, come i Santi
nel loro palmo le città turrite?

La primavera quante volte
turbinerà i miei grani di tristezza
dentro le piogge, fino alle tue orme
sconsolate – a Saint Cloud, sulla Giudecca?

Non basterà tutto un Natale
a scambiarci le favole più miti:
le tuniche d’ortica, i sette mari,
la danza delle spade.

“Mirabilmente il tempo si dispiega…”
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un atomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.

Poesie per l’estate #5: Cristina Campo, “Devota come ramo…”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Cristina Campo in una fotografia giovanile

Cristina Campo in una fotografia giovanile

.

Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

(da Cristina Campo, Passo d’addio, All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1956; ora in La tigre assenza, Adelphi, Milano, 1991)

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

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Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan

Sara Calderoni su Cristina Campo “Il mio pensiero non vi lascia”

Il libro (Adelphi Edizioni, 2011), diviso in due parti, raccoglie le lettere che Cristina Campo scrive all’amico suo più caro, lo scrittore e poeta Gianfranco Draghi, fondatore e direttore della «Posta letteraria» (supplemento del «Corriere dell’Adda e del Ticino»), e quelle indirizzate agli altri amici del periodo fiorentino: Mario Luzi, il poeta e critico Giorgio Orelli, la pittrice Anna Bonetti, Venturino Venturi, Piero Draghi, Remo Fasani, Ferruccio Masini. Un apparato di note arricchisce questo epistolario, fornendo preziosi riferimenti storici, biografici e bibliografici, e completando così quella che è anche una testimonianza della fervida vita culturale degli anni Cinquanta ruotante intorno a riviste quali «La Parrucca», «Stagione», «Approdo», «Posta letteraria».

Le lettere, a parte le poche scritte ancora da Firenze – città dove Vittoria Guerrini, vero nome della Campo, trascorre parte dell’infanzia e la sua prima giovinezza e dove allaccia i suoi più profondi legami di amicizia – appartengono perlopiù al periodo romano: da quel settembre 1955 che vide la Campo partire «senza dirlo a nessuno». Proprio questo scrive a Gianfranco, spiegando che le «avrebbe fatto troppo male» dire addio. E’ così che il lettore ritrova subito l’eco della voce che forse ha imparato a conoscere nei versi  A volte dico tentiamo di essere gioiosi, la voce di una donna capace di lasciarsi tutto alle spalle senza cercare vane forme consolatorie.
Cristina scrive agli amici, all’amico soprattutto, e racconta di sé, delle sue giornate spesso malinconiche in quella Roma dove tanti vanno a trovarla –  Lucchese, Manganelli, così intelligente e «così brutto da straziare il cuore» – ma mancano soprattutto loro, gli amici della sua più bella giovinezza.
Scrive dei suoi articoli, quelli che continua a inviare alla «Posta», da sempre la «confidente» dei suoi «segreti», ma dove bisogna anche vedersela con uomini come Jannacone (direttore del «Corriere dell’Adda e del Ticino»), dai “tic” pesanti come pesante è il suo senso provinciale della cultura. Non manca di sottolineare, Cristina, le personali difficoltà con Costanzo, redattore della rivista «Stagione» che resta la sua «dannazione». Tuttavia qui «non si possono fare passi falsi» perché «vecchi santoni come Pound» della rivista «scrutano ogni pagina».
Intanto, fra un articolo e l’altro da inviare, c’è un’antologia di giovani poeti a cui pensare – fra i nomi, senz’altro Pasolini, la giovane Alda Merini di cui la Campo riconosce subito il talento, Luciano Erba, Risi, Masini; c’è la composizione di Elegia di Portland road (agosto del ‘57) cui vorrebbe dedicare più tempo, ma la madre si ammala e si va ogni giorno dal medico, o L’elegia delle ragazze d’Europa (marzo ‘58), «questa terra delle nostre radici, che frana intorno alle nostre radici». C’è il saggio Dell’Attenzione su Auden, che fatica a scrivere, che continuamente rivede, cambiando angolazione. A rilento anche l’inserto che dedica a Simone Weil, apparso poi su «Letteratura» nel maggio del ‘59 con il titolo Canto di Violetta (da Venezia salva tradotto sempre dalla Campo). La Weil, come è noto, che Cristina conobbe nel 1950 grazie al libro che le donò Luzi, La pesanteur et la grace, rimase un riferimento fondamentale soprattutto per la ricerca spirituale e religiosa della Campo. Grazie a Simone Weil infatti Cristina Campo spostò la propria inclinazione alla perfezione estetica della parola sul piano di più profondi significati. L’arte divenne per lei rivelazione di destino, possibilità di attingere all’invisibile, bellezza in cui sono manifestati segni sovrannaturali, luogo privilegiato dove bene e bello platonicamente si conciliano. Così in queste lettere la cita più volte. Queste le parole che di lei vorrebbe sempre ricordare: «Nulle chose ne peut avoir pour destination ce qu’elle n’a pas pour origine».

Nelle lettere la Campo condivide anche le riflessioni che le suscitano le sue letture predilette: Hölderlin, Leopardi, o Proust con quella sua  memoria che si affida al potere della madeleine per non lasciare sparsi i frammenti, per ricomporre l’intero. Altro autore  che non si può dimenticare è Pasternak. A Gian raccomanda di rileggere Il dottor  Živago perché è un libro certamente imperfetto, che presenta «squilibri», un po’ storto persino, ma che dà una risposta, all’impossibile e alla vita. Non mancano i riferimenti all’arte di Goya, Van Gogh: «ed è l’ora che il sole si incontra/ con la luna e si arresta un attimo, lo ricordi,/ come in Van Gogh a volte/ quando i tronchi trapassano in sogno/ dal blu-anatra al rosa/– fenicottero», leggiamo nella poesia Il tono dell’autunno che qui dedica ad Anna Bonetti. Sono i colori che chiariscono le parole, per la Campo, proprio come dirà all’amica Anna ringraziandola per i preziosi istanti passati nel suo studio. È con i colori che Cristina inventa mondi, accede alle visioni. Così vediamo il suo blu: «blu di pioggia», dei viali, delle spade, colore che sa di trascendenza e di fiaba d’Oriente; il rosso, che accende gli affetti – «il rosso fiore della presenza» – ma resta ambivalente: la primavera romana è «cupa e splendente come un fiotto di sangue, eppure così tenera sotto il suo cielo oscuro». Il verde che è segreto, sorpresa: «sdraiata a pancia sotto in un prato pensavo “che cosa vedo per l’ultima volta” e vidi l’erba verdissima di novembre».

Il lettore apprende tanto da queste lettere, mentre si lascia catturare dalla familiarità di un racconto che non è soltanto un ricordo degli anni in cui intercorre l’epistolario (1952-1965) ma diventa narrazione di un modo di vivere, di pensare, di lavorare, di leggere. Di dare valore all’amicizia. Uno sguardo sulle cose della vita che corrisponde a una personalità variamente colorata e a un tempo monocroma, con una tensione al bianco più puro che tutto riassume.
Ne emerge il ritratto di una donna dal temperamento ora schivo e solitario, ma volitiva e infaticabile. Una donna che da sé pretende molto, fino a non risparmiare nemmeno le proprie ore notturne, nonostante la stanchezza aumenti e la febbre la indebolisca. Il tono varia dal rimprovero scherzoso – spesso così si rivolge a Gian, ma anche a Orelli che come un bambino si lascia «insegnare parolacce» – a quello battagliero, che porta il segno di antiche alleanze; all’amica Anna dirà: «abbiamo combattuto spalla spalla per molti anni, non è vero, ed è bello che si continui ancora, anche lontane». Si ritrova inoltre la voce sapiente, e quella della Campo è una sapienza che guarda alla bellezza del mistero, in cui la frase è alta: «Lei pensa dunque […] che io non abbia seguito passo per passo […] questo cammino per Inferos, verso il suo centro più essenziale? Oh amico di poca fede perché non ascolta più attentamente il silenzio?», scrive a Gianfranco. A suggerirle queste parole è una grazia interiore, un ascolto naturale e libero. Capace infatti di scavare e cogliere i nessi più nascosti – individua la nevrosi di Piero Draghi di cui lui stesso, senza avvedersene, inconsciamente si fa complice – è proprio assecondando quel ritmo e quella musicalità, che le provengono da dentro, che Cristina riesce a distinguere un lavoro ben fatto da uno lambiccato, labirintico. Dopo un primo apprezzamento di alcune bellissime strofe di Zanzotto (apparse in un articolo di Pampaloni) per esempio, leggendone altre rimarrà delusa: «sono annegate in una tale superfetazione, che non so più da che parte cominciare a dire: questo è bello». Su una nuova poesia di Masini (che segue Le primavere del tempo, Dio etrusco apparse sul n. 22 bis della «Posta letteraria») si esprimerà così: «la più casta […] neanche un aggettivo; tra poco sarà spoglio come dev’essere e potrà fare qualcosa di molto bello». Giudizi questi che non stupiscono, se si pensa alla sua ricerca volta all’essenzialità e che se aspira alla perfezione della parola è di certo per sottrazione. Glielo ha insegnato Hoffmannsthal, che per la Campo è un modello di stile, di rigore, di purezza del pensiero e della parola stessa.

Una parola magica quella della Campo, propria del fanciullo. Del resto, per Vittoria, che nell’infanzia ha letto soltanto le Sacre Scritture e le Mille e una Notte, restando per tutta la vita ad esse fedele è proprio «per l’infanzia che si accede al regno dei cieli». Questo l’unico «possesso» che vale la pena di conservare, quelli gli anni in cui si beve «con voluttà e tremore» alla «fontana della memoria: l’acqua cupa e fulgida da cui ha vita la percezione sottile». Ed è così che nell’età adulta «se si dia un evento essenziale per la nostra vita – incontro, illuminazione – lo riconosceremo prima di tutto alla luce d’infanzia e di fiaba che lo investe» si legge ne Gli Imperdonabili.
Pertanto, non sorprende nemmeno che qui, nelle lettere, Cristina, esprimendo il desiderio di vedere gli amici di un tempo dica: «C’è con voialtri, nell’aria, gusto di latte. Il latte della vita» e aggiunga: «con voi rifluirebbe tutto». Il latte infatti è insieme principio e sapientia. È il liquido che «ripristina la connessione psichica con gli altri e con noi» (ci ricorda Hillman in Puer Aeternus), è conoscenza primordiale. La sua immaginazione libera così una visione archetipica perché suo è il bisogno di ricomporre i significati primari.
Non è nemmeno un caso che l’acqua, «elemento proprio di tutti i fanciulli divini», ricorra più volte in questi passaggi epistolari. Fra una bella «luna intrisa d’acqua»  che dona a Laura, moglie di Gianfranco, e il desiderio di conversare con gli amici «vicino all’acqua», dove «le querce sono ancora le stesse che vigilavano i sacri recessi», le sentiamo pronunciare che a volte la poesia «è muta come un vaso che non versa una goccia» quando la parola più intima resta nascosta. Lei stessa si muove sull’acqua, diventando ora un battello, ora una nave. L’acqua è metafora dell’intimità, della parola prima. Lessema con cui la Campo ripercorre felici similitudini, fra i suoi tanti altri come analogici, propri del poeta, per offrirci immagini di un mondo creaturale.
«Non ho che un desiderio: silenzio e acqua» confiderà a Gianfranco, mentre a questo desiderio consegna la propria imperfezione, per mettersi in ascolto dell’invisibile unità, per lei mai interrotta, di principio e fine.

© Sara Calderoni

[Articolo scritto per  Fuori Asse, il periodico a cura di Cooperativa Letteraria, in data 6 luglio 2012]

Come leggono gli Under 25 #11 – su alcune traduzioni di Cristina Campo contenute ne La tigre assenza

HIC ET NUNC NELL’ETERNITA’
TRADUZIONI POETICHE DI CRISTINA CAMPO
di Maddalena Lotter

Campo traduttrice. Quando Alessandra mi ha proposto di affrontare Cristina Campo per questo numero di “Come leggono gli under 25” ho trasalito, sì, un po’, perché da quando ho cominciato a leggere la Campo ho anche cominciato a temerla: è immensa. Avevo sempre paura di non capirla, la sentivo troppo profonda, metafisica direi. Non riuscivo a coglierla pienamente, o almeno questa era la mia impressione. Quando poi abbiamo deciso di soffermarci sulle sue traduzioni, ho percepito ancora più forte la sua grandezza nella scelta dei vocaboli; ci sono infatti parole e concetti gustosamente campiani. Come disse Simone Weil “che ogni parola abbia un sapore massimo.”; così è in Cristina Campo. Nel capolavoro che è “Diario bizantino”, per esempio, si legge e si respira il valore dell’eternità intesa come un flusso continuo che si propaga dalle nostre radici: Uno a uno vengono accesi i volti / alle radici millenarie / della selva d’icone, / per fare di giorno notte, / neve e stelle, / per far della tenebra rose / – più che rugiada trasparenti rose. In due traduzioni da Emily Dickinson (La tigre assenza, Adelphi 1991) ritroviamo poi il termine “perenne”, quel senso dell’eterno (con una sorta di smarrimento) che dalla poesia di Campo rinasce nelle parole di altri: Al pettirosso non sarebbe gran pena: / volano tutti i suoi beni. / Io non ho ali: a che servono, dimmi, / i miei tesori perenni? O anche: A noi più tosto il carico / di un perenne viaggio / che le Odorose Isole / desolate di te. Sono andata a cercare la versione originale delle liriche, dove nella prima Emily Dickinson diceva “My Perennial Things” (quasi commovente things tradotto con tesori), mentre nella seconda affermava:

Ours be the Cargo — unladed — here –
Rather than the “spicy isles –”
And thou — not there –

Non leggo qui il viaggio perenne di cui parla Campo, leggo piuttosto “here”, il “qui”, il “qui e ora” (quindi il presente) che conferma la distanza dalle spicy isles dell’Altro. Mi piacerebbe trovare altre traduzioni e vedere come risolvono il qui e ora dickinsoniano, che Campo ha innalzato alla dimensione del perenne.

Ne “Le barricate misteriose” (Einaudi 2001) di Silvia Bre, leggo una traduzione di una poesia della Dickinson in cui ritrovo il sapore del Presente dickinsoniano: La volta prossima, restare! … / La volta prossima far casa – / mentre fuggono gli anni, / i secoli marciano lenti, / e roteano i cicli! . Sono versi in cui ricevo un invito a restare, a fermarsi, quasi un rifiuto per il perenne viaggio che suggerivano invece le parole di Cristina Campo. Un viaggio metafisico che può offrire piacere e dolore. In alcuni momenti della poetica campiana vedo dunque un viaggio nel Presente, consapevoli però dell’Eterno, dell’immenso peso dell’eternità come concetto e come stato d’animo; è possibile infatti sentirsi – essere – eterni. È una gran bella responsabilità.

Mi viene in mente quella meravigliosa sequenza di Mariangela Gualtieri in “Caino”, una estrema sintesi, un’unione perfetta di “qui e ora” con la sensazione pericolosa e bellissima di potersi immergere, in qualunque momento, nel perenne viaggio:

[…] Fuori! fuori! andare fare battermi
godere penetrare conoscere.
Buttarsi nelle trame del mondo
come una secchiata buttarsi
nelle trame del mondo
sulle strade srotolate della terra – o.
O restare nel pacifico delle sere
restare a casa – fermi restare. […]

***

RESTIAMO IMMORTALI: Cristina Campo traduttrice di Eliot

di Alessandra Trevisan

APRIL is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering          5
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us […]

Forse non tutti ricordano che Cristina Campo si cimentò con la traduzione dell’incipit della Waste Land di T. S. Eliot, uno dei testi poetici più studiati della tradizione anglosassone, e sulla cui forma e contenuto si dibatte da sempre, sin dalla sua stesura nel 1922. Esistono molte traduzioni della Terra Desolata: la più famosa è di Roberto Sanesi, curatore delle poesie di Eliot (Poesie, RCS 1966, Bompiani, 2006), poi c’è quella di Mario Praz da cui il verso «Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine» (These fragments I have shored against my ruins, V sezione del poemetto dal titolo What the thunder said). Trascuro le altre, compresa quella di Vincenzo Mai, perché non di mio gusto. Mi concentro allora su Sanesi, su Alessandro Serpieri [docente di Letteratura inglese all’Università di Firenze che ha pubblicato una traduzione con buonissima curatela per Marsilio nel 2006], e sulla Campo, ben sapendo di non essere esperta né di traduzione né d’essere una comparatista.

Ciò che mi balza agli occhi è la controversa questione linguistica attorno a tre punti almeno, ossia la traduzione di ‘breeding’, di ‘stirring’ e di ‘forgetful snow’. ‘breeding’ seguito ai vv. 1,2,3 con la forma progressiva che grammaticalmente vorrebbe il gerundio in italiano, ma che Sanesi traduce con il presente ‘genera’ e Campo con ‘cresce’, che a mio avviso meglio introducono la causale sebbene la –ing form suoni in rima con gli altri due verbi che lo seguono. ‘stirring’ ha invece a che fare con il rimestare che Sanesi traduce con ‘risvegliando’, Serpieri con ‘eccitando’ e Campo addirittura con ‘turba’ coniugando il verbo al presente, uscendo altresì parzialmente dal campo semantico degli altri due traduttori. E poi c’è quel ‘forgetful snow’ che Sanesi traduce come ‘immemore neve’, Serpieri come ‘neve smemorata’ e Cristina Campo come ‘obliosa neve’, con l’eleganza che le compete: un termine colto, difficile, ricercato. La Campo qui compie il salto, vero, tutto attorno a questa ‘neve che copre la terra’. Altre differenze sono nella traduzione plurale di ‘dead land’ e nella traduzione di ‘rain’ come ‘acque’: eccezionali spostamenti, soprattutto l’ultimo che punta all’elemento terrestre.

La lingua poetica di Eliot non è inglese, ma americano (un’amica che non si occupa di letteratura ma è madrelingua americana mi confermò ad una prima lettura che Eliot non perde la sintassi statunitense) ed è anche un linguaggio a cui lui per primo probabilmente ‘imprime’ quest’impronta contemporanea, in pieno Secolo breve, aprendo la lingua a possibilità più vaste di registro, prima dei poeti della Beat Generation ad esempio. Questo suo testo è bello proprio perché la forma e il suono lo sono, mentre il contenuto scivola alla nostra percezione. Pur essendo cresciuto in Inghilterra Eliot resta americano di Saint Louis, città del Missouri cui è dedicata una famosa ‘american popular song’, St. Louis Blues appunto, scritta nel 1914 da W. C. Handy, portata al successo da Louis Armstong. Stiamo parlando di uno dei primi esempi di jazz della storia della musica afroamericana. C’è un collegamento tra le due cose, l’ho letto da qualche parte tempo fa, tra il ritmo della lingua di Eliot e il jazz, ed è il luogo di provenienza in primis. Non ho sufficienti strumenti per dimostrarlo ma fidatevi, e non si è qui per parlare di questo, lo so: diamolo come concesso, come punto di partenza per parlare del perché la Campo è grande nel tradurre Eliot. Perché secondo me quest’autrice sposta Eliot completamente sul piano della nostra lingua. Già lo dissi quando parlai di Silvia Bre. Ma Cristina Campo non solo rende italiano il verso di Eliot, e lo fa nella metrica perché i suoi sono endecasillabi, novenari che rallentano il ritmo, due versi di tredici sillabe, un settenario alla fine; Campo rende anche solenne il testo, spostando il fonico sul piano del divino, così come avviene nella musica classica che possiede la tensione al trascendente, che in Eliot non c’è – poiché egli si lega all’immanente, del jazz. Campo in tutto ciò che scrive punta alla resistenza (che è anche persistenza) eterna, è una sua cifra. E dunque leggiamola la sua traduzione (con il v. 8 spezzato appunto):

Aprile è il mese più crudele; cresce
lillà da terre morte, mischia
memoria e desiderio, turba
pigre radici con acque di primavera.
L’inverno ci tenne caldi, avvolse
la terra in obliosa neve,
nutriva poca vita con secchi tuberi.
L’estate ci sorprese…

Remo Fasani sul carteggio con Cristina Campo (intervista di Laura di Corcia)

Da dove partire, per costruire un edificio, se non dalle fondamenta? E, giacché l’uomo di pensiero può essere accostato per somiglianza a uno stabilimento fatto e finito, possiamo tranquillamente utilizzare questo paragone per introdurre un capitolo della lunga storia di Remo Fasani che secondo noi possedeva già in nuce tutto il suo percorso futuro, di uomo, studioso e poeta. Trattasi del soggiorno fiorentino (dal 1950 al 1951), un anno importantissimo e costellato da amicizie – intellettuali e affettuose – che l’allora studente, fresco di laurea, si portò con sé una volta rientrato in Svizzera, in quei Grigioni che già gli avevano dato i natali, prima, e poi a Neuchâtel, dove insegnò per anni letteratura italiana all’Università. Fra tutti questi rapporti, spicca per intensità e durevolezza quello con la poetessa Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo, autrice di saggi e di raccolte di valore come La Tigre Assenza, sofisticata traduttrice di Hölderlin, John Donne e Simone Weil. Remo Fasani l’aveva conosciuta grazie all’intermediazione del suo compagno Leone Traverso, che con lui condivideva la passione per la traduzione dei poeti germanofoni, primo fra tutti Hölderlin. Durante il soggiorno fiorentino, i due si frequentarono assiduamente, quasi tutti i giorni. Una volta tornato in madrepatria, non ruppero i rapporti, ma anzi li nutrirono con un carteggio assiduo e profondissimo, intellettualmente sofisticato. Le lettere che Fasani scrisse alla Campo sono purtroppo andate perse a causa dell’incuria degli eredi della poetessa, venuta a mancare prematuramente già nel 1977, a Roma, dove viveva con il compagno Elémire Zolla. Invece le missive della poetessa sono state gelosamente custodite dallo studioso svizzero, che poi decise di affidarle alla Biblioteca di Lugano, dove esiste un fondo a suo nome. L’anno scorso, per le edizioni Marsilio, hanno rivisto la luce, grazie al generoso lavoro della curatrice, Maria Pertile. A margine della pubblicazione, intitolata “Un ramo fiorito”, siamo andati a trovare lo studioso Remo Fasani, che, dopo aver vissuto lunghi anni a Neuchâtel, ora abita a Grono.

Professor Fasani, lei frequentò molto Cristina Campo da giovane. Il carteggio è una testimonianza di questo affetto e di questa stima. Come la definirebbe?

Intensa. Nella conversazione era molto affabile, aristocratica. Anche se c’era sempre in lei qualcosa di impulsivo che non riusciva a frenare. Forse la condizonavano anche le sue origini ebraiche; ma a dire il vero durante gli anni fiorentini la religione aveva un ruolo marginale. Ripeto, Cristina Campo era intensa. Intensa fino alla violenza, a volte.

In che senso?

Nelle lettere a un certo punto si vede che ci fu un raffreddamento dei rapporti. Il motivo fu la sua insistenza. Pubblicò un saggio a mio nome, “Dell’attenzione” (ora contenuto in “Gli imperdonabili”, ndr), senza prima chiedermi l’autorizzazione. In realtà il saggio era molto profondo e le idee che aveva esposto mi trovavano d’accordo. Quindi mi sarei dovuto sentire onorato da questa attribuzione. Ma mi arrabbiai per le modalità; avrebbe prima dovuto verificare la mia disponibilità. E non lo fece.

Per quale ragione agì così?

Le faceva comodo avere la firma di un uomo. Quelli erano anni in cui la questione delle donne non era ancora stata affrontata. Se la cavò con una scusa. Visto che aveva citato solo le mie iniziali, attribuì lo scritto a Renzo Fiamma e chiuse così la questione. Ma io mi indispettii in ogni caso.

Non ci furono episodi analoghi?

Leggendo le lettere si può notare quanto insistette perché mi recassi a Firenze a vedere la mostra sui grandi pittori del Quattrocento da lei stessa curata.

Il suo rapporto amoroso con Leone Traverso fu molto travagliato. Con lei ne parlò mai?

Sì, si sfogava molto. I due erano in crisi ma lei sosteneva ancora quella relazione per una sorta di idealismo. Si vedevano raramente, ma lei mi ripeteva sempre che quella relazione non fosse ancora giunta a conclusione, su un piano spirituale. Soffrì molto per questa faccenda.

E come mai, a suo parere, questa poetessa è stata esclusa dal Parnaso dei grandi poeti del Novecento?

Potremmo parlare della sua conversione e di questo lato caratteriale, ma in realtà si trattò anche di una questione politica. Non è mai stata accolta nelle antologie del Novecento perché aveva una cultura di destra, mentre a quei tempi l’intellighenzia letteraria di profilava più a sinistra. Comunque è inconcepibile che sia stata esclusa in questa maniera. Le poesie prima della conversione sono meravigliose. Io credo che sia una delle voci più autorevoli del secolo passato. E non parlo solo della sua poesia, anche della prosa. Alcuni suoi saggi sono perfetti, il massimo che ci si possa aspettare.

Dal carteggio possiamo evincere anche un brillante confronto sulla vostra produzione poetica.

Sì, Cristina Campo mi aveva eletto a suo lettore ufficiale, anche su pressione della madre. Teneva molto al mio giudizio. Mi sottoponeva qualsiasi testo scrivesse. E anch’io le sottoposi parecchie poesie.

A Firenze incontrò anche altri intellettuali. Chi le rimase nel cuore?

Mario Luzi. Anche con lui ebbi uno scambio abbastanza importante. Gli sottoposi le mie poesie e lui le apprezzò (la raccolta “Qui ed ora”, ndr). Col tempo capii che il suo tempo era limitato e che non riusciva nell’intento di seguire bene il cammino poetico altrui.

Com’era Firenze, in quegli anni?

La guerra era finita da poco, erano anni tranquilli. Mi è rimasta nel cuore. C’erano maestri importanti, come Roberto Longhi, Attilio Momigliano. Seguivo le lezioni di De Robertis e di Migliorini. Seguivo le loro lezioni con molto interesse. Ma avevo capito che avevano dei limiti. E che in Italia esistevano dei baronati inattaccabili. Per esempio, Gianfranco Contini. Nessuno poteva permettersi di confutare le sue tesi. Io lo feci scrivendo un saggio sul “Fiore”, da lui attribuito a Dante. Nel mio studio spiego che la cosa è impossibile, perché l’Alighieri morì prima che il poemetto fosse scritto.

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intervista di Laura di Corcia

(uscita su Cenobio, rivista di letteratura del Canton Ticino.)

Tra le righe n. 9: Eduard Mörike, Nostalgia

Eduard Mörike

Tra le righe n. 9: Eduard Mörike, Nostalgia

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Eduard Mörike

Heimweh

Anders wird die Welt mit jedem Schritt,
Den ich weiter von der Liebsten mache;
Mein Herz, das will nicht weiter mit.
Hier scheint die Sonne kalt ins Land,
Hier deucht mir alles unbekannt,
Sogar die Blumen am Bache!
Hat jede Sache
So fremd eine Miene, so falsch ein Gesicht.
Das Bächlein murmelt wohl und spricht:
Armer Knabe, komm bei mir vorüber,
Siehst auch hier Vergißmeinnicht. –
Ja, die sind schön an jedem Ort,
Aber nicht wie dort.
Fort, nur fort!
Die Augen gehn mir über!

(da: Eduard Mörike, Die schönsten Gedichte. Ausgewählt von Hermann Hesse, Insel Verlag, Frankfurt am Main und Leipzig 1999, 43)

Nostalgia

Si tramuta il mondo ad ogni passo
che dall’amata mi allontana.
Non mi vuole più seguire il cuore.
Freddo brilla il sole alla campagna;
ogni cosa qui mi sembra ignota,
anche i fiori al margine dell’acqua,
tanto estraneo m’appare il mondo,
mi offre tanto mendace un volto.
Pure mormora il ruscello e dice:
Passami accanto, povero fanciullo,
guarda i miei non-ti-scordar-di-me! –
Belli fioriscono in ogni luogo,
belli, ma non come laggiù…
Avanti, dunque, avanti!
Gli occhi m’inonda il pianto.

(traduzione di Cristina Campo, in: Cristina Campo,  La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991, 68)

Nostalgia

Diverso si rivela ad ogni passo questo mondo,
che dall’amore mio mi tien lontano;
si rifiuta il mio cuore d’avanzare.
Freddo qui sopra i campi brilla il sole,
tutto qui si rivela essermi estraneo,
perfino i fiorellini sulla sponda!
Ogni cosa ha
un aspetto sconosciuto, un’apparenza falsa.
Il ruscelletto mormora e mi dice:
avvicinati a me, caro fanciullo,
scorgi anche qui non-ti-scordar-di-me!
– È vero sì, son pur belli dovunque,
ma non come laggiù.
Via, voglio andare via!
Di lacrime straripano i miei occhi!

(traduzione di Liliana Cutino, in Eduard Mörike, Poesie, traduzioni di Enrico De Angelis e Liliana Cutino. Con un’appendice di Diego Valeri, “Jacques e i suoi quaderni”, 22, Pisa 1994, 53)


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n. 5: Hugo von Hofmannsthal

Tra le righe n. 5:  Hugo von Hofmannsthal

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

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Ballade des äußeren Lebens

Und Kinder wachsen auf mit tiefen Augen,
Die von nichts wissen, wachsen auf und sterben,
Und alle Menschen gehen ihre Wege.

Und süße Früchte werden aus den herben
Und fallen nachts wie tote Vögel nieder
Und liegen wenig Tage und verderben.

Und immer weht der Wind, und immer wieder
Vernehmen wir und reden viele Worte
Und spüren Lust und Müdigkeit der Glieder.

Und Straßen laufen durch das Gras, und Orte
Sind da und dort, voll Fackeln, Bäumen, Teichen,
Und drohende und totenhaft verdorrte…

Wozu sind diese aufgebaut? und gleichen
Einander nie? und sind unzählig viele?
Was wechselt Lachen, Weinen und Erbleichen?

Was frommt das alles uns und diese Spiele,
Die wir doch groß und ewig einsam sind
Und wandernd nimmer suchen irgend Ziele?

Was frommts, dergleichen viel gesehen haben?
Und dennoch sagt der viel, der ”Abend” sagt,
Ein Wort, daraus Tiefsinn und Trauer rinnt

Wie schwerer Honig aus den hohlen Waben.

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Hugo von Hofmannsthal, 1903

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Ballata della vita apparente

E fanciulli dai grandi occhi innocenti
Fioriscono e declinano nel buio
E ognuno corre la sua via nel mondo

E d’acerbi maturan dolci frutti,
Cadono a notte come uccelli,
Giacciono al suolo in pochi dì corrotti.

E vaga eterno il vento, eternamente
S’ascoltano e rispondono parole
E gioia e noia piegano le membra.

E strade bianche corrono fra l’erba,
Incontro a piazze lumi alberi stagni,
Fra cupo rombo e squallidi deserti.

Tante pietre perché, tante contrade,
E nome e volto mai non hanno eguali?
Riso e pianto, che muta, e impallidire?

E questo a noi che giova e questi giochi,
Che grandi siamo ed in eterno soli
E non cerchiamo al nostro andare un fine?

Cose tante, che giova aver vedute?
E molto dice chi mai dica «sera»,
Parola da cui tardo un lutto stilla

Come da l’arnie vuote grave miele.

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(Traduzione di Leone Traverso)

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Ballata della vita apparente

E crescono i bambini, con i profondi occhi
Che nulla sanno, crescono e poi muoiono,
ed ogni uomo va per la sua via.

E in dolci frutti mutano gli acerbi
e nella notte cadono come uccelli
e in pochi giorni giacciono corrotti.

E sempre spira il vento e sempre ancora
noi diciamo e ascoltiamo numerose parole
e voluttà e stanchezza tocca le nostre membra.

E strade corrono, traverso l’erba, e luoghi
sono qua e là, con lumi, alberi, stagni,
o minacciosi e mortalmente calvi…

A che furono edificati? E mai
due si uguagliano? e sono innumerevoli?
Che mutano le risa, il pianto ed il pallore?

Che giova il tutto a noi, e questi giuochi,
se siamo grandi ed in eterno soli
e non poniamo segno al nostro andare?

Che vale aver veduto tanto? Pure
Dice molto colui che dice «sera»,
parola da cui goccia lutto e meditazione

come dai vuoti favi il miele greve.

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(Traduzione di Cristina Campo)

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Ballata della vita esteriore

Fanciulli che crescono con occhi profondi.
Di nulla sanno, crescono e muoiono,
E tutti gli uomini vanno per la loro strada.

Dolci frutti che nascono dagli acerbi
E cadono giù di notte come uccelli morti,
Giacciono pochi giorni e marciscono.

Sempre soffia il vento e sempre torniamo
Ad ascoltare e dire molte parole
Ad avvertire il piacere e la stanchezza delle membra.

Strade che corrono attraverso l’erba e luoghi
Qua e là, pieni di fiaccole, alberi, stagni,
Ora minacciosi, ora spettralmente disseccati.

Perché vi sono queste cose? e tanto
L’una all’altra dissimile? E in così grande numero?
Cos’è che alterna il riso, il pianto ed il pallore?

Tutto ciò, e questi giuochi, a noi che giovano?
A noi che pure siamo adulti ed eternamente soli,
Che vagando non cerchiamo mai una meta?

Che giova, di queste cose averne viste tante?
E tuttavia dice molto chi dice «Sera»,
Una parola da cui scorre profondità e tristezza

Come greve miele dagli incavati favi.

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(Traduzione di Elena Croce)

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Hugo von Hofmannsthal (1874-1929). Viennese di nascita, ha antenati paterni di origine boema e di religione ebraica; in lui, come scrisse Hermann Broch, convivono due patrie, l’austriaca e la lombarda: il nonno August Hofmann von Hofmannsthal aveva sposato la nobile milanese Petronilla Rho. Hugo von Hofmannsthal esordisce sulla scena letteraria viennese con lo pseudonimo di Loris, mentre è ancora studente liceale. Nel 1892 pubblica il frammento drammatico Der Tod des Tizians (La morte di Tiziano) su “Blätter für die Kunst”, rivista letteraria diretta a Monaco dal poeta Stefan George. Nel 1897, durante un viaggio in Italia, scrive di getto opere teatrali (tra queste, Il piccolo teatro del mondo, La donna alla finestra, L’imperatore e la strega). Conclusi gli studi, Hofmannsthal si sposa nel 1901 e va a vivere nel castello di Rodaun nei pressi di Vienna, dove conduce una vita ritirata. A quel periodo risale la redazione di Ein Brief (traduzione italiana: Lettera di Lord Chandos), segnale di una crisi poetico-esistenziale e della scoperta di un «significato latitante» (Claudio Magris). Nel 1906 incontra Richard Strauss, del quale diviene consulente e librettista ufficiale. Dal sodalizio nasce, tra l’altro, Der Rosenkavalier (Il Cavaliere della Rosa), 1911.

Leone Traverso. «Reputato a ragione il maggior grecista e germanista nella brillante schiera dei cosiddetti “ermetici” fiorentini, possiede accanto a uno straordinario senso della lingua un talento poetico  che pone al servizio dei poeti che traduce, ma che al dire di amici come Mario Luzi, Tommaso Landolfi, Oreste Macrì gli avrebbe permesso di esprimersi altamente con la sua voce, non avesse tutta piegata quella voce a offrire al lettore italiano i versi assoluti di Pindaro, dei tragici greci, di Hölderlin, di Trakl, di Rilke, di Hofmannsthal.» (dalla nota di Margherita Pieracci Harwell in: Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), Milano, Adelphi, 2007, pp. 207-208).

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923-1977), ha pubblicato in vita la raccolta di poesie Passo d’addio (1956), e le prose di Fiaba e mistero (1962) e Il flauto e il tappeto (1971), oltre a traduzioni e saggi. Tra questi ultimi vanno menzionate le introduzioni alle versioni poetiche, in particolare a quelle da John Donne (introduzione a Poesie amorose e teologiche, a cura di Cristina Campo, Torino, Einaudi, 1971) e William Carlos Williams (Introduzione a Poesie di William Carlos Williams, tradotte e presentate da Cristina Campo e Vittorio Sereni, Torino, Einaudi, 1961). Di Cristina Campo Adelphi ha pubblicato due volumi di saggi, Gli imperdonabili (1987) e Sotto falso nome (1998), il volume di poesie e traduzioni poetiche La Tigre Assenza (1991), le Lettere a Mita (1999) e le Lettere a Leone Traverso (1953-1967) nel volume Caro Bul (2007)

Elena Croce (1915-1994). Figlia primogenita di Benedetto Croce, è stata traduttrice, scrittrice e ambientalista. Con il marito Raimondo Craveri ha condiviso la conduzione del mensile letterario “Lo spettatore italiano”. A lei si deve il riconoscimento del valore del romanzo di Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo; nel 1957 ne invia il manoscritto all’amico scrittore Giorgio Bassani. Con Bassani e altri intellettuali fonda nel 1956 l’associazione Italia Nostra. Ha contribuito alla creazione della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe #1: William Carlos Williams

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Tra le righe” si propone di affiancare traduzioni di testi poetici. Presentiamo qui le traduzioni di Cristina Campo e di Luigi Bonaffini di The Widow’s Lament in Springtime di William Carlos Williams.

The Widow’s Lament in Springtime

Sorrow is my own yard
where the new grass
flames as it has flamed
often before but not
with the cold fire
that closes round me this year.
Thirtyfive years
I lived with my husband.
The plumtree is white today
with masses of flowers.
Masses of flowers
load the cherry branches
and color some bushes
yellow and some red
but the grief in my heart
is stronger than they
for though they were my joy
formerly, today I notice them
and turn away forgetting.
Today my son told me
that in the meadows,
at the edge of the heavy woods
in the distance, he saw
trees of white flowers.
I feel that I would like
to go there
and fall into those flowers
and sink into the marsh near them.

(da The Collected Poems of William Carlos Williams, Volume I, 1909-1939, a cura di Christopher MacGowan. Copyright 1938, 1944, 1945 William Carlos Williams).

 

Lamento della vedova a primavera

La pena è il mio recinto.
L’erba nuova fiammeggia
là come ha spesso
fiammeggiato, ma non
del fuoco freddo
che quest’anno mi cinge.
Trentacinque anni
vissi con mio marito.
Oggi il susino è bianco
di fiori a cumuli
e cumuli di fiori
pesano sui rami del ciliegio,
colorano cespugli
di giallo, altri di rosso.
Ma è più forte la pena nel mio cuore:
furono la mia gioia
di un tempo, oggi li noto,
poi mi volto e li scordo.
Oggi mio figlio mi ha detto
che per i prati, agli orli
dei grevi  boschi,
di lontano ha veduto
bianchi alberi in fiore.
Io sento che vorrei
raggiungerli, cadere
in quei fiori, affondare
nella vicina palude.

(traduzione di Cristina Campo, in: La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991, p. 127)

 

Il lamento della vedova in primavera

Il dolore è il mio proprio giardino
dove l’erba nuova
fiammeggia come ha fiammeggiato
spesso prima ma non
con il freddo fuoco
che mi circonda quest’anno.
Per trentacinque anni
sono vissuta con mio marito.
Il susino è bianco oggi
con mucchi di fiori.
Mucchi di fiori
caricano i rami del ciliegio
e colorano di giallo alcuni cespugli
e altri di rosso
ma il dolore nel mio cuore
è più forte di loro
perché sebbene fossero la mia gioia
un tempo, oggi li vedo
e mi volto dimentica.
Oggi mio figlio mi ha detto
che nei prati,
al limite dei densi boschi
in lontananza, ha visto alberi
dai fiori bianchi.
Sento che mi piacerebbe
Andare lì
e cadere in quei fiori
e sprofondare nella palude lì vicino.

(traduzione di Luigi Bonaffini, in: Journal of Italian Translation, Volume I, Number I, Spring 2010, p. 239)

 

William Carlos Williams (1883-1963) ha pubblicato molte raccolte di poesia, quattro romanzi, diversi volumi di racconti, alcune opere teatrali, un’autobiografia e moltissimi saggi e recensioni, pur dedicandosi a tempo pieno alla sua professione di medico. Fu un sostenitore convinto di riviste letterarie piccole e indipendenti. Enfasi sui dettagli vividi (il suo motto era: “Non ci sono idee se non nelle cose”) e dedizione completa ai ritmi e ai suoni dell’idioma nordamericano: questi tratti della sua poesia hanno esercitato un’influenza fortissima su parecchie generazioni di poeti. La sua ultima raccolta di poesie, Pictures from Brueghel (Quadri da Brueghel, 1962) ha ottenuto il riconoscimento prestigioso del Premio Pulitzer, poco dopo la sua morte.

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923-1977), ha pubblicato in vita Fiaba e mistero (1962) e Il flauto e il tappeto (1971), traduzioni e saggi. Tra questi ultimi vanno menzionate le introduzioni alle versioni poetiche, in particolare a quelle da John Donne (introduzione a Poesie amorose e teologiche, a cura di Cristina Campo, Einaudi, Torino 1971) e William Carlos Williams (Introduzione a Poesie di William Carlos Williams, tradotte e presentate da Cristina Campo e Vittorio Sereni, Einaudi, Torino 1961). Di Cristina Campo Adelphi ha pubblicato due volumi di saggi, Gli imperdonabili (1987) e Sotto falso nome (1998), il volume di poesie e traduzioni poetiche La Tigre Assenza (1991), le Lettere a Mita (1999) e le Lettere a Leone Traverso (1953-1967) nel volume Caro Bul (2007).

Luigi Bonaffini è docente di lingua e letteratura italiana al Brooklyn College di New York. Oltre che di letteratura Italiana contemporanea, si occupa di poesia dialettale, di traduzione e di letteratura della diaspora. Ha tradotto libri di diversi poeti in italiano e in dialetto, tra cui Dino Campana, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Giose Rimanelli, Giuseppe Jovine, Achille Serrao, Albino Pierro, Cesare Ruffato, Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci. Ha curato cinque antologie trilingue di poesia dialettale. Di prossima pubblicazione è un’antologia bilingue della poesia italiana della diaspora (Fordham University Press). Dirige la rivista Journal of Italian Translation  www.jitonline.org.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.