proSabato: Simone Weil, Fiaba scozzese del «Duca di Norvegia»

Fiaba scozzese del «Duca di Norvegia»

 

(Questa fiaba si trova nel folclore russo, tedesco, ecc.)
Un principe (chiamato qui «Duke o’ Norroway») ha, di giorno, forma animale e, soltanto di notte, forma umana. Una principessa lo sposa. Una notte, stanca di quella situazione, ella distrugge la spoglia animale di suo marito. Ma allora egli scompare. Dovrà cercarlo.
Lo cerca senza fine camminando per boschi e per valli.
Nel corso del suo vagabondaggio incontra una vecchia che le fa dono di tre nocciòle meravigliose, perché se ne serva in caso di bisogno. Ella erra ancora a lungo. Trova infine un palazzo dov’è il principe suo sposo, sotto la sua forma umana. Ma egli l’ha dimenticata e sta per sposare di lì a qualche giorno un’altra donna. La principessa, dopo il suo interminabile viaggio, è in uno stato miserando, coperta di stracci. Entra al palazzo come sguattera. Spacca una delle nocciòle, vi trova un abito meraviglioso. Offre quest’abito alla fidanzata, in cambio del privilegio di passare una notte intera col principe. La fidanzata esita, poi, sedotta dalla veste, accetta; ma fa bere al principe un narcotico che lo tiene addormentato tutta la notte.
Mentre egli dorme, la sguattera, che è la sua vera sposa, è al suo fianco e canta senza posa:

Far hae I sought ye, near am I brought to ye;
Dear Duke o’ Norroway, will ye return and speak to me?
«Lontano ti ho cercato, fui condotta accanto a te,
caro Duca di Norvegia, vuoi voltarti e parlare con me?».

Ella canta till her heart was like to break, and over again like to break – «così a lungo che il suo cuore fu vicino a spezzarsi, e ancora vicino a spezzarsi». Egli non si sveglia, e all’alba ella deve lasciarlo. Tutto questo ricomincia una seconda notte, poi una terza. Allora, appena prima dell’alba, il principe si sveglia, riconosce la sua vera sposa e manda via l’altra.

Anche questa fiaba rappresenta, a mio parere, la ricerca dell’anima da parte di Dio. Anch’essa contiene i due momenti della cattura dell’uomo da parte di Dio. Il primo si compie nella notte dell’incoscienza, allorché la coscienza dell’uomo è ancora tutta intera animale e la sua umanità nascosta in lui: appena Dio vuole trarla alla luce, l’uomo fugge, scompare lontano da Dio, lo dimentica e si prepara ad una unione adultera con la carne.
Dio cerca l’uomo con pena e fatica e arriva a lui come un mendicante. Egli seduce la carne per mezzo della bellezza e ottiene così accesso all’anima, ma la trova addormentata. Un tempo limitato è concesso all’anima per risvegliarsi. Se si sveglia un attimo prima che questo termine spiri, riconosce Dio e lo sceglie, sarà salva.
Il fatto che il principe si svegli solo un attimo prima della terza e ultima alba, indica che al momento decisivo la differenza tra l’anima che si salva e quella che si perde non è che un infinitesimo in rapporto a tutto il contenuto psicologico dell’anima. È quel che indica, anche nel Vangelo, il paragone del regno dei cieli col grano di senape, il lievito, la perla, ecc., come il chicco di melagrana di Proserpina.
L’aspetto miserabile della principessa, la sua entrata nel palazzo in vesti di sguattera, indica che Dio viene a noi completamente spoglio non solo della sua potenza, ma anche del suo splendore. Viene a noi mascherato, e la salvezza consiste nel riconoscerlo.
C’è un altro tema di folklore che, senza dubbio, ha rapporto con la stessa verità; è quello della principessa che parte accompagnata da una schiava per andare lontano a sposare un principe (in certe fiabe, è un principe col suo schiavo che va a sposare una principessa). Nel corso del viaggio un evento la costringe a mutare d’abito e d’ufficio con la schiava e a giurare di non rivelare mai la sua vera identità. Il principe si prepara a sposare la schiava, e soltanto all’ultimo istante riconosce la sua vera fidanzata.
I due temi possono anche considerarsi come evocanti la Passione.
Nella fiaba del «Duca di Norvegia», il cammino interminabile, sfibrante, della sposa legittima, che la fa arrivare al palazzo del principe in condizioni sordide, a piedi nudi, coperta di stracci, conviene perfettamente a questa evocazione. Le parole «Lontano ti ho cercato, fui condotta accanto a te» acquistano allora un significato straziante. E così le parole «Essa cantò così a lungo che il suo cuore fu vicino a spezzarsi, e ancora vicino a spezzarsi».

© Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane. Traduzione dal francese di Margherita Harwell Pieracci e Cristina Campo, Rusconi Editore 1974, pp. 125-127

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