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Su Rodolfo Walsh

 

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

Su Rodofo Walsh

Libri:

Operazione Massacro, traduzione di Elena Rolla, La Nuova Frontiera, 2011, € 12,00, ebook € 8,49
Il violento mestiere di scrivere, traduzione di Stefania Marinoni, La Nuova Frontiera, 2016, € 12,50
Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárezdi Roberto Ferro, trad. di Agnese Guerra, Arcoiris 2013, € 12,00

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di Martino Baldi

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Per un uomo rigoroso, ogni anno diventa più difficile decidere qualunque cosa senza destare il sospetto di stare mentendo o di sbagliarsi.

walsh

Operazione Massacro è un libro che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. Sempre sia lodata dunque la casa editrice  La Nuova Frontiera di Roma per aver riproposto a dieci anni dalla prima edizione italiana, uscita per Sellerio nel 2002, il capolavoro di Walsh (nella traduzione di Elena Rolla e con una introduzione di Alessandro Leogrande), tassello non isolato di un prezioso costante lavoro di diffusione della letteratura sudamericana in Italia, di cui è tra gli editori indipendenti uno dei maggiori baluardi. Operazione Massacro non è infatti un libro qualsiasi. Da un punto di vista letterario Walsh nel 1957 anticipa di quasi un decennio quel A sangue freddo di Truman Capote che viene pressoché universalmente considerato il capostipite della letteratura non-fiction ma, quel che più conta, è che quella di Walsh va inserita nel novero delle più alte testimonianze del secondo Novecento di resistenza dell’umanesimo a ogni barbarie e a ogni incarnazione del male nella Storia.

Il libro è il racconto di un massacro misconosciuto commesso nel 1956, a José León Suárez, un sobborgo di Buenos Aires, dalle forze della “Rivoluzione Liberatrice” antiperonista in Argentina. La sera del 9 giugno 1956 un gruppo di civili, senza alcuna colpa salvo quella di essersi riuniti per seguire insieme un incontro di pugilato alla radio in contemporanea con una sollevazione popolare peronista in altri luoghi del paese, viene prelevato dalla polizia, sequestrato per alcune ore e infine sottoposto a un’esecuzione sommaria per fucilazione. Alcuni di loro riescono a sfuggire anche al colpo di grazia ed è a partire dalle loro testimonianze raccolte in segreto, nonché ad un alacre e pericolosissimo lavoro di ricerca delle prove, che Walsh riesce a ricostruire l’accaduto minuto per minuto, inchiodando alle loro responsabilità gli uomini del regime del generale Aramburo e il generale stesso.

La narrazione, preceduta da un prologo in cui Walsh racconta come si trovò precipitato nel cuore degli eventi, è scandita in tre parti (Le persone, I fatti, Le prove) come in un vero dossier investigativo, e procede di traccia in traccia mescolando gli strumenti dell’indagine giornalistica e giudiziaria con quelli della narrazione poliziesca – di cui Walsh era già un riconosciuto maestro. Il tocco dello scrittore è secco, serrato, come in un noir senza troppe concessioni allo stile. Del resto non ha bisogno di enfatizzare alcunché, di giocare con i registri linguistici o costruire intrecci da fiato sospeso. I fatti sono di per sé già così tenacemente allo stesso tempo reali e inverosimili (eppure, lo scopriremo col tempo, così tragicamente comuni) da tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine. Le diverse testimonianze dei sopravvissuti costituiscono già il più agghiacciante degli intrecci. Se la sensibilità del grande scrittore si vede dal sapere scegliere gli strumenti adatti e rinunciare all’uso eccessivo di altri, in questo caso Walsh ci offre un esempio impareggiabile di misura, limitandosi ad agire sul ritmo e sul montaggio per trasformare una serie di eventi, notizie e testimonianze in una macchina narrativa infernale.

L’indagine di Walsh, naturalmente, non ebbe esiti giudiziari; fu insabbiata e i colpevoli restarono impuniti dalla giustizia ordinaria. Quel massacro resterà uno dei tanti sanguinosi episodi impuniti che costellano la storia delle dittature argentine del secondo Novecento. Segnò invece l’esistenza di Walsh, che da pacifico giocatore di scacchi e scrittore di racconti polizieschi, investito dalla Storia, non seppe tenere sotto controllo il suo spirito di dignità e giustizia, come invece si esigeva in quegli anni in America Latina da un cittadino che volesse vivere a lungo. E infatti il giornalista e scrittore, all’epoca del massacro poco più che trentenne, non visse a lungo. Dopo un periodo di militanza a vario titolo, giornalismo, scritture e semiclandestinità, il 24 marzo 1977 inviò alla redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri una Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, in cui si denunciavano le nefandezze e le violenze del regime militare istituito l’anno prima dal generale Videla. La Lettera è pubblicata in Appendice a Operazione Massacro. Il giorno dopo averla inviata, Rodolfo Walsh fu sequestrato in un’imboscata mentre diffondeva la sua lettera, e da allora compare nella lista dei desaparecidos, le persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente per essere sospettate di avere compiuto attività “anti governative”, e delle quali si persero per sempre le tracce. Tra il 1976 e il 1983 si calcola che furono circa 30.000. Walsh sarebbe arrivato al campo di concentramento già morto e il suo cadavere sarebbe stato esposto dai militari come trofeo. Bisognerà attendere molti anni per veder pubblicata la sua lettera, che in Italia è stata tradotta per la prima volta nel 2004 e compare in questo caso per la prima volta in volume.

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Irish in Italy (una mostra)

Yeats

Yeats

Irish in Italy: una mostra sull’Irlanda in Italia nel primo ’900

di Carmen Gallo

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Si inaugura sabato 15 ottobre una bellissima mostra dal titolo Irish in Italy. Letteratura e politica irlandesi in Italia nella prima metà del Novecento, dedicata alla ricezione della politica e della letteratura irlandesi nel nostro paese nei primi cinquant’anni del xx secolo. Visitabile, fino all’8 gennaio 2017, presso la Galleria della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Viale del Castro Pretorio, 105, la mostra fa parte di un progetto internazionale più ampio curato da Antonio Bibbò, dell’Università di Manchester, già traduttore di Woolf (sua l’ultima traduzione per Feltrinelli de Gli Anni) e studioso di storia della ricezione con un particolare interesse per la letteratura italiana e quelle di lingua inglese.

Attraverso le bacheche allestite per l’occasione, e un salottino originale degli anni ’40, i visitatori potranno immergersi nell’atmosfera ma anche nelle testimonianze dell’epoca: lettere, documenti e estratti delle traduzioni “d’epoca” dei maggiori testi irlandesi del periodo, da Finnegans Wake alle poesie di Yeats, solo per citarne alcuni, letti da Luca Iervolino.

La mostra infatti, come si legge sul sito, segue due linee principali: “da una parte la lunga e sanguinosa storia dell’indipendenza irlandese e le versioni che di questa sono state presentate in Italia nei primi decenni del Novecento; dall’altra la storia della sorprendente rinascita letteraria irlandese e della sua diffusione e ricezione, prima nell’Italia liberale e poi in quella fascista. Il rapporto tra Italia e Irlanda durante la prima metà del Novecento si tradusse infatti in una serie di avvenimenti e pubblicazioni che raccontano come lo Stato Libero d’Irlanda si sia progressivamente imposto tra noi quale entità autonoma tanto da un punto di vista culturale quanto politico. L’Italia, in quegli stessi anni, stava vivendo una profonda mutazione politica e culturale, con la conclusione del processo risorgimentale e la successiva dittatura fascista”.

Sottolinea ancora Bibbò, “la mostra prova a dar conto di questo complesso rapporto, del suo andamento oscillante nei primi cinquant’anni del 1900 e dei rispecchiamenti tra il panorama letterario e il sistema politico che caratterizzarono, e spesso favorirono, gli scambi tra le due nazioni. L’intreccio tra letteratura ed esigenze politiche nell’emergere di una letteratura propriamente nazionale in Irlanda illumina così anche pagine poco note della nostra storia politica e culturale”.

La mostra ci racconta inoltre non solo la fortuna degli autori irlandesi in Italia nel primo Novecento, ma anche le personalità che più vi hanno contribuito. Tra tutte spicca quella pionieristica di Carlo Linati, traduttore dei drammaturghi dell’Abbey Theatre e di Joyce, che ritraduce Sterne (già tradotto da Foscolo) e fonda, con Enzo Ferrieri, la rivista Convegno, una delle più importanti per la diffusione della letteratura irlandese in Italia negli anni Venti; e quella più tarda di Paolo Grassi, che rinnoverà la scena teatrale italiana dopo il fascismo anche rivolgendo lo sguardo alla scena irlandese. In questi anni, scrive Bibbò, “la letteratura irlandese in Italia vive una seconda giovinezza dopo gli esperimenti pionieristici di Linati e si presenta quanto mai variegata e sorprendente: da una parte gli “europei” Joyce, Shaw e Wilde, dall’altra i “veri irlandesi” Yeats, Synge, O’Casey, e per finire i cosiddetti ‘oriundi’ come Eugene O’Neill. Con questi, si confrontano i maggiori letterati italiani del tempo, da Pavese a Montale, da Gian Dàuli a Emilio Cecchi, fino ai giovanissimi Pasolini e Manganelli”.

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© Carmen Gallo

Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

di Raffaele Calvanese

 

Consigliare un disco a cui si tiene è un gesto intimo e coraggioso, richiede fiducia, speranza che quell’input venga recepito dalla persona giusta.

 La fiducia è una cosa importante, è ciò che permette di fare un passo oltre il proprio universo conosciuto. Questa è una storia di fiducia. In realtà sono tante storie diverse sulla fiducia tutte dentro un disco solo: Above, dei Mad Season.

Ci sono stati anni in cui la fiducia poteva giocarti brutti scherzi, era forse anche il bello di quei periodi. Potevi credere ad esempio che Billy Corgan c’entrasse davvero qualcosa con il telefilm Super Vicky, perché magari te lo aveva detto un amico che aveva un cugino in America e che gli passava notizie di prima mano. Quel genere di notizie che prima di Internet erano vere fino a prova contraria, restavano vere anche contro ogni scetticismo, perché oh, in fondo ci si fidava di chi te lo aveva detto.

I Mad Season devono la loro stessa, breve ed effimera, esistenza ad un grandissimo atto di fiducia. Kurt Cobain l’aveva invece persa quella fiducia. Era un anno quel 1994 in cui non capivo granché di quello che stava succedendo, sapevo di certo che per eleggere uno come Silvio Berlusconi di fiducia nel prossimo in Italia ce ne sarebbe voluta davvero molta. Molti dei gruppi della scena di Seattle, quelli che avevano dato fuoco alla scintilla del grunge, erano in una grossa fase di stallo. I Nirvana crollati dopo la morte di Cobain, i Pearl Jam e gli Alice in Chains vivevano perennemente sull’orlo del baratro. Dall’unione di queste fragilità nacquero appunto i Mad Season, composti da alcuni esponenti dei maggiori gruppi dell’intero movimento: Layne Staley, Mike McCready, Barrett Martin, ai quali si aggiunge il bassista John Baker Sounders.

Io ad esempio in quegli anni credevo a un sacco di fesserie, vedi quella su Billy Corgan, e ascoltavo la musica che passava la radio. Conoscevo poche cose e le sapevo male su quello che era l’immaginario del rock, molti nomi che poi mi sarebbero diventati familiari col tempo, mi passavano davanti e sembravano sempre troppo lontani, rarefatti, sconosciuti. Gli stessi anni in cui a un certo punto capisci che ti mancano le parole. Ti mancano le parole per capire, le parole per descrivere, per descriverti. Quello è il vuoto che spesso riempie la musica. Non esiste una musica più giusta di un’altra per riempire questo vuoto, per questo motivo a volte occorre la fiducia.

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proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

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Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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Quando imparammo a tremare (23/11/1980 – 23/11/2015)

Parigi 2015 - foto GM

Parigi 2015 – foto GM

Quando imparammo a tremare (23/11/1980 – 23/11/2015)

(per Angela, mia sorella)

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(XX frammento, Napoli 2007)

A volte si ritorna per capire se qualcuno o qualcosa
riconoscerà i nostri lineamenti ispessiti, la fosforescenza
che attraversò la nostra adolescenza, l’ardore
che avvampa le notti e le albe che ci ha reso
vivi, per specchiarsi nei vetri infranti del passato
nelle voci imprigionate tra marciapiedi e mura
per risolvere l’enigma che ancora ci divora per
capire che siamo, sempre, quel che non abbiamo
voluto, tra macerie che seguono i nostri passi
e una città che ci ha voltato le spalle.

(Francesco Filia, La Neve, Fara 2012)

***

Non avevamo paura, eravamo bambini. I bambini non hanno paura, non quella paura consapevole dei grandi. I bambini hanno paura soltanto di quello che la loro fantasia o suggestione riesce a creare. I bambini non hanno paura del fatto, del reale, dell’accaduto. Il 23 novembre 1980, di pomeriggio, di domenica, di domenica e di pomeriggio di trentacinque anni fa, io e mia sorella e i miei cugini eravamo bambini, quando si avvertì la prima scossa non avemmo paura, non sapevamo cosa fosse, per tutti quei secondi, circa un minuto e mezzo, più tardi anche noi bambini avremmo capito che si trattò di un tempo infinito, ma questo avvenne dopo, la scossa venne mentre noi stavamo giocando a calcio. Non ne sono certo, ma credo che inizialmente ci mettemmo a ridere, perché correvamo e restavamo sul posto, il pavimento sotto i nostri piedi si muoveva, ma era impossibile per noi, quindi ridevamo perché non riuscivamo a correre. Non avemmo paura. Guardavo mia sorella, di tre anni più piccola, aveva solo sei anni, era incredula. Anche quando il palazzo si mosse verso il cortile e poi verso l’alto e verso il basso non avemmo paura. Ci fossero stati i videogiochi di adesso, la PS4, avremmo pensato di trovarci dentro un gioco, avremmo cercato la cassa con l’energia, i bonus, l’ingresso al livello successivo. Bambini col pallone in un cortile che per quei lunghissimi istanti non ebbero paura, poi arrivarono le grida.

Qualche ora prima, verso le due o le tre del pomeriggio io e mio cugino saremmo dovuti andare al cinema, trasmettevano un film di Bud Spencer, non ci andammo. Vinse il calcio, come poi sarebbe accaduto molto spesso. Tutto il pomeriggio a tirare, a crossare, a dire: “Adesso in porta stacci tu”. Le minacce reiterate di zia Carmelina che giurava di bucarci il pallone per il troppo rumore. I rimproveri di mia madre, primo fra tutti il non sudare. Qualche ora prima era soltanto una domenica di novembre, per niente fredda, come a volte succede al sud, come accadeva molto più spesso di adesso. Il cinema andò distrutto, non l’hanno mai riaperto. Mia madre mi ha detto che forse lo riapriranno tra non molto. Forse e Tra non molto, dopo trentacinque anni viene da ridere.

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Diario del Torino Film Festival #2: Magic in the moonlight, Annuncian sismos e dintorni

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DIARIO DEL TORINO FILM FESTIVAL #2

L’ATTESISSIMO “MAGIC IN THE MOONLIGHT” DI WOODY ALLEN, IL RITORNO IN TERRA DANESE DI SUSANNE BIER E “THE TEORY OF EVERYTHING” SULLA VITA DI STEPHEN HAWKING

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Prosegue a gonfie vele il Torino Film Festival. Nonostante l’inizio della settimana lavorativa, l’affluenza nelle varie sale non è diminuita e molti film registrano il tutto esaurito.È il caso dell’attesissimo “Magic in the moonlight” di Woody Allen,  i cui biglietti sono andati a ruba, nonostante la sua uscita in lingua italiana sia prevista per giovedì prossimo. Siamo nel 1929 e un mago inglese (Colin Firth), in arte Wei Ling Soo, diletta le platee con i suoi mirabolanti spettacoli in cui è in grado persino di far sparire un elefante. Egli però è anche specializzato nello smascherare le frodi nel mondo dell’occulto. Su richiesta di un vecchio amico si reca in Costa Azzurra per incastrare una ragazza (Emma Stone), che sembrerebbe in grado di parlare con l’aldilà e prevedere il futuro. Ben presto le cose si complicano, perché la ragazza non sembra avere punti deboli, tanto da far tentennare la totale fede nel raziocinio di Wai Ling Soo. Sebbene non sia stato accolto benissimo da una parte della critica, la nuova fatica di Woody Allen (nonostante l’età produttivissimo, in grado di partorire un nuovo film ogni anno) non rientrerà nel novero delle sue migliori opere, ma sicuramente riesce a ritagliarsi un suo spazio ben definito, grazie anche alla bravura di un Colin Firth in stato di grazia, misantropo e nichilista all’inverosimile, il quale riesce a strappare molte risate, sorretto da una dosata e pudica Emma Stone. Già con il precedente “Blue Jasmine” mi sembra proprio che Woody Allen si sia ripreso dopo lavori sbiaditi come “To Rome with love” e con questo “Magic in the moonlight” abbia inanellato un altro film davvero riuscito.

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Quando dici Mantova #5 (regali)

Mantova - Festival letteratura  - festa dei volntari

Mantova – Festival letteratura – festa dei volntari

 

Quando dici Mantova #5 (regali)

Personalmente, se io fossi un grande scrittore e dalla mia penna fossero usciti almeno sette splendidi libri e uno di questi, fra i primi, avesse vinto (poniamo) un Pulitzer e dato l’avvio al forse unico caso di film dalla bellezza pari al romanzo da cui è stato tratto, e nonostante ciò avessi continuato il mio percorso di narratore con libri di bellezza quasi miracolosa, ecco, se io fossi tutto questo e una ragazza al microfono mi dicesse di essere incantata da un brano per lei perfetto che ho inserito nel libro di cui sopra, probabilmente mi metterei a urlare. Ma io ero troppo impegnata a essere la ragazza dall’altro lato del microfono, e Michael Cunningham, alla domanda se lui stesso avesse un’immagine cara, ha dato l’unica risposta possibile: per uno scrittore, l’immagine cara è quella a venire. All’interno dell’opera, sta al lettore ricevere doni e scegliere il più adatto a lui, come per me il brano, appunto, in cui Sally vuole un regalo per Clarissa, presa da una vertigine di amore, paura, senso di mortalità.

Michael Cunningham, per me, è stato uno dei più bei regali di questo festival. Lo scrittore contemporaneo cui ricorro più spesso, l’autore di libri meravigliosi e (mi perdoni, Mr.Cunningham, continui a portare pazienza) di quel gioiello raro della letteratura che è “Le ore”. Ma ho comprato anche dei souvenir. Un Rigoletto di ottone, giusto per viaggiare leggera, per mia sorella appassionata. Libri, a vagoni, da blindarmi per un intero inverno. Anche il festival mi ha fatto dei regali. Tra quelli tangibili, una maglietta taglia L (le M erano terminate, avrete letto che eravamo oltre 700 volontari, e per la S sono terminata io molti anni fa) con il logo dell’edizione di quest’anno. Tra gli intangibili, un senso di come dovrebbero essere le cose belle, un’idea di spartiacque che nei prossimi giorni ho il compito di far decantare.
Che il festival più caro sia quello a venire.

© Giovanna Amato

 

Gianni Montieri – Il calcio a modo mio (due prose)

Sampa foto di gianni montieri

Sampa foto di gianni montieri

Queste due prose sono state pubblicate in origine sul sito ALLULTIMOSTADIO

 

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Ci piaceva il calcio e questo era tutto

Ci piaceva il calcio e questo era tutto. Non importava che ci fosse pioggia o sole o neve. Una volta, mi ricordo, giocammo una partita a calcetto il 23 dicembre, mentre cominciava a nevicare. Dieci tizi felici che correvano in pantaloncini in mezzo al bianco, tutti sprovvisti di catene per tornare a casa dopo, tutti che se ne fottevano. Quando mi domandano cos’è il calcio per me penso a quel 23 dicembre, quella è una delle risposte.

Una delle più grandi umiliazioni della mia vita l’ho avuta a 14 anni, giocavamo la domenica mattina in un posto che si chiamava “abbasc’ ‘a scesa”. Partivamo da casa con le tute e le scarpette. Quella volta perdemmo, c’era un mio amico, che era bravissimo, mi sentii in dovere di chiedergli scusa per un gol sbagliato. Lui mi guardò e disse: «Vuje nun sapite proprio jucà ‘a pallone.» Pensai che avesse torto ma che quella volta era giusto che lui dicesse quella frase. Era il più forte e aveva perso. Il calcio poi era quella cosa lì, diventare rossi di vergogna per un gol sbagliato.

Il calcio certe volte era il cortile di mia zia. Una strana pavimentazione scoscesa, io e miei cugini che creavamo delle cose con i livelli di difficoltà. Il cross da far partire il più vicino possibile al marciapiede, autorestringere lo spazio di manovra. Crossare per ore e tutti a turno a saltare di testa. Il calcio era gol se entrava sotto l’arco dove nostro zio teneva parcheggiata una bellissima 1100. Non l’abbiamo mai graffiata. Il calcio se poi dovessero domandarmelo è quella cosa lì.

Il calcio per molti anni è stato una voce alla radio, più voci alla radio. Il calcio era Sandro Ciotti che ti diceva che gli spalti erano gremiti al limite della capienza e la temperatura era apprezzabile. E tu la sapevi la temperatura, io comunque immaginavo sempre un leggero venticello alle partite a cui assisteva Ciotti. Apprezzabile per me era un venticello. E poi Ameri con i suoi scusa Ciotti durante gli Juve – Napoli e ogni volta facevi un infarto, e ogni tanto era un gol nostro e andava bene così. E Luzzi con i suoi «Attenzione, attenzione ha segnato il Messina con gol di Bellopede.» mentre noi aspettavamo un gol del Napoli, c’era da morire. Se me lo chiedete il calcio è quella cosa lì.

Novantesimo minuto, quello era il calcio. Ma qui dico solo ciao a Marcello Giannini che se ne è andato da poco e a Luigi Necco che oggi compie ottant’anni. Sky non sei un cazzo, il calcio era quella cosa lì, se me lo domandate.

Il primo tv color comprato da mio padre, appena in tempo, prima di Italia – Argentina dell’ottantadue. Due miei amici che ballano come ossessi davanti al televisore e Pasquale un amico di mio padre che piange sul balcone dopo il terzo gol di Rossi al Brasile. Ma piangevamo tutti, il calcio era quella cosa lì, mica altro.

Maradona tutta la vita, tutta fatta di ringraziamenti e di io c’ero. Di paragoni e metafore. Diego è stato per anni la nostra unità di misura, facevi una cosa bene, in qualsiasi campo e allora: «A livell’ ‘e Maradona.» Sbagliavi un gol e giù di: «A te manc’ si ta pass’ Maradona.» Il gol all’Inghilterra, beh se il calcio non è quella cosa lì non so proprio cosa sia.

Milano, le sconfitte del Napoli la domenica, gli anni bui, la voglia di non essere in ufficio il lunedì, saltare gli sfottò, dimenticare, il calcio era quella roba che non volevi che ti sfottessero. Il calcio è anche quando sei in C e in B, e ti piace lo stesso. Milano è poi certe domeniche pomeriggio a San Siro con certa nebbia, una volta con Bruno congelati a un Inter – Cagliari, sicuramente il calcio è quella cosa lì.

Il calcio era quella roba che dopo la pizza e gli sfottò negli spogliatoi. Era, addirittura, certe volte andare a vedere la seconda squadra di Giugliano (i Boys) alle dieci della domenica mattina. Anche questa cosa non ce l’ha un motivo, oppure il motivo è soltanto il calcio. Trovarsi lì dove un pallone faceva le cose che doveva fare a qualsiasi ora.

Adesso che vengono a spiegarmi cos’è il calcio, com’è e come dovrebbe essere, mi viene da guardarli tutti, poi voltare le spalle e mandarli a cagare. Perché il calcio è anche quella roba lì, una roba dove ci si manda a cagare per un niente, per un fallo laterale.

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Elenchi puntati con pallone

Quella cosa che mi era sempre piaciuta del gioco del calcio in realtà erano almeno dieci. Perciò erano quelle cose che mi erano sempre piaciute del gioco del calcio. Le dieci cose che vado nell’ordine ad elencare:

  1. Diego Armando Maradona
  2. Il Napoli Calcio
  3. Il tiro a rientrare fatto da chiunque
  4. Il dribbling ma mai fine a se stesso
  5. Kempes, Platinì, Van Basten, Bruno Conti, Baggio, Zidane e Totti
  6. Il passaggio in profondità
  7. Il triangolo, la sovrapposizione
  8. Il sole del San Paolo, la nebbia di San Siro, il fango della Premier League
  9. L’anticipo di Fabio Cannavaro
  10. I mondiali di calcio

Queste dieci cose non me le devono toccare, perché queste cose hanno un significato profondo, significano che:

  1. Sono stato bambino
  2. Ho avuto un Super Santos
  3. Andavo in curva a vedere il Napoli
  4. Ho visto Maradona palleggiare con un bicchierino di plastica
  5. Ho pianto per uno scudetto, per un mondiale
  6. Ho amato Bruscolotti, Frappampina, Volpecina, Caffarelli e Celestini
  7. Una volta ho visto un Milan – Bari nel gelo di San Siro, senza motivo
  8. Mi ricordo Beppe Savoldi, mi ricordo mio nonno che si incazzava con Savoldi
  9. Il quarto gol di Antognoni era regolare
  10. Enzo Bearzot.
  11. Mio padre che mi insegna il tiro all’ungherese
  12. Il lunedì a 7, il venerdì a 5
  13. La notte del terremoto dell’ottanta giocavamo a calcio per farci passare la paura
  14. Quando ci fu la prima scossa stavo giocando a pallone
  15. Mia madre mi diceva: non sudare

Me le toccano e mi fanno incazzare moltissimo:

  1. Le bombe carta
  2. Le prese per il culo
  3. Le bottigliette d’acqua controllate
  4. I camorristi, i fascisti, i ladruncoli, gli spacciatori a capo delle curve
  5. Le sparatorie prima di una festa. Le sparatorie sempre
  6. Non avere il coraggio di portare mio nipote allo stadio
  7. La retorica
  8. Le istituzioni
  9. Quelli che non fanno niente e non si dimettono mai
  10. Il mio collega che stamattina ha detto “siete sempre i soliti”. I soliti chi? I soliti cosa?
  11. L’arroganza dei dirigenti, di quasi tutti i dirigenti
  12. La debolezza dei dirigenti, di quasi tutti i dirigenti
  13. Il calcio scommesse
  14. le risse
  15. gli insulti
  16. quelli che non capiscono un cazzo di calcio e ne parlano

 

Vincenzo Montella ha detto: «Chi canta “Oh Vesuvio lavali col fuoco” magari si troverà là quando succederà.» Poi ha dato un buffetto a Insigne e ha detto: «Ma tu proprio stasera dovevi fare due gol?»

Aeroplanino una volta aeroplanino per sempre.

 

© Gianni Montieri

Antonio Paolacci – Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

berlino 2009 - foto gianni montieri

berlino 2009 – foto gianni montieri

Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

Non so quante volte ho sentito Luigi Bernardi iniziare una frase con «Un giorno vi racconterò».
Era il suo modo per far capire ai meno informati che l’editoria è molto diversa da ciò che credono sia: «Un giorno vi racconterò come lavorano davvero quelli di [una nota casa editrice]», diceva. Oppure: «Un giorno vi racconterò come la pensa davvero [uno scrittore famoso]».
Poi questo giorno non veniva mai, non raccontava niente alle persone di cui non si fidava, ma riusciva comunque a insinuare dubbi, che è poi il primo dovere del vero narratore.

Quando mi annunciò che avrebbe lasciato l’editoria, per me non fu una sorpresa. Da almeno un paio d’anni mi diceva che era stufo, che voleva scrivere e basta, che appena possibile lo avrebbe fatto. E io, per quanto temessi che alle sue dimissioni avrei perso il lavoro, non cercavo di dissuaderlo: ogni volta gli dicevo che l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto; che se io ero stanco dopo pochi anni, figurarsi lui dopo più di trenta.
La notizia vera e propria me la diede alla fine del 2010. Della sua malattia non sapeva ancora nulla. Smetteva di fare l’editor perché non ne poteva più e voleva scrivere, scrivere e basta.

Mi invitò a pranzo a casa sua. Mangiammo crescentine e tigelle parlando delle cose che stavamo scrivendo, bevemmo chinotto, due caffè a testa, dopodiché mi disse che aveva deciso: smetteva, e voleva lasciare a me la direzione di Perdisa Pop.
Mi chiese se me la sentivo. Risposi di sì, naturalmente. A quel punto diventò serio e mi fece un discorso che non dimenticherò.
Disse che in oltre trent’anni non aveva mai visto l’editoria conciata tanto male. Un mestiere allo sfascio, diceva, dove per fare qualcosa di interessante ti tocca combattere in modo iniquo con un esercito di imbecilli che affossano l’intelligenza.
Aggiunse che anche Perdisa Pop non avrebbe retto ancora a lungo. Per cui dovevo pensarci bene: se accettavo di dirigere il marchio dovevo accollarmi il grosso rischio che la fine di Perdisa Pop – se fosse arrivata dopo pochi mesi dalle sue dimissioni – sarebbe stata attribuita a me.
Gli chiesi se secondo lui poteva durare almeno un anno. Mi rispose che, nelle condizioni in cui si era all’epoca, sarebbe stato difficile. Occorreva inventarsi qualcosa, e dovevo farlo io, se accettavo, dal momento che lui non ne poteva più.

Difatti, nel settembre del 2011, Alberto Perdisa mi comunicò che intendeva chiudere di lì a due mesi.
Ne erano passati appena cinque dalle dimissioni di Bernardi e il primo titolo con me in veste di direttore editoriale non era ancora nemmeno in libreria. Come editor ero bruciato.
O meglio, avevo due sole possibilità: diventare uno dei troppi aspiranti editor armati di curriculum sui pianerottoli di altri editori (con l’aggravante di aver diretto un marchio giusto il tempo della sua fine), oppure combattere con l’unica arma che avevo: altri due mesi prima della chiusura.

Ridisegnai piani editoriali e strategie aziendali, cercai autori precisi da pubblicare, reimpostai la comunicazione della casa editrice… Le mie mosse erano bollate come fallimentari da quasi tutti: si trattava di dichiarare apertamente la nostra politica e prendere la strada contraria a quella imboccata dall’editoria attuale, ridurre le uscite annuali, licenziare i promotori, arrivare ai lettori aggirando la distribuzione, e pubblicare con orgoglio testi non commerciali, scritti da italiani conosciuti solo a pochi e caratterizzati anzitutto da una buona scrittura. Il che significava niente menzogne ai lettori, niente mode del momento, nessun preconcetto sulla stupidità del pubblico, nessuna marchetta, nessun compromesso.
E all’inizio del 2012 c’erano già troppe buone notizie perché l’editore potesse mandarmi a casa: i nostri lettori aumentavano, arrivavano ottime recensioni e molti complimenti. In condizioni migliori avremmo potuto crescere notevolmente, ma, anche con i nostri scarsi mezzi e nelle difficoltà generali, un anno dopo eravamo una delle poche piccole case editrici italiane in crescita, e forse l’unica (stando almeno a quanto gli altri dicevano e dicono). Meno di due anni dopo, concorrevamo ai principali premi nazionali e si parlava bene dei nostri libri sulle più importanti testate nazionali.

Ciò non toglie che Luigi Bernardi avesse ragione.
Da anni, ormai, le personalità più influenti in editoria distorcono le idee stesse di scrittura e letteratura. Non importa qui stabilire gli scopi di certe politiche, ma che tali politiche siano in atto è innegabile.
L’etica (anche lavorativa), l’onestà (anche intellettuale) e soprattutto la straordinaria potenza politica e sociale della letteratura sono in crisi nera. Non parlo della crisi economica – che c’è, ed è grave, ma è un’altra cosa. Parlo di problemi serissimi di disonestà (anche intellettuale), parlo di menzogne, di esaltazione di valori sbagliati, parlo di esistenze sprecate, di tempo e soldi rubati a tutti, autori e lettori. Parlo di politiche a-culturali che hanno ormai incistato nel pensiero comune l’idea che il libro sia un prodotto da supermercato, laddove è non solo metro di civiltà, ma è anche evoluzione personale, ed è piacere puro, uno dei più irrinunciabili che io conosca.

Negli anni di lavoro insieme, Bernardi mi ha insegnato anche a fronteggiare la paura. Ogni volta che mi parlava di cadute, io imparavo che, quando si cammina su terreni accidentati, cadere fa parte dell’atto di camminare. E che a volte, rialzandosi, è bene cambiare strada.

Quel pomeriggio del dicembre del 2010, dopo il secondo caffè, mi disse che avrebbe aspettato un bel po’, prima di comunicare a tutti che lasciava a me la direzione di Perdisa Pop. Avrebbe smesso ufficialmente all’inizio di aprile 2011: doveva essere aprile, mi spiegò, perché aveva iniziato a lavorare in editoria ad aprile del 1978 e voleva smettere esattamente al compimento del trentatreesimo anno di attività.
La sua fissazione per la precisione matematica era da Guinness. Ne rideva lui stesso, ma gli piaceva troppo, non poteva resisterle. E così sono diventato ufficialmente direttore editoriale il 5 aprile del 2011.

Questo per spiegarvi il motivo per cui ho atteso fino a oggi per comunicarvi quanto segue.
È per me una specie di tributo: oggi, 5 aprile 2014, la mia direzione di Perdisa Pop compie tre anni tondi, ed è quindi il giorno migliore per annunciare che non continuerà.

I motivi non vi importino. Di fatto, sono venute meno le condizioni basilari perché io possa continuare a svolgere concretamente questa attività. E a voi basti sapere che Perdisa Pop continua regolarmente a vendere i titoli in catalogo.
Quanto a me, vi darò notizie a tempo debito. Lo farò molto presto, ma non subito: se c’è un’altra cosa che mi ha insegnato Bernardi sull’editoria è che è piena di orecchie pericolose o, come avrebbe detto lui, di teste di cazzo.

In ogni caso sto lavorando. E non da solo, né solo per me stesso.
I tempi sono difficili e conoscere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. Ma mentre assistiamo allo strangolamento di professioni fondamentali, tendiamo a dimenticare cosa siamo, tendiamo a dimenticare che l’editoria e la scrittura non possono e non devono essere considerati come lavori da mercanti, perché non lo sono.
E va precisato che non lo sono proprio, in concreto, che non si tratta cioè di avvolgerli in una coltre di romanticismo, ma di prendere coscienza di una realtà: l’atto di leggere è diverso dall’atto del comprare o del consumare prodotti alla moda. Ha un altro mercato, un altro target.

In questo contesto angosciato e sfiancante, dove si continua ad alimentare un’idea malsana di cultura e di letteratura, resto convinto che si possa reagire.
Occorre però il coraggio di farlo davvero. Il che, per chiunque come me lavora in questi ambiti, sembra difficile. Non siamo eroi, siamo persone con altre competenze. E siamo abituati a dubitare.
Solo che, assuefatti all’idea che sarebbe meglio non rischiare, alle volte rischiamo molto di più: accettiamo compromessi assurdi che ci porteranno a lavorare male e a fallire comunque, scontenti dei risultati e senza nemmeno un grazie da portarci a casa.

Quello che invece farò io è raccogliere le forze ancora una volta e ancora una volta creare, per quanto possibile, nuove occasioni. Ci sono competenze da mettere a frutto, voci da ascoltare, percorsi da scoprire, follie da realizzare, rabbia da usare come carburante.
Prendere le distanze da certe logiche e da certi mestieranti non è un vezzo artistico, è nostro dovere professionale.
Se preferiamo rimanere sui tristi sentieri tracciati da altri, piuttosto che indicarne di nuovi, non siamo scrittori, non siamo artisti, e non siamo editori. Se non sappiamo osare, non siamo ciò che millantiamo di essere, né mai potremmo esserlo.

©Antonio Paolacci

Giovanni Raboni – Devozioni perverse

2014-02-20 23.05.03

Giovanni Raboni, Devozioni perverse (riflessioni interventi polemiche), Rizzoli, 1994

Il libro raccoglie articoli scritti da Giovanni Raboni tra il 1988 e il 1991 sull’Europeo e su Il Corriere della Sera, libro da me trovato − per fortuna − in uno scaffale de Il Libraccio un paio d’anni fa, a 5 euro. Ne propongo oggi qualche estratto per ricordare ancora una volta la lucidità di racconto del poeta milanese, la capacità di osservazione e analisi delle cose della società, della cultura.  (gm)

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1988

Esco deluso e amareggiato dalla lettura delle Lezioni americane, il libro postumo di Italo Calvino che ha portato in vetta alle classifiche dei libri più venduti un genere pochissimo avvezzo a quelle altitudini come la saggistica letteraria. Ho appena finito di scrivere queste parole e già mi sembra di sentire un ostile minaccioso mormorio: «Ma come? non ti fa piacere?» No, non mi fa piacere. Non mi fa piacere perché un consenso così anomalo, così insolitamente vasto, è stato ottenuto a prezzo di una semplificazione astuta e spietata di ciò che per sua natura è inesauribilmente, vitalmente complicato: l’idea della letteratura (che è poi, lo si sopporti o no, più o meno come dire: l’idea della realtà). Ridotto a piccole formule elementari, piacevoli, rassicuranti, a pochi temini brillantemente svolti, l’esaltante corpo a corpo che oppone e identifica le forme dell’esperienza e quelle della scrittura, l’incandescenza magmatica dell’emozione e la fredda precisione dell’oggetto poetico finito, viene ridotto qui a un gioco enigmistico e illusionistico di fraudolenza facilità. Di cosa dovrei essere contento? Chi ama la letteratura, e più ancora chi sente il bisogno di nutrirsene, deve innanzitutto rispettarla e temerla, e guardarsi bene dal pretendere o desiderare di venire a capo una volta per tutte.

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1989

È comparso da qualche settimana nella metropolitana milanese un manifesto contro le bande di piccoli vandali che imbrattano e danneggiano le vetture. Dubito che il manifesto varrà a dissuaderli; ma non è questo il punto. A colpirmi è l’abbigliamento del giovane reprobo che, nel manifesto si dà vilmente alla fuga dopo aver rotto un finestrino: blue jeans sbiaditi e desert shoes. Ma guarda un po’: esattamente la divisa, ormai desueta, dei «contestatori» del ’68… Con tutti i modelli (comportamentali ed estetici) di violenza e malavita giovanili succedutisi nel nostro Paese da vent’anni a questa parte, la fantasia dell’anonimo disegnatore non è riuscita a prescindere, a non farsi calamitare da quel remoto, nostalgico figurino.

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1990

Credo proprio che i lettori italiani, intenti come sono a contemplare le eleganti volute di fumo che Kundera riesce a sprigionare dalle ceneri del romanzo mitteleuropeo o, peggio ancora, a farsi deliziare dai suoi aforismi da Scettico Blu, non troveranno né tempo né cuore per rendere giustizia a un exploit come quello di Don Delillo, che nelle cinquecento pagine di Libra  rivive e ci fa rivivere una delle grandi tragedie storiche del secolo, l’assassinio del presidente Kennedy. Peggio per loro. A parte la grandiosa accuratezza della ricostruzione e l’interesse della tesi politica (Delillo è convinto che nel progetto originario della Cia, modificatosi poi strada facendo su «ispirazione» della United Fruit e di altri potentati economici, Kennedy dovesse uscire illeso dall’attentato, la cui paternità sarebbe stata attribuita a Fidel Castro per rilanciare in grande stile l’offensiva contro Cuba), il libro riflette come pochissimi altri in questi anni l’idea, per me fondamentale, che compito supremo di un romanzo non sia tanto formare con la scrittura una metafora della realtà, quanto riuscire a fare della realtà una nuova metafora romanzesca.

1991

Nell’imminenza del processo di secondo grado contro i presunti esecutori e i presunti mandanti dell’assassinio di Luigi Calabresi torna a circolare un’opinione che molti giornali avevano sostenuto o riportato subito dopo la condanna in primo grado di Sofri e degli altri imputati, ossia che il commissario ucciso era stato finalmente «riabilitato». La cosa mi aveva riempito, e ancora mi riempie, di stupore e di sgomento. In che senso la condanna degli assassini, quand’anche le persone condannate fossero davvero tali (e io sono sempre più convinto, anche grazie al libro di Carlo Ginzburg uscito nelle scorse settimane, che nessuno di loro lo sia), può «riabilitare» l’assassinato? In che senso l’innocenza di Calabresi rispetto all’assassinio – quello di Pinelli – di cui era stato a sua volta sospettato, può essere dimostrata dall’eventuale scoperta e dalla conseguente condanna di chi, per vendetta o per qualsiasi altro motivo, ha assassinato lui? Siamo, temo, in un territorio mentale molto oscuro, in cui l’idea della giustizia sembra sfumare in quella dell’ordalia e del sacrificio umano.

© Giovanni Raboni

Carmen Gallo – Uno sguardo di rimando. Su Sereni

vittorio sereni

Uno sguardo di rimando. Su Sereni

Negli ultimi anni ho incontrato e ho parlato con molti giovani poeti, e sempre, per quanto diversa apparisse la nostra ricerca, l’accordo più insperato si è raggiunto pronunciando il nome di Vittorio Sereni: Gli strumenti umani Stella Variabile sono considerate raccolte fondamentali, sia da quanti vi riconoscono un debito sicuro, sia da quanti vi avvertono ormai una distanza, e faticano a riconoscere la poesia sereniana come cifra risolutiva, o coincidente con ciò che tocca ora provare a raccontare.
Partire da questa relazione ambivalente, isolando alcuni degli spunti che essa offre, fa senza dubbio torto alla complessità di Sereni, ma mi pare in qualche modo utile per riflettere sul valore della poesia − quel valore che Sereni difendeva pure tra le macerie di senso che circondano il soggetto contemporaneo − e sul futuro di tre parole-chiave: liricità, esperienza, dialogo.
Se, contro le neoavanguardie, aveva ancora senso per Sereni difendere l’aggettivo “lirico”, le attuali contaminazioni prosastiche – che hanno ulteriormente abbassato e vaporizzato lo statuto diremo tragico della lirica contemporanea − mi paiono talvolta alimentare l’illusione che si possa fare a meno di questo slancio (foss’anche nel vuoto). E invece, soprattutto tra le maglie del discorso più colloquiale e quotidiano, l’azzardo lirico come infrazione sintattica e straniamento fonico e retorico può aprire squarci di un senso profondo, e sottrarre all’autoreferenzialità di uno sperimentalismo tardo, equivocamente postmoderno, o alla facilità psicologica o spontaneistica, la pretesa di una ricerca poetica concreta.
Tornare a lavorare sulle forme più “aderenti” che la lirica può ancora assumere in questo primo scorcio di secolo significa anche, per venire alla seconda parola chiave, restituire un valore fondante all’esperienza diretta del soggetto. E non è un dato così scontato, questo, in un tempo come il nostro, lontano dalla storia,che sistematicamente tende a sostituire l’esperienza con surrogati simulati, rarefatti, lasciandoci a lungo superfici lisce e inscalfibili, rivestite di discorsi e impulsi prestampati. Gli stessi che ci illudono di poter riciclare esperienze indirette, mediate (rimbalzate da giornali o ri-mediate nella rete), per fare i conti con quelle che Sereni, in una precedente stesura della Nota a Gli Strumenti umani, chiama «le intimidazioni e i ricatti dell’impegno di vario tipo». Mi pare questa un’altra delle questioni più delicate della poesia contemporanea, e non solo di quella dei cosiddetti giovani poeti: la tentazione di mettere in piedi una “operazione” letteraria di forte impegno (o ostentato disimpegno, che è uguale) politico, sociale, culturale ecc. che di fatto esaurisce nelle intenzioni o nelle premesse il proprio valore, e che pur di prescindere dall’autobiografismo rinuncia alla compromissione personale con gli aspetti più contraddittori della realtà.
Avere il coraggio di trovare l’esperienza nel mondo prima che nella parola. E poi, rimandare tutto questo a un destinatario, a un interlocutore, interno o esterno, vivo o morto: un altro, che rende il colloquio possibile, e chiude il cerchio del tragico e del vissuto nella forma di una relazione ancora possibile, come, per esempio, il dialogo, l’amicizia. Lo sguardo che tra le macerie cerca l’altro, un altro indistinto o interiorizzato, che ricambia l’offerta di una fiducia temporanea, di rimando, è il monito più prezioso della poesia di Sereni, perché allude al persistere di un campo in cui, anche se accerchiati dalla perdita di senso delle cose, riconoscersi è ancora possibile.
Tradurre e ricontestualizzare questa consapevolezza nella poesia a venire sarà desiderio non so di quanti, né si può escludere che questo debito se pure decisivo sarà a tal punto trasfigurato da essere irriconoscibile; tuttavia, mi pare questa la strada che condurrà, attraverso nuove forme, a una partecipazione più tenace, o disperata, alla vita del mondo: quanto più questa si fa impalpabile, e atomizzata, tanto più vale la pena tentare ancora, nella forma della poesia, lo scavo profondo, umano, condiviso.

© Carmen Gallo

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[ Saggio in precedenza pubblicato in Nuovi Argomenti]

Marco Aragno – Masseria Campanile

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Masseria Campanile, le terre della vergogna

Masseria Campanile somiglia ad un paradiso decaduto. A poche decine di metri c’è il frastuono della circumvallazione esterna. I grossi camion sfrecciano sobbalzando sulle buche della superstrada che collega la fascia costiera all’hinterland napoletano. Il profumo di campagna nella stradina sterrata che conduce al rudere, di fianco a una casa di riposo, si confonde con i gas di scarico. Resistono fazzoletti di terra dove si coltivano prugne, vecchi pini di mare che sfilano all’orizzonte. Cento metri più giù il sentiero s’interrompe affacciandosi sull’alveo di un vecchio fiume. Laddove scorreva un torrente, ora compaiono rifiuti ingombranti rotolati lungo la scarpata. Una sedia posizionata sul ciglione ospita un guardiano fantasma. A quel punto non resta che sollevare lo sguardo per capire cosa sia successo, frugare fra gli indizi del presente: sulla sinistra balza agli occhi un rigonfiamento di terra grande quanto un campo di calcio su cui si muovono le ruspe dell’Arpac. Cinque o sei metri di terreno che stanno risputando fuori i veleni del passato, restituendo alla luce l’inferno nascosto delle eco-mafie. Ti basta poco per immaginare il viavai di camion che portava dal Nord fusti tossici fra gli anni ’90 e i duemila. Come i cumuli di terra ammonticchiati dalle escavatrici. Strati di amianto, residui ospedalieri, bave di fango. Ti smarrisci subito nel loro colore scuro, sinistro. Dentro è stipata la notte di questa terra. E più si scava, più c’è notte fonda in quei 15 metri. Il terriccio con cui è stata ricoperta l’ex cava, attiva fino agli anni ’80,  si sbriciola sotto le scarpe. La garza stesa sul bubbone è troppo fragile. E a nasconderlo non è bastato un pescheto, come quello che Google Maps ha immortalato qualche anno fa. Pesche sopra un’ex discarica, destinate ai mercati della frutta rionale, alle tavole di tutti i giorni. La bellezza che copre la vergogna. Così mentre le ruspe continuano a scavare, con i carabinieri che camminano nervosamente avanti e indietro, la preghiera più grande è che un guasto improvviso impedisca a quelle macchine infernali di continuare. Perché ogni volta che addentano la terra è un colpo allo stomaco. Una ferita. Ogni volta è sangue che sprizza appena provi a toccarla.

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© Marco Aragno