Il mondo grande e terribile di Gramsci

fonte dell’immagine Fondazione Feltrinelli

Il mondo grande e terribile di Gramsci

Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

Era stato, dopo aver abbandonato l’università, un giornalista attivissimo al Grido del popolo, all’Ordine nuovo, il suo acume lo aveva portato all’attenzione di Lenin. Il Gramsci torinese era cresciuto e aveva sviluppato un carattere pignolo e spigoloso, fatto di una intransigente severità verso se stesso, e quindi verso gli altri. Il suo amore per il pensiero, in questi importanti anni di formazione, lo avrebbe portato a rifiutare qualsiasi settarismo, qualsiasi esteriorità o forma di vanità. Spesso non avrebbe firmato nemmeno i suoi articoli, oppure avrebbe usato pseudonimi, e questo ben prima che la sua vita fosse in pericolo per via delle persecuzioni fasciste.

Cresciuto nell’indigenza, Nino Gramsci, fin da bambino aveva condotto una vita grama, acuita dai difetti fisici, dalla povertà familiare seguita all’arresto del padre per peculato e altri capi d’accusa. Ebbene, fu in Russia, in qualità di rappresentante del Pci nell’esecutivo dell’Internazionale comunista, che la sua vita ebbe un’importante svolta. Ricoverato nel sanatorio di Sieriebriani Bor, per il consueto esaurimento nervoso, conobbe Julca, la futura moglie. Concepirono il primo figlio, Delio.

“Il tuo amore”, le scriverà nel ’24 da Roma, “mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me un uomo”. Si vedranno ancora nella capitale, lei ripartirà nell’estate del ’26, in attesa del secondogenito Giuliano. A causa del seguente arresto, Nino non conoscerà mai, se non per foto, il suo secondo figlio, né rivedrà gli amati Julca e Delio.

*

A Roma avviene l’ultima fase della sua vita in libertà. Durante la crisi Matteotti, ha il tempo di riconoscere i tratti della “fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante (…)” ma è costretto a evidenziare che il proletariato “non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, assumono gradi inauditi”.

Registra poi una implacabile polarizzazione in cui i partiti intermedi svaniscono:  i riformisti non acconsentono a massicce forme di protesta unitarie, l’estrema sinistra sventola il frazionismo, i fascisti picchiano e minacciano. In questo contesto Gramsci sente una “(…) solitudine oltre ogni cosa, anche per l’organizzazione illegale del partito che costringe al lavoro individuale e indipendente”.

Nel suo unico discorso del 16 maggio 1925 alla Camera, con voce debole e sottile, a chi gli rinfacciava di non conoscere il Meridione aveva risposto:
“Io sono meridionale”! (…) “In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. (…) per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda”.

È una convinzione che aveva anticipato in numerosi articoli, che confluirà nel saggio del ’26 sulla Questione meridionale, e che aveva avuto modo di ribadire fondando il quotidiano L’Unità: “noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Tornando al carcere, quando fu arrestato, aveva 35 anni. Non poterono molto i tentativi del Vaticano e nemmeno le proteste internazionali capeggiate da Romain Rolland, grazie alle informazioni veicolate da Piero Sraffa.

“Il carcere è una bruttissima cosa”, scriverà alla mamma, “ma per me sarebbe ancora peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”. Nessuna richiesta di grazia, mai. Nessun compromesso. Bensì solo ciò che la legge prevede, e questo per rimarcare la posizione di intransigente oppositore al fascismo e sottolineare la sua condizione, come dirà Giuseppe Fiori, di “combattente irriducibile”.

Sempre alla cara mamma, dal carcere scrive: “Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io, e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà (…) io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. (…) mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene e ricordatevi di me”.

Dal ’28 sarà completamente isolato: pochissime le lettere di Julca, affetta da un grave esaurimento nervoso, poche quelle da Ghilarza (Peppina muore il 30 dicembre del ’32), dissente dalla linea del partito di Togliatti e dalla svolta dell’Internazionale, si allontana per dissidi e incomprensioni anche dai compagni carcerati a Turi. Pochi mesi e, – se non fosse per Tatiana, sorella di Julca, che vive in Italia e gli sarà accanto quasi costantemente dalla detenzione in poi, – in completa solitudine, avvia la stesura dei Quaderni.

Gli ultimi anni sono durissimi: “(…) per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita (…)”. La malattia avanza e nel ’33 è a uno stadio tale che a Tania scrive: “sono mezzo abbrutito o forse completamente abbrutito per il non poter dormire e riposare la notte: in certi momenti mi pare di diventar pazzo (…)”, o ancora “non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare (…)”, e infine “(…) ciò che ancora mi da un po’ di forza è il pensiero che ho delle responsabilità verso Julca e verso i bambini; altrimenti non lotterei neppure, tanto il vivere mi è diventato gravoso e odioso”.

Ormai, nel ’35, la situazione è critica. A sue spese, aiutato sempre e comunque dall’amico Piero Sraffa, fu trasferito a Formia e poi, per gli ultimi giorni, a Roma. Cerca di rincuorare Julca: “(…) Occorre resistere, tener duro, cercare di acquistare forza. D’altronde ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile (…) ricordi quando ti dicevo che andavo alla guerra? (…) era il vero e in realtà così sentivo. Sii forte e fa di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi”.

Muore a Roma, il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Il padre Francesco gli sopravvive per due settimane, a volte rileggeva le cose che il figlio aveva scritto alla mamma Peppina come questa:

“Cara mamma vorrei proprio abbracciarti, perché sentissi quanto ti voglio bene, e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

*

© Sandro Abruzzese

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