anna toscano

Lettera all’autore #2: Anna Toscano – Una telefonata di mattina

 

Cara Anna,

è un po’ che volevo scriverti a proposito del tuo libro, sin da quando lo presentasti a Napoli da ‘Io ci sto’ con Antonella Cilento, ma i miei tempi di gestazione, il trasformare le impressioni che le letture mi suscitano in idee compiute e articolate, si stanno facendo sempre più lunghi e la loro messa a fuoco può durare anche molti mesi, ma tant’è.

La sensazione che la tua raccolta mi ha dato e mi dà, in questo lungo tempo in cui l’ho letta e ripresa più volte, è quella di un libro al cui centro vi sia lo stato d’animo dell’attenzione, attenzione verso tutto ciò che c’è, senza però mai disperdersi dall’io lirico che osserva e sente l’esistenza, anche sintatticamente è la centralità del tuo scrivere ad essere ben evidenziata. La sensazione è quella, dunque, di uno sguardo commosso e partecipe verso la vita e i suoi dettagli anche minimi, un’estetica, nel senso di percezione, del quotidiano che diventa un vero e proprio percorso esistenziale sino a farsi etica della parola e del vissuto (Non ditemi sempre/ l’ovvietà del male// lo vedo lo vedo/ il nero catrame dei nostri giorni// cerco un pertugio dove trovare/ l’ovvietà della decenza/ come uno specchio oblungo/ infallibile nel suo porsi). Mi sembra che le tue poesie, volutamente e dichiaratamente brevi, abbiamo tutti i pregi della brevitas – precisione, concisione, limpidezza – senza averne i difetti, oscurità ed eccessiva allusività. Ecco, per dirla in altri termini, nel tuo verso vi è un respiro breve, che quel che non ha in estensione, guadagna in intensità, in profondità del dettato. La tua antologia, pur nella varietà di scrittura e momenti di occasioni e di luoghi, mantiene una coerenza d’ispirazione e di visione che si fa cifra stilistica netta. I vari temi, quello del rapporto tra la parola e la cosa, reso esplicito sin dalla prima poesia in maniera paradossale e senza la presunzione di poterlo sciogliere del tutto, quello del viaggio e dei luoghi di volta in volta da te vissuti (Venezia, Milano, San Paolo, Bologna, Istanbul, Baires), la dimensione della distanza come cifra esistenziale (Una telefonata di mattina, appunto), quello della memoria personale (E poi ci sono le persone) – sotterraneo e persistente in quasi tutti i testi, un vero e proprio sentimento del tempo – la letteratura come vocazione e scelta esistenziale, la pratica rituale della lettura e della scrittura, sono resi con tocco impressionistico (nel senso alto del termine) e anche quando affrontano il dramma della malattia, del dolore e della morte sono risolti con levità d’immagini che riscattano anche il vissuto più doloroso. Una trattenuta ironia e, cosa rara nei poeti, autoironia in molti testi riesce a parlare al lettore con tono confidenziale, riducendo la distanza tra i testi e chi legge. Eppure vi è un sottofondo cupo, una consapevolezza che la parola, la scrittura, la lettura, la memoria, l’amore, gli affetti sono solo una parantesi, una sospensione rispetto al corso della vita senza perché, una vita, insomma,/ con dei perché, è quella che tu desideri. Il ‘buon tempo’ di cui tu parli, in uno dei testi più belli dell’intero libro, mi sembra essere una faticosa conquista, un’oasi di pace dopo una tempesta e prima di un futuro che si mostra incerto e imprevedibile. La tua parola vuole dire questo ‘buon tempo’, è essa stessa il buon tempo che la vita può concedere a se stessa (Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata). Forse l’aspetto che più mi ha colpito dei tuoi testi è la capacità di rivelare il dettaglio apparentemente marginale, casuale, che a un occhio distratto, impoetico, non si manifesterebbe, accostandolo, in alcuni versi, senza mediazione, all’immenso, a una visione che proietta il quotidiano in una sfera straniante e folgorante: la fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania. Quell’attenzione di cui parlavo all’inizio è la capacità di salvare il più piccolo dettaglio dall’oblio e dal vuoto che incombe. La tua poesia riesce a descrivere una traiettoria che nel suo procedere raccoglie e salva ciò che incontra per portarlo con sé. Dove? Apparentemente in un viaggio con infinite tappe e quasi dispersivo, ma, a ben vedere, in un luogo ben preciso geografico ed esistenziale. Non a caso l’ultima poesia del libro è intitolata Venezia, la tua città, la traiettoria quindi si mostra essere un ritorno, dove già sei stata, un viaggio accidentato, ma sicuro verso casa e con te, con le tue parole, i tuoi amori, le tue paure porti, per un attimo, anche noi che ti leggiamo. Grazie.

Francesco Filia

Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

I poeti della domenica #142: Anna Toscano, Marzo con la neve

anna toscano - foto di anna pavone

anna toscano – foto di anna pavone

Anna Toscano, Marzo con la neve da Doso la polvere, La Vita Felice, 2012

*

La neve di marzo è come
la tua orma sulle mie lenzuola,
una euforia interrotta
l’eco di un silenzio

La neve a marzo è prendere
la panna con le mani,
leccare il cucchiaio dell’impasto
uvette sparse sul tavolo.

Marzo con la neve è assopirsi
nel calore della tua parte di letto,
e svegliarsi con la primavera
impigliata tra i capelli.

*

© Anna Toscano

Dire di Fabio Micheli – Nota critica

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Scrivere del libro di Fabio Michieli non è impresa facile per almeno due ragioni: 1) perché si manifesta come un lavoro in corso, in quanto pubblicato in prima edizione alla fine del 2008, è tutt’ora oggetto di un’ampia e sofferta riscrittura che dovrebbe portare a una seconda edizione nei prossimi mesi. Questa riscrittura, a cui il sottoscritto ha avuto accesso, è essa stessa un libro nel libro e amplifica, potenziandoli, molti temi centrali della prima edizione, basti pensare al tema della memoria che diventa, in una nuova sezione dedicata alla figura paterna, un vero e proprio dialogo con le ombre, un corpo a corpo con il senso dell’esistenza; 2) perché, paradossalmente, proprio per essere un lavoro soggetto a una potente riscrittura, è un libro che aspira a una compiutezza estrema, a una limpidezza cristallina, ottenuta con un lavoro di sottrazione e cesello certosino, che respinge qualsiasi sovrabbondanza interpretativa e si presenta come un tentativo estremo di espressione di purezza, in cui il verso fa tutt’uno con il bianco, con la pagina bianca da cui sorge (volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca quasi pura).

Dire – L’arcolaio, 2008, con nota di lettura di Augusto De Molo e foto di Anna Toscano –, dunque, è un libro radicale, nel senso etimologico del termine, sin dal titolo, si confronta con la radice del poetare, con la sua espressione primigenia, il ‘dire’ appunto e lo fa riuscendoci in maniera originale, grazie al continuo confronto con la tradizione poetica italiana e classica. Questa necessità di scavo e di confronto con gli archetipi della nostra cultura, che non ha nulla della pedanteria archeologica o pseudosperimentale di tanta poesia contemporanea, emerge dalla presenza di tante figure del nostro immaginario letterario – San Sebastiano, l’Ulisse di Dante, le Muse – ma anche e soprattutto dalle due poesie dedicate esplicitamente al mito di Orfeo ed Euridice, in cui si sviluppa un dialogo breve e intensissimo, un botta e risposta serrato che definisce il perimetro del quadrilatero vita, parola, amore e morte che fonda il libro di Michieli. In questo perimetro si muovono tutti i testi, guidati in un invisibile filo comune dalla memoria, che non è una semplice memoria personale di luoghi (Venezia su tutti), eventi, persone, ma è una vera e propria memoria pensante che attraversa e fa riemergere immagine archetipiche sedimentate nel profondo. Il dialogo tra Orfeo ed Euridice, in cui lui parla nella prima poesia e lei risponde nella seconda, nella sua drammatica brevità, mostra il rapporto tragico tra canto, amore e morte. Come sottolinea De Molo nella sua nota di lettura, l’originalità del dialogo è data dalla risposta di Euridice. Ella sa, a differenza di Orfeo, che il canto non può salvare dalla morte, che essa è un limite invalicabile e che riattraversare il Lete non è dato ai mortali, ma invece può eternare l’oggetto del canto e dell’amore, proprio annullandolo come principium individuationis, attraverso una trasfigurazione che trasforma il corpo, la carne in parola. Una trasfigurazione che permette di riconoscere il niente che siamo per aprire la via al tentativo di eternarsi della poesia. Solo riconoscendo il nostro esser finiti possiamo aprirci all’eternità del canto, la resurrezione è soltanto, ma forse è già tanto, nelle parole e nella memoria, il portato classico ed etico del dettato di Michieli è in questa verità.

L’intera opera, come una partitura che riprende di volta in volta i temi e i leitmotiv del dettato poetico, è attraversata da una musicalità sommessa ma costante che, reggendosi sull’architrave endecasillabica, crea un melodioso andante che è il tessuto sonoro di tutte le composizioni, un sottofondo di armoniosa lira, per rifarci ancora una volta all’archetipo di Orfeo, che però alcune volte assume le note di un malinconico tango che dalle strade del ‘900 e della contemporaneità dialoga con la musica degli antichi e delle sfere celesti. La poesia è mèlos e dire, unione inscindibile, totalità che scaturisce dalla visione dall’immagine, per tradurre il titolo della poesia Das Bild. La poesia è un tradurre l’immagine, la visione in parola e in quanto immagine e parola essa si fa forma (Gestalt) e informa di sé l’intero dettato, come unione inscindibile di musica e senso, parola che suona e che dice e dà vita a un tutto che è maggiore della somma delle pari che lo compongono.

L’aspirazione del poeta è di scorgere, di aver visione del tutto che ci comprende, ma il vedere è anche e soprattutto un esser visti dalla forma e l’esser visti, scorti, frugati è un esser riconsegnati alla nostra finitudine, essere consegnati alla nostra fine costitutiva. Il tema della fine è strettamente connesso a quello di limite, il limite è ciò che ci definisce appunto, che separando dà forma, la sottrazione crea la forma in cui emerge un senso che ci ha preceduto e che ci sopravviverà, un macrocosmo a cui far corrispondere il microcosmo che l’io lirico è. Ma questo nesso nei versi di Michieli ha poco o nulla di rassicurante, la forma e l’immagine da cui scaturisce il senso del limite sono percepiti come problematici, come qualcosa che non è dato naturaliter ma che è una conquista. L’esser forma, nell’esistenza di ognuno di noi, può darsi non come pienezza ma come vuoto per l’io lirico che non sa chi è. Il pericolo insito nel vivere e nel dire è diventare una sagoma a cui non corrisponde niente e che mette in evidenza in maniera plastica il contrasto irrisolto dell’esistenza, come mostra perfettamente la poesia Sebastiano (A volte penso di essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sono ancora). Imparare a finire è una conquista esistenziale e morale, che spesso risulta irraggiungibile, bisogna attraversare il negativo che abita l’esistenza, l’inganno che ci vive, nella consapevolezza che nessuna sapienza è data una volta e per sempre (e non so mai quando è giusto finire).

In questa prospettiva il testo Epigramma assume un valore paradigmatico, sia per l’utilizzo di una forma classica, sia per il richiamo alla tradizione novecentesca con Montale citato in epigrafe, sia, soprattutto, perché la parola, in questa poesia, è presa direttamente dalle Muse che rispondono alla domanda del poeta, l’unica forse che i poeti hanno sempre posto: chiedere versi. La risposta delle Muse non è evasiva, le Muse inviano versi ma a determinate condizioni, loro presiedono all’ispirazione che unisce i poeti e gli dei, inviano parole sotto forma di versi canticchiati, come usava un tempo, i versi volano di bocca in bocca per giungere al poeta che deve saper porre ascolto, la parola poetica non si concede a chiunque ma solo a chi ne comprende il codice, la struttura che la rende quel che è, la forma: attento a non dimenticare/ che la rima chiude il tema iniziale. La poesia, in quanto forma e canto, chiede compiutezza, è un circolo che si chiude e in cui il poeta è un semplice punto della circonferenza. La poesia è dunque un ritorno all’origine di cui il canto del singolo poeta è solo un infinitesimo segmento, ma che aspira ad essere un punto decisivo e inaggirabile. Il ritorno all’origine, che ogni dire poetico è, mostra la propria originalità nel percorso, nel segmento di cammino che la singola voce poetica intraprende. Il tratto originale del percorso di Michieli si manifesta chiaramente nell’ultima poesia della raccolta, in cui il rapporto tra parola e vita viene sintetizzato nella figura dell’Ulisse dantesco che però si moltiplica nei tanti Ulisse quotidiani, anonimi alle prese con le loro personali odissee. Il senso dei versi danteschi subisce un rovesciamento epocale, la consapevolezza che non fummo e quindi del nostro dover essere oltre il mero dato dell’esistenza si trasforma nell’ineluttabilità di essere sempre più a brani su sfatte pareti alle prese con la sconfitta delle nostre esistenze, alle prese tragicamente con la nostra pesta dignità. La poesia è dunque non salvezza ma luce e consapevolezza estrema dell’unione drammatica dell’esistenza con le forze antiche che ci attraversano ed è il cercare di tenerle insieme, di dirle di chiuderle in forme che abbiano il sigillo dell’irripetibilità.

Francesco Filia

Non ti curar di me se il cuor ti manca (2): nota di lettura

 

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Sono autori vari. La prefazione è di Fabio Franzin, la postfazione e la cura di Roberto Ferrari, e a legare le venti poesie del volume c’è la volontà di vocazione del grande Malessere della mente, secondo lo spirito, come dice Fabio Franzin nella sua prefazione, di un poeta come «medium che riesce a dar voce ai sommersi».
Il titolo recita Non ti curar di me se il cuor ti manca (2), commistione di un verso dantesco e del motto sull’asso di spade delle carte trevisane. La deflagrazione di due sentenze sprezzanti e aggressive – non ti curar di loro, e non fare affidamento su un’arma se non hai il coraggio di usarla – crea invece la dolcezza di una preghiera al contrario, un invito ad avere cuore per predisporsi all’ascolto e alla vera cura.
Poeti come medium, quindi, ma non solo. Mi salivano alla mente, leggendo, alcune considerazioni che hanno a che fare con l’uso della lingua, con la malattia, con il bisogno generale (nei poeti, con la necessità estrema) di dare nome a quello che è inabissato. (altro…)

Anna Toscano, Una telefonata di mattina

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

di Anna Pavone

*

«Dove sei, Auguste?» chiede il dott. Alzheimer alla signora Deter, visitandola per la prima volta. «Qui e ovunque» risponde lei, e poi ripete «mi sono persa, per così dire.» Il primo caso studiato di morbo di Alzheimer è una delle voci che agitano pensieri e memorie di Una telefonata di mattina, recente silloge di Anna Toscano.
E sono proprio due versi di parole in bianco e nero, «Confondevi i luoghi, le persone,/ il tempo, il tuo nome» (Auguste), che creano la condensa attorno alle altre poesie. Riportando la storia di Auguste nel “qui” e “ovunque”, nella scrittura che si dipana attraverso un ordine che si deve a chi ha perso la strada, la Toscano non vuole restituirle la memoria, quanto condividere un’assenza e una perdita: «le cose/ non hanno più un nome/ sono solo cose» (Quando il sole nella precedente Doso la polvere). E mischia “ora” e “allora” in un continuo rimando di tempi e di memorie.

I versi dell’intera raccolta scivolano spediti fino al gradino della chiusa, in cui si inciampa e si ferma il respiro; la punteggiatura misurata crea il chiaroscuro, l’ironia stempera il dolore come le assonanze e le rime, e niente si impiglia per caso. La tensione sale, si quieta, torna a salire, ma non esplode. Era esplosa in Doso la polvere, grumo di dolore non sciolto, non disteso. Forse non a caso lì il verbo “stendere” era usato una sola volta, e in terza persona: «Siviglia è fili a stendere» (Siviglia è un filo). Qui torna invece più volte, e quasi sempre in prima persona. Stendo la pelle, le creme, il bucato. Come se quei fili tirati da una parte all’altra, su cui stendere panni e dolori ad asciugare, trovassero il puntello nello sguardo da lontano delle città. Nonostante la solida struttura di scansione tematica, i confini sono fluidi e non è raro imbattersi in poesie che scivolano da una parte all’altra, che scappano dalle mani per non incasellarsi.
L’apertura del libro è affidata a Io con le parole che, nel mettere subito a fuoco parole e cose, le filtra attraverso l’unica lente possibile: “io”. Una poesia che fa cose, fa parole. Fa cose con le parole. Che modella le forme, i suoni, le città, le assenze. E le cose sono piene o vuote, sono bauli in cui mettere le sillabe, scatole di scarpe, armadi a muro, pigiami rosa in cui attendere la morte, stive per stipare migranti, vasi, tasche. Sono stanze svuotate di parole e parole che le svuotano, sono case disabitate che non rispondono più, sono assenze che si fanno cose e cose che si riempiono di quell’assenza: frittelle, temperamatite, messaggi mai spediti e mai arrivati, gonne. Assenze reali e acuminate a cui dare del tu. E poi c’è il tempo, che contiene sempre.

(altro…)

Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Recensione

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Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Pensieri poetici, prefazione di Adriana Chemello, Ragusa, Sicilia Punto L edizioni, 2016, € 8,00

Non ci sono sottotitoli ed etichette più appropriate in grado di connotare la raccolta di versi di Maria Occhipinti: i suoi «pensieri poetici», che leggiamo oggi con il titolo di Anni di incessante logorio, editi per i tipi di Sicilia Punto L, (trat)tengono − insieme − i due aspetti più importanti dell’esperienza dell’autrice: quello umano e quello “politico”. Si potrebbe dire uno stesso vo(l)to, con due direzioni prioritarie unite insieme nel segno della «vita» e della «libertà»: esse non sono soltanto temi nella vicenda di Occhipinti ma veri fondamenti della sua etica e anche “motivi” su cui l’approfondita, attenta ed essenziale prefazione di Adriana Chemello fa perno.
Nata nel 1921 e scomparsa nel 1996, Occhipinti è stata una donna che ha sentito sempre forte la responsabilità civile di difendere le categorie sociali più deboli della sua Sicilia sin dagli anni del Fascismo; definita anarchica e libertaria, si è battuta per i diritti delle donne senza abbracciare nessuna fede politica, restando però molto vicina al femminismo. Il suo spirito d’iniziativa sarà sempre personale e comune insieme, libero così com’è libera la sua parola poetica, e com’è stata dapprima la sua prosa in Una donna di Ragusa e Il carrubo e altri racconti entrambi apparsi per Sellerio nel 1993 (possiamo leggerne, a proposito, qui e qui).
Aperta al nuovo o diversamente “letterata”, i suoi versi paiono fluire da un quotidiano vivere, da un incessante movimento del pensiero nel suo misurarsi quotidianamente, da una riappropriazione dell’itinerario che il sé compie nel mondo, in rapporto agli altri (anche ai cari), alla natura, alla religione; la sua poesia procede ad accrescere, di verso in verso, l’attaccamento forte alla vita e ai valori vitali su cui essa si fonda. Il logorio è dunque la progressione alla “ricerca di un dire” ma anche il processo nel contatto umano e nell’incomunicabilità tra due soggetti, come a p. 105: «L’Io è una vetta/ che nessuno scalatore/ potrà raggiungere,/ un altro Io/ può solamente sfiorare.//» Siamo di fronte a quella che Chemello definisce una «ricerca di senso» che permea la poesia di Occhipinti, laddove a p. 106, ne La conquista, si legge: «Nessuno potrà distruggere/ ciò che l’Io/ ha conquistato/ penosamente.//».
L’Io dell’autrice, tuttavia, non è un io ingombrante, anzi: rifugge l’egotismo per validare da un lato la propria «limpidezza», dall’altro un’accoglienza del diverso (da sé). L’altro è infatti colui con il quale condividere azioni, momenti: «Pensandoti/ non ero sola,/ tu eri con me/ tra gli uliveti,/ eri con me/ sotto la siepe// che ci riparava/ dalla pioggia/ e contemplavamo/ la distesa dorata del grano.// Presi per mano/ camminammo/ sul sentiero fiorito,/ andammo verso il sole,/ verso la libertà.//» (p. 86).
L’Io, in questi versi, converge spesso al noi, in un continuo fare spazio all’altro, facendo così spazio al sé spesse volte “estraneo” alle contingenze cui la vita chiama. La stessa Occhipinti per anni ha vissuto negli Stati Uniti; alcune poesie sono qui dedicate ad artisti o città di quella terra, non ultima quella che dà titolo a questo volume postumo con protagonista l’architetto italiano Simon Rodia. Straniera in Patria, lirica del ritorno, appare invece a p. 70: «[…] Avevo paura di sentirmi straniera/ in Patria e di non avere mai più/ un dialogo con i giovani,/ loro che sono la speranza della nazione.» Un andamento prosastico per un testo che avvicina − ma anche allontana al tempo stesso − Occhipinti a Casa di Altri di Anna Maria Ortese; non in contrapposizione ma in dialogo, queste due autrici hanno evidenziato quello che Anna Toscano ha definito propriamente il «qui della vita» (in un articolo da leggere a questo link). Questa vuole essere un’ipotesi critica che moltiplica gli orizzonti di lettura senza cercare legami (sarebbe forzato e “ingiusto”, per lo meno a quest’altezza) di Occhipinti con la tradizione letteraria del suo tempo.
Un “inno” alla «gioia» questi pensieri poetici; gioia è anche parola che ritorna nei versi, molto diversa tuttavia da quella “ancestrale” di Goliarda Sapienza (qui), diametralmente opposta dal punto di vista letterario ma pur sempre una gioia che «vibra» con la stessa intensità nella voce di una donna − in un coro partecipato − che amava la vita anche nel «dolore», altra tra le parole chiave del volume che stiamo percorrendo.
A molti anni dalla scrittura di questi testi possiamo dunque sentirci grati dell’avvenuta pubblicazione, che ha visto un intervento di correzione del professor Pietro Bafunno, di cui tuttavia non si conosce la portata. Leggerli significa rinnovare un patto che si giustifica in un non cedere al tempo rendendo costante la ricerca di nuovi autori in versi − anche conoscendoli (purtroppo) postumi −, salvare le loro opere dall’oblio nonché “liberarle” nel mondo.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56566

La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Chi la racconterà

Chi la racconterà domani
la storia dei migranti di oggi
chi tra loro ce la farà
chi tra loro potrà mettere in versi
narrare, dipingere, scolpire
l’inferno di questi loro giorni
le barche, i cadaveri, i disperati,
le frontiere spinate, i chilometri a piedi,
nelle stive, nei furgoni, gli insulti
l’odio e le mani tese
per poter vivere, per poter testimoniare.
Leggeremo pensando sì mi ricordo
ma avevo figli, il mutuo, problemi di lavoro,
non stavo bene, ero vacanza,
sì mi ricordo ma non mi riguardava
l’orrore accanto a me.
Chi domani leggerà
non avrà scuse
per le colpe di oggi.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Facendo la punta

Facendo la punta alla mattina
con un temperino bianco a manovella,
l’odore di legno secco
cerco nella memoria da dove
questa fitta al cuore.
Ed ecco il tuo,
confinato nella penombra
della soffitta e tu che le temperi
tutte una dopo l’altra.
E allora telefono a mia sorella
«fammi un regalo, domani
portami il temperamatite di papà,
quello giallo, lo tengo qua».

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Aspetto ogni giorno

Aspetto ogni giorno
con timore silenzioso
che in campi e campielli
smettano le fontane,
il giorno in cui
l’inverno c’è
un inverno che ghiaccia
che fredda.
Da quel giorno aspetto
svoltando la calle
di sentire, tra le corse dei cani,
il rumore della fontana
a dire che l’inverno
è finito
non c’è più ghiaccio
che anche il cuore
può sciogliere.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (per P. Borsellino)

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paolo borsellino – foto da (partecipiamo.it)

 

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (da Doso la Polvere, La Vita Felice, 2012)

*

«Un amico mi ha tradito»
ha detto Borsellino
con le lacrime agli occhi
steso sul divano.

Tritolo e lamiere
avevano già sepolto Falcone
coperto di viltà ancora senza nome.

Come sia finita la storia
come non sia finita
lo sappiamo bene.

La vita è una tragedia
fatta di verità menzognera;
cerchi di viverla come una farsa
e ti tuteli, ma poi ci si fida
e ci si ricasca.

*

© Anna Toscano

Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza in volume per La Vita Felice

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Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto di Anna Toscano, Fabio Michieli e Alessandra Trevisan, Milano, La Vita Felice, 2016, pp. 64, € 12,00.

Esce in questi giorni il volume del “racconto” su una delle più interessanti autrici del Novecento italiano, ed è disponibile a questo link

Questo libretto raccoglie il testo del racconto Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza che dall’inizio del 2014 stiamo portando per librerie, biblioteche, piazze, teatri, associazioni.
Il nostro racconto è frutto di anni di letture, ricerche approfondite, studio delle fonti, talvolta dei manoscritti dell’opera di Goliarda, nonché dell’analisi di autori e correnti a lei vicine, dalla letteratura al cinema, dal giornalismo al teatro.
Per la verità, non esiste “il” testo dello spettacolo, poiché ogni spettacolo è una nuova proposta: dal canovaccio, di volta in volta, prendiamo strade diverse, inseriamo ulteriori dettagli, nella narrazione approfondiamo aspetti dell’arte di Goliarda che ci sembrano più adatti alla giornata o al luogo in cui ci ritroviamo a parlarne; non di rado raccontiamo aneddoti, o riferiamo particolari che abbiamo appena scoperto continuando ad approfondire l’opera e la vita di questa grande scrittrice.
Il nostro lavoro vuol evidenziare il ruolo fondamentale e fondante della poesia nella vita e nell’opera di Goliarda, con un punto di vista inedito e inusuale, per questo prezioso.
Qui, dunque, troverete “i racconti”, cioè un testo che non sarà mai quello di un solo spettacolo, ma quello di vari spettacoli insieme: la versione più completa pertanto, dalla quale di volta in volta imbastiamo, ricaviamo, estrapoliamo, stendiamo la nostra proposta.
Per noi non è un punto di arrivo, bensì un continuo impulso a studiare e approfondire l’opera di una donna straordinaria, con la passione che la letteratura e la sua condivisione ci infonde.

Anna, Alessandra, Fabio

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