Anna Toscano, Al buffet con la morte

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Al buffet con la morte, l’ultimo libro di Anna Toscano – poetessa, editor, critica e fotografa – edito da La vita felice (2018), con postfazioni di Antonella Cilento e Nadia Terranova, si presenta già dal titolo come una vera e propria meditatio mortis, che però assume un tono non di monito tragico e assoluto, ma di riflessione dolente e pacata che coglie la morte, la sua aleggiante incombenza, in momenti diversi e a volte stranianti, come in una sonata, di ventisei brevi movimenti, in cui vi è la presenza di un basso continuo, che accompagna temi che nel loro inseguirsi si alternano in primo piano. Le prime poesie, che restituiscono il senso del titolo del libro, colgono la morte in un momento familiare e intimo, quello del pranzo casalingo, che è metafora degli affetti più cari, dei legami di sangue.

C’era sempre la morte
a tavola con noi
stesa sul tavolo
col suo dito ossuto
faceva cadere qualcosa
sempre sul tovagliolo
di mio papà.

Lo sguardo della Toscano in alcune di queste poesie sembra quello di una bambina – l’espressione infantile ‘mio papà’ ne è testimonianza – che nell’intimità con la nonna, i genitori coglie la presenza della grande mietitrice. La coglie solo come una bambina può coglierla, in un misto di magica abnormità e intima normalità, scorgendo i familiari nella loro decadenza fisica, nelle malattie, nei gesti della loro vita quotidiana. Essa si manifesta, invisibile e onnipresente, col “suo dito ossuto”, che ricorda, in una potente immagine di funesto presagio, le “mani ossute”  che incombono sui personaggi di La cripta dei cappuccini di Joseph Roth.
In un’altra serie di testi – che rappresenta una vera e propria galleria di persone familiari e personaggi colti sulla sacra soglia del nulla – la morte viene colta nel momento del morire, nel momento, enigmatico e tremendo, in cui il soffio vitale lascia il corpo, e non a caso la parola ‘corpo’ compare molte volte nei testi. È la visione del corpo inanimato che sembra ossessionare lo sguardo dell’autrice, quel restare immobile in assenza di vita che racchiude il mistero della morte e della vita e che può essere evocato nel suo trasformarsi, oltre il suo farsi cenere, nel corpo vivo della parola, quasi che la parola possa essere un ultimo esorcismo della memoria contro l’oblio e il nulla.

Porto i miei ricordi
al forno crematorio
bruceranno un poco
alla volta
mi restituiranno
ceneri di parole:
il mio nuovo corpo.

Nelle ultime due poesie del libro vi è una prefigurazione della propria morte, quasi un gioco infantile, ma serissimo, sul senso del proprio finire, sul dopo che incombe sulla nostra esistenza, sullo sgomento originario che la muove ed è in questo passaggio – che è al tempo stesso emotivo, logico e stilistico – che il libro della Toscano, per contrasto, diventa da una meditatio mortis una meditatio vitae, sul senso profondo della fine che rende autentica l’esistenza e che illumina la vita nelle sue vere e ultime possibilità. Il tema della fine e della morte nasce evidentemente dal vissuto personale, trattato con rassegnata e serissima ironia, che però si innesta in una dimensione epocale che coinvolge tutti noi. In un’epoca in cui gli dei sono fuggiti – e questo dato, a prescindere dalle convinzioni personali e la fede di ognuno, è un dato incontrovertibile – la morte squarcia quel velo sacro che la nascondeva, per essere essa stessa l’unico e il solo elemento sacro e quindi tremendo della nostra esistenza, mentre in altre epoche gli uomini sentivano nello sfondo dei loro giorni la voce, più o meno impercettibile, degli dei o di Dio, noi contemporanei possiamo solo sentire il ronzio sordo della morte – il basso continuo di tutte le poesie del libro – che ci accompagna e attende. Il libro della Toscano ha il merito di aver fatto emergere ciò in maniera limpida, attraverso un dettato piano, essenziale e precisissimo al tempo stesso. Confrontarsi con la morte, quindi, significa confrontarsi con il senso ultimo della vita e con il sacro che l’avvolge e che si fa parola e sangue nel bivio radicale e inevitabile tra disperazione e speranza. Disperazione del ‘niente’ che ci attende o invece la speranza infantile, al tempo stesso tenera e terribile, di immaginare la scena della propria fine. La speranza di ritornare finalmente bambina tra le braccia dei genitori, o di immaginare, in un incalzante domandare, gli oggetti che assisteranno, nella composta bellezza di un dettaglio, al momento ultimo, quasi come testimoni muti ma partecipi del mistero buffo e incompiuto del morire.

Morirò lasciando
il bollitore rosso sul fuoco
le pantofole di velluto spaiate
morirò lasciando
progetti iniziati
progetti sempre pensati
idee da portare avanti
grazie non detti?
Lascerò i cani?
Fiori potati.

 

© Francesco Filia

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