Alessandra Trevisan

‘Appartamenti o stanze’ di C. Gallo. Lettura di G.A. Liberti

gallo-appartamentiLettura di Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (d’if, 2016)
di Giuseppe Andrea Liberti

Che la poesia di Carmen Gallo abbia al suo centro «il tema della relazione e del rapporto tra relazione e senso (della relazione)», lo notavano già i lettori di Paura degli occhi (L’arcolaio, Forlì 2014). E che i suoi versi tracciassero sin da allora una planimetria di muri e barriere, lo evidenzia Alessandra Trevisan nella sua recensione al volumetto:

Lo spazio è molte cose in questa poesia, ed è molti luoghi: è un edificio (una “casa”), è una città (o un “paese straniero”), è un oggetto o sono molti oggetti. Tornano, soprattutto, i sostantivi “mura”, “pareti”, “finestre”, a segnalare l’idea di confine che lo spazio traccia fisicamente e con la parola nel verso ma, tuttavia, si tratta di sbarramenti fragili, che non reggono […].

Di quell’opera prima, da tutti riconosciuta come una prova di precoce maturità stilistica, il poemetto Appartamenti o stanze (Edizioni d’if, 2016) prosegue il discorso riprendendone i motivi e i temi più evidenti: la spazialità, definitivamente tematizzata sin dal titolo, delle «pareti» e delle «finestre», e dunque delle stanze; la presenza massiccia e perturbante del corpo, stanza esso stesso come si vedrà, e delle sue parti singole; la memoria e i suoi fantasmi, che nell’ipotesi narrativa («Questo libro racconta una storia», p. 54) trovano la dimensione più adeguata per la loro manifestazione.
L’impressione è che il poemetto provi a fare i conti, oltre che con i fantasmi e dunque con la memoria, con il dramma del contatto con l’Altro. Tutti i personaggi del libro vivono un’incomunicabilità di fondo presentata al lettore sin dalla prima scena, con l’«uomo che urla» che

ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare il vuoto (p. 13).

«Misurare il vuoto»: attività che torna dopo poche pagine, sempre seduti accanto alle «donne intorno al tavolo» (p. 18). Anche nell’en plein air d’apertura, opposto alla dimensione suggerita dal titolo, si misurano i «vuoti», come se i soggetti fossero già “chiusi in camera”. Intorno ai tavoli si consumano gli incontri, i discorsi, le persone «parlano, si separano» (p. 15), ma i tavoli devono «lasciare/ libero lo spazio per chi vuole ballare» (ibidem). Il minimo cenno di comunità viene spento da un gesto che sembra favorire l’iterazione, ma che piuttosto la uccide:

La musica è alta, e la voce
non arriva a spalancare la finestra.
Tutti sentono la mancanza dell’aria (p. 17).

Proprio l’avvio delle danze consente di andare tra i tavoli e incontrare le presenze (Gallo li definisce «fantasmi») che animano Appartamenti o stanze. La figura più singolare è probabilmente quella della “donna bianca”, che «siede lì da dieci anni» ma «non riconosce le lingue e i giorni» (p. 16). Sarà, questa, la figura che più d’ogni altra interpreterà la difficoltà della comunicazione col ricordo. «La donna non vuole nemmeno parlare con noi», si legge alla sua prima apparizione; d’altronde è questa figura che annuncia «concordanza/ difficile della parola al senso» (p. 19). Per lei, la comunicazione è aggravata dal problema del significato: ciò che si dice, non è detto sia ciò che s’intende dire. C’è poi il suo essere ancorata a «un ricordo preciso, e uno solo» (p. 16). Non mette conto sapere quale sia il ricordo in questione; vale la pena, piuttosto, notare come la persistenza di un solo ricordo – nello stesso corpo che «non ha nessun ricordo/ di quando cantava, rideva, agitava piano/ le mani nel vuoto, tra i fili della flebo […]» (p. 33) – trasformi la donna in sedia. La donna diventa parte del mobilio, non sapendo più come rapportarsi né al presente che consente di percepirsi come corpo tra altri corpi, come singolo nella collettività, né a quel passato che fa di un corpo un’individualità con una sua storia. (altro…)

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016)

Della monografia su Goliarda Sapienza di Alessandra Trevisan va sottolineata l’illustrazione degli strumenti dell’indagine, già dall’apertura che ne dichiara il taglio, con un’importante precisazione anche riguardo ai temi che non saranno trattati e alle linee che non saranno seguite. Esporre, per così dire, la cassetta degli attrezzi di chi ricerca rappresenta ai miei occhi un merito importante e contribuisce a evidenziare ciò che con questa pubblicazione si è realmente verificato, vale a dire  un passaggio molto lucido dai miti alla coscienza, per ricorrere al titolo di un famoso testo critico di Carlo Salinari degli anni Settanta.

Ammettendo il criterio tematico, questa monografia intende proseguire il percorso qui riassunto, approfondendo alcune peculiarità dell’autrice, ma anche ponendo in evidenza numerose novità che concernono la sua opera. Il campo di lettura proposto dai Gender Studies, inoltre, – sebbene di riferimento – è risultato essere troppo circoscritto quando si parla di Sapienza […] Non si potrà fare a meno di parlare di sessualità, genere, maternità, etc., ma sarà più corretto tentare di fare esplodere questi temi andando oltre. Si sono infatti manifestate altre possibilità di indagine che esplorano, ad esempio, la plurivocità della scrittura dell’autrice in relazione ad altri temi e scritture coeve (e non solo) ma anche l’evidenziazione dello sconfinamento extra-genere presente nei suoi testi; si è resa specialmente possibile un’analisi nei confronti della “voce” come mezzo peculiare per esprimere una personalità letterariamente disgiunta e labile, ripetitiva, dedica all’ascolto e in particolare all’”autoascolto”; (p. 16).

Strettamente collegata alla questione – sulla quale si fa subito chiarezza, ed è questione di fondamentale importanza dinanzi al ‘tema’ Goliarda Sapienza, non di rado oggetto di squilibrate trasfigurazioni e altrettanto squilibrate minimizzazioni – del passaggio dai miti alla coscienza, è la storia della ricezione dell’opera tutta, o di parte dell’opera, di Goliarda Sapienza. Ebbene, come illustra Alessandra Trevisan, entrando nel dettaglio e non facendo mai mancare una corretta collocazione storica, si tratta di una ricezione spezzettata e discontinua,  che procede per apprezzamenti entusiastici, per silenzi, per clamorosi rifiuti, per lunghe fasi di oblio, per riscoperte postume e, come ben messo in evidenza nelle prime pagine del volume, per strumentalizzazioni. Vero è che «Goliarda Sapienza non è mai stata allineata alla cultura del suo tempo» (p. 17), ma quello che avvenne con le poesie di Ancestrale è paradigma – come sottolinea Alessandra Trevisan richiamandosi a quanto dichiarato in precedenza al proposito da Fabio Michieli – di troppo frequenti chiusure, incomprensioni e sostanziale immaturità dinanzi a manifestazioni di poesia, come quella di Goliarda Sapienza, che ritengo, come ebbi a scrivere qualche anno fa, vera nella storia, arma di difesa e sensibilissima intercettatrice, accecante e rivelatrice quando sceglie di essere lapidaria, con richiami nitidi a tutti i sensi, sempre, sia quando percorre con coraggio e strazio le macerie, sia quando disegna il futuro partendo dal passato fissato in una foto antica, sia, infine quando si distende, sconfinando per passione,  verso la narrativa. Alessandra Trevisan racconta al proposito:

[…] le poesie circolarono in un ambiente ristretto e a leggerle oltre alla Banti e a Longhi (su invito del critico Niccolò Gallo), furono il giovane Cesare Garboli e Attilio Bertolucci che le apprezzarono, mentre Mario Alicata, all’opposto, le rifiutò, decretandone una stroncatura definitiva dell’opera. Ancora una volta Sapienza non fu accettata dall’entourage di Maselli a causa del mancato impegno politico e di un ripiegamento in un privato-pubblico borghese; (p. 134).

Amaro dover constatare che a Goliarda Sapienza è mancato in Italia quello che in Austria ebbe Christine Lavant: un Thomas Bernhard che, probabilmente proprio dal suo vigoroso “non allineamento” con conterranei e coevi, seppe apprezzare, scegliere e far conoscere una voce poetica così vicina a quella di Goliarda, anche per ciò che riguarda l’aver esperito le dimensioni dell’esclusione e della reclusione (qui mi riferisco ai soggiorni in manicomio, anche se a Goliarda Sapienza toccò anche l’esperienza della reclusione in carcere).

In Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, Alessandra Trevisan individua proprio nella voce, un filo conduttore e “la” direttrice principale per una analisi approfondita dei testi nell’opera di Goliarda. Una voce che ha avuto uno sviluppo e un allenamento straordinari sul palcoscenico, a partire dagli «sforzi per abbandonare la cadenza sicula» (p. 118) fino alla elaborazione di una tecnica personale. Suonare la voce, scrivere la voce: Goliarda Sapienza si è messa alla prova anche come insegnante. Mi affascina pensare a Goliarda Sapienza come insegnante di recitazione. Ricordo un film del 1986 di Citto Maselli, Storia d’amore, che mi colpì molto quando lo vidi per la prima volta, con una giovanissima Valeria Golino nella parte della protagonista femminile, Bruna, una ragazza del sottoproletariato romano che ha la forza straordinaria, centrifuga e centripeta, di Goliarda Sapienza. Valeria Golino racconta in un’intervista di aver conosciuto Goliarda Sapienza proprio durante le riprese del film. Dell’attività di Goliarda Sapienza come insegnante rende conto Alessandra Trevisan:

Alcune informazioni riguardanti l’esperienza di docente – anche con riferimento alle lezioni private date a Valeria Golino nel 1986 per Storia d’amore e nel 1990 a Nastassja Kinski per L’Alba (entrambi di Maselli) – si hanno nei saggi editi a cura di Giuliana Ortu, Lucia Cardone e Emma Gobbato. […] Sapienza rielabora una tecnica personale servendosi della letteratura di Yukio Mishima e della poesia di Mario Luzi, autori indicativi per lo studio delle pause e della lettura in metrica, quindi utili per allenare l’orecchio, organo dell’udito e dell’equilibrio; (pp. 117-118).

Le dimensioni di Goliarda, Goliarda insegnante, Goliarda scrittrice, Goliarda-personaggia e Goliarda-cinematografara, vengono prese in esame e collegate tra di loro attraverso la disamina dell’opera della scrittrice. È una disamina che individua percorsi di lettura, ad esempio, tra le poesie e i Taccuini, tra i quattro romanzi pubblicati in vita e le opere postume. Mi piace sottolineare qui il collegamento individuato tra il romanzo Il filo di mezzogiorno (1969) e il romanzo, apparso postumo, Io, Jean Gabin (2009). Un passo sostanzioso del volume di Alessandra Trevisan riguarda infatti il rapporto tra Sapienza e il personaggio Wozzeck nell’opera lirica di Alban Berg (Woyzeck nel dramma omonimo di Georg Büchner, scritto tra il 1836 e il 1837, con tre finali diversi e un impianto che anticipa in maniera sorprendente l’espressionismo). Alessandra Trevisan scrive, a ragione, che nel romanzo “psicanalitico” Il filo di mezzogiorno:

Wozzeck è la prima delle immedesimazioni maschili di Goliarda-personaggia in un soggetto maschile, cui seguirà – cronologicamente – quella con Gabin-padre»; (p. 132).

Mi sono chiesta, che cosa abbia significato per Goliarda Sapienza vestire i panni di Wozzeck, dare la sua voce, nella scrittura, alla voce di Wozzeck? Da questa domanda è scaturita l’intenzione di indagare ulteriormente i legami tra l’outsider Sapienza e l’outsider Büchner (attraverso la mediazione di Alban Berg). Questo è sicuramente uno degli ulteriori meriti della monografia di Alessandra Trevisan: individuare altre possibili piste di ricerca, istigare, per così dire, ad altre ricerche.

© Anna Maria Curci

 

Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016), Edizioni La Vita Felice

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Esce in questi giorni il saggio di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) per le Edizioni La Vita Felice di Milano.

Il volume è disponibile a questo link.

Dalla quarta di copertina

Questa nuova monografia su Goliarda Sapienza muove da un’esigenza nata in cinque anni di studio e approfondimento: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica sull’autrice con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi edite, talora veri e propri sconfinamenti, considerando in maggior misura le opere postume commisurate alle opere pubblicate in vita. La cronologia odierna svela, infatti, un’intertestualità inedita, che deve essere letta – soprattutto, ma non solo – alla luce della raccolta poetica Ancestrale, dei racconti di Destino coatto, e dei testi di Tre pièces e soggetti cinematografici.
Ripercorrendo la biografia di Sapienza – prima – tracciata grazie a documenti inediti, ed entrando nei testi – in seguito – si ritesse la trama di un’esistenza plurima, vitale e libera, presentata seguendo un itinerario artistico che trova fondamento nella “voce” come “strumento primo” di scrittura, e perciò imprescindibile nell’approccio all’opera tutta.
Chiude il volume un’ampia bibliografia, a oggi la più completa esistente sull’autrice.

Le parole dell’autrice

«Un saggio che ritraccia la vicenda umana e letteraria di una tra le più importanti scrittrici del secondo Novecento italiano; una monografia in cui la vita e la scrittura di Sapienza si rileggono sotto una luce nuova. Il percorso da me seguito tiene conto di aspetti salienti e del tutto “nuovi” nell’indagine sull’opera: nel testo, infatti, si pongono come cruciali i volumi postumi e soprattutto (ma non solo) la poesia e il teatro, nel tentativo di dare rilievo all’approccio peculiare di Sapienza nei confronti dello strumento-voce. Inoltre si è tentato di sciogliere un nodo critico che ha sino ad ora imbrigliato l’autrice agli Studi di Genere; pur considerandoli significativi (e in alcuni casi determinanti) si è desiderato in più occasioni spostare lo sguardo − o per meglio dire l’orecchio − per ristabilire un equilibrio di lettura guardando in maggiore misura al testo, al genere letterario, all’intertestualità e all’extratestualità. Si segnalano così alcune novità critiche che aprono a futuri studi già in corso. Un’analisi «appassionata», che non si conclude ma da qui ricomincia».

Dal volume

Goliarda Sapienza è stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, fiabe e testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto i ruoli di «cinematografara» e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una “vita di vite” piena, costante e «appassionata», declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. Goliarda possedeva una personalità poliedrica da «intellettuale off», definita oggi «eccentrica» ed «eretica» per il suo tempo; il suo spirito indipendente e anticipatorio, insieme alla sua intelligenza e alla sua indomabilità, ne fanno una donna con caratteristiche multiformi, da esplorare e da difendere.

© Alessandra Trevisan edizioni La Vita Felice

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza”: l’8 marzo a Padova

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Martedì 8 marzo 2016, ore 20.00

Lìbrati. La Libreria delle donne di Padova

Via San Gregorio Barbarigo, 91

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Ingresso su prenotazione riservato ai soci dell’associazione “Virginia Woolf”

Sito web: http://www.libreriadelledonnepadova.it/event/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/569684879845567/

“Testimone della libertà femminile”, Goliarda Sapienza non è stata solo una grandissima scrittrice ma anche una donna straordinaria, eclettica, oltre l’anticonformismo.
L’Associazione Virginia Woolf, che ha sede presso Lìbrati, la libreria delle donne di Padova, dedicherà il suo 8 marzo a narrare la vicenda di una scrittrice italiana, attrice di teatro e di cinema che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno.

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Mariangela Gualtieri “Le giovani parole”. Recensione

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Mariangela Gualtieri, Le giovani parole, Torino, Einaudi, 2015, pp. 160, € 12,50

Una nuova raccolta di Mariangela Gualtieri implica sempre un’attesa e un desiderio insaziabili. E tuttavia, come le altre già lette, si sa da prima – da molto prima – che anche la novità potrà essere una sorpresa, potrà aggiungere nuova bellezza alla bellezza che vive e risuona altrove.
Le giovani parole è un volume uscito qualche giorno fa per i tipi di Einaudi, che non tradisce affatto le aspettative, un dono che richiede attenzione al lettore, la stessa attenzione che ha avuto in passato e che si moltiplica di lettura in lettura. Il linguaggio di Gualtieri – che è poi il linguaggio del Teatro Valdoca da lei fondato con Cesare Ronconi – possiede una straordinaria forza rigeneratrice qui in forma di “respiro largo”: «Nasce continuamente», per citare un suo famoso verso da Caino (Einaudi, 2011). La sua qualità è soprattutto una, e anche in questa raccolta evidente: una “levità” che quindi contiene in sé delicatezza e grazia insieme, comunque totalizzante, appresa, sottesa ed espressa nella formula di una poesia che “accade” soprattutto, e “fa accadere” poi. L’accadere poetico va inteso come accadere del testo, ma si può parlare in questo caso più che in altri della nostra poesia contemporanea, di un accadere che è anche vocale, di “voce”, strumento che dà luogo al poetico, che risuona nella scelta della parola. Se tutto ciò era vero già in passato lo è ancora qui, dove il titolo Le giovani parole può confermare e, allo stesso tempo, affermare questo portato, di ritorno alla terra, al mondo sensibile, allo ieri ma anche all’umano, talvolta trasfigurato in comparsa, talvolta nella sua veste di carne, dotato di parola o manchevole della stessa. L’ideale spirituale – che pur mantiene la propria dimensione laica – e l’immanente, si congiungono di nuovo, si reinventano, rivengono al mondo: lo dice la poesia di copertina in cui figurano almeno tre sostantivi chiave della raccolta e della poetica di Mariangela Gualtieri, ossia “cielo”, “amore”, “silenzio”, cui si aggiungono “mistero” e “pane”.
Se la prima sessione riporta all’«ebbrezza di vita connessa a ogni forma della natura», la seconda si annuncia in morte della madre, continuando tuttavia un dialogo alla pari, che non tradisce mai il punto d’arrivo, la parola poeticamente e fatalmente efficace. Il luogo, pure, e il tempo, sono qualcosa che accade sotto l’osservazione del poeta e che il poeta comunica: avvengono cioè in un linguaggio “semplice” e nel linguaggio tutto, nel verso e infine nel ritmo che, anche in questa raccolta, dà – o concede – la misura del tempo.
Non mancano i testi nati per il teatro (è il caso di Studio dello stare fermi, nato come monologo in O tu reale scontrosa felicità, Teatro Valdoca 2012) e quelli dedicati a Bruno Schulz; oppure lo spunto tratto da Borges di Bello mondo, in cui si annoverano moltissime voci poetiche amiche di Gualtieri (da Rimbaud a Stevens, da Sant’Agostino alla Rosselli), o gli Esercizi al microscopio che molto hanno a che fare con la biologia, che più volte interseca qui i versi.
L’esercizio, per l’autrice, è anche un “risparmiare fiato”, un respirare poetico consapevole e che mai pesi (sia senza peso, per dirla ancora con le sue parole), che si allunghi o si accorci con consapevolezza, «Facilement, facilement» per dirlo con Cristina Campo e «con lieve cuore, con lievi mani / la vita prendere, la vita lasciare…» per dirla con Hofmannsthal.

© Alessandra Trevisan

Questa recensione è stata tradotta in francese da Silvia Guzzi e si può leggere qui.

Nella mia testa non c’è altro che mare
altro che mare incantatore – altro nient’altro
che mare e sole in un crescendo silente
e dormiente.

Parla un mistero. Tace un mistero
e solo il corpo entra nel fiore
nel fiore d’acqua.

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Poetarum Silva a pordenonelegge

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Poetarum Silva seguirà nei prossimi giorni pordononelegge, che s svolgerà dal 16 al 20 settembre prossimi. Gli appuntamenti della “Festa del libro con gli autori” saranno raccontati in “dieci minuti di Pordenonelegge” #dieciminutidipnlegge2015, post testo e audio a cura di Alessandra Trevisan (Twitter: @TW_TwoWomen).

*

Il programma

EDIZIONE 2015

Crisi vs futuro

C’è una parola che abbiamo incontrato spesso, in quest’ultimo anno, nei libri che abbiamo incrociato o che ci sono stati proposti. Non è difficile indovinare: è la parola “crisi”. Una parola declinata in tutti gli accostamenti possibili, dall’economia alle istituzioni, dalla famiglia all’impresa, e poi fin dentro lo specifico di cui ci occupiamo: crisi dell’editoria, crisi del libro. Crisi, ovvero, necessariamente: cambiamento. Il momento della crisi è quello di un passaggio, di cui avvertiamo gli effetti, e di solito generano segnali di disagio, peggioramento, allarme. E’ necessario cercare di capire che cosa sta accadendo, durante una crisi. E oggi più di sempre è proprio nei libri che si trovano, se non le risposte, le domande giuste. E poi nei libri di quest’anno ricorre, senza che vi sia paradosso, un’altra parola: “futuro”. Solo il futuro, il futuro che è già qui e che dobbiamo imparare a vedere sarà non la soluzione, ma la conseguenza della crisi. Ci appare chiaro, oramai, che quello che è stato il mondo della crisi è il mondo di ieri e il suo tempo non avrà più corso. Mentre il mondo dove le conseguenze della crisi sono già all’opera si lascia intravedere, soprattutto attraverso i libri, nell’avvento di nuove dimensioni di esistenza, di produzione e di relazione comunicativa. Abbiamo cinque lunghi giorni, meravigliosamente intensi, per imparare a leggerle meglio e per parlarne insieme.

I curatori
Alberto Garlini, Valentina Gasparet, Gian Mario Villalta

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“Quando siete felici, fateci caso” di Kurt Vonnegut. Recensione

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Quanti di voi hanno avuto un insegnante, in qualunque grado di istruzione, che vi ha resi più entusiasti di essere al mondo, più fieri di essere al mondo, di quanto credevate possibile fino a quel momento?
Alzate le mani, per favore.
Adesso abbassatele e dite il nome di quell’insegnante a un vostro vicino, e spiegategli cosa ha fatto per voi.
Ci siamo?
Cosa c’è di più bello di questo?

Una copertina con un cono gelato gigante a tre gusti per un piccolo manuale di divagazioni e variazioni attorno a un unico, variegato tema: i commencement speech di Kurt Vonnegut sotto il titolo di Quando siete felici, fateci caso sono usciti per minimum fax a febbraio 2015 tradotti da Martina Testa (come sempre la grafica azzeccata è di Riccardo Falcinelli) e già paiono “riflessioni di culto”, da non mancare, da leggere e poi riprendere, sottolineare, a qualunque età.
Una voce, tra le più preziose che la letteratura statunitense contemporanea abbia avuto, si trova qui alle prese con la sua tipica ironia e una vena di provocazione (i titoli degli speech – pronunciati tra il 1978 e il 2004 – sono esilaranti), tratti che scavano il senso delle cose partendo dal quotidiano, con acutezza e una buona dose di sensibilità.
Vonnegut parte dal significato dello studio e dell’apprendimento: li assume come momenti di passaggio cruciali per la vita di tutti. Poi, attraversa la storia del suo Paese, la politica, la famiglia, il rapporto tra i sessi, l’amore, e molto altro: conosce la materia e la trasmette, a proprio modo; è sfacciato, sarcastico, realista e, per questo, efficacissimo.

E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite.

Non abbandonate mai i libri. È così piacevole tenerli in mano, col loro peso cordiale. La dolce riluttanza delle pagine quando le sfogliate coi vostri polpastrelli sensibili. Gran parte del nostro cervello si dedica a decidere se quello che tocchiamo con le mani ci fa bene o male. Anche un cervello da quattro soldi sa che i libri ci fanno bene.
E non cercate di crearvi una famiglia allargata fatta di fantasmi trovati su internet.
Piuttosto compratevi una Harley ed entrate negli Hell’s Angels.

Non dà consigli definitivi, soltanto alcuni suggerimenti, rielaborando ciò che ha vissuto, ciò che ha appreso, e vi aggiunge i suoi molteplici riferimenti culturali per articolare, arricchire e completare i suoi discorsi. Non tenta mai di dimostrare autorevolezza: prende invece esempio dalla sua esperienza per parlare ai giovani e a tutti richiamandoci all’ordine dell’attenzione; ci fa così notare che la felicità è qualcosa di tangibile, che sta nella realtà come ci stiamo noi, che si manifesta ovunque, che non ce ne dobbiamo dimenticare e infine che, per questa ragione, la possiamo riconoscere ogni giorno.

Mio zio Alex Vonnegut, un assicuratore che abitava al 5033 di North Pennsylvania Street, mi ha insegnato qualcosa di molto importante. Diceva che quando le cose stanno andando a gonfie vele bisogna rendersene conto. Parlava di occasioni molto semplici, non di grandi trionfi. Bere un bicchiere di limonata all’ombra di un albero, magari, o sentire il profumo di una panetteria, o andare a pesca, o sentire la musica che esce da una sala da concerti standosene fuori al buio, oppure, oserei dire, l’attimo dopo un bacio. Mi diceva che era importante, in quei momenti, dire ad alta voce: «Cosa c’è di più bello di questo?»

Vonnegut è anti-cattedratico: la sua forza sta nel riuscire a comunicare ponendosi sullo stesso piano di chi ha di fronte, con un livello di comprensibilità disarmante; quella che lui tiene ogni volta è una non-lezione, per sollecitare e smuovere le coscienze.
Ma Vonnegut ci ricorda soprattutto che non dobbiamo smettere mai di imparare la vita, con leggerezza e senza prenderci troppo sul serio.

© Alessandra Trevisan

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

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Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan

Rileggere Antonio Delfini

Antonio Delfini - Toccafondo

© Gianluigi Toccafondo

PRIMA DELLA FINE DEL MONDO
da Poesie giovanili

Non ho volontà

Potessi un giorno
camminare da solo
ma solo solo
non come vado adesso
solo
ma solo solo
senza me stesso

*

È bene scrivere sempre
così si dice,
ma è tanto bello dormire
così mi pare

29 gennaio 1935.

*
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Virgole di poesia: la quarta stagione dal 25 febbraio

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VIRGOLE DI POESIA riparte domani, 25 febbraio su Radio Ca’ Foscari

a cura di Anna Toscano e Alessandra Trevisan

tutti i mercoledì alle ore 22.00

su Radio Ca’ Foscari

www.radiocafoscari.it

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Domani, mercoledì 25 febbraio alle ore 22 ritorna onair il programma di cultura poetica: Virgole di poesia. Il programma radiofonico, ideato e condotto dalle cafoscarine Anna Toscano e Alessandra Trevisan, giunto alla sua quarta stagione, proseguirà anche quest’anno la sua programmazione tutti i mercoledì alle 22.00 sul sito www.radiocafoscari.it, arricchendo la programmazione della web radio dell’Ateneo veneziano.

Virgole di Poesia con circa sessanta puntate all’attivo tra il 2011 e il 2013 ha ospitato le voci di Poeti del Novecento e del Duemila, diventando ormai una trasmissione di culto nel web.

In questa stagione radiofonica prosegue il proprio percorso nella lirica italiana contemporanea ospitando le parole e i versi di poeti contemporanei: in studio verranno letti alcuni autori e altri verranno a leggere se stessi.

Virgole sfrutta un mezzo di comunicazione congeniale come la radio che, facendo perno sulla voce e sull’ascolto, parla all’immaginazione, al cuore e alla mente, ed è perfetta per la diffusione della poesia.

Anche in questa edizione alcuni poeti saranno ospiti negli studio di Radio Ca’ Foscari, come da tradizione. Già son stati ospiti, solo per fare qualche nome, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, Renzo Favaron, Silvia Bre, Guido Oldani, Elisa Biagini, Andrea Longega, Maria Grazia Calandrone. A chi partecipa è affidata sia la scelta di un itinerario di lettura tra le proprie liriche e la risposta alla domanda “Poesia perché?”, diventata oramai di rito.

Ad altri autori, per lo più ormai trapassati, saranno le ideatrici del programma, Anna Toscano e Alessandra Trevisan, a dare voce.

Ogni mercoledì alle 22.00 su http://www.radiocafoscari.it si potrà ascoltare mezz’ora di reading & musica: ogni nuova puntata andrà in replica il mercoledì successivo la messa in onda e resterà online quindici giorni. Sarà comunque possibile riascoltare il podcast dal sito della Radio alla pagina del programma www.radiocafoscari.it/programmi/virgole-di-poesia/

Invariata resta la sigla che contiene una rarissima lettura di versi in italiano di Chet Baker, dall’album “Chet On Poetry” (Novus, 1988) e ogni puntata di Virgole di poesia avrà come sempre una soundtrack ad hoc, che spazierà dal jazz alla classica, alla musica d’improvvisazione contemporanea. La scelta della musica per ogni puntata – rigorosamente strumentale – risulta diegetica, narrativa; operando in un contesto giovane e sperimentale quale è quello di una web radio universitaria come Radio Ca’ Foscari, la colonna sonora di certo apporta nuova qualità al programma e concede di differenziare ancora di più il format nonché dà valore aggiunto ai testi poetici che si ascolteranno.

Il logo di Virgole di poesia è stato creato da © Marco Fracasso.

Vers la Lune, il nuovo album dei Grimoon. Intervista

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Alberto Stevanato e Solenn Le Marchand – Grimoon

Poetarum Silva è felice di ospitare in esclusiva un’intervista ad Alberto Stevanato e Solenn Le Marchand, ‘nucleo’ creativo della band Grimoon. Oggi esce infatti il nuovo lavoro del gruppo, Vers la Lunedisco+dvd (Macaco Records/Vaggimal Records/Audioglobe) che sarà presentato stasera con un ‘release party’ presso il CSO Rivolta di Marghera, Venezia.
Quattro domande attorno alla musica e sulla musica, e che sondano il rapporto tra musica e immagine le trovate in coda alla presentazione del progetto. Quello che tengo ad anticipare è che stimo moltissimo il lavoro dei Grimoon, da diversi anni: la tenacia e l’impegno, le idee e la forza con cui vengono difese, artisticamente; la bellezza della musica, certo; la capacità di Alberto e Solenn di essere anche in mezzo agli altri e partecipare, facendo rete, in un territorio di provincia e anche altrove, oltreconfine.
Come già in altre interviste a musicisti, anche questa volta l’intento è quello di portare a più pubblico possibile opere che, spero, incuriosiscano lettori e ascoltatori attenti.

© Alessandra Trevisan

L’album/film [guarda il teaser n.2 e il making of qui] celebra i dieci anni di attività ed esce tre anni dopo Le déserteur e centinaia di concerti in tutta Europa.
Vers la Lune è un ambizioso progetto di cinema e musica e racconta una fantascientifica odissea nello spazio, interpretata da quattro personaggi bizzarri che accompagnano i Grimoon in questo lungo “viaggio”. Vers la Lune racchiude immagini e musica, per una simbiosi totale raggiunta dopo anni di esperienza.

IL FILM
Il film racconta le avventure di Pixel, Nina, Olmo e di un gattino giocattolo nero. I quattro attraversano lo spazio viaggiando in una bizzarra astronave ma un impatto con un immenso uccello spaziale di latta devia la loro traiettoria portandoli alla deriva nella galassia. Scoprono così spazi immensi e pianeti surreali, come il pianeta dove cadono le stelle e il pianeta oceanico, dimora di uno strano dio che crea e distrugge.

Il film è un progetto di cinema di animazione in cui si alternano numerose tecniche di animazione (quasi tutte) per un totale di circa 50.000 fotogrammi.
Risultato di un anno di intenso lavoro, questo film dei Grimoon sfida i confini della fantasia e li porta oltre la galassia, esplorando nuovi territori visivi. Dietro quel che può sembrare un semplice film di animazione si cela una complessa trama fantascientifica, che denuncia le cattive azioni dell’uomo.

Il film racchiude 12 video in animazione e totalizza ben 50.000 frames, ovvero 50.000 fotografie. I materiali utilizzati sono stati: 3 kg di silicone, 20 metri di filo d’alluminio, 30 kg di gesso, 15 kg di argilla, 2m3 di polistirolo, 1 kg di plastilina, 5kg di pongo, un’inquantificabile quantità di tubetti di pittura acrilica, colla di ogni sorta per tutti i materiali, 2 litri di colla vinilica, 10 tavole di legno, pezzi di legno vari di tutte le dimensioni, 4 pannelli di cartongesso, viti, vitine, vitoni, una ventina di palline di polistirolo, diluenti chimici, 2m di filo di lega d’argento e rame per saldature, 1 ruota di bici per bambini.
Le tecniche d’animazione usate sono state in primis stopmotion, ma anche pixilation, claymation (plastilina animata), animazione 3d digitale, disegno animato, carta ritagliata, motion graphics, animazione di sabbia.

LA MUSICA
I brani che compongono il nuovo album mescolano il folk rock di matrice anglo americana con una particolare impronta psichedelica seventies che rimanda a influenze di band quali Pink Floyd periodo “More” e i Flaming Lips più oscuri dell’ultimo “The Terror”. Ma si fanno sentire anche forti echi di elettronica registrata con la folta strumentazione analogica che i Grimoon hanno raccolto negli anni (principalmente Moog e Mellotron) e di orchestrazioni sgangherate realizzate in collaborazione con il loro amico storico Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35 e molti altri). Gli altri immancabili ospiti della scena internazionale sono Pall Jenkins, storico cantante e leader dei mai dimenticati The Black Heart Procession (alla voce sul primo brano “Flying away from you” e alla sega musicale su “Goodybe”) e Scott Mercado, poliedrico strumentista statunitense, leader dei Manuok e occasionale collaboratore di Pall Jenkins and company (alla batteria su tutte le tracce del disco).
Come sempre le lingue si mescolano (inglese e francese) per andare oltre i confini di ogni genere e spazio. Le tematiche sono legate allo Spazio ma si spingono metaforicamente oltre parlando di vita e arte, che per i Grimoon assolutamente coincidono, in quanto il loro principale mestiere è proprio quello degli animatori video.
“Vers la Lune” è una nuova riflessione dei Grimoon, che fa seguito al disco precedente anche in materia di tematiche. Difatti “Le déserteur”, uscito nel 2012, raccontava di guerre e ingiustizie, proponendosi di ridare dignità alla figura del disertore. Con questo nuovo lavoro, le riflessioni partono proprio dall’apocalisse e il viaggio riserva sorprese e scoperte. Così ogni pianeta visitato e ogni storia vissuta diventa un aspetto della poetica musicale e visiva dei Grimoon.

La simbiosi tra musica e immagini è ormai tale da non poter separare i due linguaggi. Il risultato ottenuto è un’esperienza unica, che riserva tutta la sua magia sul palco quando ai sei componenti della band si uniscono gli innumerevoli personaggi e ambienti spaziali, pianeti, stelle cadenti e paesaggi fantastici del film di animazione.
L’album, artisticamente prodotto dalla stessa band, uscirà in Italia in cofanetto cd e dvd per la loro etichetta Macaco Records in collaborazione con Vaggimal Records, l’etichetta montanara dei C+C=Maxigross, con cui condividono la stessa maniera di lavorare e intendere l’arte e la musica.
Da gennaio la band sarà finalmente in tour ovunque per portare in giro uno spettacolo a 360° dall’inconsueto impatto emotivo che gli appassionati di musica e cinema non potranno perdersi. E in primavera 2015 il disco sarà distribuito anche in Germania e USA!

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1) Vers la Lune è il vostro ultimo progetto: un album-film che celebra dieci anni di musica. Vi chiedo incuriosita cosa sia cambiato in questi dieci anni, e perché avete intrapreso un viaggio nello spazio, destinazione peraltro molto “speciale”.
Alberto:
I Grimoon sono sempre in divenire, in dieci anni anni abbiamo prodotto molto a livello musicale e visivo, abbiamo suonato con formazioni di tutti i tipi: più elettriche,più folk, più elettroniche, più rock, più punk, ma alla fine il nucleo creativo di me e Solenn è rimasto solido vivace e creativo.
Quando ci siamo incontrati abbiamo da subito voluto coniugare musica e cinema e ci siamo improvvisati videomaker producendo per ogni canzone un cortometraggio. All’inizio siamo andati a ruota libera spronati dall’entusiasmo e dalla vitalità creativa che abbiamo affinato con gli anni studiando e documentandoci. Negli ultimi anni abbiamo voluto concentrarci sul cinema di animazione e grazie all’insegnamento di Francesca Ferrario (animatrice professionale che ha lavorato all’AardMan e in altri studi Europei) abbiamo avuto la possibilità di imparare molto nel campo dello stop-motion. È stato un incontro fortunato che ci ha permesso di migliorare moltissimo. Per quanto riguarda la musica, ci siamo costruiti un piccolo studio di registrazione nella co-housing “Rio Selva” [in provincia di Treviso n.d.r.], dove abbiamo abitato per molto tempo e lì, assieme a Mattia Gastaldi abbiamo prodotto l’ultimo disco. Per la prima volta ho voluto mantenere le redini sulla musica dei Grimoon producendo artisticamente ”Vers la Lune” assieme a Mattia.

La fantasia che da sempre è il cuore del progetto, ci ha portati verso la scelta dello spazio. Nessun altro tema ci poteva lasciare una libertà tale. Siamo riusciti ad esprimerci in completa libertà affrontando tutte le tematiche a noi care e a far succedere cose improbabili, come l’uccello spaziale che colpisce l’astronave e dirotta la via in altre dimensioni, oppure riuscire a creare il pianeta dove fabbricano le stelle, ecc. In mezzo a questo viaggio delirante abbiamo voluto comunque lasciare un messaggio importante e una forte critica sul rapporto tra l’uomo e la Terra.

2) Da qualche tempo il vostro lavoro musicale e “filmico” sono un tutt’uno. Mi chiedo come vi poniate nei confronti di una e dell’altra arte in sede di composizione: nasce prima la musica, poi si lavora sulle immagini, oppure avete già un canovaccio in testa, una sorta di partitura mentale che permette di lavorare su più piani artistici contemporaneamente?

Solenn: dipende: in passato le immagini sono quasi sempre nate dopo la musica, ma ultimamente sono sempre più unite e difatti l’idea di “Vers la Lune” è nata prima per immagini che per suoni. Volevamo raccontare un viaggio verso la Luna, una fuga dalla Terra. Così i testi sono stati scritti sapendo che il tema base sarebbe stato lo spazio. Non è stato facile perché solitamente i testi sono sempre stati molto libertari e certe tematiche sembravano più difficili da affrontare nello spazio… ma devo dire che in qualche modo ci siamo comunque riusciti… In passato è capitato sia che i testi ispirassero musica e video, o che la musica ispirasse testi e video, oppure che l’idea del video ispirasse musica e testi. Direi che non c’è mai stata una regola rigida a riguardo.

3) Avete realizzato Vers la Lune grazie ad una campagna di crowdfunding; la trovo una scelta intelligente in campo artistico che, se da una parte aiuta l’autofinanziamento e l’autoproduzione, crea anche un pubblico che non solo sostiene artisti in cui crede ma partecipa anche ad un’opera in cui crede, in piccola parte. Cosa vi ha portato a scegliere questa modalità di produzione?

Alberto:
Quando abbiamo pensato di fare un disco con tutti i video realizzati in animazione, ci siamo accorti subito che non sarebbero bastati i nostri mezzi finanziari, soprattutto considerando di lavorare principalmente in stopmotion… Questo genere richiede materiali molto diversi, alcuni anche costosi. Abbiamo lavorato 8 mesi per realizzare i video.
Se avessimo dovuto fare solo il disco non avremmo nemmeno pensato al crowdfunding che trovo molto più appropriato se diretto al finanziamento di progetti singolari e se si vuole “extramusicali”. Credo che i nostri sostenitori abbiano capito sin da principio l’ampiezza del progetto che stavamo mettendo in piedi e ci hanno sostenuto con entusiasmo dandoci anche fiducia: è stata una bella esperienza anche dal punto di vista umano ed emotivo.

4) Questo è un blog letterario; da sempre voi avete curato moltissimo i testi delle vostre canzoni, utilizzando sia l’inglese sia il francese, scelta musicalmente molto interessante (oltre che linguisticamente!). Vi chiedo oggi, ma anche guardando al passato, quali siano le vostre fonti d’ispirazione letterarie, poetiche, filosofiche contenute nei testi, quali autori abbiano ispirato la scrittura oggi e ieri.

Solenn: Mi risulta difficile parlare di influenze letterarie dirette. Di certo siamo molto influenzati dai nostri ideali (libertari) e dall’arte “tout court”. Il nostro disco precedente raccontava di artisti, di creazioni e di disertori. Molto spesso abbiamo parlato di libertà e di quell’atto magico della creazione. Ma davvero non trovo riferimenti letterari diretti. Ne trovo invece di cinematografici: Jean Cocteau su tutti, per l’approccio poetico e surreale all’arte cinematografica ma anche alle Arti. I nostri testi sono molto visivi e forse proprio per questo i riferimenti cadono più sul cinema che sulla letteratura. Per quel che riguarda la lingua, abbiamo sempre mantenuto una grande libertà sonora. Il francese ci viene spontaneo (io sono francese quindi c’è anche un perché) e lo troviamo anche molto adatto al nostro genere musicale. Ma devo dire che ultimamente anche l’inglese ci ha ispirati…e molto spontaneamente abbiamo deciso di scrivere anche in inglese.

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L’intero disco è disponibile da ieri in streaming su Rockit.

I Grimoon sono nati nel 2004 e hanno da sempre abbinato immagini alla loro musica.
Il loro fortunato Ep “Demoduff”, uscito nel 2004 per Macaco Records li ha portati ad esibirsi subito in tutta Europa, fino al Sziget Festival di Budapest.
Hanno successivamente registrato 4 album: La lanterne magique (2006), Les 7 vies du chat (2008), Super 8 (2010), Le déserteur (april 2012) collaborando con produttori quali Giovanni Ferrario (Scisma, Pj Harvey, John Parish) e Pall Jenkins (The Black Heart Procession).
La maggior parte dei loro concerti sono stati fatti all’estero piuttosto che in Italia, con oltre 10 tour in Germania e presenze fino a Londra e negli Stati Uniti.
Hanno inoltre sempre realizzato un cortometraggio per ogni canzone, dando quindi vita ad una quarantina di corti e si sono inoltre avvicinati al lungometraggio realizzando i film “La Lanterne Magique” (2006) e “Neera” (2010).
Dopo anni di video realizzati per i Grimoon, i due cantanti della band, Solenn e Alberto hanno anche dato vita allo studio di cinema di animazione “FrameByFrame” che ha realizzato videoclip per artisti indipendenti e spot televisivi. Da segnalare tra gli altri il video “Negazioni che si negano” di Cabeki, vincitore di diversi premi in Italia, tra cui migliore videoclip musicale al MyGenerationFestival 2013.
I membri della band sono mutati nel tempo. La formazione originale nasceva più folk, con violino e fisarmonica che negli anni sono stati “sostituiti” da chitarra elettrica e synth per un suono più incisivo, rock e psichedelico. Della formazione originale sono rimasti Solenn Le Marchand (voce, synth), Alberto Stevanato (voce, chitarra acustica) e Erik Ursich (basso) ai quali si sono aggiunti Alessandro Fabbro (organo, piano, tromba), Alberto Degrandis/Scott Mercado (chitarra elettrica) e Dario Pironi (batteria).

Contatti
www.grimoon.com
www.macacorecords.com
www.vaggimal.com

Reloaded – riproposte natalizie #12 – SU “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” DI GOFFREDO PARISE

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

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dobbiamo-disobbedire-goffredo-parise

Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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