Questo natale

Questo Natale #13: Laura Liberale, Bianco Natale? (Una fiaba)

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Bianco Natale?

‑ Lassù! ‑ gridò un bambino sulle spalle del padre, puntando il dito in alto.
‑ È tornato! Ce l’ha fatta!
Poi le parole, i mormorii, i gridolini s’accrebbero e si fusero in un coro di sorpresa e di eccitazione.
La neve aveva smesso di cadere da qualche giorno, così tutti i nasi intirizziti poterono alzarsi verso quella macchia rossa sospesa in aria.
Ma non era Babbo Natale. Nient’affatto.
Si chiamava Torototea, e questa è la sua storia.
‑ Sei proprio sicura che non le abbiano ancora inventate?
‑ Di nuovo! Hai intenzione di farmi innervosire per davvero? Perché, invece, non le inventi tu, così poi le brevettiamo e magari diventiamo ricchi!
‑ Eppure mi sembrava finalmente di averne vista qualcuna!
‑ Per quel che ne so! Forse ne avrai viste da motocicletta. Togliti dalla testa quest’idea delle catene da neve per bici, una volta per tutte! Ci andremo comunque. In corriera. Tutto freddo evitato!
‑ Ma non è la stessa cosa, lo sai! La bicicletta fa parte dello spettacolo.
‑ Comincio a essere stanca di fare tutti quei chilometri ogni santa domenica! Inverno compreso!
‑ Ma Pupi cara, se continui a essere così bella è anche grazie a tutto il movimento che ti ho fatto fare in questi anni!

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Questo Natale #12: Elisabetta Bucciarelli, Travestimenti di Natale

berlino, foto gm

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TRAVESTIMENTI DI NATALE

 

È Natale!

Dal paesello sono arrivati i parenti, perché Natale sembra più Natale al Nord. Sulla tavola c’è il cappone come si fa a Milano e il capitone con il sugo rosso, come si fa al paese. I bimbi sono già a nanna, aspettano Gesù.

“Natale svegliati, è mezzanotte!” bisbiglia la mamma al suo bambino. Natale apre gli occhi, li stropiccia e si alza. La festa è doppia. Nasce Gesù e nasce anche lui, Natale, Natalino. Al paesello chi nasce di vigilia lo chiamano così. I regali sono pochi, ma Natalino si diverte ugualmente. Infila le scarpe della mamma e tutti ridono. Si stappa lo spumante: “Poco a Natalino!”. Lui fa le boccacce, il vino è amaro.

Che Natale!

Dopo tanti anni ci pensa ancora. La stanza è buia, il letto cigola, fa freddo. Tira le coperte fino al mento e si gira su un fianco. Alle sue spalle una sagoma si muove. Chiede che ore sono. Natale risponde: “È quasi mezzanotte”.

La sagoma si alza, accende la luce. Natale chiude gli occhi. La sagoma si infila i pantaloni, annoda la cravatta e dice: “Com’è che ti chiami?”.

“Lina, mi chiamo Lina”.

“Beh Lina, buon Natale… te li lascio qui”. Poi va via. Tariffa doppia stanotte.

Natale apre gli occhi e si veste: la guêpière, la gonna corta, i tacchi alti. Spazzola i capelli e aggiusta il trucco.

Natale è mezzanotte se ti sbrighi riesci a fare un altro cliente e a Natale lo sai, la festa è doppia.

*

© Elisabetta Bucciarelli

Nota: L’autrice precisa che il racconto che avete letto è il primo da lei scritto, che al tempo aveva vent’anni, che lo scrisse per un concorso indetto dal quotidiano La Repubblica, che il racconto venne poi pubblicato dal quotidiano, che il premio furono un paio di Levi’s 501, che ancora indossa.

Questo Natale #11: Francesca Marzia Esposito, Flegont e Morgana

Berlino, foto gm

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e sempre si finiva a parlare DiStanze nelle distanze dove noi due sostavamo reali. Accadevano cose, eravamo toccati toccanti nei concreti grigiori ovvi là fuori a miriade spersi, lui mi salvava e anch’io gli producevo salvezza, collegati interconnessi cominciava il nostro natale la sera di tutte le sere verso le nove le parole sue diventavano mie, e me ne diceva di cose, Flegont: La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri, di fabbriche e specchi della frutta falsa più vera della vera di Kubrick della simmetria la caverna dei mari e dei mondi esistenti, dell’inesistenza, del desiderio suo di me nel volere alloggiare il mio dentro, D’esistere tra cieli ed ignorate spume. O notti! né il chiarore deserto del mio lume, anche in francese mi ripeteva Mallarmè, delle donne la musica barocca di foto scattate bruciate di scarti gli avanzi, del cadere, della verdura in pastella di Kant i sommergibili del male suo saettato in una scossa tra la spina dorsale e la gamba scassata, di quello e quell’altro mi parlava – e mi prendeva nel giro, Flegont – Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!

io rispondevo poco poco, mi doveva scucire tutto di bocca. Sfilavo il bracciale le mani fredde di fine giornata davanti allo schermo acceso con lui d’immagine spento. Flegont era un eikon e anch’io lo ero, ma lui di un dipinto, chissà perché si era scelto quel quadro, quell’uomo posato di tre quarti raffigurato su sfondo scuro sotto un copricapo rosso inchiostrato, chissà com’era Flegont mentre lo avevo attraverso lo schermo sul tavolo mio sul letto o divano, non lo guardavo e per forza, Flegont, che nome strano, per me era solo parole in grassetto e se ci ripenso lo amavo, se ci ripenso di quell’amore fermo senza passato o futuro in mezzo al mio niente che pure era qualcosa, era settembre novembre pioveva, era il ventiquattro dicembre la sera di tutte le sere era natale la neve cadeva mentre il mio niente si riversava nel suo di nuovo mio –  e dovevo fare i regali, dovevo sbrigarmi.

ti ho letto, scrisse la prima volta. Si riferiva a una cosa di cui mi vergognavo, settantamila battute di un’esplosione primordiale, descrivevo detriti, la fuga dei ratti e delle farfalle, così cominciava a odorare d’antico il nostro natale, ero a distanza, di casa, di stanza, la mia, nella città non sua non mia, più di nessuno, che all’improvviso collassava, e tutte le volte pensavo Ecco ci siamo, poi la paura si scollegava, ti prego non leggermi più. Costruivo trame di storie inventate, DiStanze mi dava tre mesi di tempo, io rispettavo le loro scadenze per non vedere bloccarsi lo schermo, forzosamente, da chi da che cosa non lo sapevo, mentre al di qua sopravvivevo, a lavoro andavo quando potevo, aspettavo che le strade fossero sgombre, che la guglia riprendesse a illuminare l’aria d’amianto, dalle persone mi scansavo, ero sola come dicevo o forse il contrario, facevo la donna scollata dal resto, un corpo svuotato davanti a uno schermo, e solo lo era anche Flegont, non aveva figli né moglie, così mi diceva, io gli credevo, diceva Ho due gatti, che cosa facesse di preciso non so, me lo disse in principio, l’ho detto: non è stato mai natale prima di Flegont, e mi chiamavo Morgana, ora non più.

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Questo Natale #10: Anna Toscano, Il Natale di Garcia

MIlano, Villa Litta, foto gm

MIlano, Villa Litta, foto gm

Il Natale di Garcia

“Maestro Garcia, il volume! Abbassa il volume Maestro Garcia!”.
Vaccacapra sempre la stessa storia in questa topaia, il prossimo mese me ne vado.
“Maestro Garcia abbassa! Basta con questa televisione!”.
“Devo distrarmi per tutti i pianeti, lasciatemi in pace! È Natale anche per me!!!”
“Rispondi Maestro, apri questa porta”.
“Andate via, non osate entrare”.
“Maestro buttiamo giù la porta, Maestro rispondi”.
“Via via via andatene via”.
“Maestro, Maestro, madre santissima parlami Maestro, mi vedi? Mi senti? Misericordia chiamate un dottore”.
“Ma che dottore e dottore, per tutti i pianeti ti vedo e ti sento anche troppo, adesso chi la paga la porta?”.
“Un medico subito, Faria chiama l’ambulanza”.
“Ma sei sorda Aparecida, non chiamare nessuno”.
“Faria subito! non parla, guarda ha tutta questa bava, muove un po’ gli occhi, santa madre santissima”.

Le donne e gli astri la mia rovina, questa capra non ha mai capito nulla sa solo andare avanti e indietro con quel suo culo secco per le strade, e poi piange che tira su pochi soldi, con quel culo secco dove vuole andare. Quale forza misteriosa me l’ha messa nella stessa pensione, ogni mattina a piangere e a chiedermi le carte.
“Maestro Garcia, maestro Garcia ti prego rispondi, dimmi qualcosa”.
Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa, tutte con le stesse due parole in bocca: dimmi qualcosa. Sono passati ormai vent’anni da quando, in un dicembre caldissimo, andai a sedermi all’ombra di un albero in praça da República: ero lì seduto su un masso che recinta un laghetto artificiale, sudavo e maledicevo tutti quelli che mi avevano detto no nei negozi. Ero uno dei tanti giovani che veniva dalla costa e cercava fortuna nella metropoli, giornate di sorrisi stirati e mani che indicavano l’uscita. Molti di noi si infilavano nei bordelli a basso costo, alcuni si avventuravano per due soldi nei viaggi procurati dal crack, tutti dormivamo lungo la strada. Io cercavo di non rovinare troppo gli unici pantaloni con una giacca che mai avessi posseduto, me li avevano regalati i miei fratelli, con una colletta in paese, per sposare Doralice.

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Questo Natale #9: Ivano Mugnaini, Il dono

berlino, foto gm

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Il dono

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa
 chi per lei vita rifiuta

.                   Dante, Purgatorio, I, 70-2

 

 

 

          Le sei e trenta della mattina di Natale. Mi hanno svegliato di soprassalto i vicini di casa. Erano già in piedi ad aprire i regali e a cantare a squarciagola “Jingle Bells”. Pur di non sentirli sono scappato fuori di corsa. Ho ancora il pigiama sotto i pantaloni. Sulle strade e nelle vene, il gelo. Cerco perlomeno il privilegio della solitudine: viaggiare in carreggiate vuote, quasi all’inglese, sulla corsia opposta rispetto al normale. Ci sono gli altri, però. Numerose macchine, lanciate in direzione contraria o analoga. Mi viene da chiedermi perché. Dove vanno? Con quale diritto invadono il mio spazio, la mia follia fuori tempo e fuori orario?

          Lo so, è assurdo. Ma non posso fare a meno di pensarlo. Così come non posso evitare di fuggire, ora. Lontano da tutti, ad ogni costo. Mi infilo in un dedalo di viuzze che non conosco. Ho tutto il tempo che voglio. E assolutamente nessun impegno o appuntamento. Mi ritrovo in una strada sterrata. Solchi sempre più profondi all’altezza delle ruote e sempre più alti l’erba e il pietrisco al centro. Non c’è uno spazio vuoto grande abbastanza per fare manovra. Vado avanti per chilometri. Dietro di me il nulla, una pianura desolata e sconosciuta. Costeggio la siepe di una villa enorme. Presagisco la presenza di una muta di cani da guardia. Mi si affiancano, puntuali, spalancando le fauci fin quasi a mordere la rete. Mi inseguono fino all’ingresso. Mi preparo a fare retromarcia nel vialetto antistante l’entrata, più velocemente possibile, per tornare indietro, sulla strada statale. Ma, contro ogni attesa, il cancello automatico mi si spalanca di fronte. Sarebbe una ragione di più per scappare rapido come un fulmine, se fossi lucido. Oggi però è un giorno speciale. Sarà la stanchezza, la follia generata dalle musiche e dalle campane, dallo spumante e dall’overdose di pandoro, ma decido di premere sull’acceleratore ed entro.

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Questo Natale #8: Rosario Palazzolo, La Vigilia di Luigi

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

 

La vigilia di Luigi

 

 

 

Mi chiamo così, e da dove guardo adesso c’ho dodici anni, quasi tredici, è il 1953, l’immagine è l’immagine di una strada sterrata vicino casa mia, una strada che oggi certamente non sarà più sterrata, una strada che però farà schifo uguale, alle mie spalle c’è il niente: una striscia di terra che porta da nessuna parte, in primo piano invece un gruppetto di tre persone col fiato bloccato e il corpo in aspettativa, mio padre è quello coi baffi, quasi alto, con una giacca che sa di marrone e un pantalone più scuro, c’ha la faccia seria di uno che ha sempre la rabbia a portata di sguardo, mentre a sinistra, mia sorella grande, c’ha un sorriso stremato, un sorriso che vorrebbe essere un sorriso ma che proprio non ce la fa, il vestito buono non è più tanto buono, si vede, lo vedo, io sto davanti, le mani sui fianchi, le gambe larghe, la testa alta, i vestiti stretti e consumati, i piedi nudi, i capelli arruffati, nella foto dovrebbe esserci anche mia madre, se fosse viva ci sarebbe stata, certamente, io penso, e poco dietro ci sono altre tre persone che casualmente passavano da lì nel mentre che si scattava e che perciò gli è venuto uno sguardo fatti suoi, ora, se mettiamo si potesse proseguire verso destra, più avanti verso destra, se mettiamo la foto non fosse una foto e c’avesse questa opportunità di muoversi verso destra, poco più avanti verso destra, si vedrebbe un groviglio di vie secche e lunghe con le case che fanno le case nonostante tutto, si vedrebbe Palermo, quartiere Montepellegrino, e si vedrebbe lo sconforto, pure, e la lacerazione e la privazione e la cattiveria, soprattutto, che fa tutte le facce ingiallite, c’è: Giovanni che come mestiere fa le scarpe ai poveri, che ora, siccome di poveri ce n’è assai e siccome a distinguere un povero da un ricco è una cosa complicatissima e ancora siccome chi è povero è povero e chi è ricco fa il povero, e allora a questo Giovanni gli tocca faticare tutto il giorno e certe volte pure la notte per un niente, perennemente incurvato, appena fuori la bottega, su un seggiolino mezzo sfasciato, appena dentro la bottega, a lavorare di martelletto, e c’è: la Signora del Latte che non so come si chiama per davvero ché tutti la chiamano la Signora del Latte perché c’aveva due mucche secche e moribonde, prima, che gli facevano un poco di latte che scambiava con un poco di carne per sua figlia Mariapia, perché poi c’era: pure questa Mariapia, prima, e Mariapia aveva più o meno la mia età e mi guardava come se fossi suo marito, e mi spiava come fossi suo marito, e quando ci incontravamo per strada mi lanciava dei sorrisi timidi e allo stesso tempo maliziosi, dei sorrisi che lasciavano presagire un qualche futuro insieme, ed era morta due anni prima, Mariapia, per l’appunto, nel 1951, il dieci di febbraio, per una febbre che non si capiva che febbre era, e mi ricordo sua madre, qualche giorno prima, che mi incontra per strada e Vieni a salutare Mariapia, mi dice, e io ci vado, la casa è una casa senza casa, un tutto intorno quasi vuoto e colore pece e con la puzza tipica delle stalle, una puzza che ogni tanto ci portano qualcuno che c’ha la tosse perché dice che questa puzza è una puzza che fa bene alla tosse, e ha fatto proprio bene, alla tosse di Mariapia, che fa un rumore fastidioso che si sente dall’uscio, è una gran cassa di frastuoni che pare impossibile vengano fuori da una bambina, busso, la Signora del Latte mi accoglie con una faccia senza tintura, scarsa, di chi ha capito a suo tempo l’aria che tira, mi fa strada, nella stanza di Mariapia c’è aria di disperazione, lei fa un sorriso tiepido di circostanza, io ricambio, lei mi fa avvicinati con la mano, io mi avvicino al letto, lei si inghiotte il sorriso e sussurra un Allora sei venuto?, ed è come se volesse vomitare il sorriso, adesso, ripigliarlo da dove sta adesso ché da qualche parte starà, adesso, pensa, certamente, Mariapia, mi sa che non lo trova, io dico Sì…, e non so cos’altro aggiungere, e allora restiamo in silenzio per un tempo lunghissimo, dapprima ci guardiamo a intermittenza negli occhi cercando di saziare il silenzio con gli sguardi, poi, quando il silenzio si è fatto davvero silenzioso, con un sorriso a mezza bocca metto a spiccicare parole di convenienza e Non ti preoccupare che tra poco ti rimetti, le dico, Magari un giorno di questi ci facciamo una passeggiata, le dico, Domani torno a trovarti, le dico, e lei, adesso, c’ha una faccia scura piena di rancore per un futuro che sente improbabile, io mi sforzo di mantenere il sorriso, mi accanisco con quel sorriso, lei mi mi guarda un poco e poi dice, Mi dai un…, e frena la frase, ché la timidezza l’acchiappa persino lì, sul letto di morte, e poi tenta di accarezzarmi la mano e in quel momento preciso succede una cosa stramba, succede che mi prende una paura incredibile, una paura come se con quel bacio lei mi potesse immischiare la sua malattia, succede che ritiro la mano, che dico Lasciami la mano, che corro fuori, verso casa, a perdifiato, corro per rinchiudermi in bagno, a strofinarmi per bene la mano, e Sei cattivo, mi dice, la Signora del Latte, l’indomani, mentre sono di spalle e non l’ho vista, Sei un ragazzo cattivo, mi ripete, Ti meriti l’inferno, e io non mi giro, io resto fermo, io mi sento cattivo, io mi merito l’inferno, e poi c’è: Umberto, e Umberto sarebbe un amico mio che passiamo la giornata insieme, con Umberto tiriamo le pietre ai gatti randagi e facciamo il tiro a bersaglio coi topi e rinchiudiamo le serpi dentro i bicchieri e le lasciamo morire di fame e ci mettiamo a guardare nel mentre muoiono di fame e insomma facciamo cose che tutti ci dicono Cornuti, ci gridano Cornuti, e qualcuno pure Bastardi, ci grida, ma il gioco nostro preferito è il gioco dei soldati cattivi e ogni giorno ce ne andiamo nello spiazzo dei bombardamenti che è rimasto lo spiazzo dei bombardamenti pure se i bombardamenti sono successi dieci anni fa, e una volta lì ci infiliamo in mezzo alle macerie e ci immaginiamo di essere soldati terribili, soldati arrabbiati, soldati che sparano, soldati cattivissimi che vogliono fare tutti gli altri soldati morti, e il soldato morto lo fa sempre un certo Maurizio, e noi lo acchiappiamo e lo leghiamo e lo torturiamo e gli urliamo Parla, disgraziato, parla!, e lui vorrebbe pure parlare ma mica ce lo sa cosa dovrebbe dire e dice cose a vanvera, perciò, cose a ripetizione per essere lasciato in pace e non è mai quello che dice, però, ciò che vogliamo che dica noi, e Parla, ti ho detto parla, miserabile!, gli gridiamo e gli diamo certe pizze così e una volta gli abbiamo rotto un dente e tutti a gridarci che insomma il gioco va bene e la monelleria va bene e tutto va bene ma questo significa essere crudeli e significa non averci manco un poco di pietà e io mi sento proprio così, in definitiva, mi sento uno senza pietà, uno sbagliato, uno senza giorni migliori, e del resto uno che è nato facendo morire sua madre mica può averci la vita buona, e poi c’è: Girolamo, c’è Gisella, c’è Corrado, c’è Tommaso, c’è Aquilino e ci sono un sacco di altre persone, rintanate nelle case o fuori dalle case o in giro nel quartiere, migliaia di altre persone che cercano di tirare avanti pure se avanti non ci vedono nessun motivo per continuare a tirare avanti, una miriade di altre persone arrabbiate e ingiallite e accanite con questa cosa del tirare avanti, l’anno della foto l’ho detto, è il 1953, la vigilia di Natale, e io quella notte riceverò una visita, la visita di Mariapia.

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Questo Natale #7: Paola Ronco, Cena di Natale

Amsterdam, Foto gm

Amsterdam, Foto gm

Cena di Natale

 

*

– Ah sì, la Bice ha fatto proprio tutto come si deve, – conclude la baronessa Sorbole De Bianchi, ospite d’onore alla cena di Natale più esclusiva della città, e posa la tazzina del caffè sul piattino, producendo il giusto tintinnio di porcellane. – Ottima miscela, cara. Madagascar, vero?
– Certo, – trilla Magda, la padrona di casa, e si sente come se avesse superato anche l’ultima domanda di un esame difficile, la più insidiosa. Se avesse lasciato fare a suo marito Amilcare, figuriamoci, avrebbero concluso il pasto servendo del caffè keniota, e a Santo Stefano tutti parlerebbero della povera Magda, che si impegna tanto ma non è aggiornata sulle ultime tendenze.
– Certo, – chiosa la baronessa Sorbole De Bianchi, sorride. – Tutto perfetto, cara.
Tutto perfetto, certo. Ogni singola portata, ogni stoviglia, ogni dettaglio di una cena natalizia perfetta. Magda si farebbe volentieri un cicchetto di festeggiamento con la grappa riserva pregiata, ma sa di doversi trattenere; verrà, verrà anche questo momento.
– E quindi la Bice è rimasta contenta, insomma, – commenta invece, per ravvivare la conversazione.
– Ah, sì, non avrebbe potuto chiedere di meglio, – si entusiasma la baronessa. – Quest’agenzia che ha trovato ha fatto i salti mortali per accontentarla, perché sai, lei aveva chiesto il pacchetto deluxe.
– Deluxe? – si inserisce la signora Sturm. – La devo chiamare assolutamente per avere i riferimenti.
– Sì, beh, adesso è in clinica, sai, per recuperare. Ma tanto tu hai ancora qualche mesetto per pensarci, tesoro.
– E però non si sa mai, metti che ci sia una lista d’attesa, – la signora Sturm posa una mano ad accarezzarsi la pancia, sorride molto.

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Questo Natale #6: Fernando Coratelli, Romanzi e caleidoscopi

Biennale 2010, foto gm

Biennale 2010, foto gm

Romanzi e caleidoscopi

A dire il vero pochi caleidoscopi

 

Appena apre la porta del negozio gli si fa incontro una giovane commessa sorridente che lo saluta. Vincenzo le dà un’occhiata veloce, poi si sottrae a quella manifestazione di vitalità, e a braccia incrociate abbozza un: Buongiorno.
La posso aiutare?
Lui prova a fare no con la testa, ma al contempo le sorride. Così la ragazza lo incalza, briosa: Deve fare un regalo? È per sua moglie?
Vincenzo segue lo sguardo della ragazza che si è posato sul suo anulare. E allora d’istinto porta il pollice sulla fede e la ruota. Già, deve fare un regalo a sua moglie. Detesta il Natale, detesta queste ricorrenze in cui si deve cimentare in pensieri, oggetti. Per fortuna che per i bambini, parenti e amici ci pensi proprio sua moglie. Ma per lei… beh, per lei tocca farlo a lui.
Grazie, ma volevo solo dare un’occhiata.
D’accordo, se ha bisogno mi chiami pure.
Vincenzo fa sì con la testa e poi prende a vagare per il negozio. Non sa neppure perché sia entrato in profumeria, visto che per ogni ricorrenza finisce sempre con il comprare un beauty con sali da bagno, creme e altre diavolerie. E sua moglie tutte le volte, prima di scartare il regalo dice: Chissà che creme mi hai preso stavolta? – e poi gli schiocca un bacio sulla guancia.
A quel punto Vincenzo si fa forza e si gira verso la commessa che è lì a due passi, con le mani giunte in grembo. La ragazza, contenta di potergli essere utile, gli si avvicina a larghe falcate. Vincenzo la osserva stretta nel girocollo nero a coste, e un paio di pantaloni neri aderenti.
Devo fare un regalo a mia moglie, ma tutte le volte le compro sempre uno di questi (alza un beauty che ha davanti), ma ora vorrei qualcos’altro e non so cosa.
Capisco. Che ne dice di una trousse? Si trucca sua moglie, sì?
A quella domanda Vincenzo alza gli occhi al soffitto. La ragazza ride.
Non sa se sua moglie si trucca?
Sì, sì, si trucca, è che pensavo a che tipo di trucchi potrebbe avere bisogno.
Ma no, una trousse ne contiene vari, e sono tutti di marca. Guardi.
E gli mostra una sfilza di matite, pennelli, rossetti, ciprie. Vincenzo ha una leggera vertigine.
Non sta bene? (La ragazza si fa seria e stringe gli occhi a fessura.)
No, no, sto bene, è che non sono avvezzo, mi capisce.

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Questo Natale #5: Giovanna Amato, Il cenone del Ventitré

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Il cenone del Ventitré

Dopo qualche parola poco consona a un ambiente come quello fu Claudio, come ogni anno, l’incaricato a portare indietro le lancette. Del resto, era il giannizzero di padre Massimo.
Adriano, più piccolo di lui di pochi mesi ma ancora con la voce bianca dello strillatore, si rassegnò alla sconfitta solo a patto di essere lui a portare, alla fine della serata, il Bambinello nella mangiatoia.
Era il crepuscolo del ventitré ma i calendari, opportunamente boicottati da giorni per non destare sospetti, segnavano la Vigilia di Natale. L’orologio, sotto le dita meticolose di Claudio, aveva trasformato il pomeriggio in sera. I ragazzi del Clan Giovani Porcospini Volontari della Famiglia Parrocchiale di San Geriatrio aspettavano schierati, con i loro tupperware di riso agli scampi e capitone in umido, che gli ospiti della casa anziani scendessero in salone per passare insieme la notte di Natale.
Quando la vecchia Agnese apparve in cima alle scale, stretta e bianca come una filatrice fiamminga, Padre Massimo stappò la bottiglia di brachetto.
«Mi raccomando», ribadì ai tredicenni distribuendo i bicchieri, «limitatevi a umettare le lingue.»
La tavola era pronta. La vecchia Serena, donnone incline al cucito e al ripudio del proprio nome, aveva insistito per togliere l’incerata e stendere una tovaglia di lino precedentemente stirata. Nulla aveva potuto sui piatti, che erano di plastica rossa con fastidiose righine in cui si sarebbe, sapeva, incastrato il sugo. I bicchieri, da parte loro, erano bianchi, di cartone, e Serena sospirò con violenza mentre risistemò i coltellini di plastica con il seghetto rivolto dalla parte sbagliata.

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Questo Natale #4: Gianni Montieri, Il comunismo infantile

parigi - foto gianni montieri

parigi – foto gianni montieri

Il comunismo infantile

(in memoria di Lina, mia zia)

Stavamo sotto il tavolo, eravamo quattro o cinque bambini. Il tavolo era quadrato, di legno scuro, consumato, rigato. Era pieno di segni fatti col gesso da una dei grandi. Quella grande che faceva la sarta. Il tavolo aveva dei piedi molto lunghi, era alto e quindi potevamo infilarci sotto. Ci infilavamo lì per giocare con le palline fatte con le molliche di pane. Un bambino tirava la pallina/mollica a un altro, chi la riceveva doveva passarla al terzo, e così via fino a completare il giro. Era vietato ripassarla a chi  l’aveva appena passata o a chi l’aveva già ricevuta. Tutti dovevano toccare la pallina/mollica lo stesso numero di volte. Eravamo dei piccoli bambini comunisti dell’uguaglianza. Eravamo fantasiosi perché, pur rispettando l’ordine, facevamo dei bellissimi tiri a effetto con la pallina/mollica. La tiravamo con le mani, perciò era una specie di finto Subbuteo fatto con il pane. Le bimbe potevano partecipare.  Sotto al tavolo stavamo al sicuro. I grandi erano di là. Era di domenica, oppure di Natale. Appena fuori dal tavolo, sulla sinistra vicino alla finestra c’era la casa del drago. Il drago viveva in una casa a forma di mobile, sopra il mobile stava una macchina da cucire, e di lato una corda di cuoio legata a una ruota, con la quale il drago entrava e usciva a suo piacimento. La casa del drago aveva una grossa scritta sul portone, la scritta in inglese significava “Cantante” in italiano. Il drago non esisteva, lo sapevamo, era una cosa inventata da noi per non uscire dal rifugio. Il drago era Frank Sinatra, il drago era Mario Merola. Questo racconto sta venendo surreale.

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Questo Natale #3: Antonio Paolacci, Come trarre profitto dai libri a Natale

Amsterdam, soggetto ignoto, foto di anna toscano

Amsterdam, soggetto ignoto, foto di anna toscano

Come trarre profitto dai libri a Natale

 

Lo storico Convegno “Come trarre profitto dai libri a Natale” si tenne a Segrate un giorno qualsiasi – mettiamo il 24 settembre oppure il 12 marzo o un altro ancora – di un anno a vostra scelta. Qui, a seguito della ormai devastante crisi editoriale, i più influenti manager e imprenditori d’Italia si incontrarono allo scopo di trovare un modo per «vendere insomma almeno a Natale questi benedetti libri come fossero panettoni, vivaddio». Gli esperti si trovarono subito d’accordo: il problema delle vendite era nei libri stessi, in quanto prodotti di nicchia, noiosi per la maggioranza della gente, a differenza dei panettoni, adatti a chiunque non fosse a dieta.
Per venderli dunque almeno a Natale, vivaddio, i libri dovevano essere concepiti, come ogni altro prodotto, in base alle propensioni della maggioranza, la stessa maggioranza che non gradiva affatto i libri.
Nel giro di pochi mesi, le decisioni del Convegno furono messe in atto e le librerie furono invase dalle prime novità.
Per accontentare le masse disinteressate alla letteratura, nacque anzitutto una nuova corrente letteraria, nota come Corrente Non Letteraria e suddivisa in filoni.
Il filone Fobico (con gli ormai classici: La Luna ci cadrà sulla testa; Tutte le date della fine del mondo e Moriremo tutti) si basava su una serie di studi statistici sugli argomenti che più catturavano l’interesse della maggioranza degli utenti Facebook con i loro clic paranoici natalizi ed ebbe successo immediato, ma finì non appena il pubblico s’accorse che, al proprio interno, ogni libro ribadiva giusto quanto si diceva su internet in merito a quegli argomenti e dunque non occorreva comprarli, bastava scorrere Facebook per avere paura gratis.

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Questo Natale #2: Marianna Garofalo, Santo nonno

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Santo Nonno

 

Papà non lo vuole festeggiare il Natale.
Ha detto che c’è la crisi.
Ha detto che non c’è niente da festeggiare.
Ha detto che il Mondo sta cadendo a pezzi.
Ha detto “hai visto il terrorismo?”
“I bambini nei barconi”
“La moglie del vicino, un tumore al cervello, tre mesi e poi ciao.”
Ciao.

Di tutta questa storia non capisco “ciao”. La moglie del vicino nel caso ha detto “addio”. “Ciao” lo dici quando entri ed esci da un posto, quando incontri qualcuno per strada, quando poi lo rivedrai, allora dici “ciao”. La moglie del vicino semmai ha detto “addio” perché non è che poi la incontri nel pianerottolo. O fuori l’ascensore. Almeno spero. Non vorrei trovarmela alle spalle mentre cerco la chiave di casa in borsa. Il suo è un “addio”. Quando te ne vai e non vuoi saperne più niente. O non puoi. Come nel caso della moglie del vicino.
Papà ha detto che non capisce perché sto sempre a spaccare il capello in quattro e a puntualizzare ogni cosa che dice. “Ciao” era tanto per dire. Non capisce da chi possa aver preso. Anzi lo ha capito. Tu sei uguale a tua mamma. Sputata. Identica. Sempre a riprendere gli altri. Mai a pensare a te. Io l’albero lo faccio lo stesso. Fregati. Tanto non cambia nulla. I bambini nei barconi, il terrorismo e la strage del Bataclan.
“Non ho capito?”, ha detto il nonno. La strage di Bataclan, nonno. Mi ha guardata e ha sorriso, seduto sulla sua sedia-poltrona e ha continuato a guardare attraverso la finestra. Poi ha portato entrambe le mani sul manico del bastone che gli abbiamo regalato a Natale dello scorso anno e mi ha guardato di nuovo con un mezzo sorriso. Uno di quei sorrisi che se non avesse novant’anni io direi che ci sta prendendo tutti per culo. “Ah! Ho capito. Parigi. La strage di Baccalà”. (altro…)