Questo Natale #8: Rosario Palazzolo, La Vigilia di Luigi

Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri
Tre Natali? Parigi, foto di Gianni Montieri

 

La vigilia di Luigi

 

 

 

Mi chiamo così, e da dove guardo adesso c’ho dodici anni, quasi tredici, è il 1953, l’immagine è l’immagine di una strada sterrata vicino casa mia, una strada che oggi certamente non sarà più sterrata, una strada che però farà schifo uguale, alle mie spalle c’è il niente: una striscia di terra che porta da nessuna parte, in primo piano invece un gruppetto di tre persone col fiato bloccato e il corpo in aspettativa, mio padre è quello coi baffi, quasi alto, con una giacca che sa di marrone e un pantalone più scuro, c’ha la faccia seria di uno che ha sempre la rabbia a portata di sguardo, mentre a sinistra, mia sorella grande, c’ha un sorriso stremato, un sorriso che vorrebbe essere un sorriso ma che proprio non ce la fa, il vestito buono non è più tanto buono, si vede, lo vedo, io sto davanti, le mani sui fianchi, le gambe larghe, la testa alta, i vestiti stretti e consumati, i piedi nudi, i capelli arruffati, nella foto dovrebbe esserci anche mia madre, se fosse viva ci sarebbe stata, certamente, io penso, e poco dietro ci sono altre tre persone che casualmente passavano da lì nel mentre che si scattava e che perciò gli è venuto uno sguardo fatti suoi, ora, se mettiamo si potesse proseguire verso destra, più avanti verso destra, se mettiamo la foto non fosse una foto e c’avesse questa opportunità di muoversi verso destra, poco più avanti verso destra, si vedrebbe un groviglio di vie secche e lunghe con le case che fanno le case nonostante tutto, si vedrebbe Palermo, quartiere Montepellegrino, e si vedrebbe lo sconforto, pure, e la lacerazione e la privazione e la cattiveria, soprattutto, che fa tutte le facce ingiallite, c’è: Giovanni che come mestiere fa le scarpe ai poveri, che ora, siccome di poveri ce n’è assai e siccome a distinguere un povero da un ricco è una cosa complicatissima e ancora siccome chi è povero è povero e chi è ricco fa il povero, e allora a questo Giovanni gli tocca faticare tutto il giorno e certe volte pure la notte per un niente, perennemente incurvato, appena fuori la bottega, su un seggiolino mezzo sfasciato, appena dentro la bottega, a lavorare di martelletto, e c’è: la Signora del Latte che non so come si chiama per davvero ché tutti la chiamano la Signora del Latte perché c’aveva due mucche secche e moribonde, prima, che gli facevano un poco di latte che scambiava con un poco di carne per sua figlia Mariapia, perché poi c’era: pure questa Mariapia, prima, e Mariapia aveva più o meno la mia età e mi guardava come se fossi suo marito, e mi spiava come fossi suo marito, e quando ci incontravamo per strada mi lanciava dei sorrisi timidi e allo stesso tempo maliziosi, dei sorrisi che lasciavano presagire un qualche futuro insieme, ed era morta due anni prima, Mariapia, per l’appunto, nel 1951, il dieci di febbraio, per una febbre che non si capiva che febbre era, e mi ricordo sua madre, qualche giorno prima, che mi incontra per strada e Vieni a salutare Mariapia, mi dice, e io ci vado, la casa è una casa senza casa, un tutto intorno quasi vuoto e colore pece e con la puzza tipica delle stalle, una puzza che ogni tanto ci portano qualcuno che c’ha la tosse perché dice che questa puzza è una puzza che fa bene alla tosse, e ha fatto proprio bene, alla tosse di Mariapia, che fa un rumore fastidioso che si sente dall’uscio, è una gran cassa di frastuoni che pare impossibile vengano fuori da una bambina, busso, la Signora del Latte mi accoglie con una faccia senza tintura, scarsa, di chi ha capito a suo tempo l’aria che tira, mi fa strada, nella stanza di Mariapia c’è aria di disperazione, lei fa un sorriso tiepido di circostanza, io ricambio, lei mi fa avvicinati con la mano, io mi avvicino al letto, lei si inghiotte il sorriso e sussurra un Allora sei venuto?, ed è come se volesse vomitare il sorriso, adesso, ripigliarlo da dove sta adesso ché da qualche parte starà, adesso, pensa, certamente, Mariapia, mi sa che non lo trova, io dico Sì…, e non so cos’altro aggiungere, e allora restiamo in silenzio per un tempo lunghissimo, dapprima ci guardiamo a intermittenza negli occhi cercando di saziare il silenzio con gli sguardi, poi, quando il silenzio si è fatto davvero silenzioso, con un sorriso a mezza bocca metto a spiccicare parole di convenienza e Non ti preoccupare che tra poco ti rimetti, le dico, Magari un giorno di questi ci facciamo una passeggiata, le dico, Domani torno a trovarti, le dico, e lei, adesso, c’ha una faccia scura piena di rancore per un futuro che sente improbabile, io mi sforzo di mantenere il sorriso, mi accanisco con quel sorriso, lei mi mi guarda un poco e poi dice, Mi dai un…, e frena la frase, ché la timidezza l’acchiappa persino lì, sul letto di morte, e poi tenta di accarezzarmi la mano e in quel momento preciso succede una cosa stramba, succede che mi prende una paura incredibile, una paura come se con quel bacio lei mi potesse immischiare la sua malattia, succede che ritiro la mano, che dico Lasciami la mano, che corro fuori, verso casa, a perdifiato, corro per rinchiudermi in bagno, a strofinarmi per bene la mano, e Sei cattivo, mi dice, la Signora del Latte, l’indomani, mentre sono di spalle e non l’ho vista, Sei un ragazzo cattivo, mi ripete, Ti meriti l’inferno, e io non mi giro, io resto fermo, io mi sento cattivo, io mi merito l’inferno, e poi c’è: Umberto, e Umberto sarebbe un amico mio che passiamo la giornata insieme, con Umberto tiriamo le pietre ai gatti randagi e facciamo il tiro a bersaglio coi topi e rinchiudiamo le serpi dentro i bicchieri e le lasciamo morire di fame e ci mettiamo a guardare nel mentre muoiono di fame e insomma facciamo cose che tutti ci dicono Cornuti, ci gridano Cornuti, e qualcuno pure Bastardi, ci grida, ma il gioco nostro preferito è il gioco dei soldati cattivi e ogni giorno ce ne andiamo nello spiazzo dei bombardamenti che è rimasto lo spiazzo dei bombardamenti pure se i bombardamenti sono successi dieci anni fa, e una volta lì ci infiliamo in mezzo alle macerie e ci immaginiamo di essere soldati terribili, soldati arrabbiati, soldati che sparano, soldati cattivissimi che vogliono fare tutti gli altri soldati morti, e il soldato morto lo fa sempre un certo Maurizio, e noi lo acchiappiamo e lo leghiamo e lo torturiamo e gli urliamo Parla, disgraziato, parla!, e lui vorrebbe pure parlare ma mica ce lo sa cosa dovrebbe dire e dice cose a vanvera, perciò, cose a ripetizione per essere lasciato in pace e non è mai quello che dice, però, ciò che vogliamo che dica noi, e Parla, ti ho detto parla, miserabile!, gli gridiamo e gli diamo certe pizze così e una volta gli abbiamo rotto un dente e tutti a gridarci che insomma il gioco va bene e la monelleria va bene e tutto va bene ma questo significa essere crudeli e significa non averci manco un poco di pietà e io mi sento proprio così, in definitiva, mi sento uno senza pietà, uno sbagliato, uno senza giorni migliori, e del resto uno che è nato facendo morire sua madre mica può averci la vita buona, e poi c’è: Girolamo, c’è Gisella, c’è Corrado, c’è Tommaso, c’è Aquilino e ci sono un sacco di altre persone, rintanate nelle case o fuori dalle case o in giro nel quartiere, migliaia di altre persone che cercano di tirare avanti pure se avanti non ci vedono nessun motivo per continuare a tirare avanti, una miriade di altre persone arrabbiate e ingiallite e accanite con questa cosa del tirare avanti, l’anno della foto l’ho detto, è il 1953, la vigilia di Natale, e io quella notte riceverò una visita, la visita di Mariapia.

Mi corico e mi corico come mi corico di solito ché di solito mi corico con la testa sotto al cuscino, sempre, forse perché i pensieri brutti li schiaccio, così, penso, ed è una sera normale di vigilia e abbiamo festeggiato si fa per dire con la zia Carmelina che ha portato il pollo arrosto perché a Natale si mangia il pollo arrosto e lo ha visto in un film americano, la zia Carmelina, anche se il pollo era gigantesco, lì, dice, la zia Carmelina e la zia Carmelina è malata di tutto quello che è americano ché gli americani c’hanno portato la pace, dice, sempre, e noi dovremmo ringraziarli sempre, e insieme alla zia Carmelina c’è suo figlio Arturo che è turco di faccia perché è figlio degli americani, dice, mio padre, ché gli americani oltre alla pace hanno portato un sacco di guerra nelle famiglie e addirittura il padre della zia Carmelina, mio nonno Mimmo, l’ha buttata fuori di casa, a lei e al suo figlio turco che stava nascendo, per questo ci sputo nel piatto, io, a mio cugino Arturo, perché è stato l’inizio della nostra tragedia familiare, dice, mio padre, e insomma faccio buonanotte con la mano e vado in camera mia e in camera mia c’è un buio più buio del solito ma in quel momento non ci penso e mi spoglio e m’infilo il pigiama e mi butto sul letto e all’improvviso sento la porta che si apre e penso che sia mia sorella oppure il mio cugino turco e perciò dico chi è, e qua la sento, la voce, che dice Sono io, e io salto dal letto e dico Porca buttana, e mi metto in piedi sul letto e guardo verso la porta ma verso la porta non c’è nessuno eppure l’ho sentita, mi dico, la voce, quella voce, io l’ho sentita, e tremo e non so che fare e resto per molto tempo in piedi sul letto e intanto in soggiorno ancora giocano, i parenti, sento mio cugino turco che tira la tombola e insomma io mi sento come se sono ghiacciato, e resto fermo, non mi so muovere, e poi mi dico Coraggio, devi avere coraggio, vai a vedere chi c’è appena dietro la porta, fatti l’espressione del soldato cattivo e vai a guardare dietro la porta e lentamente scendo dal letto, vado verso la porta, arrivo alla porta, guardo oltre la porta e non c’è nessuno, ma io la voce l’ho sentita, quella voce l’ho sentita, l’ho sentita chiara, quella voce lì, e penso che magari me la sono sognata, capita ché capita che uno pensi di aver sentito qualcosa e invece è solo un pezzo di sogno rimasto infilato nella realtà, ma lo so bene che non è così, io, lo so bene che non è la stessa sensazione che si prova così, dopo, quando capita che il sogno s’infili nella realtà, lo so bene che quando capita, quando il sogno s’infila, uno prova quella sensazione così solo per un poco, per un pochissimo, e poi ricostruisce, uno, ricostruisce che dormiva, che c’era senza esserci, insomma, il sogno, epperò mi convinco che sia capitata una cosa così, mi faccio il quadro in testa, e allora mi dico Era un sogno, ho sognato la voce, io ho sognato la voce, era una voce sognata, quella, e comincio a sentirmi meglio e mi accorgo di essere rimasto a guardare oltre la porta inutilmente, Quarantasette morto che parla, dice, intanto, il mio cugino turco, e allora decido di tornarmene a letto e mi dico Tornatene al letto, è stato solo un sogno, un sogno strano che pareva vero, e mi giro verso il letto e sopra il letto c’è Mariapia, maledetto io, c’è proprio lei, ed è propriamente sopra il letto che insomma c’è il letto e sopra c’è lei che sfarfalla sopra il letto, che non tocca il letto, e io mi sto cacando le mutande, lo giuro, io tremo, io c’ho il cuore fermato, io la guardo, io la vedo chiaramente e non è per niente un sogno, mi dico, questo, e lei mi sorride, mi guarda sorridente e io sono di nuovo ghiacciato, immobile, e lei dice E allora, ce la facciamo questa passeggiata?, e mi acchiappa la mano, mi tiene stretta la mano e io stavolta non faccio niente, io sento la sua mano, il calore della sua mano, e se potessi gliela regalerei, la mia mano, se solo mi lasciasse in pace, e qua sento che mi sollevo ché sento che lei mi sta sollevando da terra e io sono come se sono di aria, leggerissimo, e mi guardo i piedi e vedo i miei piedi lontani dal pavimento e comincio a piangere, piango senza rumore, fra me e me, e lei mi dice No, non piangere, non avere paura, e qua si spalanca la finestra, senza che nessuno l’abbia toccata, la finestra, si spalanca, e noi andiamo verso la finestra e usciamo dalla finestra e svolazziamo fuori e io vedo la strada, sotto, e la vedo allontanarsi, la strada, porca la zozza, perché noi stiamo salendo e saliamo sempre di più e di più e adesso vedo tutto il rione Montepellegrino, qualche lucetta qua e là, e dopo il porto, vedo, e ancora la città che si fa piccola sotto di noi, e io parlo, io dico, io per la prima volta parlo a Mariapia e dico Non mi lasciare la mano, ti prego, e Tienimi forte, ti prego, e poi chiedo  dove stiamo andando, e lei mi guarda, lei sorride, dice La passeggiata, ti ricordi della passeggiata?, Ah, rispondo, Certo, rispondo, La passeggiata, dico, Come no, e voliamo per un sacco di tempo, e io vedo tutta la città, adesso, immagino tutta la città ché mica la conosco, io, tutta la città, e piano piano il mio cuore diventa più leggero, ed è come se Mariapia lo sentisse, è come se capisse che mi sto tranquillizzando pure se non è tranquillizzando la parola giusta ché la parola giusta è abituando, e si gira verso di me, e dice Non è il momento, Come?, rispondo, Non è il momento di stare tranquilli, e qua mi caco un’altra volta le mutande perché a Mariapia gli vengono gli occhi rossi e fa uno sguardo cattivo e una giravolta spaziale e comincia a scendere in picchiata, adesso, e io comincio a gridare, io piango e grido sempre più forte, e sento tutta l’aria fortissima sopra la faccia, sento una paura che non l’avevo sentita mai una paura così e sento la mano di Mariapia che è come se mi sta lasciando la mia, poco per volta, più aumenta la velocità e più la sua mano scivola dalla mia e io non voglio che mi lasci la mano io vorrei aggrapparmi io sento di volere quella mano più di qualsiasi altra cosa abbia mai voluto ma maledizione l’ho persa e Mariapia aumenta ancora la picchiata e dopo un attimo non la vedo più e tra poco mi sfracellerò per terra, penso, e vedo la terra farsi sempre più vicina, e urlo urlo urlo, e Mariapia mi piglia in braccio, proprio mi acchiappa come se fossi una piuma e non c’ha più gli occhi rossi e lo sguardo cattivo e davanti a noi c’è un capannone, un capannone che non ho mai visto e lei mi fa Entriamo, e io non chiedo niente, io la seguo, e c’è la porta del capannone e la oltrepassiamo e dentro è tutto buio ma io Mariapia la vedo lo stesso ché è come se fosse di luce, Mariapia, solo adesso me ne accorgo, poi si ferma, mi fermo, punta la mano verso un lato, mi dice Guarda, ed è come se la sua mano fosse una torcia e la sua mano illumina una parete e addossati alla parete ci stanno tutti, proprio tutti, e c’è mio padre e mia sorella e c’è Umberto e mio cugino Arturo e la Signora del Latte e Maurizio e mia zia Carmelina e Girolamo e Gisella e Corrado e Tommaso e Aquilino e insomma ci sono tutti quelli che conosco, tutti, e tutti piangono, ma piangono in una maniera che io non la posso capire, piangono come dopo una tragedia incredibile, piangono a dirotto, ciascuno per i fatti suoi, e ciascuno c’ha un pianto diverso, chi si batte la testa con le mani e chi non riesce a muoversi tanto è il pianto e chi si muove come si muove chi non può rimanersi fermo tanto è il dolore e chi urla, chi trema, chi si picchia la testa sopra il muro e io non so che fare ché non capisco e allora chiedo a Mariapia Ma cosa è successo? Perché fanno così?, e lei risponde Per te, Per me?, chiedo, Eh, sì, mi fa, e Perché? Perché sono morto, forse?, dico, e lo dico come se fosse una cosa normale, la mia morte, come se mi cominciassi ad abituare, No, dice, lei, Il contrario, aggiunge, Per la tua vita, aggiunge, e qua improvvisamente tutti smettono di piangere e tutti mi vedono e tutti c’hanno ancora la faccia bagnata e tutti mi guardano come se fossi la carogna più carogna della terra, l’assassino definitivo, la bestia, e io sento che hanno ragione, io sento che sono la carogna più carogna, e sento che me la merito, in fondo, una tortura così, e Va bene, dico fra me, e poi chiedo Mariapia, dove siamo?, Dentro la pancia di tua madre, mi fa lei, Stai quasi per nascere, lei per morire, e io piango, io piango che non mi posso fermare, piango per tutto il dolore che ho causato e solo adesso lo capisco davvero e sento tutto il dolore degli altri, e lei mi dice Devi cambiare, Luigi, devi diventare un ragazzo buono, devi sentire il cuore del prossimo, devi amarlo… e io faccio continuamente di sì con la testa e dico continuamente sì con la bocca pure se la parola non mi esce, e lo sento davvero tutto l’errore che sono, lo sento nella pancia e nelle mani e nel cervello e ci penso continuamente a tutto l’errore che sono, perché ho deciso di non darmi più pace, ma lei mi fa Basta, aspetta, e mi fa Ancora c’è un rimedio, mi fa Stanotte riceverai la visita di tre fantasmi, dice, Il fantasma dei Natali passati, il fantasma del Natale presente e il fantasma dei Natali futuri, ascoltali, segui i loro consigli e potrai cambiare la tua vita, potrai rinascere senza causare ancora morte, potrai provare amore, finalmente, e potrai essere una brava persona, felice, senza più dolore, senza più l’angoscia che senti, ed è vero, è verissimo, porca buttana, ché io sento un’angoscia incredibile, sempre, da sempre, io sento una paura e un’angoscia e un dolore che non mi lasciano mai, e io adesso sento che voglio cambiare, e mi sembra il giorno giusto, questo, per cambiare, la vigilia di una nuova vita, e voglio ascoltarli i consigli dei fantasmi, mi dico, io li ascolterò, e voglio ricevere nella mia vita tutto l’amore che possono insegnarmi e adesso, guarda, tutti nel capannone ridono, ridono abbracciandosi, e ride Gisella e ride sgangherato il signor Giovanni e ride mio padre che io mio padre non l’avevo visto ridere mai e ride Umberto e ride il turco e ride persino Maurizio col dente che gli manca e ride pure Mariapia, e tutti fanno una risata bella, e inizio a ridere anch’io, finalmente, senza più sentirmi in colpa, e penso che non è vero che non esistono giorni migliori, per me, che la devo smettere con tutto lo schifo che penso, il nero che sono, io devo impararmi la vita ché la vita mi sta dando una possibilità, qualcuno da ascoltare, e sicuro che la mia vita finalmente cambierà, dopo stanotte, e io cambierò, dopo stanotte, dopo che avrò ascoltato tutti i consigli e capito tutti i consigli e imparato a memoria tutti i consigli e riderò per sempre, dopo, perciò, e sarò la persona più tranquilla e la più felice e la più rinata, epperò quella notte non arriva nessuno.

 

 

 

 

 

 

© Rosario Palazzolo

 

 

 

 

 

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