Questo Natale #11: Francesca Marzia Esposito, Flegont e Morgana

Berlino, foto gm
Berlino, foto gm

e sempre si finiva a parlare DiStanze nelle distanze dove noi due sostavamo reali. Accadevano cose, eravamo toccati toccanti nei concreti grigiori ovvi là fuori a miriade spersi, lui mi salvava e anch’io gli producevo salvezza, collegati interconnessi cominciava il nostro natale la sera di tutte le sere verso le nove le parole sue diventavano mie, e me ne diceva di cose, Flegont: La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri, di fabbriche e specchi della frutta falsa più vera della vera di Kubrick della simmetria la caverna dei mari e dei mondi esistenti, dell’inesistenza, del desiderio suo di me nel volere alloggiare il mio dentro, D’esistere tra cieli ed ignorate spume. O notti! né il chiarore deserto del mio lume, anche in francese mi ripeteva Mallarmè, delle donne la musica barocca di foto scattate bruciate di scarti gli avanzi, del cadere, della verdura in pastella di Kant i sommergibili del male suo saettato in una scossa tra la spina dorsale e la gamba scassata, di quello e quell’altro mi parlava – e mi prendeva nel giro, Flegont – Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!

io rispondevo poco poco, mi doveva scucire tutto di bocca. Sfilavo il bracciale le mani fredde di fine giornata davanti allo schermo acceso con lui d’immagine spento. Flegont era un eikon e anch’io lo ero, ma lui di un dipinto, chissà perché si era scelto quel quadro, quell’uomo posato di tre quarti raffigurato su sfondo scuro sotto un copricapo rosso inchiostrato, chissà com’era Flegont mentre lo avevo attraverso lo schermo sul tavolo mio sul letto o divano, non lo guardavo e per forza, Flegont, che nome strano, per me era solo parole in grassetto e se ci ripenso lo amavo, se ci ripenso di quell’amore fermo senza passato o futuro in mezzo al mio niente che pure era qualcosa, era settembre novembre pioveva, era il ventiquattro dicembre la sera di tutte le sere era natale la neve cadeva mentre il mio niente si riversava nel suo di nuovo mio –  e dovevo fare i regali, dovevo sbrigarmi.

ti ho letto, scrisse la prima volta. Si riferiva a una cosa di cui mi vergognavo, settantamila battute di un’esplosione primordiale, descrivevo detriti, la fuga dei ratti e delle farfalle, così cominciava a odorare d’antico il nostro natale, ero a distanza, di casa, di stanza, la mia, nella città non sua non mia, più di nessuno, che all’improvviso collassava, e tutte le volte pensavo Ecco ci siamo, poi la paura si scollegava, ti prego non leggermi più. Costruivo trame di storie inventate, DiStanze mi dava tre mesi di tempo, io rispettavo le loro scadenze per non vedere bloccarsi lo schermo, forzosamente, da chi da che cosa non lo sapevo, mentre al di qua sopravvivevo, a lavoro andavo quando potevo, aspettavo che le strade fossero sgombre, che la guglia riprendesse a illuminare l’aria d’amianto, dalle persone mi scansavo, ero sola come dicevo o forse il contrario, facevo la donna scollata dal resto, un corpo svuotato davanti a uno schermo, e solo lo era anche Flegont, non aveva figli né moglie, così mi diceva, io gli credevo, diceva Ho due gatti, che cosa facesse di preciso non so, me lo disse in principio, l’ho detto: non è stato mai natale prima di Flegont, e mi chiamavo Morgana, ora non più.

che polsi, scrisse un’altra volta. Quello era uno scatto di me edulcorato patinato iperepidermico supercontrastato, da tanta bellezza appiattita ritoccata filtrava un essere scontornato sbiancato nel volto e le mani, e che caschetto liscio, mi scriveva Flegont all’inizio e anche dopo, visto che un inizio per noi lo era sempre tutte le sere quando arrivava natale dopo le nove e nevicava lustrini dal cielo che cosa hai addosso in questo momento, allora guardavo a strapiombo sotto di me, spesso inventavo, cambiavo a mente ciò che vestivo, così cosà con questo e quell’altro, ma sempre gli davo qualcosa di nero, avrei potuto davvero portare un abito scollato, se non avessi sempre indossato una tuta dagli elastici lisi slabbrati – la strada morente alla finestra, l’avanti e indietro geometrizzato delle pattuglie di ronda sotto i lampioni, Flegont, e tu come stai, che cosa hai addosso?

così d’abitudine l’attendevo. Ogni sera verso le nove Flegont era steso con me in me sul divano o a letto, la faccia a quel punto l’avevo bluastra anodizzata, gli occhi sforzati bruciavano molto, MI MANCHI, diceva. Ma come potevo mancargli … gli oggetti li prendi li sposti e ti mancano forse, ma lui non mi aveva mai presa spostata né resa: IO TU DI CURA AVERTI SAREI PELLE TUO ASSAI STASERA stasera? EVENTUALE POSSANO UN REGNO DI MATITE RESISTENZE MIA PROVA accolto MORSI SOSTIAMO Tu con me Xanax Notte SONO ANCORA SDOPPIATO SUCCHIARE MIO TUO così VOGLIO OSSA APRITI SETE TI VOGLIO COLAVO MIA voglio CIAO DECISO sesso MENTRE 2 38 INCHIODO ASETTICO che ONDE SMEMBRARTI noi SENI SOLO sono SOFFRO Sono quelli perduti che il vento adesso investe, Perduti, senza vele, né verdi isole ormai… CAZZO SOGLIA NESSUNO TAC era un TRITONE Cèline NESSUNO DOVE intorpidiva A VOLTE INTENSA GODARD da solo ADDOSSO MIA inerme IO sempre MONTARE assurdi REALE non PICCOLA PATICO SCUSA 334 5692305 Ti chiamo?

e avrei dovuto dirgli di no. Che voce. Come mi imbambolò. Non dissi, rimasi in attesa, in ascolto di un tono straniero, tomba di suono scartavetrato, parole sfrangiate di fiato sedimentavano in un ritornello di intonazioni nelle intenzioni, ecco: proprio questo avrei preferito evitare. Mentre lo aspettavo mi dicevo No, oggi di meno, non voglio sentirlo a tutte le ore, Ci sei, ti chiamo? non rispondevo, smettevo di scrivere, cosa diavolo avessi mai sempre da scrivere, Il cielo è morto! A te, materia, accorro! Ciao Morgana, e qui la bocca mi si smarriva, appesa a una terra lontana, ti succhierei le dita, il discorso cambiava, sempre che ce ne fosse uno di discorso, nel nostro continuo sciabordio vagheggiato tra nessi e parole andavo perdendomi, allentata, spossata, la veglia durava fino alle quattro, il sonno della notte ci tradiva, morivo nel letto, rinascevo all’alba, la mente di nuovo svelta, quando anche lui ricominciava la vita, fuori volgeva a un angolo di pomeriggio. Che sfasatura, come mi innervosivo. A volte pensavo al prima di Flegont, un pieno fatto di vuoto estraniato colato per intero nei miei testi ritorti. Dalla finestra volute di fumo addensavano nubi compatte elettrificate, il limbo urbano bersagliato senza preavviso, ero superstite, temevo, mi rannicchiavo al caldo sotto coperta nella luce vitrea azzurrata ai piedi del letto, Flegont nell’orecchio scendeva tra testa e polmoni nel nostro natale sommesso – e mi intristivo. In silenzio, senza sonoro, nascosta dal suo monologare, piangevo, non del racconto che mi correggeva, ma per qualcosa di contrario e fallato eppure allacciato indebolito al mio resto, e senza dirglielo rimpicciolivo, come mi mancava all’istante, Flegont, di quella mancanza riflessa imparata teorica sbandata lungo un percorso senza braccia né vene pulsanti.

con la smania di vedersi che aumentava. Ma dove abiti ora me lo dici, me lo chiedeva sempre più spesso, non rispondevo, non ce ne era bisogno, Mandami almeno una foto, gli scrivevo. Vuoi CONTROLLARE verificare che il mio corpo, le mie fattezze, non ti provochino disgusto. Nel caso fosse stato mostruoso sarebbe stato meglio saperlo per tempo. Parlare alla mente, legarsi a una voce scalzata dalla materia, separare l’inseparabile accogliendo l’inganno … invece trovare una corrispondenza, o almeno risalirne l’appartenenza, districarsi dall’affezione, non dovere subire l’ennesima delusione, come sarebbe stato brutto se una volta saputa e data per certa forma e presenza, il sentirlo a me ripugnante mi avesse precluso il nostro contatto: che cosa mi sarebbe mancato esattamente?

sempre che fosse il vento del nord a ammutolirmi vista e pensieri. Era natale, l’ultimo nostro, una sera dopo le nove decidemmo una data, un punto geografico di mezzo, Ti aspetterò al binario, disse. C’era una neve fosforescente che si compattava si ispessiva a profilare i confini della città, le stazioni erano aperte chiuse bloccate riaperte semideserte pattugliate, attendemmo un momento di stasi continua, Avrò un giubbotto grigio, un berretto di lana. Quel giorno mi preparai con cura precisa, volevo aderire per bene alla mia icona, se solo avessi potuto sostare sotto una luce filtrata immacolata, azzerare tutte le ombre. Era un mattino di freddo assolato, la coltre bianca scintillava luminescenze alla vista, l’ultima cosa che feci fu di inviare in DiStanze un racconto scritto enne volte, la storia di due sconosciuti mai visti innamorati lontani viventi nel 2017, poi presi la sciarpa i guanti la borsa – spensi lo schermo.

DiStanze

  1. Decidere per una interfaccia piuttosto che un’altra, tutto può apparire, noi sospendiamo l’incredulità e non solo, vogliamo stare nel gioco del senza > essendo LeStanze un tempo e non uno spazio, spirali di STRETTOIE a scelta multipla, si perderà la cosa a cui si terrà di più, siamo pronti a legarci a chi vuole slacciarsi troppo presto, siamo pronti a slegarci da chi vuole farlo troppo tardi, non interveniamo, il nostro non-intervento è l’unica forma attiva in azione, creiamo un circolo apatico impossibile da distinguere attivo-trascurato vs passivo-voluto, allarghiamo biforcazioni continue ne > NEL tempo immerso > IMMENSO senza dimenticare lo scorrimento, alterniamo sole pioggia vento notte nella ritmica atemporale che ognuno sceglierà per sé, bastano pochi eventi per la definizione esistenziale.

  1. Le icone devono/vogliono occuparsi DI narrativa, come da prerequisiti occorre partecipare a LeStanze con la messa in costruzione di almeno un romanzo, ogni sessanta battiti atemporali si DEVE premere press, se qualcuno non riesce a stare dietro alle scadenze si procede con la messa in visione pubblica della parte già scritta: le imperfezioni vanno a nostro vantaggio.

  1. Il nostro interesse per: trame, stile, identità artistica, valore letterario, è del tutto irrisorio, stimolare la scrittura dei viventi è il nostro motivo esibito (il nostro piano IN superficie), creare una sorta di > LA nausea scrittoria, allentare disincentivare uomini e donne alla scrittura creativa > RICREATIVA è IL nostro scopo occulto reale > REALE. Noi ci proponiamo di creare tempi vuoti negli scaffali futuri, destrutturiamo il piacere letterario, rendiamo inabili le coscienze artistiche attraverso la sovraesposizione: prima o poi smetteranno tutti >TUTTI.

  1. È un bisogno di sempiterna durata bellezza e perfezione dove tutto lentamente si DIstrugge, noi costruiamo per demolire, organizziamo un processo, sosteniamo alimentiamo inventariamo scegliamo eliminiamo, SMETTANO di non-esistere nella nostra memoria espansa tutte LE icone, i desideri siano ceneri DA lasciare, noi rinasceremo sopra le polveri degli scritti abbandonati: SIATE.

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© Francesca Marzia Esposito

 

 

 

 

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