Letteratura tedesca

Rainer Malkowski, Cerimonia

A Rainer Malkowski, morto il 1* settembre 2003, Poetarum Silva ha dedicato un articolo con la traduzione inedita di una poesia, Stelle, nel decennale della morte. Oggi, 1° settembre 2018, è ancora con la traduzione di una sua poesia, tratta dalla raccolta Hunger und Durst (“Fame e sete”) che Poetarum Silva esprime l’omaggio a un poeta che sorprende per la ‘complessa semplicità’ del suo dire.

 

Cerimonia

Questi rumori secondari,
quando l’uomo sbagliato
apre la bocca.

Acciottolare, fischiare.
Le parole
fanno resistenza.

Tolleranza, libertà, l’arte –

L’aria nella sala
si sente male
per respiro contaminato.

Suda solerte
il quartetto d’archi.

Rainer Malkowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Festakt

Diese Nebengeräusche,
wenn der falsche Mann
den Mund öffnet.

Es scheppert, es pfeift.
Die Worte
wehren sich.

Toleranz, Freiheit, die Kunst –

Der Luft im Saal
wird es schlecht
von unreinem Atem.

Beflissen schwitzt
das Streichquartett.

 

(da: Rainer Malkowski, Hunger und Durst. Gedichte. Suhrkamp 1997, p. 70)

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)

PoEstate Silva #49: Reiner Kunze, gioventù viennese prima del concerto

Reiner Kunze, foto di ©Jürgen Bauer, da qui

 

GIOVENTÙ VIENNESE PRIMA DEL CONCERTO

Sul podio dormono i contrabbassi,
pingui burattini, i fili
al di sopra del ventre,

e le tavole del palcoscenico sotto le sedie dei fiati
sono ancora nauseate dall’ultima volta

Ma loro, figlie e figli della loro città, tengono
i posti più convenienti tra quelli più a buon mercato
già occupati
come una fortezza espugnata

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

proSabato: Ingeborg Bachmann, Ondina se ne va

proSabato: Ingeborg Bachmann, Ondina se ne va

Voi uomini! Voi mostri!

Voi mostri di nome Hans! Questo nome che non riesco a dimenticare.

Ogni volta che attraversavo la radura e i cespugli si aprivano, quando i rami mi frustavano via l’acqua dalle braccia, le foglie mi leccavano le gocce dai capelli, m’imbattevo in uno che si chiamava Hans.
Sì questa logica l’ho imparata, che uno di voi deve chiamarsi Hans, che tutti senza eccezione vi chiamate così, tutti, ma in realtà uno solo. È sempre uno solo che porta questo nome, è uno solo che non riesco a dimenticare, anche se vi dimentico tutti, se vi dimentico nel modo più assoluto e totale, così come vi ho amati di un amore totale.
E anche quando i vostri baci e il vostro seme, saranno da tempo stati dilavati e trasportati lontano dai flutti di molte grandi acque – piogge, fiumi, mari – anche allora resterà pur sempre il nome che si propaga sott’acqua, perché io non so smettere d’invocarlo, Hans, Hans…
Voi, mostri dalle mani forti e irrequiete, dalle unghie pallide e corte, dalle unghie sbrecciate e orlate di nero, i candidi polsini attorno ai polsi, i maglioni sfrangiati, i monotoni abiti grigi, le ruvide giacche di pelle e le ariose camicie estive! Ma lasciatemi essere precisa, voi mostri, lasciate che vi dica una buona volta quanto siete ignobili perché io non tornerò, non correrò più ai vostri cenni né accoglierò più inviti per un bicchiere di vino, un viaggio, una serata, a teatro. Non tornerò mai più, non dirò mai più «sì», non dirò più né «tu» né «sì». Tutte queste parole non ci saranno più e forse vi dirò perché. Visto che conoscete tutte le domande che iniziano tutte con «Perché?»Non ci sono domande nella mia vita. Amo l’acqua, la sua densa trasparenza, il verde nell’acqua e le mute creature (muta sarò presto anch’io), e i miei capelli tra quelle, nell’acqua, nell’imparziale acqua, nell’indifferente specchio che mi impedisce di vedervi altrimenti. L’umida barriera tra me e me…

Non ho avuto figli da voi, perché non conoscevo domande né pretese né cautele, non avevo mire, non conoscevo il futuro e non sapevo come si fa a prendere posto in un’altra vita. Non avevo bisogno di essere mantenuta, non pretendevo dichiarazioni o promesse solenni, solo aria, aria notturna, aria costiera, aria di confine, per poter ogni volta riprendere fiato per nuove parole, nuovi baci, per una confessione senza fine: Sì. Sì. Dopo aver reso la mia confessione, ero condannata ad amare; quando un bel giorno mi liberavo dell’amore ero costretta a ritornare nell’acqua, nell’elemento dove nessuno si prepara un nido, si costruisce un tetto sopra le travi, si rifugia sotto un telone. Non essere in nessun luogo, in nessun luogo restare. Tuffarsi, riposare, muoversi senza spreco di forze – e un giorno ricordare, riemergere, attraversare una radura, vedere lui e dire «Hans». Incominciare dall’inizio.
«Buona sera».
«Buona sera».
«Abiti lontano?».
«Lontano, abito lontano».
«Anch’io abito lontano».

Ripetere sempre lo stesso errore, l’unico a cui si è predestinati. E a che serve allora essere stata lavata da tutte le acque, dalle acque del Danubio e del Reno, da quelle del Tevere e del Nilo, dalle acque chiare dei mari glaciali dalle acque d’inchiostro al largo dei mari e da quelle dei magici stagni? Le donne violente della specie umana affilano le loro lingue e mandano lampi con gli occhi, le donne miti della specie umana versano un paio di lacrime in silenzio che pure fanno il loro effetto. Ma gli uomini assistono tacendo. Passano amorevolmente la mano sui capelli delle loro spose e dei loro bambini, aprono il giornale, controllano i conti o accendono la radio a gran volume, ma intanto odono il suono della conchiglia, la fanfara del vento, e poi una volta ancora, più tardi, quando nelle case è buio, s’alzano dal letto di nascosto, aprono la porta e tendono l’orecchio scendendo lungo il corridoio in giardino, già per i viali, e ora l’odono distintamente: la nota di dolore, il grido lontanissimo, la musica spettrale. Vieni! Vieni! Una volta sola, vieni! (altro…)

I poeti della domenica #171: Peter Härtling, Tentativo di parlare con mio figlio

Peter Härtling in occasione di una lettura di poesie di Hölderlin a Nürtingen. Foto di Jüptner

 

Tentativo di parlare con mio figlio

Volevo raccontarti,
figlio mio,
nella rabbia
per la tua apparente
indifferenza,
per l‘estraneità
tra di noi,
di cui ti riempi la bocca,
volevo raccontarti,
ad esempio,
della mia guerra,
della mia fame,
della mia povertà,
di come sono stato strapazzato,
di come non sapessi più che fare,
volevo
rimproverarti
la tua ignoranza,
la tua pace,
la tua sazietà,
il tuo benessere,
che sono
anche i miei,
e mentre stavo
già lì
a parlare,
a tempestarti di colpi
di ricordo,
compresi che
null’altro ti stavo insegnando
se non odio e paura,
invidia e ottusità,
viltà e assassinio.
Il mio ricordo non è
Il tuo.
Come spiegarti
l‘incomprensibile?
Così parliamo
di cose
che conosciamo. (altro…)

I poeti della domenica #165: Christine Lavant, A ogni osso

 

A ogni osso

A ogni osso della mia spina dorsale
il dito del sole pone una domanda diversa –
io non lo ascolto, abito sotto al giorno
perché al centro delle mie orecchie risuona
uno strato dopo l’altro la campana incorporata a pezzi
e rigetta la salma del tuo nome.
Da tempo invecchia nell’ospizio la mia volontà
sul tetto si scioglie l’ultimo fiocco
del freddo sapere e penetra nel legno.
Le domande sulla sofferenza del raggio di sole
portano alla luce molte cose dal fondo del pozzo.
Lì dentro non guardo mai, guardo nella fossa
del mondo stravolto, dove ci siamo incontrati
e conto gli ossicini del tuo nome
mentre i miei sotto il colpo di sole
si ravvivano. Ognuno arriva a se stesso
e sa quello che è stato ed è, e predice il futuro.
Solo le ossa del cranio schivano ogni cosa
sentono il calore del sole come un puro trivellare
verso il segreto nascosto tra le mie orecchie.

*

An jeden Knochen meines Rückgrats stellt
der Sonnenfinger eine andre Frage –
ich hör nicht hin, ich hause unterm Tage,
denn in der Mitte meiner Ohren gellt
von Schicht zu Schicht die eingesprengte Glocke
und wirft den Leichnam deines Namens aus.
Mein Wille altert längst im Armenhaus,
auf seinem Dach zerschmilzt die letzte Flocke
des kalten Wissens und es sickert ein.
Die Pein-Befragung durch den Sonnenschein
bringt viel zu Tage aus der Brunnenstube.
Ich schau nie hin, ich schaue in die Grube
der Aber-Welt, wo wir zusammenkamen,
und zähl die Knöchelchen an deinem Namen,
während die meinen unterm Sonnenstich
ermuntert werden. Jeder kommt zu sich
und weiß was war und ist, und sagt voraus.
Der Schädelknochen nur weicht allem aus,
er spürt die Sonnenwärme nur als Bohren
nach dem Geheimnis zwischen meinen Ohren.

da Christine Lavant, Poesie, trad. di Anna Ruchat, Effigie 2016

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

.

Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

I poeti della domenica #151: Johannes Bobrowski, Il viandante

Il viandante

Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.

Johannes Bobrowski, dalla raccolta Schattenland, Ströme (“Paese d’ombre, fiumi”, 1962)
(traduzione di Anna Maria Curci)

.

Der Wanderer

Abends,
der Strom ertönt,
der schwere Atem der Wälder,
Himmel, beflogen
von schreienden Vögeln, Küsten
der Finsternis, alt,
darüber die Feuer der Sterne.

Menschlich hab ich gelebt,
zu zählen vergessen die Tore,
die offenen. An die verschlossnen
hab ich gepocht.
Jedes Tor ist offen.
Der Rufer steht mit gebreitenen
Armen. So tritt an den Tisch.
Rede: die Wälder tönen,
den eratmenden Strom
durchfliegen die Fische, der Himmel
zittert von Feuern.

 

Paesaggio amato, quello della natia Prussia orientale e dimensione umana – quasi un bilancio scritto dall’autore allora quarantacinquenne – richiamano l’uno l’altra in questa poesia di Bobrowski, che sceglie un tema caro ai Romantici tedeschi, un ‘universale della poesia’ e lo declina con le parole, le presenze, i versi e i ritmi che caratterizzano la sua produzione lirica. Questa intreccia costantemente le due valenze che la nutrono, la realistica e la simbolica. Oggi, 9 aprile 2017, nel centenario della nascita di Johannes Bobrowski a Tilsit, la mia traduzione è un piccolo omaggio a un poeta che merita di essere letto e tradotto e che, insieme agli altri Naturlyriker anch’essi attivi nella RDT, Peter Huchel e Sarah Kirsch, mostra consonanze con la cosiddetta “linea lombarda” del Novecento italiano, come recentemente osservato da Massimo Bonifazio in Vattene, Musa! Appunti sui passaggi in Italia della poesia di lingua tedesca. Le traduzioni in volume apparse in Italia sono di Roberto Fertonani (Bobrowski, Poesie, a cura di R. Fertonani, Mondadori, Milano 1969) e di Davide Racca (2013). (Anna Maria Curci)

Coriandoli a Natale #15: Georg Trakl, Nascita

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Nascita

Montagne: nero, silenzio e neve.
Rossa dal bosco scende la caccia;
Oh, che sguardi muscosi hanno le bestie.

Silenzio della madre; sotto pini neri
S’aprono le mani addormentate
Quando incolore appare la fredda luna.

Oh, la nascita dell’uomo. Notturna fruscia
Acqua azzurra al piede delle rocce;
Tra i sospiri guarda l’angelo caduto la sua immagine,

Si desta un lividore in stanza sorda.
Due lune,
Lucono gli occhi alla vecchia di pietra.

Ahi, il grido della partoriente. Con ala nera
Sfiora la notte le tempie del fanciullo,
Neve che cade piano dalla nube porpora.

Georg Trakl
Trad. di Enrico De Angelis in: G.T., Poesie. A cura di Grazia Pulvirenti, Marsilio 1999, p. 257

. (altro…)

Coriandoli a Natale #11: Heinz Czechowski, Natale

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NATALE,
e pioggia
lungo

l’intera
Via Senese:
già al mattino

ero ospite
del piccolo bar
per bere

e telefonare.
«Tu
non hai più una patria»,

disse asciutta
e io
provai

a procurarmi
dietro il muro
che sudava sangue

un kalashnikov.

.

NATALE,
und Regen,
die ganze

Via Senese
hinunter:
Morgens schon

war ich zu Gast
in der kleinen Bar,
um zu trinken

und zu telefonieren.
»Du
hast keine Heimat mehr«,

sagte sie kühl,
und ich
versuchte

hinter der Mauer,
die Blut schwitzte,
eine Kalaschnikow

zu erwerben.

.

Heinz Czechowski, dal ciclo Inferno, in: H.C., Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2012

Gli anni meravigliosi #19: Horst Bienek

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

zilpzalp2010

La diciannovesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” è dedicata a Horst Bienek e, in particolare, a un suo componimento del 1974, Wörter.

Horst Bienek, Wörter

Wörter
meine Fallschirme
mit euch
springe
ich
ab

Ich fürchte nicht die Tiefe
wer euch richtig
öffnet

schwebt

 

Horst Bienek, Parole

Parole
i miei paracadute
con voi
salto
giù
io

non temo la profondità
chi correttamente
vi apre

fluttua

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Workuta

Horst Bienek nacque il 7 maggio 1930 a Gleiwitz (oggi Gliwice, in Polonia) nell’Alta Slesia. Costretto a lasciare la regione natale nel 1946, all’indomani del secondo conflitto mondiale, visse prima a Köthen, nell’Anhalt, e poi a Potsdam, dove collaborò alla “Tagespost”, pubblicando le sue prime poesie. Nel 1951 fu scelto da Brecht per far parte della classe degli allievi particolarmente meritevoli al Berliner Ensemble. Nel novembre dello stesso anno fu arrestato e un anno dopo fu condannato a venti anni di lavori forzati per propaganda antisovietica e per presunto spionaggio in favore degli Stati Uniti. Fu deportato nel campo di lavoro forzato di Workuta, oltre il Circolo Polare Artico, dal quale tornò, in virtù di un’amnistia, dopo quattro anni. Nel 1955 si trasferì nella Repubblica Federale Tedesca, lavorò prima come redattore per le trasmissioni culturali presso l’emittente Hessischer Rundfunk, per poi dedicarsi all’attività di libero scrittore dal 1968, anno in cui stabilì la propria residenza nei pressi di Monaco di Baviera. Tra i suoi romanzi va menzionato Die Zelle (La cella), del 1968.

Nel 1990, in occasione della Fiera del libro di Lipsia, fu chiesto a Bienek  perché non avesse mai scritto della sua vita a Workuta. Bienek non rispose, ma si mise all’opera. Proprio al resoconto dei suoi anni nel gulag stava lavorando, quando, il 7 dicembre, Bienek morì per le conseguenze dell’AIDS. Lo scrittore Michael Krüger ha raccolto i frammenti lasciati da Bienek, ne ha curato l’edizione, ne ha scritto la postfazione e, all’inizio di questo anno 2013,  il volume Workuta di Horst Bienek è stato pubblicato per i tipi della casa editrice Wallstein di Göttingen.

Se c’è una traccia sonora per la vita e per l’opera di Horst Bienek, questa è, a mio parere, il brano degli Area Return from Workuta, dall’album del 1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!

© Anna Maria Curci

Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger

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Francesca Paolino, Una vita.  Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Una ricerca appassionata, alimentata negli anni dal desiderio di ricostruire, quasi passo dopo passo, una vita, quella di Selma Meerbaum-Eisinger, per sottrarla a chi facilmente dimentica e restituirla a chi ama la poesia: il risultato, convincente, è la biografia che Francesca Paolino ha scritto: Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942). La prima biografia in assoluto dedicata a Selma Meerbaum-Eisinger è una biografia ben costruita, dotta e coinvolgente allo stesso tempo, che testimonia pienezza del sentire e passione di ricerca. Attorno alla storia di una vita, a quella di Selma, al suo fianco in alcuni casi, in molti  in partenza per tragitti diversi, altre si snodano, in una dolorosa, commossa traversata nello slancio della speranza e nell’orrore schiacciante. Blütenlese, florilegio di vite, sogni, eventi che lasciano orme. “Una vita può gettare ombre sulla luna”, scriveva in una poesia la diciassettenne Selma, poco prima di essere deportata, in un treno merci, in un campo di lavoro nazista in Ucraina.
Chi è Selma Meerbaum-Eisinger? Scrive Francesca Paolino:

Quel che sappiamo di Selma Meerbaum-Eisinger è stato raccontato da chi condivise con lei gli anni spensierati di Czernowitz o gli ultimi mesi di vita nel campo di lavoro in Ucraina, pochissimi testimoni rintracciati molti anni dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, quando qualcuno cominciò a interessarsi al suo caso. Quando ella si spense, dentro una gelida baracca in un luogo ai confini con il continente asiatico oggi scomparso dalle carte geografiche, non lasciò nulla di autobiografico, se non una lettera scritta proprio dall’Arbeitslager di Michajlovka – l’ultima – e poche poesie, miracolosamente sottratte all’oblio. Alla fine degli anni Settanta il giornalista tedesco Jürgen Serke […] ricevette dalla poetessa Hilde Domin una copia della prima edizione assoluta delle poesie di Selma, un’edizione privata, uscita nel 1976 in Israele, che la stessa Domin aveva ricevuto in regalo da una cugina di Paul Celan residente in America.

Selma nacque a Czernowitz il 5 febbraio 1924, figlia di una coppia di sposi felici e innamorati. Ma la felicità durò poco. Il padre, Max Meerbaum, originario di un piccolo paese della Bucovina, morì a soli ventinove anni, stroncato dalla tubercolosi. La madre, Frieda Schrager, che avrebbe poi sposato Leo Eisinger, era nata e cresciuta a Czernowitz con i numerosi cugini: tra questi, la prediletta era Friederike, “Fritzi”. Frieda rimase sempre in contatto con la cugina Fritzi, anche dopo le nozze di lei con Leo Antschel e la nascita del figlio Paul (Paul Antschel, Paul Celan).  Selma e Paul, che, secondo testimonianze,  si recavano con le famiglie dal nonno Schrager in occasione dello Shabbat,  erano dunque figli di due cugine molto legate tra loro anche se molto diverse: di “estrema semplicità” Frieda, la madre di Selma, colta e appassionata di letteratura Fritzi, la madre di Paul, che gareggiava con il figlio nel citare a memoria i poeti della tradizione tedesca.
Selma, la ragazza “affamata” di poesia, come ricorda l’amica Margit Bartfeld, si rifugiava dietro l’ultimo banco a scuola, per poter leggere i suoi autori preferiti e annotare le proprie impressioni. La poesia aveva la precedenza su tutto, anche sulla vita nel gruppo Haschomer Hatzair (“Giovane sentinella”), al quale aveva aderito con entusiasmo. «La poesia era un interesse condiviso con poche amiche», scrive Francesca Paolino. Tra queste, Else Keren, che ricorda di Selma:

Citava spesso Rilke, mentre io all’epoca avevo scoperto il poeta Paul Géraldy. Anche suo cugino Paul […] ci leggeva a volte delle poesie, ci parlava di Kafka, Rilke. Preferiva però leggerci le sue composizioni. Non gli rivelammo mai che anche noi scrivevamo.

L’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche influì immediatamente e con effetti pesanti sulla vita della comunità ebraica nella Bucovina, regione posta nell’area di confine tra Ucraina, Moldavia e Romania e assegnata alla fine della prima guerra mondiale alla Romania. Proprio in Romania, nell’autunno del 1939, i controlli sull’attività degli ebrei si fecero sempre più serrati. Dal dicembre 1939 l’Haschomer Hatzair, per evitare incidenti, limitò le proprie attività, soprattutto quelle all”aperto. Selma festeggiò con gli amici del gruppo la festa di Chanukkah. Quella notte, durante una passeggiata all’amato Colle degli Asburgo, Selma, come ricorda Else Keren, si fece silenziosa, si staccò dal gruppo degli amici in festa e appuntò qualcosa sul suo inseparabile libricino, forse i versi della poesia Farben, Colori, qui, come tutte le poesie riportate nella biografia, nella traduzione di Francesca Paolino.

Farben

So blau liegt es über dem schneeweißen Schnee
und so schwarz sind die grünen Tannen,
daß das ganz leise hinhuschende Reh
so grau ist wie nie beendbares Weh,
das man doch so gern möchte bannen.

Schritte knirschen in Schneemusik
und Winde stäuben die Flocken zurück
auf die weiß überschleierten Bäume.
Und Bänke stehen wie Träume.

Lichter fallen und spielen mit Schatten
unendliche Ringelreihen.
Die fernen Laternen blinken mit mattem
Schein, den vom Schneelicht sie leihen.

18.12.1939

Colori

È così azzurro sulla neve candida,
gli abeti verdi sono così neri,
che il capriolo, sgusciato di soppiatto,
è grigio come la pena senza fine,
che pure scacceresti volentieri.

Scricchiano passi, musica di neve,
e i venti rimandano polvere di fiocchi
sugli alberi velati di bianco.
Panchine come sogni.

Luci calanti vanno con le ombre
in girotondi infiniti.
Remote lanterne brillano d’un chiarore
attutito, preso allo sfavillìo della neve.

18.12.1939
(traduzione di Francesca Paolino)

La vita della comunità ebraica a Czernowitz era segnata. Scrive Francesca Paolino:

Il cerchio cominciava a chiudersi. La generazione nata negli anni Venti era ormai cosciente della gravità della situazione; giungevano notizie dai ghetti in Polonia e si sentiva parlare di crudeltà inimmaginabili.

Pochi giorni dopo che Selma ebbe terminato la decima classe della scuola secondaria, la Romania entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Asse. Il 7 luglio 1941 venne incendiata la sinagoga di Czernowitz, il 30 luglio 1941 un’ordinanza a firma del colonnello Alexandru Riosanu confermò il divieto per gli ebrei di uscire da casa e l’obbligo di appuntare sui vestiti la stella di David. La mattina dell’11 ottobre 1941 venne decretata la costruzione del Ghetto, situato nel vecchio quartiere ebraico. Da allora le notizie sulla vita di Selma si fanno sempre più dolorose e, allo stesso tempo, di ardua ricostruzione. Francesca Paolino intitola al condizionale il capitolo conclusivo della biografia: “Questa sarebbe la fine”. Con questi versi di Selma Meerbaum-Eisinger rimando alla lettura del volume:

Schlaflied für mich

Ich wiege und wiege und wiege mich ein
mit Träumen bei Tag und bei Nacht
und trinke den selben betäubenden Wein
wie der, der schläft, wenn er wacht.

Ich singe und singe und sing’ mir ein Lied,
ein Lied von Hoffnung und Glück,
ich sing’ es wie der, der geht und nicht sieht,
daß er nimmermehr gehn kann zurück.

Ich sage und sage und sag’ mir die Mär,
die Mär vom Liebesgeflecht,
ich sage sie mir und glaub’ doch nicht mehr
und weiß doch: das Ende ist schlecht.

Ich spiele und spiele mir die Melodei
der Tage, die nicht mehr sind,
und mache mich von der Wahrheit frei
und tue, als wäre ich blind.

Ich lache und lache und lache mich aus
ob dieses meines Spiels.
Und spinne doch Träume, so wirr und so kraus,
so bar eines jeden Ziels.

Januar 1941

Ninna nanna per me

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta.

Gennaio 1941
(traduzione di Francesca Paolino)

 

Francesca Paolino, Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942). Edizioni del Faro, Trento 2013

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Francesca Paolino, nata nel 1978, germanista, si occupa da anni di Selma Meerbaum-Eisinger. Affianca alle ricerche letterarie le attività di traduttrice e guida turistica.