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Serve l’horror per raccontare il nostro tempo: l’esempio di Spazio Negativo

Di Antonio Potenza 

 

“All of the best parts make you sorry
All of the worst parts make you strong
And Satan is waving
Satan is waving with Halloween candy”
Satan, Andy Shauf

 

Quando mi mancavano poco meno di trenta pagine alla fine del libro era ancora agosto e la luce era tremenda e asfissiante. L’avevo chiuso con l’intenzione di non pensarci più, almeno fino a sera, o forse fino all’indomani, e invece il suo pensiero mi aveva tormentato per tutto il tragitto verso casa, durante la cena e persino sotto la doccia per levare la sabbia. Quindi non c’è da sorprendersi se poi una volta a letto ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno sul balcone. Anche se non c’era: ho controllato. Ma mentre cercavo di prendere sonno non ho smesso di essere convinto che qualcuno sull’uscio, tra la stanza e il balcone, mi stesse osservando.

Tanto basterebbe per parlare di Spazio Negativo di B.R. Yeager, edito da Nero Editions, ma non è abbastanza. Per due motivi. Il primo è che sarebbe ingiusto ridurre l’opera a un jump scare letterario, creato con il solo fine di agitare i miei sogni. Il secondo è che in questo momento storico l’horror, in quanto dispositivo narrativo, sta raccontando pieghe del presente da angolazioni nuove e, per certi versi, più efficaci rispetto alle narrazioni tradizionali.

Spazio Negativo è ambientato a Kinsfield, plumbea cittadina immaginaria del New Hampshire, dove un’epidemia di suicidi adolescenziali dilaga senza che nessuno riesca a spiegarne l’origine. Al centro, le storie di quattro adolescenti, Jill, Lu, Ahmir e Tyler, che passano le giornate tra forum online, una nuova droga chiamata Whorl e i margini della città. La narrazione è illuminata dai diversi punti di vista dei quattro ragazzi e prende le mosse proprio da questa epidemia, per poi concentrarsi  sulla figura di Tyler (l’unico a non raccontarci mai questa storia). Tyler, il più inquietante e carismatico dei quattro, sembra essere un tramite tra questo mondo e un altro e il mezzo con cui si muove tra queste dimensioni è proprio la Whorl.


Il romanzo esce negli Stati Uniti nel 2020 per Apocalypse Party, piccola casa editrice indipendente di Filadelfia, e subito decolla grazie ai dispositivi che Yeager già da Amygdalatropolis (uscito in Italia sempre per Nero Editions nel 2024) ha sempre utilizzato: cioè i forum online, che si configurano sia come strumento attraverso il quale Yeager fa guadare i suoi personaggi nella palude della realtà,  sia come luogo dove i libri di Yeager stesso trovano la più accorata accoglienza.


Dicevo che Spazio negativo, al contrario del suo predecessore Amygdalatropolis, spaventa in maniera viscerale e verrebbe da pensare che se l’intento dell’autore fosse stato soltanto quello di scrivere un horror letterario per terrorizzarci, allora ci è riuscito bene. Tuttavia, l’opera attraverso i dispositivi della tradizione horrorifica, e quindi il soprannaturale, i suicidi adolescenziali, i riti mistici che si confondono con il sesso, mette in scena in verità la storia di un passaggio doloroso che è quello dell’adolescenza verso la giovinezza adulta. Processo che nella realtà è ancor più frastagliato, ma che comunque Yeager, proprio tramite i topoi del genere, restituisce con grande impatto emotivo. Il suo è di fatto un contraltare alla tipica narrazione americana di questo tratto di vita: la scuola con le sue classi sociali più o meno severe ma tipicamente rappresentate come una fisiologica distribuzione del merito, il ballo di fine anno, gli amori che si compattano o si disgregano e poi il mondo adulto dove il sogno americano si concretizza. Yeager fa l’esatto opposto. Ciò che disegna è un piano inclinato che diventa tanto più scivoloso quanto più Jill, Lu, Ahmir e Tyler crescono. Non c’è ballo di fine anno, gli amori che (r)esistono sono tossici, sia in termini psicologici che stupefacenti: ci sono solo santi protettori, masturbazioni rituali e corpi appesi alle travi del soffitto.

Leggendo la prima parte del libro si cede all’equivoco di credere che il tema al di sotto della superficie mostruosa sia l’abuso di droghe e di noia, ma man mano che si procede, specialmente quando poi i rapporti tra i quattro si ingarbugliano, la scuola finisce e la Whorl prende possesso di Tyler, si avverte uno scostamento da questa impressione e ci si lascia guidare nei meandri per niente illuminati che sono stati preparati da Yeager per noi. In questi anfratti c’è la realtà cruda, dove i quattro ragazzi hanno creato la loro claudicante vita da adulti, con lavori sottopagati e problemi di dipendenza. Spazi angusti che puzzano di quella adolescenza che abbiamo visto nella prima parte del libro. Se la portano dietro, come una traccia e con questa dialogano costantemente.

È un punto del libro nel quale l’idea dell’altra realtà che si infiltra in quella di Kinsfield va diluendosi. Così fanno anche l’epidemia di suicidi e i rituali. In questa fase della storia resta a galla, come una pancia gonfia di balena, questa carne flaccida che è la vita adulta ma anche la nudità del processo orrorifico. È qualcosa che fa il paio con ciò che Calvino scriveva per il fantastico in Racconti fantastici dell’Ottocento, e cioè che il fantastico “ci dice molte cose sull’interiorità dell’individuo e sulla simbologia collettiva”. Il parallelismo con il genere horror è presto fatto (a patto di ribaltare il sentimento su cui fa leva la narrazione. Per il fantastico è la meraviglia; per l’horror lo spavento come scandalo). In questo momento storico si vede, forse per la prima volta, in maniera crossmediale e anche destinata al grande pubblico, l’utilizzo di questi topoi come strumento di racconto del presente, persino di denuncia. Non solo in letteratura, ma anche nel cinema. Non è un caso che il botteghino, quest’anno, sia stato conquistato per buona parte da diverse pellicole di genere.

Tra tutti, si è imposto nel discorso pubblico, Obsession  di Curry Barker, che racconta la storia di Bear, timido commesso innamorato da anni dell’amica Nikki, che compra in un negozio esoterico un oggetto che esaudisce i desideri a un prezzo oscuro e desidera che lei lo ami sopra ogni cosa. Da quel momento la pellicola scivola da commedia romantica malinconica a horror sull’ossessione e il controllo.


Il film funziona perché tutto ciò che è terribile spaventa; e tutto ciò che è affettivo intossica. Grazie all’estetica horror quella cancellazione dell’altro, che nella vita reale è di difficile individuazione, diventa corporea.


E ancora: Camp Miasma di Jane Schoenbrun, che parte dallo stesso presupposto benchè  con esiti più deboli. Da tradizione, il genere slasher ha sempre punito il desiderio. Infatti, nelle pellicole a morire era chi era distratto dal sesso. Si salvava chi era fuori dalla dinamica desiderante. D’altro canto, il mostro era proiezione dell’ansia verso tutto ciò che era sessualmente o identitariamente deviante e deviato (in Camp Miasma reso esplicito dalla backstory transfobica del villain). Schoenbrun abita quella grammatica e la rovescia, facendo incontrare la regista queer Kris con Billy, la Final Girl ritiratasi a vivere proprio dove il primo film fu girato, sovrapponendo così lo spazio della finzione a quello reale. Nonostante i limiti evidenti del film (un buon cast al servizio di una pellicola scialba: non abbastanza parodia woke e non del tutto slasher metanarrativo, tantomeno alla fine un’opera godibile) resta vera l’evidenza dello stesso processo delle altre due opere: l’orrore come lente attraverso la quale guardare a un presente fatto di discriminazioni, desiderio occluso, adolescenze affettivamente violente.

Dal trailer del film Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte

Infine, è indicativa in questo senso, cioè quello di una rilettura generale del genere, anche la scelta de L’Estranea, diretto da Paolo Strippoli, come candidato italiano per il premio Oscar per il miglior film internazionale. Un dramma (da grandi premesse, ahinoi, non così rispettate) a tinte thriller e timidi balzi horror, che segue la rovina di una famiglia borghese alla fine degli anni Novanta. La storia si apre con Anna, interpretata da Jasmine Trinca, che si presenta senza preavviso a casa della figlia Alice, con cui i rapporti sono freddi da tempo, per raccontarle un segreto che si porta dietro da vent’anni: aver stretto un patto con un’estranea (Valeria Bruni Tedeschi) per salvare la gamba della stessa Alice dopo che il loro cane l’aveva maciullata nell’estate del 1999. Patto faustiano, le cui conseguenze si sono abbattute su tutti i membri della loro famiglia, fino a distruggerla del tutto.

Da L’Estranea – Foto di Paolo Ciriello

Strippoli, in un’intervista su Rolling Stone in dialogo con Boris Sollazzo, ha dichiarato riguardo all’horror che si tratta di “un genere che prende l’orrore caotico del mondo e lo razionalizza in una narrazione”.

Che è di fatto ciò che hanno fatto – al netto della buona riuscita parziale o totale – le opere precedenti, e ancora di più con particolare successo Spazio Negativo: lo fa, nello specifico, nelle trenta pagine che ho dovuto leggere il giorno dopo la mia notte insonne (assieme alla presenza che mi aveva guardato dormire). Scommette, cioè, sul genere horror per mostrare con crudezza l’arrivo senza parastinchi nel mondo degli adulti: il resoconto di come ci portiamo dietro tutte le tracce che l’adolescenza ha lasciato sulle nostre braccia, di tutte le voci che abbiamo dovuto ascoltare e che ancora riverberano nelle orecchie; del gusto della bile e delle lacrime; del colore di novembre, quando le giornate sono corte e si è vittime dei pomeriggi neri e dei lampioni arancioni. In Spazio Negativo, alla fine, l’horror è soltanto un vagone con il quale attraversiamo, insieme a Lu, Tyler, Ahmir e Jill, una stanza e approdiamo nell’altra.

Gli orrori a corredo li fornisce la vita.


In copertina: Paul Klee, Sogno intenso, 1929


 

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