Di Annachiara Mezzanini
e Annachiara Atzei
“È strano dire la verità. Somiglia al punto di contatto tra la bocca delle sanguisughe e la pelle del corpo. È come un punto di carne che una volta reso insensibile dalla saliva delle sanguisughe facilita il passaggio da un essere all’altro. E alla fine resta il fatto che nessuno saprà quale dei due esseri rimane in vita. Quindi la verità non può essere detta tanto facilmente.”
Atieh Attarzadeh, Guida per morire con le piante medicinali
Lo sguardo muta, si trasforma, inciampa, ricorda. Le immagini popolano la nostra mente e rendono in un movimento perpetuo quegli istanti ormai perduti. Ma cosa succede quando il nostro ultimo ricordo visuale si marmorizza nell’infanzia, nell’esatto istante in cui la vista viene perforata e persa? Se gli occhi ne sono lo strumento, la mano e il palato si fanno amplificatori e antenne, oggetti di percezione simultanea. E, così, le dita e la lingua cominciano a ricordare, il piede e l’orecchio cominciano a misurare lo spazio e l’ambiente; il tempo tramuta in un elemento relativo, la sottile linea che divide il passato e il presente si annulla. Le cose smettono di avere una forma e acquisiscono un odore, una consistenza, un potere talvolta mortale. Il rapporto con la madre rimane inalterato: poche parole, gesti ripetuti, infinite letture e lavoro senza tregue. Le piante, se pestate, essiccate, triturate e conservate all’asciutto, divengono le compagne di un’intera vita, il sapere della tradizione che si riversa sul presente, il simbolo di una dissidenza politica taciuta e di un vecchio incidente dimenticato, la sentinella per un futuro al di fuori dalle stantie mura domestiche.
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Guida per morire con le piante medicinali (Polidoro, 2026), di Atieh Attarzadeh è la storia di una madre e di sua figlia, resa inspiegabilmente cieca, ancora bambina, dalla pianta di crisantemo selvatico, un giorno di diciassette anni prima, ormai troppo lontano perché ancora in famiglia se ne possa parlare. Le loro vite si attorcigliano l’una all’altra, come talvolta succede a certi arbusti, nel buio di un seminterrato nascosto tra le strade polverose di Tehran. La loro percezione della realtà è offuscata dai suffumigi delle tisane, antichi rimedi per ogni male conosciuto, che le due donne preparano secondo vecchie ricette. Nessuno attraversa la soglia di quella casa, tranne l’erborista Sayyed, che distribuisce e vende i medicamenti che loro confezionano. In questo isolamento forzato e da loro stesse voluto – in cui madre e figlia convivono stringendo, con il passare degli anni, un legame soffocante e difficile da spezzare – la storia assume contorni inattesi in cui vita vera e vita segreta, allucinazione, mistero e coscienza di sé confondono i piani.
Ma, un certo punto del racconto, si apre uno squarcio che consente inaspettatamente alla protagonista di spalancare il suo orizzonte verso l’esterno: un mondo nuovo e distante, in cui finalmente potersi muovere e decidere del proprio futuro, si palesa come una scommessa personale difficile quanto affascinante. Si tratta dell’incidente scatenante che farà mutare lo stato delle cose cambiando il loro corso e porterà a galla il desiderio – o meglio la necessità – di affermare la propria autonomia (darsi la chance di esistere davvero), pur se il corpo sembra non consentirlo del tutto, almeno in apparenza. È impensabile, infatti, e fa perfino paura, immaginarsi senza una madre dopo i lunghi anni di cecità – privata dei suoi insegnamenti e delle sue rassicurazioni – e ipotizzare di muoversi libera al di fuori di una casa conosciuta palmo a palmo, quando anche il solo risveglio al mattino è spiazzante e risalire il confine che separa la veglia dal sonno è faticoso da decifrare. Ogni cambiamento è, in fin dei conti, dolore.
Ma dove sta la verità? Mentre leggiamo, ci domandiamo continuamente se gli eventi stanno accadendo davvero o si tratta solo di un delirio psicotico causato dal rapporto di codipendenza tra le protagoniste, poiché ogni fatto si sussegue in maniera rovinosamente normale. Ci domandiamo se, quando la ragazza separa le braccia dal corpo per abbandonarsi all’irrealtà e alla fantasia, il suo sia il tentativo di percepirsi esistente, viva, vera e ormai al di fuori della sua condizione di prigionia, o si tratti solo di una trasfigurazione metafisica. Sono davvero numerosi i quesiti che il libro pone, primo fra tutti quanto sia forte il potere dell’immaginazione – di chi racconta e di chi legge – e quanto sia salvifico. O, al contrario, irrimediabilmente distruttivo.
Insomma, qualcosa di misterioso e conturbante ci inghiotte al centro di quest’opera di Atieh Attarzadeh, caso editoriale in Iran e uno dei romanzi più audaci e difficili da classificare della narrativa persiana contemporanea. Al vertice di tutto, un esito impensato, non tanto per l’irreparabile finale, quanto per il modo in cui l’autrice sceglie di raccontare il mistero, il trauma e l’ossessione vissuti dalla giovane protagonista, la cui coscienza e il cui sentire combaciano a salti – come se la realtà sfuggisse al suo controllo – contribuendo alla sua vertigine. Al modo di narrare dell’autrice è dovuto anche lo spaesamento di chi legge, così come lo stupore e una certa sensazione di disagio. Ma non solo. In questa storia si mescolano sofferenza e morte, il gotico (il “realismo straniato”, come viene definito nella postfazione curata dal traduttore Domenico Ingenito) e la filosofia. Le parole di Avicenna, il Maestro persiano che tutto può guarire, guidano e confondono allo stesso tempo: “La morte – scrive – si verifica quando l’anima carnale si distacca da organi e arti per lasciarli in balia di sé stessi, al pari di un’artista che mette via i propri strumenti quando è l’ora di riposare. La natura di questo processo vi sarà chiara una volta che avrete compreso il modo con cui lo spirito perviene all’esistenza”. Una teoria enigmatica e complessa, un tentativo di trovare risposte a una esistenza fragile e spesso soffocante. Piante sminuzzate e corpi tagliati, ferite e sopravvivenza, cura e abbandono, ascolto e rifiuto altro non sono che il segno di un’anima che si distacca dalla persona e ne resta indipendente. In questo modo, provando a smettere di percepire il proprio corpo – così sensibile e ricettivo – e il mondo esterno che incombe da fuori, sarà possibile asserire finalmente la propria esistenza?
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Nel dedalo di queste esistenze intrecciate tra le stanze della casa e le strade di una città caotica e fragile, irriconoscibile, il confine tra reale e fantastico è labile. La roccaforte domestica appare come l’ultimo baluardo di speranza, ma allo stesso tempo si presenza come la cella opprimente di un destino prestabilito da tempo. La ragazza allontana le braccia dal corpo e si perde oltre i propri occhi chiusi, la madre inaridisce e si consuma, abbandonando a sua volta il proprio corpo senza lasciare nessuna traccia. Dove l’esistenza scivola verso il macabro, dove il lavoro delle mani e della tradizione erboristica si mescolano con la stregoneria, dove il personaggio mitico si trasforma in corporea presenza, lì risiede la chiave del romanzo, il senso della continua ricerca di un io frammentato e perduto.
Oltre il proprio sguardo limitato dal corpo, dentro a un seminterrato odoroso, le donne di questa storia si scontrano e si perdono, con la promessa che, un giorno, tutto il loro dolore possa finalmente evaporare altrove, come un veleno medicamentoso.

In copertina: illustrazione tematica a cura di Annachiara Mezzanini

