Di Gabriele Doria
Ogni volta unica, la fine (del mondo).
Ogni volta unico, l’amore (per il cinema).
O anche: interrogarsi – durante il film – su quanto tutto ciò che (mi) distrae dalla visione – impegni presi, non mantenuti, mancanze, assenze, ritorni, il conto alla fine, della fine – attraversi ciò che sto guardando. Illudersi che Odissea di Nolan sia un film d’amore, ancora per un po’ di tempo, e finalmente – tutto il grande cinema è, in fondo, cinema d’amore (chi l’ha detto?). Eppure, perché sono così deluso, alla fine?
In realtà so perfettamente che non ci si può mai stancare da un residuo di presenza di fondo: e cioè: io mi convinco di guardare ciò che dovrei guardare, di dedicare mediocre attenzione mediando tra tregua e desiderio – di essere altrove; svisionando sempre verso percorsi prestabiliti. Ma: dare forma di esistenza al sogno (per gli altri, e quindi amore amici psicanalista) significa raccontarlo, significa tradirlo. Vivere per tradirlo. Anche il sogno della fine, così caro a Nolan. È la forma in cui è racchiusa la palla di vetro di Citizen Kane, che si infrange subito, dal di dentro dell’immagine, e dà inizio al film, e dà inizio al cinema. Con un sogno infranto.

[Privilegio e condanna dello scrivere nel tempo, nel non ancora: e allora io che – stravaccato, svogliato, già prevenuto – penso ad altro, a quanto tutto il cinema di Nolan somigli al Mondiale di calcio appena terminato; una grandiosa magniloquente costruzione, un infinito dibattersi e non sapere cosa fare di questa enormità mostruosa: una finale avara e stanca tra Spagna e Argentina. Però: rispetto alla precisione della vendetta e il tema della freccia, ampiamente pre-visto nella memoria scolastica più o meno blandita, vuoi mettere la precisione di Erling Haaland? Ovvero: nella frustrante precisione del tracciato del già visto, ciò che davvero supera per forza e velocità – non l’occhio, ma la capacità di illudersi – è questo possente centravanti nordico con i lunghi capelli biondi e le labbra carnose, che svetta superbo su tutte le mie capacità di pre-visione, sulla mia noia, su me stesso che immagino non potere sorprendersi. E io che pateticamente, allora, sogno una Norvegia in finale della Coppa del mondo, allontanandosi in fine da ogni pretesa di divismo, di narrazioni di irritanti last dance e storiche Legacy. Mi illudo delle pretese dell’altrove, e che sto assistendo all’irruzione del non previsto. L’attimo di lacerazione. La flagranza del visibile, nella marea.
Mi annoia l’onnipotenza di Ulisse quanto mi esalta Haaland che salta due metri e segna un goal, senza avere mai toccato il pallone per tutto il resto della partita, contro il Brasile (sospetto di furbizia dei compagni che lo evitano sistematicamente, come in quel racconto di fantascienza di Asimov1 in cui il cavallo più forte del mondo viene trattenuto per quanto possibile perché troppo superiore a tutti gli altri concorrenti, dissimulando uno strapotere fisico eclatante). Ma ancora più incredibilmente: pochi minuti – pochi attimi dopo nel mio occhio – riceve il pallone al limite dell’area di rigore, facendo goal in diagonale, da fermo. È un senso di onnipotenza talmente irridente e totale, quel fermarsi e prendere la mira, contro il Brasile, che umilia qualsiasi lavoro perpetuo del set, pretesa costruzione dell’imprevedibile, del già detto nel già fatto ma – tutto questo scritto ora a posteriori è assolutamente banale. Mi piacerebbe che tutto il grande cinema fosse cinema d’amore. D’amore anche per il vetro infranto].
L’Odissea di Nolan inaspettatamente mi emoziona in diverse parti, e io mi costringo a ragionare sul fatto che ogni film, anche brutto, contiene una parte di meraviglia (mi costringo a crederci). Credere che ci sia sempre un resto di agguato, l’esaltante possibilità di una non coincidenza. Immagine che infine non coincide con l’immagine, non si riconosce mai del tutto con sé stessa (non è la legge fondamentale cui soggiace ogni immagine?).
Il mito di Narciso.
Ma bastano due sole parole:
il ti amo pronunciato dalla ninfa Eco,
per rovesciare l’immagine fissa nel suo infinito avvenire.
L’Odissea è davvero un film d’amore?

Troppo facile la memoria filmica, che mi suggerisce che qualsiasi Odissea da girarsi è un film d’amore, e di noia, come quella da sempre irrealizzabile dal regista Fritz Lang nel film di Godard, la parte più bella interpretata da Brigitte Bardot. E anche l’Ulisse di Joyce è in fondo un film d’amore – questioni di montaggio – , d’amore certo con la propria mano. [La citazione parafrasata si deve a Carmelo Bene, che a sua volta citava chissà chi. Una delle cose meno citate di Carmelo Bene sono invece i suoi discorsi sul calcio, il suo discorso su due piedi tracciato con Enrico Ghezzi. Bene vedeva il calcio come una rappresentazione completamente compromessa dalla Storia, un non-senso stancamente tipico, tipicamente spettacolare, comunque capace di radiosi inciampi e passaggi di improvvisa grazia: laddove l’inseguire perversamente una meta si ferma per fare irrompere l’inutile, il fine a sé stesso che travolge la rilevanza dell’irrilevante. Nessuna importanza data al risultato. Piuttosto: una finta, una traiettoria di gambe e di occhi, un gesto, un dribbling oltre l’orizzonte tattico-centrico del banale. Oltre il finale. Una visione dandistica che alla fine salvava molte mitologie popolari, da Falcao a Ronaldo. Nella diretta automaticamente registrata la noia è tanta, il senso –> la vittoria è al centro, la palla è lenta, la narrazione fuori campo è troppa].

Vedere l’Odissea di Nolan come vedere una partita media dei Mondiali di calcio maschili 2026, una partita senza grazia e senza riserve di irrealizzabile, una partita senza Haaland (la Norvegia uscirà immeritatamente contro l’Inghilterra) ma anche senza Mbappé, senza Olise, senza Bellingham. Ci penso e costantemente navigo nelle acque sicure di ciò che già so, immagino di sapere sul cinema di Nolan. Però: so che alcuni frame ti piacerebbero, se tu li vedessi. So che li salveresti nelle tue collezioni infinite di stra-visto e decontestualizzato salvato dall’immersione, dalla valanga. So/sento che questa tua è una forma di amore. Mi sorprendo a pensare a ciò che tu salveresti di questo film così clamorosamente lontano da te, se lo vedessi.
Olise è un giocatore che non avevo mai visto. La Francia mi sembra talmente stra-potente che è naturalmente destinata a uscire di scena, prima della fine. Lo schierare contemporaneamente un tridente d’attacco Olise – Mbappé – Dembelé, così leggeri e così potenti, così longilinei e capaci di rallentare tutto ciò che sta loro attorno, e poi velocizzare in modo insostenibile per tutto ciò che sta loro attorno e – ma come si fa a non ridere di fronte alla grossolana metafora di Agamennone? I più grandi e grossi fanno più rumore quando cadono? Però, in fondo, in Nolan c’è sempre stata una parte di commedia dell’assurdo; fa ridere il celebratissimo e insopportabile Cavaliere Oscuro, che sembra un po’ un prodromo inevitabile di questo Ulisse, un noioso archetipo di ciò che Nolan ritiene il centro del suo discorso. Heath Ledger cannibalizza il film – Why so serious?- e lascia le briciole a un grandioso quanto fragile intreccio cerebrale fino all’implosione, e il film finisce , e si ride immancabilmente di ciò che si è creduto di credere, di seguire, di osservare: era tutto così tremendamente finto.
Jude Bellingham, il 10 dell’Inghilterra, è talmente bello in senso convenzionale da sembrare un dio greco: pure il suo genio così regolato è così convenzionalmente intelligente, così prevedibilmente giusto, che non può che infrangersi anch’esso. Salvo da sempre l’imprevisto, quindi l’imprevisto si materializza in uno stanco finale, in una brutta Finale: sottratto tutto ciò per cui ho guardato questo Mondiale, rimane Argentina, campione uscente, contro Spagna. L’imprevisto di una finale senza imprevisto e piena di irrilevante dominio, come il finale dell’Odissea. Dovrei essere soddisfatto della mia insoddisfazione? Ma cos’è poi che mi aspettavo?
Rido di me stesso alla fine, perché Nolan me l’ha fatta, e quello che sto vedendo non è affatto l’Odissea. Rivelazione ridicola come tutte le rivelazioni. Ulisse è l’ennesimo pretesto usato dal regista britannico per intessere il suo personale interminabile arazzo, continuare a intesserlo per non terminarlo mai, e se c’è un personaggio che incarna il regista in ogni film (chi l’ha detto?) in questo caso vedrei bene Penelope. Non c’è un solo cast sbagliato, non c’è una sola faccia che non ti convinca abbia tutto lo strapotere, lo star power per essere lì ( dandysticamente potrei dire: è questo il problema, ma non è neanche vero). Mi piace che Atena, la dea che protegge Ulisse dall’inizio della vicenda, si riveli essere il fantasma del senso di colpa, di una ragazza uccisa. Nevroticamente: non mi piace il senso che dà a tutta la vicenda questa rivelazione. Non mi piace lo strapotere del senso di colpa. Si può perdonare solo l’imperdonabile, ha scritto qualcuno. Improvviso una conclusione, così su due piedi. Guido Ceronetti nell’interpretare il Cantico dei Cantici, il grande poema dell’amore di Dio, ne “rompe l’uovo” per rivelarne il Vuoto.
Il più grande poema d’amore è il più grande poema sul Vuoto?
“Si commenta il Cantico per un’oscura intolleranza del suo vuoto: riempirlo, metterci Dio. Se non c’è Dio allora è più che mai divino. Se c’è l’amore umano allora è la noce dell’amore angelico”. Non mi interessa l’amore degli angeli e non mi interessa il discorso sugli dèi più o meno traditi dell’Odissea, ne concludo che se questo film non mi è piaciuto è stato per l’ansia di Nolan di riempire questo guscio di un’idea di dio da cui è ossessionato, un Dio addormentato nel suo sogno di fine, e che abita silenziosamente tutto il suo cinema. E che se questo non è un film d’amore è perché non c’è abbastanza Vuoto (quindi non ti dirò che tutto questo immenso meccanismo gira a vuoto: magari).
Ma non capisco mai quando scherzo, quando scherzi.
Si scrive sempre per qualcuno che non è qui, e questo è l’unico Vuoto che mi interessa.
La fine è sempre al di là della fine.
L’amore è sempre al di là dell’amore.

Note
1 Supercavallo, in Storie di giovani mostri
In copertina e lungo il testo : Gyula Benczúr, Narciso, 1881

