Di Serena Votano
Il nostro nome influenza ciò che siamo? È una domanda che mi sono posta più volte nella vita e che, in qualche modo, ho sperimentato sulla mia pelle. Il mio nome, che contiene in sé un aggettivo, ha spesso parlato al posto mio con chi ancora non mi conosceva. Forse anche perché il modo in cui l’ho ricevuto è piuttosto particolare.
Mi hanno sempre raccontato che se fossi nata il 10 dicembre mi sarei chiamata Laura,
il nome scelto da mia madre.
Se fossi nata il 13 dicembre mi sarei chiamata Lucia, il nome scelto da mio padre.
Invece sono nata l’11 dicembre e il mio nome è stato scelto dalle mie sorelle.
Mi ha sempre affascinata l’idea delle vite che avrei potuto vivere con quei due nomi mai avuti.
Mi chiedo spesso se sarei stata diversa, se mi sarei raccontata in un altro modo, se avrei avuto una percezione differente di me stessa. L’antica massima latina nomen omen (“il nome è un presagio”) suggerisce che il nome possa custodire un destino. È un’idea che attraversa la storia e che, ancora oggi, continua a esercitare un certo fascino.
È per questo che il discorso che William Shakespeare fa pronunciare a Giulietta mi è sempre parso romantico ma piuttosto artefatto: Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo, così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella rara perfezione che possiede anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome, e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
E quando mi sono imbattuta nel romanzo Tre nomi di Florence Knapp (Garzanti, traduzione di Federica Merati) mi ha conquistata fin dalle prime pagine. Più che un romanzo sul potere dei nomi, è un raffinato esercizio di immaginazione sulle vite che avremmo potuto vivere e su quanto una singola scelta possa modificare il corso dell’esistenza.

Tre nomi è ambientato tra il 1987 e il 2022. Cora Atkin – intrappolata in un matrimonio violento, dopo aver rinunciato al sogno di diventare ballerina – ha appena dato alla luce il suo secondo figlio e deve andare all’anagrafe per registrare il suo nome. Mentre lei e sua figlia Maia di nove anni spingono la carrozzina insieme attraverso i detriti della Grande Tempesta che è esplosa quella notte, parlano di nomi. Il marito pretende che si chiami Gordon, come tutti gli uomini della sua famiglia. Cora preferirebbe Julian, “Padre del cielo”, un nome che per lei rappresenta la possibilità di rompere con quel passato. La figlia Maia, invece, propone Bear, perché le sembra “morbido, coccoloso e gentile. […] Ma anche coraggioso e forte”. Cora esita. Avverte che in quella scelta si nasconde l’inesorabile peso di un destino impossibile da controllare. Partono da lì tre vite parallele dello stesso personaggio, e dei familiari, a seconda del nome scelto. Del resto, il romanzo lo dichiara fin dall’inizio: “Tre nomi. Tre strade. Una sola vita”.
Dare un nome significa attribuire un’identità, ma anche trasmettere un’eredità, proiettare desideri, ricordi e aspettative. Può raccontare da dove veniamo, ciò che gli altri si aspettano da noi o il ruolo che ci viene assegnato ancora prima di scegliere chi essere. E, nel bene e nel male, può accompagnare tutta una vita.
La narrazione procede, divisa in sei parti a sette anni di distanza l’una dall’altra, seguendo le tre versioni della stessa famiglia fino a coprire un arco temporale di trentacinque anni. Il lettore osserva Gordon, Julian e Bear crescere come persone profondamente diverse, eppure accomunate dalla stessa ferita originaria: la violenza domestica.
Cambiano le circostanze, cambiano le relazioni, cambiano persino i caratteri.
Ma nessuna scelta riesce a cancellare del tutto ciò da cui si proviene.
Nessuna delle tre Cora riesce davvero a mettere al riparo i propri figli dalla sofferenza. Quella che trova il coraggio di opporsi al marito violento non può promettere loro un futuro sereno, così come quella che sceglie di restare e di placarne la rabbia non riesce a proteggerli dalle sue conseguenze. Ogni scelta apre una strada diversa, ma nessuna è priva di ferite.
Bear, Julian e Gordon crescono così lungo percorsi profondamente diversi, segnati dall’assenza, dalla paura o dall’umiliazione. Ma tutti e tre devono fare i conti con il loro passato emotivo. Le tre esistenze non vengono presentate come versioni “migliori” o “peggiori” della stessa vita, ma ogni decisione apre una strada e, insieme, ne chiude infinite altre. Una struttura originale che mette in scena un pensiero in cui è difficile non riconoscersi.
L’unica stonatura che può lasciare il lettore disorientato è l’epilogo, in cui sembra essere Gordon a prendere la parola. L’uomo, ormai vicino alla fine della vita, penserà: “Aveva soltanto una vita a disposizione e avrebbe potuto condurla in maniera diversa”. Con una serie di flashback ripercorre alcuni momenti decisivi del proprio passato e torna con il pensiero a quel giorno in cui Cora e Maia attraversavano il parco per registrare la nascita del figlio. Anche lui immagina una possibilità diversa, una strada che avrebbe potuto prendere e che invece è rimasta soltanto una delle tante vite mai vissute.
È un finale che non offre una vera chiusura, ma che amplia ulteriormente il significato del romanzo. Dopo aver mostrato tre versioni possibili della stessa esistenza, Knapp suggerisce che le alternative non appartengono solo alla narrativa. Abbiamo una sola possibilità per nome, ognuno di noi è circondato dalle vite che avrebbe potuto avere, dalle scelte non compiute e dalle persone che avrebbe potuto diventare.
L’esordio narrativo di Florence Knapp non è tanto un libro sull’impatto dei nostri nomi, ma un romanzo che spinge a riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte, a mostrare quanto identità e destino siano il risultato di un intreccio complesso tra caso, scelte e contesto. E ci lascia con una domanda: quanto della persona che siamo dipende davvero da noi, e quanto, invece, dalla vita che avrebbe potuto essere?
In copertina: artwork by Chagall

