A cura di Annachiara Atzei
“Ritorno al centro
e per farlo asciugare più in fretta soffio sull’ultimo pensiero incollato
UNA SOLA È LA LINGUA
dice”
Andrea Deiana, Strappami alla notte
In equilibrio tra il dire e il non-detto si muove la prosa di Andrea Deiana, che in Strappami alla notte, appena uscito per l’editore Il Maestrale, fa immergere il lettore in una Sardegna mai finta e mai idealizzata, nella quale spesso a prevalere è la paura dell’ignoto, del cambiamento e della modernità. Ma, quella raccontata dall’autore isolano, è anche una storia di crescita e di consapevolezza, in cui la protagonista del romanzo – e voce narrante – tenta di affermare sé stessa liberandosi da costrizioni e pregiudizi. Tra i pieni e i vuoti delle pagine, nelle quali emerge la scelta sapiente delle parole e delle immagini, la storia si snoda attraverso fatti eclatanti – spesso dal grande valore simbolico – reminiscenze passate e sentimenti – dei quali mai si abusa, per riflettere sulla umanità dei personaggi e sul senso profondo delle loro anche più piccole azioni. La scrittura di Deiana ricorda certe belle pagine di poesia in cui nulla ha bisogno di essere spiegato, ma assaporato e goduto. Perché, in questo libro, non c’è mai un momento in cui cessi la bellezza della lettura e, soprattutto, un insolito stupore.

Il ritrovamento del cadavere di un uomo sconosciuto dà il via a una storia in cui altre storie, episodi e vicende si inseriscono, intrecciandosi. Alla fine, il lettore non trova soltanto la soluzione di quello che appare fin dal principio l’enigma principale, ma è spinto a riflettere sulla condizione esistenziale della protagonista, sulla sua identità, sulla quale lei per prima si interroga. Questo romanzo, che ha le tinte del giallo, racconta anche un passaggio?
È anche un romanzo di formazione?
Nei primi capitoli utilizzare i meccanismi del giallo mi è servito per introdurre e accompagnare il lettore all’interno della storia, delineare l’ambientazione, fargli percepire il clima di sospetto, rancore, paura, tensione ed evidenziare le contraddizioni nel pensare e nell’agire di alcuni personaggi, ma il tutto, fin dal disegno originario del romanzo, è sempre stato finalizzato per porre l’attenzione e incentrare la storia sulla protagonista, e voce narrante, del romanzo: sul suo sviluppo emotivo, sulla crescita umana e intellettuale, sul passaggio dall’essere considerata e considerarsi come strumento, al pari di un semplice oggetto, al servizio della nonna fino ad assumere coscienza di sé e tentare un lento e faticoso percorso di affrancamento e acquisire così dignità di persona capace d’avere una propria voce e una forte autonomia di pensiero. Nel romanzo la voce narrante ripete spesso: io credo. Ed è una frase che all’interno della storia, man mano che la bambina cresce, assume una valenza differente. L’io credo per lunghi tratti è incerto come di chi necessita conferma di quanto dice, ma a un certo punto quell’io credo diventa affermazione del proprio sentire segno di una maturità differente nell’animo della protagonista.
La Seconda guerra mondiale appena alle spalle, la fede e la religione, l’ignoranza e l’istruzione, la solidarietà, il pregiudizio, il pettegolezzo, la povertà: che Sardegna era quella del 1958, periodo in cui è ambientato il romanzo?
E cosa ne resta?
Oltre allo studio e ai racconti orali raccolti nel tempo, per tentare di capire e raccontare quegli anni mi sono spesso avvalso del modo di vedere di chi ha attraversato e documentato l’isola con la propria macchina fotografica, sia attingendo ad archivi privati e familiari sia studiando le immagini di fotografi conosciuti: Cartier-Bresson, Franco Pinna, Werner Bischof, Jean Dieuzaide, Marianne Sin-Pfältzer, Toni Schneiders, per citarne alcuni tra i tanti, che con lo sguardo di chi vuole mostrare senza finzioni e senza avere l’intento di giudicare quanto vede ci mostrano un’isola spesso molto distante da quella idealizzata in certi romanzi e narrazioni artificiose. La terra in cui ho ambientato il racconto è ancora fortemente legata alla vita agro-pastorale in cui il progresso, con l’introduzione di mezzi meccanici, inizia a muovere i primi passi ma i ritmi della vita sono ancora condizionati dai cicli della natura. Dal punto di vista umano ho tentato di rappresentare uno spaccato di quella realtà rurale, non con l’intento di mostrare così l’intera società, in cui chiusura e pregiudizi sono spesso legati alla paura di perdere quel poco che si è costruito o al timore che un qualsiasi cambiamento potesse minare alla base credenze pensate inviolabili. La scuola ha una duplice peso nel romanzo e credo anche nella società di quegli anni: c’è l’aspetto negativo con la costrizione e l’imposizione non mediata di una lingua nuova, quasi a mostrare arcaiche e inadeguate al vivere civile le lingue minoritarie, ma c’è anche il dono di nuove parole e la possibilità di essere guidati a esprimere quel che si sente nel profondo. Non penso rimanga molto del mondo raccontato nel romanzo, anche gli aspetti negativi, costanti nella storia dell’umanità, hanno ormai assunto la forma di questo tempo.
Nel libro, tratteggi alcuni personaggi femminili molto forti: penso alla protagonista – la voce narrante della storia – e alla nonna, capofamiglia, cieca, che si appropria letteralmente degli occhi e della vita della ragazza.
Come si è consolidato il loro rapporto, cosa rappresenta, e come si può sciogliere un legame simile, se questa possibilità esiste?
Il rapporto tra nonna e nipote è centrale nella storia raccontata. La bambina trascorre la propria infanzia sotto il giogo della nonna. Sente il peso di quell’oppressione, di non vedersi concessa neppure la dignità d’essere considerata un essere senziente, tant’è che a un certo punto scrive:
Mi allevò per esserle occhi
né bambina
né bestia
né aggeggio da niente
ma occhi soltanto.
È una condizione che la relega a strumento, è condannata a farsi vista e bastone per una nonna cieca intrappolata in una rigidità religiosa e un rancore perenne dentro il quale colpa ed espiazione sono legati in maniera indissolubile. L’infanzia della protagonista è un lento apprendistato alla vita, uno scontro costante contro una realtà di privazioni, in cui deve imparare, lei stessa per prima, a levarsi di dosso il fardello d’essere considerata niente. Perché quando il mondo attorno a noi si fa cieco nei nostri confronti diviene difficile riuscire a vedersi anche da soli. Da questa condizione inizia pian piano ad affrancarsi quando, grazie alla scuola, trova gli strumenti giusti per lei: le parole con le quali può iniziare a descrivere l’intangibile, i sogni, le speranze, le idee e in questo modo provare a guardarsi e raccontarsi cosa sente dentro. Nella contraddittorietà dello spirito la nonna agisce con istintiva durezza sebbene aspiri dentro di sé a un amore puro. E in questa situazione di dominio da una parte e abbandono dall’altra non resta che un taglio radicale per spezzare questo legame.
La tua prosa è fortemente evocativa, in equilibrio tra il dire è il non-detto, come se la vicenda emergesse da un buio remoto.
Cosa hai scelto di raccontare al lettore e cosa invece lasci alla sua immaginazione e ricostruzione?
Molto spesso durante la stesura del romanzo mi è capitato di riflettere su ciò che mi piace e su ciò che non mi piace leggere. Tra ciò che trovo maggiormente respingente c’è il vedere come ultimamente certi autori si rivolgano ai lettori spiegandogli quel che devono pensare o provare, qualsiasi cosa viene detta rendendo superfluo il pensiero di chi legge e tutto finisce così per appiattirsi in un’accettazione acritica e fiduciosa di quanto gli viene detto. Ho quindi voluto scrivere una storia in cui gli occhi di chi legge hanno un ruolo fondamentale. Ho tentato di fornire al lettore delle linee guida convinto fortemente del fatto che possegga tutti gli strumenti per riempire i vuoti lasciati volutamente da me. Cosa sia la violenza non è necessario spiegarlo, deve essere l’esperienza di ognuno a far sì di percepirla e interpretarla nella lettura del libro nella maniera più appropriata. È un romanzo di cancellature, sia per necessità stilistica, col desiderio di mettere maggiormente in risalto l’emozione rispetto al fatto narrato, sia come scelta convinta di responsabilizzazione del lettore.
Tu scrivi: “Non c’è santità né innocenza in chi scrive una storia e mai il distacco di uno sguardo neutrale, io credo”. Qui, la letteratura parla di letteratura. Qual è il rapporto di Andrea Deiana con la scrittura? Cosa ha significato licenziare questo racconto e questi personaggi?
Scrivere viene per me molto dopo e ha un valore infinitamente inferiore rispetto a un altro verbo: leggere. Sarò influenzato dal mio lavoro di libraio, ma credo che non si dovrebbe mai iniziare a scrivere se non si è letto abbastanza. Per coerenza con questo pensiero la mia scrittura inizia quindi molto prima di sedermi davanti a un pc o d’impugnare la penna: ho necessità di riflettere su ogni aspetto e soprattutto di leggere autori o storie che ritengo possano essermi utili per portare avanti un racconto. Durante la stesura di questo romanzo ho letto, scritto, letto altri libri ancora, cancellato parti del mio e riscritto e non nego la soddisfazione di vedere il romanzo pubblicato da un editore di grande valore. Mi sento felice anche di aver potuto liberare i personaggi dalle mie incertezze su come vivere tra le pagine del libro mettendo un punto finale alla storia.
Andrea Deiana (1977), ha studiato Beni Culturali presso l’Università di Sassari. Vive a Bortigiadas e dal 2017 dirige la Libreria Bardamù Ubik di Tempio Pausania. Nel 2015 ha esordito nella narrativa con Farfalle (Éthos Edizioni). Strappami alla notte è il suo secondo romanzo.
In copertina: Orovida Pissarro (1893-1968), Falò

