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L’arte del racconto – La pasta asciutta

Se i ricordi hanno fame, vanno alimentati. E per noi, questo significa raccontarli. I frammenti di ciò che siamo stati si nascondono nei profumi di una cucina, nella stoffa lisa di un cappello, nella voce di chi ci ha amato. Restano lì, immobili, mentre tutto il resto cambia forma, finché qualcuno non pronuncia finalmente un nome, una frase, un sapore capaci di riportare alla luce un’intera esistenza.
La pasta asciutta, di Midori no Hoshi è uno dei tre racconti vincitori del Premio Nazione Radici Urbane . 

E gli ingredienti di cui sopra, ci sono tutti.


La pasta asciutta

Di Midori no Hoshi

 

“Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l’amour infini me montera dans l’âme.”

A. Rimbaud

 

Alcune cose, semplicemente, le perdiamo. Altre, pensiamo di averle perse e invece sono sempre state lì, sepolte sotto una catasta di niente, ad aspettare di essere ritrovate. Altre ancora, ci appartengono al punto da radicarsi dentro il nostro essere, come un morbo o un’ossessione. Come la naturale risposta a uno stimolo abituale.

Parisi Giovanni (o’ brigadiere), nato a Napoli il 16 ottobre 1935, sposato con Russo Carmela.

È appena mezzogiorno, ma il profumo di zucchine arrostite si è già infilato con prepotenza in ogni anfratto della casa. Dalla finestra, il cielo sbiadito di un comune giorno infrasettimanale a metà marzo. Una fila di auto in corsa sulla tangenziale e un ammasso di palazzi claustrofobici tutt’intorno. Nelle giornate più nitide, si possono vedere le vele di Scampia vegliare sul Vesuvio. 

“Giova’ curre, fa’ ambress! S’abbruciano e’ cucuzziell!

Giovanni richiude in fretta e furia la finestra e si dirige di corsa verso la cucina. Ex brigadiere della guardia di finanza, pensionato e (in)felice aiutante cuoco di sua moglie, un tempo sarta e di recente appassionata di Antonella Clerici e La prova del cuoco. Ogni giorno una nuova ricetta. Ogni giorno una pentola bruciata. 

“Fai sempre questo, Carme’!” Brontola alla moglie, mentre spegne il fuoco, facendo aria con le mani sulla coltre di fumo grigiastro che aleggia su quello che sarebbe stato il suo pranzo, se non fosse ormai irrimediabilmente incenerito. “Lasci le cose sul fuoco e te ne vai in giro a pulire la casa.”

“E vabbuò Giova’, non è successo niente! Dopo ne faccio altre”. Replica Carmela, lisciandosi il grembiule a righe bianche e azzurre, che tiene appuntato addosso con due spille da balia, perché il nastro per legarlo dietro la schiena si è scucito. E il grembiule mica si può buttare! In testa, uno stuolo di bigodini colorati, coperti da una retina beige; perché lei i capelli li avrebbe tanto desiderati ricci, come quelli della signora del palazzo di fronte. Ma non ce li ha e si deve arrangiare in qualche modo. 

“Ma io non voglio le zucchine per pranzo. Voglio un bel piatto di pasta asciutta!” 

“Eh, che so’ fatta, la cameriera tua?!” 

Giovanni non dice nulla, ma sorride. Alla fine, pensa, perché guardare la televisione? Lui il miglior spettacolo comico del mondo ce l’ha dentro casa. 


Parisi Giovanni, (o’ brigadiere)
nato a Napoli il 16 ottobre 1935,
sposato con Russo Carmela.


Le grandi lancette nere dell’orologio appeso al muro in cucina segnano l’una. 

“Giova’!” grida Carmela, con la stessa enfasi di un venditore di frutta al mercato. “Muoviti! Devi andare a prendere la bambina a scuola!”.

Giovanni non risponde. Semplicemente, esegue. Si avvia all’ingresso, si infila il cappotto beige e la coppola marrone. Si guarda allo specchio e, nel sistemarsi il cappello, sfiora il piccolo bottone scuro al centro. Quand’era bambino, i suoi genitori non potevano permettersi troppo. Così, se gli regalavano un berretto, doveva tenerlo come un tesoro, almeno per due anni o tre. Poi, quello stesso berretto sarebbe passato al fratello più piccolo e a quello ancora più piccolo. Fino a diventare abbastanza vecchio e rovinato da essere adibito a straccio per la polvere. 

I berretti della sua infanzia avevano tutti quanti, al centro, un piccolo bottoncino di stoffa morbida; lo chiamavano piripisso. E a scuola esisteva una cosa chiamata “la legge del piripisso”. Quando un bambino arrivava con il capello nuovo, i ragazzi più grandi lo accerchiavano, gli sfilavano il cappello e se lo lanciavano a mo’ di palla. Poi, il più grande tra loro strappava a morsi il bottoncino di stoffa e lo sputava a terra. Solo allora, il cappello veniva restituito al proprietario che, in genere, lo raccoglieva dalla strada dove era stato lanciato o, nella peggiore delle ipotesi, lo recuperava a fine giornata oltre i cancelli della scuola. Questo, solo per i lanci particolarmente lunghi. Una specie di regola da cosca mafiosa per rimettere al proprio posto i chiattilli 2 che avevano l’ardire di andare in giro con un berretto appena uscito dal negozio. 

E io che facevo? Pensa Giovanni. Niente. Li lasciavo fare. Poi, quando avevano finito, andavo a riprendermi il cappello. E lo indossavo senza il bottoncino di stoffa. Non ti possono togliere una cosa che non hai più: questa è la vittoria di chi rimane senza niente. La legge del piripisso funziona solo con il piripisso. Se Pasquale Esposito te l’ha già strappato a morsi, il piripisso non esiste e la legge non esiste. Pure Pasquale Esposito non esiste, perché anche lui è rimasto senza niente. Finché non compreranno un cappello nuovo al prossimo chiattillo.

“Giova’, staje ancora cca’?! Ma ti vuoi muovere sì o no? La vuoi finire di fare la femmina davanti allo specchio? Io non tengo un marito, tengo un’altra moglie!”

Giovanni risponde con uno sbuffo. Apre la porta ed esce, perché durante la settimana, all’una, tutti i giorni, lui va a prendere la sua nipotina a scuola. E ci va a piedi perché la macchina non la usa. Ce l’ha, ma non la usa. La conserva in garage, sempre pulita e sempre coperta da una fodera che gli ha cucito Carmela. La protegge dal tempo, come vorrebbe fare con tutte le cose più belle della sua vita. 

“E che cazzo la teniamo a fare la macchina, se non la usiamo?” Gli dice sempre Carmela. Ma che ne vuole sapere lei di macchine? Le uniche macchine che conosce, pensa Giovanni, sono quelle per cucire.

Parisi Giovanni (o’ brigadiere), nato a Napoli il 16 ottobre 1935, sposato con Russo Carmela.

Un’orda di bambini corre nel cortile della scuola al suono della campanella. Ma non la piccola Maria Rosaria. Lei è sempre posata e solitaria e non sorride quasi mai. I compagni di classe le tirano di mano il libro che porta con sé. Giocano a tirarselo tra loro, poi glielo rendono, lanciandoglielo contro. 

“Prendilo al volo!” Le strillano. Ma il libro cade a terra. E così, come un piccolo coro grottesco, tutti assieme, cantilenando, le ripetono a intervalli regolari: “Mani di ricotta!” Maria Rosaria non risponde e si dirige verso il nonno, che osserva la scena. 

“Ma che fai, a’ nonno? Ti fai chiamare mani di ricotta dai compagni di scuola?” Le dice, con tono cupo.

“Nonno, ma me l’hai detto tu che quando i compagni ti prendono in giro bisogna ignorarli, così la smettono da soli.” Risponde lei. Gli prende la mano e, insieme, si incamminano.

La strada che porta dalla scuola elementare a casa di Giovanni si snoda in un dedalo di vicoletti con la pavimentazione mal fatta. I palazzi si soffocano tra loro. Sono così vicini che ognuno può vedere nitidamente cosa accade a casa del proprio dirimpettaio. Dalle finestre senza balconi pendono corde con lenzuola e altri abiti colorati. Le porte aperte dei bassi lasciano intravedere microscopiche cucine. Qualcuno sta facendo il caffè. Il negozio di frutta e verdura in fondo alla strada ha cassette di arance e limoni ammassate in mezzo alla strada; la moglie del proprietario sta seduta su una sedia di vimini e osserva tutto quello che succede. Le sue pantofole rosa di spugna risaltano sul pavimento grigio del vicolo. 

Appena poco prima di casa, un ragazzino – forse uno zingaro – ha allestito un piccolo mercatino. In una scatola di cartone, vende topolini bianchi. “Solo 5 euro”, recita una scritta mal fatta con il pennarello nero sulla parte anteriore della scatola. Maria Rosaria vorrebbe tanto prenderne uno: lei adora tutti i piccoli animali e i suoi genitori si sono sempre rifiutati di comprarle un coniglietto o un criceto. O un ratto. 

Si avvicina, ma non tocca i topolini, perché lei è una bambina timida e se vuole qualcosa non lo dice. 

“Accarezzali! Guarda come sono belli, a’ nonno!” dice Giovanni, prendendo nelle mani uno dei topi. Maria Rosaria lo sfiora con le dita e, questa volta, sorride. “Però non lo possiamo portare a casa” aggiunge. “Lo sai che sennò la nonna mi picchia. Anzi, prima mi picchia, poi mi fa le valigie e mi caccia di casa.” 

Lei ride e lo abbraccia e, come ogni giorno, gli domanda: “Nonno, ma tu mi vorrai sempre bene?” 

“Di questo non devi mai dubitare.” Risponde lui, ricambiando l’abbraccio. Riprende la mano della nipote e, a passo svelto, i due si dirigono a casa.

Parisi Giovanni (o’ brigadiere), nato a Napoli il 16 ottobre 1935, sposato con Russo Carmela

Dall’ingresso, l’odore delle zucchine bruciate si sente ancora. In cucina, Carmela spadella le verdure con piglio da chef di prim’ordine. Nello scolapasta poggiato sul fondo del lavello, le alici da pulire, infarinare e friggere per cena. Maria Rosaria si avvicina alla tavola apparecchiata e, con le dita, prende a tamburellare sul manico di un coltello. 

Carmela la vede e strilla: “Ue’! Maria Rosa’! Posa mo’ mo’ quel coltello. Lo sai. Forbici, coltelli e temperini…” “Non toccano i bambini.” Aggiunge la nipote e, sbuffando, si allontana dal coltello.

La donna porta a tavola un piatto di riso con le zucchine. Maria Rosaria si siede e puntando i gomiti sulla tavola, si porta le mani sulle guance. Lei il riso con le zucchine lo odia. 

“Carme’, lo vedi che la bambina non le vuole le zucchine?” Interviene Giovanni.

 “Ah no? E che vuole, la bambina?” 

“Un bel piatto di pasta asciutta!” Esclamano in coro nonno e nipote. 

Carmela apre la credenza e tira fuori una lattina di polpa di pomodoro, borbottando perché suo marito e sua nipote sono due viziati. Da lei, per l’appunto.

Nel frattempo, in televisione danno Domenica In, la puntata di Natale. La conduttrice ha un vestito rosso pieno di paillettes e somiglia proprio a Mara Venier. Alle sue spalle, le luci di un grosso abete si accendono e si spengono a intermittenza. 

Parisi Giovanni (o’ brigadiere), nato a Napoli il 16 ottobre 1935, sposato con Russo Carmela.

La stanza ha il pavimento beige. Anche le pareti sono beige. In televisione danno Domenica In. La conduttrice ha un vestito rosso pieno di paillettes e somiglia proprio a Mara Venier. Infatti, è Mara Venier. Alle sue spalle, un albero di Natale si accende e si spegne a intermittenza. La stanza, a guardarla meglio, è addobbata per Natale. Anche lì c’è un grosso albero che si accende e si spegne a intermittenza. Forse si sente suonare una canzone. Ci sono anche un piccolo tavolo di legno e una poltrona di velluto verde, nella stanza. Sulla poltrona è seduto un topolino bianco. Alla fine Maria Rosaria l’ha avuta vinta ed è riuscita a portarne uno a casa.

“Giovanni” lo chiama il topo. Un ratto che parla, pensa lui. È veramente un affare molto strano. 

“Giovanni” insiste, ancora. “Hai visto chi c’è?”

Il topo si alza dalla sedia. Ha il manto bianco, due denti grossi e sporgenti e un muso  magro e allungato, con gli zigomi alti. Giovanni lo guarda e non capisce bene. È veramente un affare molto strano. Si sente una canzone di Natale. Forse è Mara Venier, ma Mara Venier non è una cantante.

“Dai Giovanni, saluta, che tra poco andiamo a pranzo.” Gli dice il topo. “Sei contento? Che cosa ti piacerebbe mangiare?”

Lui ci pensa per un po’ e poi, con tono asettico, risponde: “Un bel piatto di pasta asciutta.”

Carmela non può andare a prendere una lattina di polpa di pomodoro dalla credenza, perché un cancro se l’è portata via tre anni fa. Ma Giovanni non lo sa e ancora aspetta il suo bel piatto di pasta asciutta. Perché lui è Parisi Giovanni (detto o’ brigadiere), nato a Napoli il 16 ottobre 1935 e sposato con Russo Carmela. Il resto della sua storia si è sgretolato e vaga nell’etere cosmico. 

“Nonno”, lo chiama una voce, che un tempo era di una bambina e oggi è di una donna. Maria Rosaria saluta l’infermiere e gli augura buon Natale. Poi, di nuovo, si rivolge al nonno e gli domanda: “Ma tu mi vorrai sempre bene?” 

Alcune cose ci appartengono al punto da radicarsi dentro il nostro essere, come un morbo, un’ossessione, o la naturale risposta a uno stimolo abituale. Giovanni fissa un punto nel vuoto. Non sorride, ma può darsi sia felice.

“Di questo non devi mai dubitare”.

 

 

 


Note

1  “Giovanni, corri, fai presto! Le zucchine si stanno bruciando!”

2 “Figli di papà”

 


Midori no Hoshi è nata a Napoli nel 1992. Scrive da sempre, spaziando tra poesia e prosa. È iscritta all’Ordine dei Giornalisti Pubblicisti ed è laureata in Giurisprudenza. Ha deciso di creare un alter ego poetico per dar voce ai suoi sentimenti più profondi, rimasti troppe volte inespressi. Il suo pseudonimo significa letteralmente “stella verde”. Midori, come la Midori Kobayashi di Haruki Murakami, che ha sempre avuto fame d’affetto; Hoshi come stella, lume di conoscenza, scoperta e bussola da non perdere mai, nemmeno nelle notti più buie. La sua poesia “Spaventapasseri” è stata pubblicata sulla rivista “Kairos”. La sua poesia “Nel segno della pecora (nera)” ha ricevuto la segnalazione di merito nella II edizione del Premio Internazionale di Poesia “Luigi Vanvitelli”. Ha completato di recente la sua prima raccolta poetica, che spera di pubblicare presto. Ha da poco fondato “Lumen Letteraria”, un progetto che consiste in un sito web che ospiterà poesia, prosa e critica letteraria; il progetto è al momento in fase embrionale, con l’auspicio che le prime pubblicazioni possano vedere presto la luce.

 


In copertina: illustrazione a cura di Annachiara Mezzanini


 

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