Di Giorgio Castriota Skanderbegh
Dopo un esordio difficile da seguire, Valentina Maini ritorna al romanzo con Alaska, sempre per Bollati Boringhieri. Un romanzo tripartito, che per i titoli delle sezioni prende in prestito termini dalla sceneggiatura – Esterno giorno, Interno notte, Dissolvenza – fornendo indizi su alcune verità sul romanzo e sulla protagonista.
Maia Novelli ci si presenta così, desnuda, spogliata da un incontro ai confini della terra, un incontro che la proietta a folle velocità strappavestiti in avanti e contemporaneamente indietro – solo una delle tante contraddizioni e interrogativi di cui si nutre il romanzo; un uomo, Sergio, con cui condivide il colore dei capelli e che potrebbe essere suo padre, diventa il compagno di un amore clandestino insultante, gratificante quanto più è doloroso, inseguito da Maia tanto più mette in allarme la sua vita interiore. Questa procede parallela alla vita di Maia, eppure vi si congiunge applicando la sua tinta alla realtà, come una trementina che dissolve i contorni di ciò su cui si posa lo sguardo. Maia dipinge, almeno all’inizio, e frequenta l’Accademia a Venezia, città luogo dell’Incontro, non-luogo, né (sia) terra né (che) mare, con Sergio, sia (né) amante che (né) padre; se lui è pratico e tratta lei come i granchi che pesca dalla sua barca, lei «dormiva da sveglia, vegliava da dentro un sogno. Era una forma di sonnambulismo che somigliava a dipingere». Ma proprio Sergio è irrappresentabile dalla pittura di Maia, che piuttosto vede un buco nella tela al suo posto, un abisso grattato via. Del resto, la ragazza non può dire di non essere stata avvertita: «da quando aveva conosciuto Sergio i sogni si erano accaniti contro di lei, sviluppandosi come un romanzo». Un romanzo è però, di per sé, fittizio, parzialmente rappresentativo della vita. Ma se allora è anche vero che «vivere era un processo personale di falsificazione, un modo come un altro di raccontarsi una lunga bugia» che dire di un amore che è necessario e non dovrebbe esistere?

Il focus sulla protagonista è gestito dall’autrice da distanze alterne: nella prima parte Maia è guardata da una terza persona indiretta libera, nella seconda è seguita dai suoi sogni che si chiamano con un coinvolgente «noi», e nella terza parte, che la vede quindici anni dopo, dall’occhio sconcertato e semiclinico di un quasi-reportage del suo amico Louis. Ma anche qui la maestria di Valentina Maini è mostrata, nel ricomporre queste rifrazioni di una stessa protagonista e far sentire il lettore comunque dentro di lei; l’autrice ha la capacità di porci in relazione alla sua creatura in una posizione di scomoda condivisione, di imbarazzante punto di vista, come se avessimo la guancia attaccata a quella di Maia mentre sta parlando, e sentissimo la mandibola che si apre, e i denti, e lo scroscio della saliva.
Ostensivamente per avvicinarsi ancora di più alla pittura, Maia inizia a posare per sessioni di nudo in Accademia, assecondando la fantasia infantile di farsi parte del paesaggio, di modo che più è penetrata dagli sguardi più questi le passano attraverso, come per guardare qualcosa oltre.
È dunque un’affermazione di esistenza, del possesso di un corpo che è qui,
davanti a tutti, o un ulteriore anelito di sparizione?
È farsi soggetto oppure oggetto?
Maia sta sognando o sta vivendo? Negli intermezzi onirici che puntellano la prima parte, lei identifica sé stessa e la madre, due donne lotofagicamente intente in gesti rituali, dei quali «(Maia) ero esecutrice e sacrificio». Louis, unico amico disinteressato di Maia, tenta di penetrare questa dimensione, ma essa gli resiste, o meglio gli resiste Maia, fedele al suo proposito giovanile di «Essere vittima delle mie visioni», e «Realizzarmi senza conoscermi». Louis ha bisogno dell’analisi, Maia ha bisogno della prassi, che crede di trovare nella contrapposizione al monito di sua madre contro l’innamoramento. Ma è tentazione da psicologia-pop quella di associare l’attrazione verso un uomo più grande alla mancanza di un padre?
Dove Louis fallisce, Sergio riesce: il suo disprezzo, «il desiderio di sottrarre a Maia una qualità atmosferica o un colore», le sue assenze; lui sì che riesce a penetrare il subconscio sognante della giovane, e ci riesce, ancora più che con la violenza dell’amore asimmetrico, con una parola, un soprannome: Alaska, la ragazza bianca che non è mai vestita per la temperatura, la ragazza il cui dentro inizia a somigliare al fuori, perché da quel soprannome in poi i suoi sogni si tingono di una «luce assiderata» portata da «una secchiata di gelo». L’annullamento fa capolino come una mano di vernice maldestramente o furiosamente applicata: «il bianco era sceso su di noi inesorabile. Conoscevamo la tortura del bianco (…) il supplizio di essere circondati dall’assenza, la pena di non udire altro che sé stessi». Da allora i sogni, quel «noi», perdono di vista e di mano Maia, che diventa se possibile ancora più erratica: vuole conoscere la moglie di Sergio, la donna con cui condivide gran parte del nome, Maria, la donna a cui ha salvato il matrimonio col suo corpo gelido e giovane, descritto quasi sempre come animalesco, come un insetto. Un incontro che è il collasso dei sogni. È proprio il titolo della terza parte, Dissolvenza, che chiarifica il destino della protagonista; dopo quindici anni, la donna è avvicinabile solo indirettamente, solo tramite la sua opera e le descrizioni di essa. Ma l’interattività dell’installazione in questione cosa significa? Maia è ancora con noi? O è con Sergio su quella barca a schivare i granchi blu? Hanno vinto i sogni o ha prevalso la realtà? Le figure immerse nel ghiaccio sono elaborazione, espiazione, o ancoramento all’amaro ricordo?
«Ha mai visto Venezia dall’alto? (…) Un pesce grande che ne mangia uno piccolo. Si mordono. Provano a baciarsi, ma si mordono»
Valentina Maini è nata a Bologna nel 1987 e lavora come traduttrice. Ha pubblicato due raccolte di poesie, Quaderno cicatrice (Prufrock spa, 2025) e Casa rotta (Arcipelago Itaca, 2016, premio letterario Anna Osti) e la novella La regola dei terzi (Tic edizioni, 2021). Suoi racconti e articoli sono apparsi su riviste come «Sotto il vulcano», «Snaporaz», «CTRL», «Les Classiques Garnier». Bollati Boringhieri ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, La mischia (2020), salutato dalla critica come uno dei testi letterari più innovativi della sua generazione.
In copertina: Artwork by William Frederic Ritschel (1864-1949)

