Di Annachiara Atzei
La campagna è molte cose, per Giancarlo Busso. È un sistema complesso che racchiude in sé imbratto, e cattivi odori, egoismo e menzogna, ed è anche il fiorire delle nebbie, le libellule, i salici, le domeniche in paese. Ma è soprattutto un attraversamento (fisico e del pensiero) e una attesa piena di dubbi. I testi contenuti nella raccolta – Campagne, Fallone Editore – sono la presa d’atto di un mondo in disfacimento, in cui nulla è idilliaco o rasserenante, e che, per questo, si fa territorio di interrogazione e di ricerca di senso. A cominciare dalle prose che occupano la prima parte del libro, fino ai versi della parte successiva, l’autore ragiona sulla evoluzione di quei luoghi (in particolare quelli di provenienza) e di chi li abita – sulla natura di entrambi – destreggiandosi tra l’attaccamento ad essi – in quanto oggetti identitari e affettivi – e ciò che li modifica e, in qualche modo, li contamina e ne segna il volto.

In questa opera d’esordio, il poeta torinese ci racconta della fatica dei campi, della pulizia delle stalle e della pioggia di percolato, così come del morire delle tradizioni e degli usi campestri. La campagna è una questione sentimentale (ben celata, forse), di cui si coglie la difficoltà dello stare e del vivere. L’urgenza muta e diventa quella della partenza, dell’allontanamento (“Dove sei? Non trovo giustificazione/ al rimanere qui. Non c’era in tutta questa attesa/ altro motivo.”), oppure è percepita come un restare testardo, catartico. Un affondare delle radici. Per questo, il margine (la periferia, il mondo rurale) diventa centro – il punto di vista trasla – e da esso prende avvio il ragionamento sul caso e sul caos, sull’ordine e sul divenire, sulla posizione da prendere circa i fatti della vita e sul concetto di arroganza umana, destino e morte.
Il poeta non si abbandona mai alla mera descrizione del paesaggio, al poeticismo e al romanticismo (alla archeologia del passato), ma parla del luogo come parte prima del sé e come simbolo: metafora di ciò che porta la contemporaneità. La nostra epoca, infatti, si sta riscrivendo completamente e in maniera inaspettata e la poesia diventa il mezzo per testimoniare questo transito continuo, talvolta distopico. Che ci proietta verso qualcosa di impensato, o che non avremmo desiderato. Busso prova a farlo attraverso una grammatica spesso spezzata, rotta – quasi un cortocircuito del sistema – scegliendo un lessico che spesso riporta al tagliente, al crudo, persino all’inquietante. Eppure, c’è una nostalgia, un rimpianto, un senso di mancanza che pervade le pagine – “il dirsi che poi alla fine non è cambiato/ niente”. Ed è questa sensazione che tiene il lettore per mano fino alla fine, lo rassicura, lo convince che, in fondo, ciò che avviene – se per volere o per sorte – nessuno lo può verificare.
Cinque poesie da Campagne
Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in
continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di
cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di
egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere
un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la
melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della
specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità.
Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza
della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato
niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono,
perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare
ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si
dice e basta. Tanto nessuno può verificare.
*
La bealera dove fiorivano le nebbie dei campi, dove
tutto divorava tutto, nel muoversi degli insetti, nel
saltare di anfibi, nel passaggio della libellula saettante
a rasoio a salire, per scovare vite libere a danzare. Nel
difendere separando con la spada ciò che si consigliava
essere il bene e il male, così si allontana la morte
dalla sorte, ma la lama immersa nell’acqua si piegava,
imprecisa e deforme, ora nel disfarsi in domande, ora
nel riflesso di un viso stanco. A pochi passi si udiva un
respiro profondo in ciò che si poteva attraversare, fin
dentro un gorgoglìo di acque accovacciate alla terra.
Pace minacciosa, nauseavi fino a lasciare storditi, nelle
ossa, nei corpi, nella ragione persa dentro la follia
precisa, inestricabile, della tiepida natura che ci camminava
accanto. Dove andava la strada? Come una
ragnatela catturava le nostre apparizioni in un tempo
limitato dal sistema, nel raggiungere lavori inutili, in
una melodia estiva che si faceva sottofondo al rumore
delle macchine.
*
Il fosso dove i salici fanno ceste, oppure vimine per
le belve. Strapparsi questo pezzo di carne. Essere solo
peste, imbratto, orribilmente arroganti. Non c’era attesa
che non poteva essere rispettata, chi veniva con
gli occhi come lune. Dove sei? Non trovo giustificazione
al rimanere qui. Non c’era in tutta questa attesa
altro motivo. Non si era detto niente se non silenzi
fermi. Partecipare a un lungo ritrovarsi in proprietà
private, ormai vuote. Essere sepolti nel proprio egoismo.
Essere improvvisamente insofferenti, ma servili.
Il verbo è ancora attendere, ma già si annuncia l’assenza.
Camminare in una direzione, forse, ha senso?
*
La domenica in paese
Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi
la domenica in cui si andava a messa
tutte le volte, anche quelle che non ricordo
E poi il ridere forte che risuona dalle altre case
perché la felicità è quella cosa lì
si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera
e si tengono le finestre aperte a far prendere aria
Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica
e insieme ci si siede per un boccone
girando attorno al tavolo tra i sorrisi
con la bocca piena di qualcosa che
dell’unica cosa che sazia la vita
Tutte queste domeniche con la gente a spasso
che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo
e sa già dove porta ogni strada,
ma non andrà mai da nessuna parte
*
La stanza degli ospiti
La coperta riposta sul letto, le lenzuola pulite
viaggiando venivi da queste parti
ti portava il vento graffiato dagli alberi
Tu – creatura timida dei corridoi
esitante, tanti convenevoli
Così il giorno scendeva le scale
accompagnando i nostri passi separati dalla strada
mentre la porta si apriva
e la polvere salendo si rovesciava nell’azzurro
e poi nel buio infinito
Sul vetro della finestra delle impronte,
i saluti di tanto tempo fa
*
Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.
In copertina: Ai art by Giulia Bocchio

