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La casa turca di Açelya Yönaç

Di Annachiara Mezzanini

C’è un posto che comunemente chiamiamo casa. A scuola, da bambini, ci viene spiegato che questo posto ha una struttura in muratura, ha finestre e porte e tetto e pavimento; in alcuni casi ci fanno disegnare la piantina della nostra camera da letto – la casa dentro la casa – misurando con i passi le dimensioni dell’ambiente, riportando sul quaderno i metri in proporzione ai quadretti della pagina. Ci viene spiegato che la casa è vissuta da persone, le quali hanno in comune un affetto, un progetto, una dimensione, una prospettiva. Più avanti, crescendo, i professori ci diranno cose molto simili parlando delle Nazioni: territori delimitati da confini, entro cui si condivide una lingua, una cultura, una tradizione e, talvolta, una religione. Spesso, per noi esseri umani, sentirsi a casa coincide con lo stare in un determinato spazio, appartenere per nascita a uno specifico paese. Ma se, metti caso, lo si lasciasse, quel paese? Se si dovesse scappare da esso o se non ci fosse posto per noi all’interno del suo perimetro? Avremmo ancora un posto da chiamare casa

 

 

La casa turca (Neri Pozza) è l’esordio italiano della scrittrice turca Açelya Yönaç. La sua voce narra della propria terra d’origine seguendo la grammatica e l’alfabeto di una lingua che non è la sua; si allarga tra il paese europeo e quello a confine con l’Asia con eleganza e delicatezza, senza mai sporcare una sola parola. Asena a scrittrice protagonista del romanzo, si sofferma sulle medesime sponde. Tra oriente e occidente, incerta – ma allo stesso tempo ferma – su quale passo spingere per primo, in avanti o all’indietro. La Turchia, per lei, è sempre apparsa come la meta delle vacanze estive, la casa dei nonni distrutta dal terremoto, la terra familiare e ignota a cui fare ritorno attraverso la scrittura. Il proprio passato, la propria storia, emergono mescolati alle vicende delle donne ottomane di cui scrive, uniti dalla voce di sconosciute che hanno vissuto quei territori prima di lei. È attraverso questo dialogo fittizio che si immagina una vita imperitura, non soltanto per le persone ormai perdute, ma anche per sé stessa, per la sua opera, per il fratello scomparso, ingoiato dalle vie strette della capitale. E sempre attraverso un dialogo – questa volta fisico e a tratti fastidioso – Asena cerca il punto di contatto con la sponda opposta del Bosforo, con la frontiera interna che divide l’antica Costantinopoli: la donna che avrebbe potuto essere, se solo fosse cresciuta dentro quei confini, immersa in quella stessa cultura.

 


Quel volto si manifesta sotto le sembianze di Azra, la giornalista ambiziosa che deve intervistarla in occasione del conferimento di un importante premio letterario nazionale.
Azra, che in turco significa pura, vergine, porta con sé il peso del proprio nome: donna devota alle leggi di Dio, non si lascia toccare dai pungoli della scrittrice ormai straniera e nemmeno dai soprusi maschilisti sul lavoro e nemmeno dalle limitazioni imposte dalla famiglia.
Almeno, così vuole far credere.


La questione del nome, tra le pagine, ritorna. Ogni personaggio, ogni persona presente, vive sulla propria pelle il tepore del significato profondo e recondito di quelle poche sillabe spalmate sul palato, fuori dalla bocca. Se Azra è intrappolata nella sua purezza e devozione, Asena è persa tra le selve mitologiche della lupa, simbolo di maternità e salvezza, al limite tra la memoria e la rinascita. Come quell’essere, anche la donna cerca nel dedalo della città il proprio bambino da salvare, incarnato nella figura del fratello, perduto per sempre.
In un susseguirsi di incontri e di storie, di persone relegate ai margini e di voci che dal passato ritornano, Asena cerca di capire dove sia casa sua: se tra le pieghe antiche di Istanbul o tra l’asfalto lucido d’Occidente. In quale direzione muovere l’ultimo passo?


 

 

In copertina: Hale Asaf, Bursa

 

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