Rubrica a cura
di Annachiara Atzei
“Ma davvero vivere e morire, assenza e presenza, sono totalmente distinti? E se lo scorrere del tempo – che tutto contiene, o forse no – perdesse la sua linearità, e passato, presente e ciò che ancora potrà accadere o essere si confondessero? E se quanto si conosce e si considera, per questo motivo, reale, e quanto non sappiamo e che, quindi, releghiamo all’irrealtà si mescolassero e si richiamassero a vicenda senza soluzione di continuità? Forse la perdita e il distacco possono trasformarsi in una ipotesi di vita? E come può essere scisso l’amore dal ricordo? E per ultimo: qual è il confine tra scomparire e restare?”

È un ragionamento sull’identità quello di Riccardo Frolloni e Matteo Tasca. È la descrizione di un mondo che sparisce, del quale loro stessi, per primi, sentono di fare parte. L’allontanamento da quel mondo (per certi aspetti, perfino idealizzato) – da quei luoghi – equivale a percepirlo come fatto passato, come vicenda della vita di prima, ma è anche la maniera per unirlo al presente, facendo pace con esso. Per Frolloni, la casa rasa al suolo che lascia al suo posto il vuoto è il simbolo di un’esistenza rimossa solo esteriormente ma non nell’animo: non resta nient’altro da fare perché tutto è già stato fatto. Eppure, qualcosa affianca l’io poetico durante il distacco fisico: la memoria, dispositivo di riappropriazione di ciò che è stato, strumento per scongiurare la cancellazione sentimentale, allarga i margini dell’individualità, li espande per comprendervi l’incompreso. Ancora più nitido si fa il discorso nei versi di Tasca, dove il nome di chi muore coincide con quello di chi resta, ne decide l’orizzonte. I morti camminano vicino ai vivi: “non manca mai nessuno le sedie sono tutte occupate quelli che entrano è perché non erano mai andati via”. Rimane sempre un segno – “un nulla di qualcosa” – l’eco nella mente di ogni giorno trascorso. O forse, chi non c’è più, diventa il sogno di qualcun altro. Fa cessare finalmente il conflitto. Ne accompagna il giorno e la notte.
Claustro
La casa
E così, in un niente, è tardi, al posto della casa
c’è uno spazio vuoto recintato da transenne,
l’escavatore ha perforato il tetto e si è spenta la luce,
l’ultima cosa che smette di funzionare è sempre la luce,
è calato dall’alto come il dito di un bambino su una torta
e ha fatto un buco, poi è stato un niente, è diventato subito
buio, mi sembrava molto più grande quando c’era. La casa
era vecchia e andava demolita dopo terremoti
e puntellamenti era ora, mio padre voleva farlo già da prima,
prima che lui morisse, diceva che era da tirare giù e poi ricostruire
solo un po’ più in là, che lì non andava bene c’era qualcosa
sotto, sotto le fondamenta che non la faceva andare bene,
ma poi le cose si rimandano, i soldi mancano, i pensieri
sono strabici e così è toccato a me spegnere la luce,
mi sono fatto il segno della croce e sono partito, non c’era più
niente da fare lì, tutto era già stato fatto, ho preso la discesa
che da casa porta al paese, dovevo stare attento ai piedi
che mi sentivo leggero, quasi sarei potuto volare via, quasi
un breve soffio mi spingeva, una debole pressione
di qualcuno che ti vuole dire forza, è tardi, è notte ormai
è ora di tornare a casa, ed è quello che voglio fare,
quello che sto facendo, passo per il paese e torno giù
a casa. Mentre faccio la discesa mi ricordo di fermarmi
alla fontana, la riconosco nell’ombra e nella memoria
è chiara la geografia di questa strada, la apro e l’acqua scorre
del colore della luna, viene diretta dalla montagna ed è gelida
sento questo soltanto, perché è come se non la bevessi davvero,
e anche l’acqua è leggera, potrebbe essere solo un desiderio
e io non ho davvero sete, mi sono fermato perché dovevo
e mi sembrava giusto, non so quando tornerò di nuovo
e questa è l’acqua più buona del paese, me lo diceva sempre
da piccolo, ma chi poi, l’acqua scorre e non fa rumore
sembra cadere come a rallentatore, mi ci pulisco le mani
gli occhi, che sono pieni di polvere, e continuo la discesa.
RICCARDO FROLLONI
*
Giocare
Queste persone che s’incontrano e vivono tra Fiorenzuola e Fidenza e io non ne sapevo niente
pensano di essere donne uomini come noi che viviamo in città ma in realtà non sono niente perché niente li rappresenta
ascoltano più musica degli altri così possono immaginare di essere altrove, dentro il discorso di qualcuno
i loro occhi appesantiti dai sogni come un dono che hanno ricevuto con la raccomandazione di non aprirlo, e loro hanno mantenuto la promessa e lo tengono incartato nel viso perché tutti lo sappiano e nessuno possa gioirne.
Come la moglie del meccanico che una volta ha sentito che essere utile al marito era bello e poi non ha più smesso di sentirlo,
ha solo dimenticato di aver provato quello che ha provato e la sensazione è diventata semplicemente tutta la sua vita
i registi sperimentali vengono a riprenderli insieme alle staccionate, le case con dentro i bambini che hanno perso i genitori,
qui i morti non sono lontani, ci camminano a fianco, portiamo i loro nomi per ricordarci che le loro vite continuano in noi, al tavolo della domenica la madre siede al posto della madre,
non manca mai nessuno le sedie sono tutte occupate quelli che entrano è perché non erano mai andati via.
Si chiama pace perché non può essere guerra se qui non c’è nessuno, nessuna terra per cui combattere solo una specie di paradiso, una landa preistorica splendente nella libertà assoluta di non essere una cosa del mondo, la libertà e l’impotenza assoluta di non esistere sulle mappe
tutto è in disordine perché nessuno deve vederlo, gli attrezzi in giardino e la casa diroccata con l’orto, un nulla ma comunque un nulla di qualcosa, chi l’avrebbe detto eppure è qui, contro ogni aspettativa una specie di perseveranza muta senz’armi perché ci hanno cancellato ma è rimasto il segno di qualcuno che qui ogni giorno ha trascorso la sua vita con tutte le sue cose, la rabbia la passione l’insignificanza, solo più incerte, come viste attraverso una carta velina,
non per sperare ancora né tantomeno resistere ma solo perché ormai siamo qui, la gioia di restare esattamente dove sei e non muoversi mai,
come quando arriva una catastrofe e i vecchi vogliono restare nella casa non per eroismo ma perché dove dovremmo andare è stato questo tutta la nostra vita
bisogna solo poter dire prima o poi quando smetteremo di ammalarci di tumore se non finiremo sotto i rifiuti della capitale prima o poi oh prima o poi.
Diventeremo il sogno di qualcun altro, una grande infrastruttura che non collega niente a niente, senza utenti che rovinano il manto stradale o fanno crescere le statistiche sugli incidenti una grande opera eterna nella sua inutilità, nel suo non poter essere neanche vista e ammirata perché non ci saranno occhi per guardare, piedi per camminare una cosa perfettamente compiuta che può finalmente dimenticarsi di sé perché ha risolto ogni conflitto, è tornata a sé come uno stomaco digerisce sé stesso e non sente più fame, un paesaggio dipinto su un piattino per bambini, i fiori da cambiare ogni tanto, sparire.
MATTEO TASCA
Riccardo Frolloni nasce nel 1993 a Macerata. Laureato in Italianistica, pubblica la plaquette Languide istantanee Polaroid (Affinità Elettive 2014) e Corpo striato (Industria & Letteratura 2021). Insieme all’artista Giulio Zanet ha pubblicato il libro d’arte Claustro (Edizioni Gei 2021). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison (Roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021). È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Scrive per la rivista musicale «Impatto Sonoro» e ha fondato il progetto Lo Spazio Letterario. Insegna italiano e latino nei licei.
Matteo Tasca (Anagni, 1993) ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Lettere presso l’Università degli studi di Siena. Attualmente lavora come redattore per il settore universitario della Mondadori Education. Suoi testi sono usciti su Formavera, Nuovi Argomenti e sul terzo volume dell’antologia Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90.

