Di Giulia Bocchio
Il risultato di Results (Edizioni Prufrock spa), raccolta di Diego Bertelli Lenzoni che racchiude vent’anni di poesie e brevi prose, è un ingresso silenzioso nelle stanze del passato, nelle camere dei morti, all’interno delle quali ci sono solo gli armadi con dentro ancora i vecchi vestiti, da abbinare ormai solo ai ricordi, che sono diventati a loro volta sensazioni o, se vogliamo, sensazioni di un’immagine estinta.

L’atto più nostalgico è l’osservare, che si tratti di oggetti, persone, case, stazioni, vecchi amori, è una porzione di pensiero che non può fare a meno della memoria e del paragone, un binomio micidiale, un duo astratto e impalpabile che ha però un effetto decisamente concreto sulle emozioni.
E queste poesie sono i diversi risultati – le diverse conseguenze – di lunghe osservazioni, di lente oscillazioni, di traiettorie temporali che hanno lasciato strascichi, pungenti segni sui cuscini e la consapevolezza di un tempo che ci trascende e che è misurabile solo attraverso le nostre categorie culturali e percettive.
Persino la poesia, secondo l’autore, non ha a che fare col tempo. Se quest’ultimo ci eccede, il modo di raccontarlo è però scandito proprio dal tempo stesso, dalle tracce minime a quelle persistenti. Gli anni che passano hanno un’azione carsica, scavano in noi (e per noi) una consapevolezza sottile, labile e latente, ovvero che il vissuto è un processo di avvicinamento, quasi di assedio, nei confronti di ciò che è successo e di ciò che non è successo. Un altro binomio difficile da maneggiare, ma molto poetico. E, nel caso di questa raccolta, misurato: il linguaggio evita qualsiasi espansione ridondante, non ha bisogno di alcun lirismo perché vive di scarti quasi impercettibili e di sottili variazioni di intensità che non costruiscono una progressione narrativa in senso stretto ma una serie di avvicinamenti successivi a nuclei che non si lasciano mai circoscrivere del tutto. Qualcosa sfugge sempre ma quel qualcosa ha bisogno di semplicità per dirsi poesia.
Quante cose possono succedere in vent’anni?
Quante persone sono morte dal 2005 al 2025?
Quante relazioni non hanno superato l’inverno?
Se un amore finito è un residuo fisico, la morte è un’ipotesi di spazio e dunque anche l’altrove si può demitizzare fra queste pagine, «non il cielo, perché lì non c’è niente e lo dimostrano gli aerei». Morire non è un’ascesa, i corpi che si spengono sono sottoposti a una forma di sottrazione sociale, «adesso che non ti vede più nessuno», che trova la sua unica vera ricompensa nel silenzio, nella non esistenza. L’altrove, d’altra parte, lo immaginiamo sempre quando muore qualcun altro ma è difficile cucirgli addosso una geografia senza far ricorso ai ricordi e alla nostalgia. Quest’ultima dà anche il braccio a una specie di controcanto: ed ecco un’altra diade classica, il male e il bene. Due pesi specifici dell’esistenza, che non sono solo due poli opposti, c’è di più fra loro, un legame complesso, neanche troppo strutturato, che non li vede contrapposti in una lotta di annientamento, bensì intrecciati in un’unica, indissolubile fibra nervosa. Somigliano a due ombre ostinate che ci seguono su per le scale, verso la direzione che sembra sempre quella decisiva, ma, a proiettarle, siamo (sempre e) ancora noi.
E se ci voltiamo, non c’è origine da cui staccarle.
Results, testi scelti
La poesia non ha a che fare con il tempo,
perciò la tua risposta non giunge mai
in ritardo. Sono io che avrei dovuto
dirti grazie del pensiero silenzioso
che hai donato a certe mie parole andate
a capo.
La sofferenza, poi dici, a un certo punto,
si sente tanto… e io… questo cane però fedele…
mi è così in odio…
e il tuo abbraccio, antidoto
al suo morso, lo ricambio.
*
Il silenzio dei ritorni in autostrada
una manciata di minuti dal casello di Sarzana
alla Versilia veloce il paesaggio slittava
lo sguardo seguiva incuneato alla paura
la curva e in quel momento che tramuta
lo spazio in un evento altissima la musica il motore
pareva soffocare — noi con dentro qualche cosa
di mortale non avevamo più illusioni
vivere è incomunicabile.
*
L’esperienza
«Non preoccuparti, le margherite si rialzano», dice il nonno al nipote che tiene per mano. Dopo avere attraversato, saltellando, il prato, il bambino indugia con gli occhi sui fiori calpestati. Lasciando la mano del nonno, si toglie una scarpa e sfila via il calzino. L’anziano si avvicina e fa altrettanto. Il bambino lo aspetta, verificano insieme, e stupisce l’attenzione dei piedi scalzi che si adagiano sui fiori. Li osservano piegarsi, attenti si chinano a guardare. «Nonno, non è vero. Adesso che fac-ciamo?». «Adesso – aggiunge il nonno – li cogliamo».
*
Adesso
Adesso che non ti vede più nessuno, alzati presto e cammina per la strada. Sentirai freddo, quel tanto che basta per stringere le spalle, abbassare il viso, portare al collo una mano come a premere uno scialle. lo spero che la morte sia come hai immagi-nato, che ti accolga l’estate e una casa sul mare, con la luce allacciata, tutti i tuoi libri e una dispensa eterna di cose da man-giare. Spero anche che in fondo al tunnel ci sia una doccia calda e abiti più adatti di quelli usati al funerale. E spero che tu abbia ragione su quello che ci aspetta: il fatto, per esempio, che non si debba incontrare nuovamente chi ha fatto parte della nostra vita. Dicevi che i morti si vedranno ma non si parleranno e sarà questa la nostra vera ricompensa, non il cielo, perché lì non c’è niente e lo dimostrano gli aerei. Dicevi che una volta chiusi gli occhi dovremo arrenderci e non sapere alcune cose: se le nuvole sanno forte di umido, come la tua casa di Firenze.
Diego Bertelli Lenzoni (Pietrasanta, 1977) si occupa di poesia contemporanea e traduzione. Per «Isola» di Mariagiorgia Ulbar ha pubblicato, nel 2021, la plaquette Si lasciano cadere. Fra le sue traduzioni, il graphic novel de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (Tunué, 2021) e una nuova versione di Calamus di Walt Whitman, uscita con il titolo Rivelerò io cosa dire di me (Marcos y Marcos, 2023). Ha curato la nuova edizione de L’osso, l’anima di Bartolo Cattafi (Le Lettere, 2022) e, dello stesso autore, il volume Tutte le poesie (Le Lettere, 2019).
In copertina: Yamamura Toyonari, Festival notturno dei fuochi d’artificio, 1924

