‘L’animale nella fossa’: la danza ancestrale di Gaia Ginevra Giorgi (a cura di Gaia Boni)

Jan Toorop, The new generation

«[c’è un po’ di dio in ogni promontorio/ nel sale che risale sulla roccia, / in ogni corpo, nel mio corpo/ tra i corpi]».

Questi gli ultimi quattro versi della prima poesia del libro L’animale nella fossa (Miraggi Edizioni, Torino, 2021) di Gaia Ginevra Giorgi. Il libro, diviso in sei diverse sezioni (di cui quella finale in prosa), sembra mantenere uno spazio ritmico costante sia nelle immagini sia sonoramente. Giorgi infatti pare battere il tempo su ogni pagina, tentare una danza delicata, straziata e straziante: fisica. Sono i corpi degli altri e il suo, i veri paesaggi da osservare, quasi analiticamente, nei suoi versi.
«L’estate scorsa ho dato l’acqua alle sue piante/ tutte le mattine mentre veniva su il caffè/ e lui somigliava a una pietra cotta al sole». Boschi ed elementi naturali si trasformano in metafore che rivestono le comparse nel teatro della vita di Giorgi, dove ognuno di loro pratica un’azione, non la compie e basta, ogni gesto pare essere un rito magico propiziatorio, per il presente/immediato futuro e il passato, a cui si comprende che Giorgi è legata. La madre diventa elemento prezioso, fisico ma onirico, figura che permane in tutto il libro e che diventa ricordo, mentore, speranza e struggimento. Ogni parola pare essere scelta con grande dedizione ad essa, al verso che ricorre non come salvezza ma come testimone di un dolore che semplicemente accade, di cui prendere consapevolezza, agire per sviscerarlo, anche e sopratutto con la parola: «il buio largo viene così:/ quando sei l’animale nella fossa».
In tutto il libro si può riconoscere la ricerca di sound poetry che Giorgi porta avanti da diversi anni nei suoi studi di performer. Si nota anche una volontà di andare oltre il testo nella sua forma comune, dove l’uso del punto a fine componimento viene quasi sempre a mancare e le maiuscole non esistono, come a sottolineare un fluido costante e continuo di vita che intercorre in ogni albero, pietra, ferita, tana, corpo. Resistono invece le virgole come a instaurare un dialogo sulla carta, un obbligo a prendere pausa dal respiro e compiere così il silenzio che si affaccia continuamente.
Leggere l’animale nella fossa è perdere la cognizione -e concezione- del tempo, infatti i versi si distendono lungo un arco temporale sentimentale e animale, dove i ritmi quasi selvatici sono scanditi dai mesi e contemporaneamente scorrono in un continuo tempo presente di scrittura e riflessione, anche quando subentra il ricordo o lo spazio del sogno: «da quando me ne sono andata/ mi stai aspettando// a passi svelti misuri i confini/ del cortile dove sei cresciuto:/ quand’eri bambino era polvere,/ selciato e pazienza, hai detto/ ora è cemento versato sul petto». Il problema di Giorgi pare essere quello di risolvere il corpo nel tempo presente, scindere i momenti precisi nel suono giusto, nel ritmo più adeguato per vivere senza stridori non necessari. Gli alberi e gli animali del bosco, come lupi e volpi, diventano insegnanti di attese, pazienze, comportamenti: «io che scalza e nuda risalivo i versanti/ oggi conosco l’ingiustizia degli alberi […] sdraiata come una lupa/ faccio fiori e fluidi».
Nei suoi versi Giorgi pare voler fare la conta del rimanente, attuare una sorta di resistenza verticale di tronchi e corpi e ancora si scava dentro, fa nido in se stessa e per se stessa, toglie tutto, più del superfluo e poi conta, fa l’appello ‘a quello che rimane’.

Gaia Boni


Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca.
(Amelia Rosselli)

tu hai la stasi de lago
sei testimone muto del tempo che scava
senza giudizio muovi appena le acque
al soffio molle del vento
hai l’aria immobile e inviolata del pomeriggio
in agosto quanto tutto è tronco
che si annerisce al sole
e io solo nella tua quiete
capisco i corpi e prendo respiro
assegno alle cose il posto giusto
tu sei l’altro peso della mia costola
il tirante più fiero
perché hai la follia del mezzogiorno
negli occhi l’orizzonte e il delirio
di chi resta

(AGOSTO 2019)

come ti ho detto, mi restano
solo due – al massimo tre
vite da vivere
sei giovane – hai tra le dita
le frenesia degli impulsi, dei desideri tutti –
penso alla tua eroica e slabbrata lentezza
nel trasformare gli elementi, nell’ingoiare
terra e piscio
so che stai morendo, che hai consumato l’osso
straziato gli organi
conosco il tuo volo a picco, l’amnesia colossale
l’incubo del giardino inchiodato al sole
ma io non posso venire al buio
con e lasciare il peso
ho troppa luce da sorvegliare
: sono in questa mastodontica veglia
serbatoio infinito di esperimenti

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