Il demone dell’analogia #41: Dei

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro (da Alex Prager + Rurik Dmitrier)

TENTATIVO DI SCIOGLIERE LA MITOLOGIA

Gli dèi si radunarono in una baracca di periferia. Zeus fece come al solito un discorso lungo e noioso. Conclusione finale: l’organizzazione va sciolta, finiamola con la cospirazione insensata, bisogna entrare in questa società razionale e in qualche modo sopravvivere. Atena piagnucolava in un angolo.
Gli ultimi proventi furono divisi – va sottolineato – onestamente. Poseidone era incline all’ottimismo. Belava forte che se la sarebbe cavata. Peggio di tutti si sentivano i protettori delle acque regolate e dei boschi abbattuti. In cuor loro tutti facevano assegnamento sui sogni, ma nessuno ne voleva parlare.
Non ci furono mozioni. Hermes si astenne. Atena piagnucolava in un angolo.
Stavano tornando in città a tarda sera, con in tasca documenti falsi e una manciata di spiccioli. Mentre attraversavano il ponte. Hermes saltò in acqua. Lo videro affogare, ma nessuno cercò di salvarlo.
C’era discordanza di pareri se interpretare il fatto come un presagio buono o, al contrario, cattivo. In ogni caso si trattava d’un punto di partenza per qualcosa di nuovo, non chiaro.

di Zbigniew Herbert, da AA.VV., Poesie per una notte


E VOLTARONO CON DISGUSTO IL VISO

E Venere
si è mostrata nuda
proprio mentre appariva
alla Pietra di Romiou*
e cominciò a vagare
per le strade di Nicosia semi-occupata.
A vagare tra i passanti
e loro a superarla
con indifferenza.
A percorrere la linea verde
e i soldati
con disgusto che giravano altrove il viso.
E lei a cercare
di attaccare bottone
con gli avventori dei caffè e altrove
a bere senza dire una parola
la loro bibita e il loro caffè.
Allora pensò di toccare il suo corpo.
Tutto stava al suo posto.
I fianchi erano attraenti come sempre i seni succosi come sempre
il fluido vaginale come mai prima d’ora.

E allora capì.
Venere
Non aveva proprio posto
nella semi-occupata Nicosia.

Και απέστρεψαν το πρόσωπό τους

Και η Αφροδίτη
πρόβαλε γυμνή
έτσι όπως την ξέβγαλε
η Πέτρα του Ρωμιού
και άρχισε να περιφέρεται
στους δρόμους της ημικατεχόμενης Λευκωσίας.
Να τριγυρίζει ανάμεσα στους περαστικούς
και αυτοί να την προσπερνούν
χωρίς να δίνουν καμιά σημασία.
Να καταφεύγει στην πράσινη γραμμή
και οι στρατιώτες
να αποστρέφουν το πρόσωπο.
Να προσπαθεί
να πιάσει κουβέντα
με τους θαμώνες των καφέ και των ορθάδικων
και αυτοί να πίνουν αμίλητοι
το αναψυχτικό και τον καφέ τους.
Θέλησε τότε
να ψηλαφήσει το κορμί της.
Όλες οι διαστάσεις στη θέση τους.
Οι γοφοί ελκυστικοί όπως πάντα τα στήθια ζουμερά όπως πάντα
το αιδοίο υγρό όσο ποτέ.

Και τότε κατάλαβε.
Μια Αφροδίτη
δεν είχε απολύτως καμιά θέση
στην ημικατεχόμενη Λευκωσία.

Πηγή: Παγιάση – Κατσούρη, Ν. (2006) Της Αφροδίτης και του Άδωνη: Ποιήματα (σελ. 15). Λευκωσία: ΑΝΕΥ

*Pietra di Romiou, il posto dove la leggenda narra che sia nata Venere,
di Dina Pajasi Katsouri (traduzione di Alexandra Zambà) da Poetarum Silva del 25/10/21


GLI DEI

– Il monte è incolto, amico. Sull’erba rossa dell’ultimo inverno ci son chiazze di neve. Sembra il mantello del centauro. Queste alture sono tutte così. Basta un nonnulla, e la campagna ritorna la stessa di quando queste cose accadevano.
– Mi domando se è vero che li hanno veduti.
– Chi può dirlo? Ma sì, li han veduti. Han raccontato i loro nomi e niente più – è tutta qui la differenza tra le favole e il vero. “Era il tale o il tal’altro”, “Ha fatto questo, ha detto quello”. Chi è veritiero, si accontenta. Non sospetta nemmeno che non abbiamo mai veduto queste cose, eppure sappiamo per filo e per segno di che mantello era il centauro o il colore dei grappoli d’uva sull’aia di Icario.
– Basta un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo. L’incredibile spicco delle cose nell’aria oggi ancora tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati sul cielo, fossero dèi fin dall’inizio.
– Non sempre queste cose sono state sui monti.
– Si capisce. Ci furono prima le voci della terra – e le fonti, le radici, le serpi. Se il demone congiunge la terra col cielo, deve uscire alla luce dal buio del suolo.
– Non so. Quella gente sapeva troppe cose. Con un semplice nome raccontavano la nuvola, il bosco, i destini. Videro certo quello che noi sappiamo appena. Non avevano né tempo né gusto per perdersi in sogni. Videro cose tremende, incredibili, e nemmeno stupivano. Si sapeva cos’era. Se mentirono quelli, anche tu allora, quando dici “è mattino” o “vuol piovere”, hai perduto la testa.
– Dissero nomi, questo sì. Tanto che a volte mi domando se furono prima le cose o quei nomi.
– Furono insieme, credi a me. E fu qui, in questi paesi incolti e soli. C’è da stupirsi che venissero quassù? Che altro potevano cercarci quella gente se non l’incontro con gli dèi?
– Chi può dire perché si fermarono qui? Ma in ogni luogo abbandonato resta un vuoto, un’attesa.
– Nient’altro è possibile pensare quassù. Questi luoghi hanno nomi per sempre. Non rimane che l’erba sotto il cielo, eppure l’alito del vento dà nel ricordo più fragore di una bufera dentro il bosco. Non c’è vuoto né attesa. Quel che è stato, è per sempre.
– Ma son morti e sepolti. Adesso i luoghi sono come erano prima di loro. Voglio concederti che quello che hanno detto fosse vero. Che cos’altro rimane? Ammetterai che sul sentiero non s’incontrano più dèi. Quando dico “è mattino”, “vuol piovere”, non parlo di loro.
– Questa notte ne abbiamo parlato. Ieri parlavi dell’estate, e della voglia che ti senti di respirare l’aria tiepida la sera. Altre volte discorri dell’uomo, della gente che è stata con te, dei tuoi gusti passati, d’incontri inattesi. Tutte cose che furono un tempo. Io, ti assicuro, ti ho ascoltato come riascolto dentro di me quei nomi antichi. Quando racconti quel che sai, non ti rispondo “cosa resta?” o se furono prima le parole o le cose. Vivo con te e mi sento vivo.
– Non è facile vivere come se quello che accadeva in altri tempi fosse vero. Quando ieri ci ha preso la nebbia sugli incolti e qualche sasso rotolò dalla collina ai nostri piedi, non pensammo alle cose divine né a un incontro incredibile ma soltanto alla notte e alle lepri fuggiasche. Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell’ora arrischiata.
– Di questa notte e delle lepri sarà bello riparlare con gli amici quando saremo nelle case. Eppure di questa paura ci tocca sorridere, quando pensassimo all’angoscia della gente di un tempo cui tutto quello che toccava era mortale. Gente per cui l’aria era piena di spaventi notturni, di arcane minacce, di ricordi paurosi. Pensa soltanto alle intemperie o ai terremoti. E se questo disagio fu vero, com’è indiscutibile, fu anche vero il coraggio, la speranza, la scoperta felice di poteri, di promesse d’incontri. Io, per me, non mi stanco di sentirli parlare dei loro terrori notturni e delle cose in cui sperarono.
– E credi ai mostri, credi ai corpi imbestiati, ai sassi vivi, ai sorrisi divini, alle parole che annientavano?
– Credo in ciò che ogni uomo ha sperato e patito. Se un tempo salirono su queste alture di sassi o cercarono paludi mortali sotto il cielo, fu perché ci trovavano qualcosa che noi non sappiamo. Non era il pane né il piacere né la cara salute. Queste cose si sa dove stanno. Non qui. E noi che viviamo lontano lungo il mare e nei campi, l’altra cosa l’abbiamo perduta.
– Dilla dunque, la cosa.
– Già lo sai. Quei loro incontri.

da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

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