Giuseppe Castrillo, Recisioni e suture (rec. di Gianni Iasimone)

Giuseppe Castrillo, Recisioni e suture
Taccuino del trito sentire
Aletti Editore 2021
Epico sentire

«L’uso di sé si fonda sul distacco da sé. A venir utilizzata è un’esistenza con cui non sempre ci si immedesima, che talvolta sembra un abito fuori misura» riflette il filosofo Paolo Virno, in esergo, insieme a un’altra riflessione di Jean Baudrillard, all’inizio della recente raccolta di liriche di Giuseppe Castrillo, Recisioni e Suture. Taccuino del trito sentire, Aletti Editore 2021. Come se da parte dell’autore ci fosse subito il bisogno di smarcarsi, problematizzando una materia che ha a che fare con impulsi e sentimenti umani – molto umani – ancorché affinati da una vita di ricerca e studi letterari. Una “distanza” dalla propria esistenza ma che nel suo divenire deve fare i conti con la montaliana necessità di ognuno di vivere con dignità i propri limiti, le proprie fragilità. In tal senso, non posso non premettere, anche se irrilevante rispetto all’analisi del testo, che con sommo piacere vado a leggere questo lavoro di Giuseppe Castrillo, già mio compagno e maestro di gioventù nonché vecchio amico, in quanto mi permette una “liberatoria” inversione di ruoli. Quante volte negli anni ha letto e presentato miei lavori, quante opere di altri autori ha prefato e recensito, quante ricerche ha promosso e curato, quanto tempo della sua vita ha dedicato all’insegnamento di lettere italiane e latine, e diretto scuole in mezza Italia. In altre parole, quanto tempo ha dedicato agli altri e non dando importanza più di tanto alla sua vasta opera di studioso e ricercatore di letteratura, fine critico e autore di narrativa, poesia, teatro, storia locale. Insomma, con questa raccolta di «piccoli frammenti di vita, di persone incontrate per caso, di persone amate un tempo e tutt’ora amate, di luoghi mai visti e di posti che ricordano casa», come giustamente sottolinea Alberta Marsilio, sua prima lettrice, Castrillo riequilibra questa disarmonia della realtà dell’esistenza. Tra l’altro, questa considerazione, è rafforzata dalla coincidente uscita de L’ora tinta. Piccolo prontuario di medicina familiare, Europa Edizioni 2021, un intenso memoir dedicato al padre medico condotto in un paese del Sud – ‘a Prèta, il nostro paese di origine mai dimenticato – che attraverso una ventina di storie che vanno dal 1938 al 1993 restituiscono non solo un quadro familiare sotto forma di un vero e proprio romanzo di formazione, anche «il quadro di un’Italia in profonda trasformazione, animata da facili entusiasmi e spesso vittima di se stessa», come segnala la quarta di copertina. Ecco, anche in questo ultimo libro di poesie, scorrendo le pagine, subito emerge un tema che mi sembra tra i più importarti del carattere di Castrillo, o meglio, la prospettiva  – lo “stile” – che muove la penna del nostro autore è l’ammirazione. Non l’invidia o lo sguardo commiserevole di un borghese suo malgrado – secondo l’accezione originaria sarebbe più giusto dire: aristocratico del borgo – per le classi o ceti meno abbienti. Anzi, traspare sempre una sorta di postura umana prima che sociale di grande rispetto e amore per le persone incontrate, «come un compagno, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità», facendo proprio il dettato del grande etno-antropologo Ernesto de Martino: «Nel farsi e disfarsi delle cose,/ nell’alito/ che trasporta pollini e semi/ dal giorno infinito della creazione,/ si cerca ciò che non si ha», come riflette nella bella e amara lirica Imperfetto Indicativo (p. 24). Su questo orizzonte un altro elemento interessante mi sembra una discreta e squisita aderenza – in un vero e proprio intendimento kantiano – ai luoghi che ha abitato, alle tante residenze dovute a motivi di studio, di lavoro, affettivi: «Permane in questa nebbia/ di esistenze, senza bordi,/ che dilaga/ il nostro amore che non è solo/ ricordo» (Bordi. A Piacenza, p. 20) o, più elegiaco: «Sembrano riecheggiare/ i vocalizzi del teatro che non trovo/ e guardo la pace/ di un solingo orto/ di nespole e limoni/ tra le case» (Piedimonte (d’A./M.), p. 26). Tanti sono i temi e gli elementi che alla lettura e rilettura di questa raccolta vengono a galla come dal profondo di un gorgo, di un moto dell’anima liquida e ancestrale, ma un’altra “questione” che mi sembra meriti essere notata, soprattutto nei “versi carnali” o che parlano di Napoli, o dedicati ai suoi cari, è la “verità”. Ma la verità nella prospettiva etica più che ontologica, ovvero, di semplice sincerità, schiettezza che si fa «vitalità e desolazione nel silenzio e nel tempo che obbedisce alla dignità tribale e sacra che si genuflette dinanzi a quella perla fragile chiamata essenza», come nota nell’appassionata Prefazione al libro Cosimo Damiano Damato. Anche se nessuna vertigine sembra mettere in difficoltà Castrillo nel “sacro” atto di “rammemorare” se non «per le lettere d’amore/ banalstupide», anche se con il senno di poi «bruciate/ in una vampata/ tardiva/ di vergogna» (Frantumi, pp. 44-45). Forse perché viene ad aiutarlo Platone o altri nomi, altri luoghi, altre immagini, ma «Tu sei là/ un batuffolo di peli, piccola ombra a forma di bocca,/ nuda, solitaria, umida» (La pigrizia del cielo, p. 31), oppure, «È ancora questa la città./ La storia sempre quella:/ solitudini questuanti/ un po’ d’amore» (Con te (a Napoli), p. 27). Altra questione: al destino transeunte degli uomini e delle cose, alla «inenarrabile scadenza del tempo» il nostro oppone «la rivalsa della linfa» con le parole della poesia, ma senza odiosi -ismi, anche se il pericolo è dietro l’angolo, proprio per il “carattere” di Castrillo. Niente paura, nessun cedimento all’aulico né allo stucchevole, nessuna ossessione identitaria o radici folkloriche, semmai, come sa chi lo conosce, una epistemologica stratificazione di saperi che vanno, appunto, dalla oralità degli antichi aedi all’epica medievale, dall’umanesimo rinascimentale alla rivoluzione illuministica, dalle riflessioni filosofiche più  moderne e contemporanee alle canzoni dei nostri migliori anni. Ma, soprattutto, rimembranze e citazioni della migliore poesia  filtrata sì da un inevitabile sguardo “napoletano”, nell’accezione che ne dà ancora una volta il vulcanico Damato nella Prefazione: «come solo gli occhi napoletani sono capaci di tanto melodramma epico». Forse, ma tante sono le umane domande, tante sono le passioni antiche e nuove che muovono questo libro di versi dalla metrica franta, questo piccolo gioiello di poesia che ripesca nel fiume che sempre scorre della vita ora una programmatica lirica giovanile, presaga dichiarazione di poetica: «la poesia è un parto caldo/ come il sudore/ di una madre dilacerata che grida» (Il poeta, p. 13), ora un sonetto ai suoi figli: «un raggio sfuggito alla luna/ penetrato nelle carni/ dolci foglie di bambù (Percussioni. Per la nascita di Vittorio, p. 46), ora confessioni di amori effimeri «Lei saliva da me. Non so/ rammemorare le sue gambe,/ le sue labbra, il suo seno./ i suoi occhi, quelli sì» (Suite bergamasque, p. 23). Ora, adesso il mondo non è più un irredimibile tempo passato che, tuttavia, nel moderno senso di Thomas S. Eliot, poteva essere ed è ciò che è stato: «brandello di un viso impigliato al ferro spinato/ del sopravvivere» (Una mattina di primavera al cimitero, p. 33), e alla fine si affranca nell’antica volontà, scritta con la lingua madre, di non morire da solo: «Tu vuò sapé comë së mòrë?/ Së mòrë sulu! Ma ‘nziém a cinc’/ sei faccë ca nun të scuórdi ciù» (Sulu, p. 55). Versi scritti sulla pietra della mente, sovente costruiti da un’unica parola, e per questo più incisivi ma, come si diceva, sempre lontani dal lirismo e dall’esaltazione, dall’enfasi, mai dall’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature, che a ripensarci a volte fa tremare i polsi, fa perdere il nostro fragile equilibrio. Ecco, Giuseppe Castrillo prova a non perderlo, a tenere il cammino sotto elegante controllo annotando con destrezza sapienziale sul suo taccuino solo le parole delle dolorose, “indecifrabili” recisioni e suture che nella vita vissuta – il poeta ci dice in verità – sono un’altra musica, alla lunga, un’altra esistenza.

© Gianni Iasimone

 

Il poeta

Chi lo vede incanutito
il poeta,
s’immagina un’indicibile tristezza,
invece la sua canizie gioiosa possiede
mille storie, miliardi d’invenzioni,
attimi infiniti di conquiste,
barche sospinte oltre le colonne d’Ercole,
aquiloni d’acciaio, uccelli di carta,
origami di sogno,
aeroplani di pane, vascelli di zucchero.

Rondini d’acqua e pesci ventosi
hanno corso, arato, seminato i terreni
del poeta,
hanno raccolto, trebbiato il frumento
ambrato dei suoi versi.

Egli è sempre più forte,
violento e malvagio,
impassibile e feroce
buono e caritatevole.
La poesia è sempre lì
nel pomo del suo sesso,
nella pietra della sua mente,
nel volo e nel fiotto del suo sangue.

Nessuno vince, nessuno perde
al gioco antico millenario,
nella battaglia inenarrabile
del coito prolungato, ininterrotto
tra il poeta e la poesia.

La poesia è un parto caldo
come il sudore
di una madre dilacerata che grida.

 

 

Carta velina

Quando i miei occhi saranno
un filamento,
solo un filamento, non sai se
di polverosa vecchiaia,
di sbiadita tenebra,
o bava di scomposto piacere
che non c’è più,
quando i tuoi occhi
si oscureranno
per quella dolceterribile vampa
che ancora brucia il mio penare,
pagliuzze di carta velina,
forse mi/ti riconoscerò,
e saprò dirmi chi sei,
chi fui
chi cerco d’essere
ancora.

Solo un terribile
andirivieni della mente
e dell’inquieto cuore.

Che resiste.

 

Bordi

A Piacenza

Permane in questa nebbia
di esistenze, senza bordi,
che dilaga
il nostro amore che non è solo
ricordo. Senza confini.

È cipria, etere, ormai
incontaminata essenza.
Senza bordi
appare infinito.
Senza labbra
che si inumidiscono
è perfezione di un’improvvisa
galaverna nel mattino,
su pe’ i rami
di platano
mentre la città
è sveglia
all’ansia del giorno.

Non ha bisogno
di resistere questo amore.
C’è.
Senza i bordi di un aggettivo.

 

Imperfetto Indicativo

Ci si lega
a tutto per esistere:
parole non dette,
baci solo pensati,
carezze perse nel vuoto,
sogni a fari spenti nella notte.

Raccontano che se una stella
trapassa, un’altra nasce,
se un mondo si sfalda
altri schiudono
vaporosi
come anemoni sul prato.

È transeunte la vita
per ciascun animale:
si dice un battito d’ali,
un fruscìo tra le foglie,
un lampo nel cielo,
una piuma nell’aria.

Nel farsi e disfarsi delle cose,
nell’alito
che trasporta pollini e semi
dal giorno infinito della creazione,
si cerca ciò che non si ha.

Ci basterebbe solo la durata.
Perciò si ama e si scrive
all’imperfetto del modo
indicativo. Che poi è anche vero
che siamo imperfetti
e non fatti per durare.

 

Piedimonte (d’A./M.)

Ultima thule: si legge
nelle carte degli antichi.
Finis terrae.
Extremadura
che a me, ignorante, sembrava
significasse terra dura
alla fine del mondo.
Come dire?
Sempre un ultimo confine
segnava.

Sarà poi così?

Alle spalle la rovina
dell’ineffabile palazzo.

Sembrano riecheggiare
i vocalizzi del teatro che non trovo
e guardo la pace
di un solingo orto
di nespole e limoni
tra le case.

 

Una mattina di primavera al cimitero

Una dolce frenata
per salvare un gatto grigio,
che somiglia al certosino di Concetta.
La macchina rallenta
e un’altra ferma la sua corsa.

Sarà difficile trovarti
tra le tombe,
e invece nel viale il tuo volto s’allegra.
E anche a me
la giornata splende.
Un poco.

Quel che insegue
il visitatore, di spalle
intravisto tra le corsie
che menano al nulla,
è il brandello di un viso
impigliato al ferro spinato
del sopravvivere.
Non dà felicità
quel che gli appare.
Si prende una semplice contentezza,
simile alla mia
se mi arride uno sguardo. Il tuo.

 

Langoureux vertige

Il tempo ormai frastorna
le creature della luce,
liquido scivola nell’aria
bruna di ametista
e riporta nelle celle del buio
i suoni e le parole, il nitrito,
lo scampanio nel verde umido
di ramelle e muschio.

Screziate di tedio le ore
digradano, si ingorgano nell’attimo
di un pensiero, nel barlume
di un volto, nell’improvviso
gesto di mansueto bene.

Tu non arrivi, tu non vieni
tu non appari …
Sei il mio tempo,
che non ha spazio
che per te.

 


Giuseppe Castrillo ha insegnato nei Licei e negli Istituti tecnici e diretto molte scuole. Autore e curatore di ricerche e saggi, si è dedicato alla poesia del Novecento (G. Castrillo-A. Cerbo, Letture e progetti di lettura. Luzi-Sereni-Bassani-Fortini), agli sviluppi della Letteratura Italiana, tra Settecento e Ottocento (R. Sirri-G. Castrillo, Attese e proposte della cultura fra Sette e Ottocento), alla poesia di Vincenzo Monti (La metafora in Vincenzo Monti). Recente l’uscita del volume di racconti, L’ora tinta (Europa Edizioni 2021). Collabora con la casa Editrice Teleion-Cultura di Piedimonte Matese, dove tutt’ora vive.

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