Giovanna Rosadini, Un altro tempo (Nota di Andrea Castrovinci Zenna)

Giovanna Rosadini, Un altro tempo
Postfazione di Niccolò Nisivoccia
Interno Poesia 2021

Chi ha letto riletto e meditato Unità di risveglio (Einaudi 2010) potrà trovare, nell’ultimo volume di Giovanna Rosadini, una versione “depotenziata” della silloge in versi del 2010. Ma questa è solo una prima impressione e tale apparenza inganna solo a una prima lettura, mentre l’autrice stessa, in filigrana, ci mostra gradatamente come nell’ultimo lavoro edito quest’anno con Internopoesia, Un altro tempo, vi siano sì numerose analogie con l’opera del 2010, ma anche differenze e motivi nuovi che la spingono a ripercorrere su carta, per una seconda volta dopo circa dieci anni, l’esperienza vissuta in clinica.
Si parta dalla configurazione della nuova opera, per poi passare al rapporto con la precedente. Conta trenta brevi capitoli in prosa (solitamente non si supera la pagina) racchiusi da due poesie, una proemiale e l’altra explicitaria. Nel volume viene narrato il percorso che va dal risveglio alla ritrovata autonomia all’interno della clinica.
Numerose sono le analogie con Unità di risveglio: la tematica è la medesima[1] – il coma, la deprivazione sulle facoltà psicomotorie e cognitive, il percorso che va dal risveglio[2] alla lenta guarigione, le indelebili cicatrici che ciò comporta, la profondata coscienza della umana fragilità e di essere ormai altro da ciò che si era, infine la domanda di senso sul mistero che ci circonda, evocata da sprazzi di improvvisa, inattesa bellezza – e altresì numerosi sono i riferimenti testuali all’opera einaudiana, come lemmi, sintagmi, titoli, metafore. Ma a dare una diversa visione attraverso cui osservare se stessi nel mondo dopo aver attraversato il dolore e la deprivazione del sé ci pensa questa ultima prova in prosa. È infatti l’apertura al rapporto io-mondo e io-altri la vera novità di Un altro tempo, la gratitudine che può essere scoperta solamente dopo aver sofferto.
Tali analogie e differenze tra le due opere, in maniera subliminale, affiorano alla coscienza dei lettori. Un primo esempio potrebbe essere costituito dal titolo, che riprende quello eponimo di una lirica di Unità di risveglio

Abbiamo tutti un segno rosso sulla gola –
la traccia del passaggio che non ci ha risparmiato,
gli anziani dallo sguardo ormai svanito
e i giovani che nulla ormai rincuora.
Io sto nel mezzo:
e non mi sono mai sentita così sola.

Se iniziassimo la nostra lettura seguendo questo primo ipotetico messaggio, troveremmo i dati di partenza, estraneità e solitudine, attraversando i quali sarà possibile giungere all’Altro tempo, ritrovato, o per dirla con le parole dell’autrice tratte dalla lirica in incipit, «[…] a ricordare quello che già siamo –/ ma abbiamo perduto in un buio lontano.»
Fin dal primo capitolo il riaffiorare della coscienza espone l’io a una sorta di nuova nascita misteriosa, ma nascita in cui tutto il passato è ormai differente: attraverso l’amata metafora equorea, col corpo che abita la «deriva del sonno, perduto a sé stesso», con «colori […] vividi e pieni, e le acque di questo fiume così intrise di luce e accoglienti», attraverso un taglio della gola, in una dimensione liminare tra risveglio e sogno, la protagonista prende coscienza di essere viva: coscienza che subirà però una intermittenza, con riprese «A poco a poco il giorno si fissa, diventa un continuum di immagini e presenze, […] una pingue ausiliaria che lava il pavimento, un carrello fornito di secchio e spazzoloni accanto»[3] e ricadute «I giorni sono un tessuto sfilacciato, la luce diurna è piena d’ombre e il buio notturno di bagliori colorati, […] il tempo si è contratto in una nuvola opaca, esiste solo lo spazio illimitato della mente».[4] Inizialmente (cap. VI) è il senso di sperdimento «[…] la costante di questo tempo ritrovato, tempo sospeso nella bolla di realtà protetta della clinica. […] Il mio corpo è un luogo pubblico, il luogo delle procedure di assistenza che, continuamente, mi praticano degli sconosciuti». Eppure sono questi medesimi sconosciuti a permettere all’io narrante di ritrovarsi. La portata dell’esperienza viene enunciata così a circa metà dell’opera (cap XIII), sostenendo che essa abbia «creato un nuovo spazio dentro la mia coscienza, che non può che essere uno spazio di appartenenza»,[5] al «senso di sfaldamento esistenziale e diminuzione» è necessario rispondere con «accettazione consapevole», che diviene «la più alta forma di eroismo che possa esistere». A questa accettazione segue il sentimento di solidarietà nei confronti della fragilità umana (cap XXII): «Un sentimento di solidarietà e comunione profonda, ecco. Che deriva dalla condivisione di esperienze molto simili, spesso sovrapponibili… la vulnerabilità come dato costituente e basilare della nostra umanità.»
Lungamente sarebbe possibile trascrivere questo rimando di echi tra l’una e l’altra opera,[6] ma ci si ferma qui per non tediare e soprattutto perché si ritiene quanto evidenziato fin qui sufficiente a mostrare come esse siano  diverse e originali tra loro: la forma della prosa può ascriversi al voler giungere a una comunità più ampia di lettori, pure all’interno di una casa editrice eminentemente poetica: con questo felice azzardo Rosadini è come se invogliasse i propri lettori al passaparola, a parlare della “novità”. Si preferisce dunque concludere con le parole di Un altro tempo (cap XXVI), ove emerge tutta la poesia di cui è capace l’autrice, nella ritrovata serenità e accettazione della diminuzione, fonte di gratitudine, consapevolezza e comunanza con gli altri uomini e il creato: «[…] Noi e il paesaggio, elementi quasi consustanziali nel riverbero liquido della luce del giorno.»

© Andrea Castrovinci Zenna

 


[1] E avrebbe ugualmente valore soffermarsi su di essa ancora, come l’autrice ha fatto passati diversi anni, per la portata  esistenziale che tale esperienza assume nel percorso di vita di un individuo.
[2] In Unità di risveglio venivano enunciati anche i sintomi di tale esperienza nella prima sezione intitolata appunto Sintomi.
[3] In Unità di risveglio (p. 34: Il mio corpo è un luogo pubblico) antitesi e ossimoro sono figure atte a rendere la discontinuità tra io e corpo, mentre elementi quasi epifanici di realtà (oggetti, persone) riescono a dare all’io la percezione dell’essere qui presente: «[…] è la mano che mi tocca/ a riportarmi in esistenza/ è lo sguardo che si posa/ a restituirmi consistenza. Sono la frase che deve essere enunciata, la pasta non lievitata, l’involucro vuoto/ che aspetta d’essere riempito,/ significante senza significato,/ langue senza parole,/ il segnale da ripristinare,/ la misura da colmare/ un cielo notturno offuscato,/ senza gloria di stelle.»
[4] Sempre da Unità di risveglio (p. 36, La mente è un impasto) è possibile rintracciare, in versi, sensazioni e percezioni, dicotomie tra coscienza e galleggiamento in un indeterminato stato della mente, forse unica espressione per la ineffabilità del coma: «La mente è un impasto/ in galleggia la coscienza/ dormire, sognare, portare pazienza/ finché la veglia non sarà completa/ e questa palude verrà attraversata…/ Ma quanta fatica tirarsene fuori,/ da questo intruglio che allappa ed invischia, da questa bruma che ottunde la vista…/ […] Lasciarsi andare/ senza timore, lasciarsi sciogliere/ in questo torpore… / […] Ma voi chiamate, portate la luce,/ siete l’ormeggio che non si dà pace,/ lo sguardo ostinato, l’abbraccio che tiene/ la presa non molla, tenace…[…].»
[5] In copertina a Unità di risveglio “appartenenza” è in rima con “assenza”: se di luce nuova brillano le parole in rima tra loro, perché creano nuove connessioni e significati, significativa dunque è la nuova dimensione di Un altro tempo, dove “appartenenza”, pur senza versi, rima con “esperienza” e “coscienza”, entrambi genitivi rispettivamente delle parole “valore” e “spazio”.
[6] Cito solo altri due esempi: di “pensiero magico” l’autrice parla nel capitolo X, e a p. 84 in Unità; la “nuvola rosa”, insieme alla parola “mistero” a lei vicina, che chiude il trentesimo e ultimo capitolo, la si ritrova a p. 106 in Unità in quel nuovo senso di partecipazione a un mistero più profondo di continuità con il creato.

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