Elmerindo Fiore, Diario di un assassino di mosche (nota di Maria Benedetta Cerro)

Diario di un assassino di mosche di Elmerindo Fiore. Una lettura poetica del Lock Down

Diario di un assassino di mosche, nella categoria del sembrare, si direbbe un libretto, una elegante plaquette, nel suo bianchissimo 15/15, invece è un oggetto d’arte, un piccolo gioiello da collezione, da pensare come un sottile girocollo d’oro, con una pendula goccia cristallina.
In copertina, a rilievo, un fiore chiuso o che ha perso i petali, un volo di mosca di cui resta sangue su una carta abrasa. Altra goccia rossosangue a sigillo dell’autoritratto, sul retro della quarta di copertina. Sul primo e sull’ultimo foglio l’applicazione di uno strappo di carta a mano, con una A gotica, rossa in fondo bianco e una bianca in fondo nero.
Ben nascosto, sul retro di copertina, come un sottofondo di cassetto, una preziosità incastonata sulla pagina: un frammento di antico manoscritto del diario di Friedrich Scardanelli.
Interventi grafici, questi, di Antonio Poce, musicista, fine calligrafo, artista tout court, che sigla l’unicità di ciascuna delle cento copie numerate.
Opera particolare, quindi, che si presenta, fin dal titolo, come un elogio del paradosso.
– Non avrebbe fatto male a una mosca – si dice di persona mite e gentile, implicitamente considerando la mosca in coda alla gerarchia degli insetti, destinati in genere alla persecuzione insetticida.
Di chi uccide mosche non si può dire dunque che sia un assassino, almeno nella comune accezione del caso. Anzi è l’autore stesso, attraverso una citazione da Luciano di Samosata a farci intendere che tutto in Natura ha una sua ragione di essere e una sua bellezza, quando fa riferimento alla natura androgina della mosca che fa da maschio e da femmina e ha doppia natura e doppia bellezza, come “quel figliolo di Ermes e Afrodite”.
Altra riflessione suggerisce la dedica a “Belzebù / principe dei demoni e signore delle mosche”. Signore del male, anche, che si porta dietro ogni giorno il suo bottino di anime dannate e cui l’autore offre il sacrificio quotidiano delle mosche uccise.
Indizio illuminante ai fini di una comprensione profonda del testo. Che è un Diario e che registra quotidianamente la data esatta del giorno e il numero delle mosche “assassinate”.
Chiarificante è infine il dato cronologico di inizio e fine del Diario: 11 marzo – 3 maggio 2020, primo Lock Down per epidemia pandemica da Covid 19.
Per la prima volta nella storia, la peste inedita rende gli uomini tutti uniti nel dramma comune e tutti tra loro separati.
I morti se ne vanno da soli, accompagnati dal bollettino quotidiano dei decessi.
Questo il parallelo più evidente tra la realtà e la sua rappresentazione poetica: le morti appaiono irrilevanti, come lo è ogni morte, nell’avvicendamento naturale sulla terra.
La realtà risulta essere una scatola vuota, come i giorni tutti uguali della clausura. Registrati all’occorrenza dettagli non significativi, che sottolineano e amplificano il senso di vuoto e di nullità: dare acqua al melograno, controllare se spuntano le gemme, contare le rose sul roseto, constatare che la magnolia è ancora invasa dalle tortore. A conclusione di ogni registrazione è la conta delle mosche uccise, che dice la ripetitività del gesto, l’insignificanza e l’assenza di vita.
Da sottolineare che in un solo caso si spezza il filo della conta: la notizia della morte di un amico, musicista senza età e senza tempo, come sono i cari agli dei. “Ho saputo di una sua morte” si dice nella pagina in cui è registrata per lutto la sospensione dell’uccisione delle mosche.
Ma lo scacco del poeta è nella follia, che è il coraggio di sovvertire il consueto, demolire la realtà e sostituirla con una realtà altra, che è quella dell’arte.
La destrutturazione del reale avviene in primo luogo con l’annullamento delle coordinate spazio temporali e l’assunzione di nuovi riferimenti: quelli del sogno, della memoria, dell’arte, della poesia, che si intrecciano con le situazioni reali fino ad interagire con esse  e creare un altrove dove il soggetto vive in una sorta di presente intemporale: “oggi sono passati a casa Paolo Uccello e Jacopo da Pontormo”, (12 marzo 2020).
Dunque le persone diventano personaggi di una rappresentazione, dove lo stesso protagonista si cala attraverso i suoi alter ego: Steve, Tex, Bloom, la Regina, in una sorta di recitazione e/o monologo visionario e surreale, che però, si noti bene, utilizza luoghi e situazioni assolutamente reali, per cui trovi Cassino, Sermoneta, la macchia di Pofi.
Un depistaggio attraverso il quale l’autore sembra muoversi nella sfera dell’assurdo e della finzione, descrivendo invece minuziosamente la più palese delle verità.
Il punto più evidente è nel riuscire a sintetizzare la situazione pandemica globale come un vuoto così pieno di lutto, da non avere neppure lo spazio per il nulla.
Torna significativo il senso della citazione iniziale da Jacopo da Pontormo: “poi me ne tornai a casa / e stetti male insino a Carnovale”. Premessa di un malessere profondo, imposto dalla situazione di isolamento e solitudine.
Né, al di là di una chiave interpretativa, va trascurato il linguaggio, che appare subito interessante dal punto di vista della struttura e della versificazione. Una scrittura “asmatica”, dal respiro spezzato, con versi brevi o lunghissimi, la punteggiatura all’inizio del verso, le chiuse in sospensione, come in attesa d’altro. Lo stile è vagamente narrativo, ma per annotazioni, per appunti, prosciugato ed essenziale.
Una lingua che parla per immagini, che disegna più che scrivere sulla pagina quadri che puoi vedere molto nitidamente. Ma si tratta di immagini frammentate, di cui ogni dettaglio evoca immagini a sua volta. Richiami, più che suggestioni, all’indeterminato che è in ciascuno e che è sollecitato a riemergere, a mostrarsi, a dirsi.
Capita che coesistano dettagli di aree sensoriali diverse, di diversa provenienza, di mondi e nature diverse, dettagli che paiono rimandare alla sfera privata e invece, stranamente, riguardano tutti.
A volte con esiti spiazzanti, se non fosse che riconosciamo in essi esattamente il funzionamento del pensiero nella sua dinamica naturale e totalmente libera. Come dire che la mente va dove vuole e attinge agli affioramenti, al magma tutto interiore. Come dire che ciascuno di noi pensa come in sogno, che questa scrittura dice ciò che nessuno direbbe, senza correggere il senso.
A volte, per vedersi, basta specchiarsi. E solo specchiandosi ci si riconosce.

Castrocielo, 24 gennaio 2021

© Maria Benedetta Cerro

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