Il sabato tedesco #34: Stefan Zweig, Novella degli scacchi

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Stefan Zweig, Novella degli scacchi

La vicenda narrata – un “fatto inaudito” secondo la celebre affermazione che del genere letterario della novella diede Goethe nel 1827 – si svolge su un piroscafo passeggeri in viaggio da New York a Buenos Aires, in un tempo non distante da quello vissuto dall’autore stesso, che ne scrive nel 1941 a Petrópolis, in Brasile. Schachnovelle, Novella degli scacchi, è l’ultima delle tante opere pubblicate in vita da Stefan Zweig, che alla fine di febbraio del 1942, insieme alla seconda moglie Lotte Altmann, si toglie la vita a Petrópolis, ultima tappa, dopo Londra (con viaggi in Argentina e in Brasile) e New York, di un’emigrazione forzata al quale lo avevano costretto, in un tragico crescendo, l’ascesa al potere di Hitler il 30 gennaio 1933, il divieto di diffusione e pubblicazione delle sue opere in Germania nel 1934 (quelli di Stefan Zweig furono tra i libri bruciati nel rogo del 10 maggio 1933 sulla piazza di fronte alla Università Humboldt a Berlino), l’Anschluss dell’Austria, suo paese di origine, e di residenza fino al 1934, alla Germania nel marzo 1938.
Dall’attacco magistrale, che con abilità da regista cinematografico restringe progressivamente lo sguardo dall’animato affaccendarsi delle persone in partenza, passando per l’io narrante e per il suo amico, i quali osservano la scena, alla focalizzazione su Mirko Czentovič, che porta l’obiettivo sull’oggetto centrale dell’opera, il gioco degli scacchi, fino all’epilogo drammatico, sembra proprio che l’io narrante abbia molto in comune con l’autore stesso, il quale da New York, dove si era trasferito nel 1940, si sposta nel 1941 a Petrópolis.
Gli scacchi, definiti in diverse occorrenze del testo «das königliche Spiel» “Il Gioco dei Re”, sono terreno di contatto e scontro – uno scontro che assumerà dimensioni epiche – tra i due personaggi centrali, che giungono a rappresentare due poli e a caricarsi di simboli: il lento, ottuso e affermato campione mondiale Mirko Czentovič, e l’homo obscurissimus, il Dr. B., che quel gioco ha conosciuto e praticato in circostanze ‘estreme’, la prigionia in una camera d’albergo, nell’Hotel Métropole di Vienna, dove è stato rinchiuso in regime di deprivazione sensoriale e sottoposto a pressanti interrogatori dalla Gestapo, proprio in seguito all’Anschluss del 12 marzo 1938, giorno delle dimissioni del cancelliere austriaco Schuschnigg e vigilia dell’ingresso trionfale di Hitler a Vienna.
Gli scacchi diventano allo stesso tempo possibilità di emancipazione e ossessione foriera di follia: una dualità affascinante ed esplosiva, come riveleranno gli eventi.
Un io narrante, il cui nome non viene rivelato, riferisce dunque di eventi occorsi su un piroscafo passeggeri in viaggio da New York a Buenos Aires, eventi che in parte ha vissuto come testimone diretto. Tra i passeggeri spicca il campione mondiale di scacchi Mirko Czentovič, sulle umili origini e sull’ascesa rapidissima del quale l’io narrante viene informato dal suo amico. Incuriosito dal racconto dell’amico, racconto che costituisce uno dei due inserti a mo’ di flashback nel tempo narrato, a sua volta esteso su un arco di pochi giorni, l’io narrante rivela al suo amico «l’intenzione di esaminare un po’ più da vicino quel singolare esemplare di potenza intellettiva, circoscritta all’estremo, durante i dodici giorni di traversata fino a Rio» (p. 43).
I tentativi dell’io narrante, messo in guardia dal suo amico circa la difficoltà se non addirittura l’impossibilità dell’impresa, non vanno a buon fine; poi, dopo tre giorni, architetta un piano. Con la moglie come ‘avversaria’ all’altro lato della scacchiera, si mostra intento in una partita a scacchi. Come un uccellatore, attirerà chi non sa resistere al fascino del “Gioco dei Re”. In breve tempo la ‘preda’ si fa catturare: è McConnor, un ingegnere minerario che ha fatto fortuna con pozzi petroliferi in California. L’io narrante e McConnor, giocatore ambizioso ma non certo invincibile, cominciano a giocare e solo al terzo giorno Mirko Czentovič lancia un’occhiata alla partita, proprio mentre McConnor sta muovendo e si allontana subito, con l’aria di aver visto qualcosa di ben lungi dall’essere degno della sua attenzione. A quel punto due osservazioni dell’io narrante stuzzicano da un lato l’ambizione smodata, dall’altro l’amor proprio di McConnor: l’io narrante gli rivela che la persona che si è avvicinata al tavolo, per allontanarsene subito dopo, è il campione mondiale di scacchi, il quale, evidentemente, non ha mostrato alcun interesse dinanzi a «giocatori di terza categoria».
Sarà sfruttando la presenza, la ricchezza e l’ambizione di McConnor, il quale pagherà a Czentovič un lauto onorario a partita, che l’io narrante riuscirà nel suo piano di conoscere più da vicino il campione di scacchi. Ma è durante la seconda partita contro di lui che avviene la svolta nella storia, l’intervento del Dr. B. L’esclamazione di questi «Per l’amor del cielo! No!» ferma la mossa di McConnor che stava per cadere nella trappola tesa dal campione mondiale. Il gruppo dei giocatori, McConnor per primo, dopo un tempo di comprensibile sbalordimento, chiede consiglio al Dr.B. e, con le indicazioni di questi, porta la seconda partita al risultato di patta. A questo punto è Czentovič che offre la possibilità di tornare a giocare: nel gruppo dei dilettanti ha riconosciuto chi ha ottenuto quel risultato sorprendente contro di lui e desidera prendersi una rivincita. L’appuntamento sarà per il giorno successivo. Ancora in questo quarto giorno della narrazione, tuttavia, a chi legge si fa incontro il secondo, lungo inserto. Il Dr. B. racconta all’io narrante la storia drammatica del suo arresto il 12 marzo 1938, dei mesi trascorsi all’Hotel Métropole di Vienna, albergo requisito dalla Gestapo e usato come prigione, come sede di interrogatori e di un tipo particolare di sevizie. Il racconto prosegue con la provvidenziale scoperta del compendio con le 150 partite di campioni degli scacchi e con l’esperienza unica che va per il sollievo, la concentrazione, la scissione della coscienza, e la vera e propria ossessione che conduce a una «intossicazione da scacchi».
Nonostante il pericolo che possa costituire per il Dr. B. avvicinarsi a una scacchiera, scacchiera che non vede dai tempi del liceo, giacché tutte le partite giocate all’epoca della prigionia sono state esclusivamente nella sua testa, questi riesce a farsi persuadere dall’io narrante, cosicché, nel terzo e ultimo giorno della narrazione, saranno due le partite a scacchi (la terza e la quarta delle partite giocate sul piroscafo che diventano oggetto della narrazione) che segneranno, rispettivamente, il climax e lo scioglimento di questa Novella che possiede la struttura in cinque tempi del dramma classico, insieme a molti elementi costitutivi del genere “novella”.
Lo scontro tra i due antagonisti si palesa come scontro tra due opposte visioni del mondo, tra due modi contrari di stare nella storia. Tutto questo avviene nel segno del gioco degli scacchi, ed è uno scontro, quindi, tra sapere o non sapere giocare “alla cieca”, tra la capacità di riprodurre a memoria il gioco, raggiungendo una capacità di immaginazione e astrazione altissima e, allo stesso tempo, rischiosa fino a diventare fatale e l’essere ancorati alla fisicità di una scacchiera e, fuori di metafora, alla concretezza della contrapposizione di forze. Concretezza ottusa e arrogante, sembra sottolineare Stefan Zweig, il quale aggiunge profeticamente tra le righe, che tale incrollabile, ottusa e insieme altera concretezza si è rivelata e si rivelerà in prevalenza vincente nella Storia.

© Anna Maria Curci

 

Sul grande piroscafo passeggeri in procinto di salpare a mezzanotte da New York per Buenos Aires regnava il solito affaccendato viavai dell’ultima ora. Gli ospiti da terra facevano ressa per salutare gli amici, i ragazzi del telegrafo, col berretto sulle ventitré, sfrecciavano da una sala all’altra chiamando i nomi a gran voce, fiori e valigie venivano trascinati a bordo, i bambini correvano curiosi su e giù per le scale mentre l’orchestra continuava a suonare imperturbabile per il deck-show. Ero intento a conversare con un conoscente sul ponte di passeggiata, un po’ discosto da questo trambusto, quando accanto a noi guizzò per due o tre volte la luce di un flash – a quanto pareva, qualche personaggio importante era stato intervistato e fotografato dai reporter poco prima della partenza. Il mio amico lanciò un’occhiata in quella direzione e sorrise. «Avete un tipo raro a bordo, il Czentovič». E dato che a quell’uscita dovetti fare evidentemente un’espressione piuttosto perplessa, aggiunse a mo’ di spiegazione: «Mirko Czentovič, il campione mondiale di scacchi. Ha fato il giro dell’America da est a ovest per giocare nei tornei, e ora è in partenza per l’Argentina in cerca di nuovi trionfi».  (pp. 31-32)

Czentovič, difatti, non fu mai in grado di giocare una sola partita a memoria – o come si dice in gergo tecnico, alla cieca. Era del tutto privo della capacità di materializzare il campo di battaglia nello spazio sconfinato della fantasia. Doveva sempre avere davanti a sé, in maniera tangibile, il quadrato bianco e nero con le sessantaquattro case e le trentadue figure; perfino ai tempi in cui era ormai un campione di fama mondiale continuava a portare con sé una scacchiera pieghevole, in modo da materializzare visivamente la disposizione dei pezzi ogni volta che voleva ricostruire una partita o risolvere da solo un problema scacchistico. (p. 39)

«Una camera d’albergo tutta per sé – sembra estremamente umano, non è vero? Tuttavia, mi creda se le dico che si era deciso di non stiparci, noi cosiddetti “personaggi di riguardo” in venti in una gelida baracca, ma di alloggiarci in una stanza d’albergo discretamente riscaldata, non ci era stato riservato in alcun modo un trattamento più umano bensì solamente un metodo di tortura più raffinato. Poiché la pressione con la quale intendevano strapparci il “materiale” necessario doveva funzionare in maniera più sottile rispetto a rozze bastonate o torture fisiche: attraverso il più ingegnoso isolamento pensabile. Non ci veniva fatto alcunché – venivamo soltanto abbandonati nel nulla più totale: e com’è risaputo, niente al mondo è in grado di esercitare una tale pressione sull’anima umana come il nulla. Rinchiudendoci, ciascuno di noi, nel vuoto più assoluto, in una stanza sigillata in maniera ermetica dal mondo esterno, quella pressione, anziché dal gelo e dalle percosse, doveva essere generata dall’interno, fino a che, come un’esplosione, non ci faceva aprire bocca». (p. 76)

«Dopo sei giorni ero già in grado di giocare la partita sino alla fine in modo impeccabile, dopo altri otto non ebbi neppure più bisogno delle briciole sul lenzuolo per materializzare le posizioni del libro, e dopo altri otto giorni lo stesso lenzuolo divenne superfluo; i segni del libro, a1, a2, c7, c8, all’inizio del tutto astratti, si trasformavano in automatico nella mia testa in posizioni visive, plastiche. Il passaggio era avvenuto in maniera perfetta: avevo proiettato all’interno la scacchiera con le sue figure, e mi bastava un’occhiata alle semplici formule per avere una visione d’insieme delle varie posizioni, così come a un musicista esperto è sufficiente dare una semplice scorsa alla partitura per sentire ogni singola voce e l’armonia dell’insieme».  (p. 92)

Edizione di riferimento: Stefan Zweig, Novella degli scacchi. Cura e traduzione di Silvia Montis, Newton Compton 2014

Dall’archivio della mostra “Arti in esilio”, qui, la copertina della prima edizione di Schachnovelle

 


Novella degli scacchi di Stefan Zweig è stata al centro dell’incontro del 9 maggio 2021 nell’ambito dell’iniziativa “Aperitivo con libro

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