Anna Bertini, Le stelle doppie

Anna Bertini, Le stelle doppie
Arkadia Editore 2020

I nomi sprigionano luce, racchiudono destini e li annunciano, si divertono a spiazzare, perfino. Per nome siamo chiamati, con il nome veniamo ricordati.
Nel romanzo di Anna Bertini Le stelle doppie i nomi di luoghi e di persone, così come i nomi di brani musicali si moltiplicano e si combinano in tante costellazioni. Tra i fili conduttori che hanno accompagnato la mia lettura, particolarmente tenace si è rivelato quello legato al termine che in tedesco, nell’analisi testuale delle opere, soprattutto di quelle teatrali, si usa per la caratterizzazione e l’interazione dei personaggi: Figurenkonstellation.
Le stelle doppie anima questa “costellazione di personaggi” in modo illuminato e coinvolgente. Dispone, nella narrazione, piani temporali, scenari, singole storie e rievocazioni personali di più di un personaggio, dispositivi diversi per la resa narrativa – messaggio di posta elettronica, dialogo, telefonata, ricostruzione nella memoria – con un procedere consapevole, attento sia al dato realistico, sia a quella architettura complessa, elaborata e fragile, raffinata e vulnerabile, che è l’animo umano. E l’animo umano sui nomi, sui loro rapporti con le cose, con i ‘realia’, si interroga incessantemente. A partire dal proprio nome, dal nome che ciascuno si ritrova e che nessuno ha scelto per sé.
A quel nome è possibile ribellarsi, come avviene a Lucilla, che per anni sceglie di essere chiamata Luke, dopo aver ricomposto a propria immagine il testo della celeberrima canzone dei Beatles Hey Jude. A quel nome è possibile sostituire un nome d’arte, come fa Marco, il fratello di Lucilla, che come dj e animatore radiofonico a Londra si fa chiamare  Mars Gracely. A quel nome è possibile opporre una resistenza durissima, sconfessandone la musicalità ‘sevillana’ con una condotta glaciale, distante, almeno in apparenza, da qualsiasi emozione: è la scelta operata da Manuel.
A quel nome, tuttavia, non è possibile non ritornare, se si intende proseguire il viaggio anche nei territori più remoti dell’immensa galassia che, semplificando drasticamente, chiamiamo “io”.
Nella costellazione del romanzo di Anna Bertini c’è un centro e questo centro ha un nome: Aldebaran. È il nome dello stabilimento balneare a Molina, sulla Costa degli Etruschi, dal quale si dipartono le «traiettorie», come l’autrice definisce i diversi percorsi personali lungo la narrazione, e al quale i personaggi, in un modo o nell’altro, in presenza o nel ricordo, ritornano.
Aldebaran è una stella, la più luminosa della costellazione del Toro, ma è anche una stella binaria, un sistema stellare costituito da una stella primaria e una stella secondaria, una “stella doppia”, dunque.
Nel sistema stellare di Aldebaran i personaggi e le loro storie sono presentati come “stelle doppie”. A chi leggerà il romanzo Le stelle doppie lascio – o meglio, affido – il compito avvincente di individuare le coppie di stelle, con un’avvertenza: non è così scontato che per ogni singolo personaggio ci sia una e una sola combinazione, una e una sola possibilità di abbinamento.
L’occasione per il viaggio narrativo tra le “stelle doppie” è il «ritrovarsi» (anch’esso, come «traiettorie», è un termine adoperato dall’autrice per nominare, in sequenze numerate, alcuni inserti narrativi) dei componenti della comitiva di ragazze e ragazzi che negli anni Settanta frequentava l’Aldebaran, proprio in quello stabilimento balneare, a tanti anni di distanza, per la precisione il 12 settembre 2003, l’anno dell’entrata in guerra contro l’Iraq, a dispetto delle numerose manifestazioni pacifiste in tante città di tutto il mondo.
I piani temporali rivestono un ruolo fondamentale, disegnano lo spazio in cui si muovono le “stelle doppie”. Il passaggio è significativo: dalle estese – oggi, con la trasfigurazione del ricordo, diremmo ‘smisurate, immense’ – possibilità degli anni Settanta, di cui la generazione di cui faccio parte, e della quale fanno parte i personaggi del romanzo che in quegli anni erano adolescenti, è divenuta, agli occhi di molti potenti, ‘testimone scomodo’, all’anno in cui la risposta dei potenti di turno alla proposta di una via alternativa alla guerra, al saccheggio e al controllo, alla proposta che scaturiva dalle stelle condivise, con i nomi di pace, di rispetto, di attenzione agli ultimi del mondo, fu, con semplice brutalità: ignorare.
Questo racconta il romanzo di Anna Bertini, tra le righe e lungo le traiettorie, con una colonna sonora nella quale risuonano con limpida forza, tra i numerosi brani, musica e testo di Felona delle Orme; lo fa illuminando le stelle e le loro vicende, il loro guardare stupito e talvolta sgomento il mondo degli adulti, il loro diventare adulti a loro volta e tornare a far brillare quelle che avevano ritenuto “stelle secondarie”.
La citazione da Fraternità di Octavio Paz, posta in esergo, proietta una luce significativa sull’intero romanzo. Le vicende di Lucilla e Marco Grazioli, con i loro genitori Giuditta ed Ennio, di Manuel e Jacopo Alati, con i loro genitori Giulia e Guido, di Simone e Assia Battistelli, con Noè, rispettivamente, per loro due, padre e nonno e, per tutti, il ‘patriarca’ dell’Aldebaran, di Silvia Poli, di Cristina Guerra assumono una luce paradigmatica e conservano, ciononostante, la loro unicità:

Sono uomo: duro poco ed enorme è la notte.
Ma guardo in alto: le stelle scrivono.
Senza capire comprendo: anch’io sono scrittura
e in questo stesso istante qualcuno mi sta decifrando.

Così scrive Octavio Paz e con la luce di queste parole formulo il mio invito a leggere Le stelle doppie.

© Anna Maria Curci

 

Da “Traiettorie nove –Lucilla” 

Da bambini siamo piccole spugne che assorbono sensazioni, anche le più ingombranti. Sotto alcune di quelle ho nascosto Lucilla.
Ho deciso di parlarti e di chiudere così i conti con quel passato. Ho vissuto tre anni con Jacopo a Brooklyn. Abbiamo diviso un loft essenziale e d’inverno decisamente freddo, che si affacciava sull’East River e sul Newton Creek. Da lì abbiamo osservato i camion della Budweiser caricare nei docks, e le Torri Gemelle stagliarsi nel cie­lo dall’altra parte del fiume, a Manhattan. Un giorno, l’11 settembre di due anni fa, dopo aver cercato di raggiungere i luoghi di lavoro in metropolitana, ci siamo ritrovati insieme. Siamo riusciti a fare ri­torno al nostro posto solo nel tardo pomeriggio, sconvolti. Le torri erano oramai una colonna di fumo e polvere che si elevava nera nel cielo. Da allora non ci sono state più nel nostro skyline.
Abbiamo passato intere ore affacciati sulla città mutilata, lascian­doci andare al dolore: la ferita aperta dalle torri ci aiutava a visua­lizzarlo e a parlarne. È in questo modo che siamo diventati davvero fratelli. Davanti a due torri distrutte, gemelle. Abbiamo chiamato i nostri fantasmi con il loro nome, e ci siamo aiutati a sconfiggerli. L’anno scorso, a marzo, tornati a casa una sera, abbiamo visto im­provvisamente accendersi due fasci di luce nel posto dove c’erano le torri. Due fasci di luce pulita, chiara, di colore azzurrino. Si alzavano verso l’alto fieri, e lavavano il nero di quella necrosi. Li osservavamo dalla nostra finestra riempire lo skyline della città e ci siamo sentiti rinascere. Abbiamo capito che avevamo fatto lo stesso percorso di quella cicatrice tra i palazzi, là a Ground Zero. Guardando in faccia le nostre ferite, affrontandole, eravamo riusciti a far tornare la nostra luce. Così è tornata anche Lucilla, e per Jacopo sei tornata tu, sua ma­dre. Può evocarti senza soffrire, ed è felice che sia stata io a prendere il posto lasciato da Manuel tra lui e Guido. Riesce a parlare anche di suo fratello, sebbene Manuel sia per lui ancora una piaga aperta. Ma il dolore ora, lo sappiamo, serve pure a qualcosa. (Anna Bertini, Le stelle doppie, Arkadia Editore, dicembre 2020, pp. 82-83)

 

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