Sommersione di Sandro Frizziero (recensione di Roberto Lamantea)

Sandro Frizziero, Sommersione
Fazi editore 2020

Erano anni che nella narrativa italiana il tema del corpo non esplodeva sulla pagina in una metafora così potente, con la forza delle immagini e di una lingua letteraria aspra, strappata alla vita e resa con pennellate espressioniste. È la principale forza, dirompente, di Sommersione di Sandro Frizziero (Fazi, Roma 2020, 192 pagine), il giovane scrittore di Chioggia (1987) al suo secondo libro dopo Confessioni di un NEET (Fazi 2018). Sommersione è un libro sull’inferno, dove l’inferno, sartrianamente, siamo noi, ed è ambientato in un’Isola della laguna sud veneziana, reale ma con visioni metafisiche, dove il male e l’odio sono l’unico pane. Sandro Frizziero governa una materia di pece con una capacità stilistica eccezionale e dove, per uno dei paradossi di cui solo la letteratura e il teatro sono capaci, scrive di odio senza odiare, senza empatia e senza giudizio. I personaggi di Sommersione sono anime senza luce e senza speranza, non diversi dai topi e dagli scarafaggi che infestano l’Isola, metafora dell’universo, della vita e della storia. Un mondo alla fine del mondo.
Ma la luce del romanzo è la scrittura: l’architettura del libro e la musica acida delle parole. Il romanzo è scritto in seconda persona: non è l’io che identifica personaggio e narratore, né “egli”, quella terza persona che in letteratura gioca con la finta neutralità del racconto trasformando la pagina in uno schermo. Il cupo pescatore protagonista di Sommersione non ha nome, è il “tu” a cui si rivolge chi racconta. Chi racconta sa tutto di lui: ne conosce il torvo passato, neanche tanto celato – a parte un sospetto di omicidio – le relazioni, i pensieri, gli sguardi. Frizziero è un burattinaio senza fili, ma mai un giudice: la sua trama è la cattiveria umana, non c’è un filo di tenerezza in questi personaggi, perfino la Cinzia, la moglie «dagli occhi bovini», i «denti gialli da nutria», gli «abiti floreali che la fasciavano come un insaccato», picchiata ogni giorno dal marito, non accenna una rivolta, come se la violenza fosse nell’ordine naturale delle cose.
Il pescatore, che il racconto coglie già vecchio, ha gli «occhi strabici e freddi come quelli di un rettile» e subito sbatte sulla pagina la morte, il dolore e l’agonia: «I pesci fanno meno pena degli altri animali quando muoiono, questa è la verità. Non urlano, non piangono, non si lamentano, i pesci. Non sono come i polli che continuano a muoversi anche se gli si taglia la testa. […] I pesci lasciano questo mondo, che per loro ha le caratteristiche di un infinito acquario, in maniera nobile, senza dare fastidio a nessuno. Boccheggiano, tremano e muoiono tutti allo stesso modo». L’evidenza plastica della violenza, l’assenza di pietà, tornano in molte pagine del romanzo: il protagonista non esita a uccidere con polpette avvelenate la cagnetta di una vicina solo perché abbaia; ammazza i gatti randagi mettendoli dentro un sacco, anche cinque alla volta, con un paio di mattoni. Poi li getta «nell’acqua nera della laguna per spegnere il loro miagolare». Ne ha anche impiccato uno, un gatto nero. Ucciderà anche un albero, perché gli danno fastidio le foglie secche.
È l’infelicità la trama e l’ordito della vita: l’infelicità «non rinnega e non respinge nessuno […] è calda, morbida, accogliente, l’infelicità. Una volta sperimentata, non si riesce più a farne a meno». Esiste persino, nei personaggi del romanzo, «una fierezza dell’emarginazione e una gioia nell’esclusione»: è «la sensazione di perenne precarietà che solo chi vive in una minuscola porzione di terra appena emergente dal mare può provare». E l’Isola è il carcere da cui il pescatore non può fuggire: «È il prezzo da pagare per il male che hai fatto»; è questo forse l’unico guizzo “morale” del libro, non per nulla introdotto da un esergo di Camus (da La caduta).
Quello di Frizziero non è un “racconto morale”; non è un romanzo verista (anche se la figura del pescatore, ruvida come una scultura, non può non far pensare a Verga e il racconto abbia elementi del realismo sociale); le immagini rinviano alla letteratura e al teatro espressionisti del primo Novecento tedesco e mitteleuropeo ma il romanzo è altro: la sua cifra stilistica è l’allucinazione. È uno specchio nero pieno di rinvii testuali e iconografici che fanno pensare perfino a Poe, a Lovecraft, a quel capolavoro raggelante che è Cthulhu: «Tra le calli, tutto sembra sia stato abbandonato all’improvviso a seguito di un’alluvione, di una terribile epidemia, di un disastro nucleare o di un’invasione aliena. L’Isola è una Pompei galleggiante, destinata prima o poi a perdersi nella nebbia. Lo fa pensare la presenza, solo di primo acchito incoerente, di solitarie tavole imbandite, di magazzini vuoti dai cancelli spalancati, di una bicicletta lasciata arrugginire, di una grande seppia secca che penzola da un poggiolo. Si tratta di un paesaggio che solo l’indole talpesca degli isolani può comporre. Uomini-paguro che, come te, si ritirano nelle loro stanze al suono della sirena, si appiattiscono ai muri, si nascondono dietro ai cassonetti, sempre sospettosi e diffidenti come merli, pronti a fuggire se qualcuno li osserva anche da lontano». Sarebbe piaciuto a Francesco Orlando, questo catalogo di reliquie e oggetti abbandonati: il francesista e teorico della letteratura è autore di un saggio oggi fondamentale, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, sottotitolo Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti (Einaudi, Torino 1993 e 2015), nato da un memorabile corso all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Ma anche i residui dell’acqua alta disegnano un paesaggio di cadaveri: «Nelle orecchie senti ancora il suono della sirena che annuncia l’alta marea, che scenderà solo verso il tardo pomeriggio depositando in tutta Calle del Forno alghe e pesci agonizzanti, granchi e cadaveri decomposti di nutrie e topi, marmotte e ricci, creature sorprese dall’impeto dei fiumi e trascinate loro malgrado in mare e poi sull’Isola. Le strade del villaggio ora sono tutto uno strisciare di bestie, un ribollire di morte, un osceno brodo di ossa gelatinose, capelli, peli, denti, squame, feci». Viene in mente la terribile scena dell’allucinazione di Yves Montand, protagonista etilista del film I senza nome (Le cercle rouge) di Jean-Pierre Melville (1970), con serpi, topi e scorpioni che sbucano dall’oscurità della stanza e invadono il letto del gangster. Si leggano anche le pagine – sublimi – sulla sera che cala sull’isola (153-155), che rivelano, finalmente, che l’Isola (la maiuscola la trasforma in un simbolo metafisico alla Böcklin) è l’Inferno, «una filiale dell’Ade per gente di mare». E, soprattutto, «l’inferno è adesso».
La parte terza del libro (151-168) è un diamante nero: «Vagherai in eterno tra il budello di mattoni che è il villaggio e l’Isola intera, ritrovo per meduse spiaggiate, legni strappati, carapaci dispersi, ricetto per uova di uccelli e serpenti. La tua pena è il tuo odio. Odi gli alberi, le cui radici distruggono le strade, odi l’erba che screpola il cemento; odi le zanzare e le api, i gatti e i muli, le cimici e gli scarafaggi, le pantegane e i gabbiani, e tutte le altre bestie indegne del creato, prima tra tutte l’uomo. E poi odi l’estate che brucia, il vento che distrugge, il gelo, la pioggia, la neve, le stagioni, che oggi non ci sono più, e l’universo intero che poi è soltanto il cesso di dio. E se c’è davvero un dio che ti ha creato a sua immagine e somiglianza, non può che essere un dio cane, un dio ladro, mandante ultimo di ogni miseria e di ogni ingiustizia».
Nell’epilogo, il vecchio pescatore dà fuoco alla vecchia casa dove viveva come un topo e si allontana sulla sua barca, nella pece del mare. Finisce la benzina, e attende. Chiusa da grande letteratura..

© Roberto Lamantea

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