Vincenzo Errico, cordiali saluti fermi

Vincenzo Errico, cordiali saluti fermi

Un taccuino in versi che ripercorre a ritroso dieci anni, da aprile 2020 a luglio 2010. Sono annotazioni nelle quali coloro che hanno avuto modo di conoscere e apprezzare il blog di Vincenzo Errico, Taccuino blu, e le sue poesie nell’antologia Pugliamondo riconoscono incontri, richiami, intuizioni, accompagnati dallo sguardo, dal respiro e dal moto di chi sa di nuotare controcorrente, con bracciate distanziate l’una dall’altra, senza fretta e non senza rimpianti e ironie, eppure senza fare dietrofront per rincorrere la corrente principale. Coloro che si accostano per la prima volta alla scrittura poetica di Vincenzo Errico avvertono qui, già dal titolo, un ulteriore aspetto, vale a dire quello della missiva, del cenno di saluto, della comunicazione. Nuotare controcorrente non vuol dire disprezzare, non praticare le «ricette della massa» non equivale ad arroccarsi. Al contrario, scendere per le strade o addirittura mettere «in vetrina un po’ di versi» equivale a rendere conto del proprio «ammasso». dei propri «accatastamenti», di un affannarsi per «non avere pensieri che pesano», di un esitare che non evita, tuttavia, il rischio  dell’omissione, «l’essere a latere silenti».

© Anna Maria Curci

 

mani avanti
15 settembre 2019

Dove la costituzione del corpo, l’abito o l’inclinazione
non lasciano molte possibilità di scelta apparente,
quasi un vizio d’organismo che approssima e non finisce,
un vezzo semplice.

Un territorio senza traccia, a guardare dietro, privo di agitazione
eppure svela qualche tratto di sussulto cardiaco o moto di stomaco,
quando vengono alla mente un fatto, una persona o più d’una.

Ultima serie, ieri notte, ma non dirò
ché a farlo non aiuta il gorgo a salire.

E poi c’è la mancanza d’ardire,
sotto forma di un colloquio a poche frasi,
un porsi fuori che disperde,

l’attitudine alla risposta breve che non piace, ma vorrebbe.
Un dovere umanitario che calma l’ego
e il destinatario.

Non aspetto versi, prendo direzioni plurime.

 

tamerici comprese
19 gennaio 2019

E va bene che cada per le scale,
tra riserve e storie raccontate male,
dove non splende la luce della sequenza di senso.

Cadere,
al posto del solito tram desiderio
tra i quartieri omessi.

Un sospetto frugato nelle tasche
è quello della bella figura,
del meglio che manca a questo sforzo senza fine,
e piove su qualcosa,
tamerici comprese.

Di casa in casa,
panico in calzamaglia
o stupore inchiostrato di blu,
feticcio d’infanzia.

Fa giorno
e tutto si palesa ai piedi di una pagina.

 

sonata
11 giugno 2017

Il tempo non salta la corsa, non pensa
e tu, nel tuo abito, spendi la poesia che ammanca.

 

quel che è
19 febbraio 2017

non sono perle queste che ti do
pur tuttavia
sarebbero fatte di materia lucida opalina
se stessero nell’incavo di ciò che vuoi

di didascalie si tratta invece,
che a farne senza certo si potrebbe se si parlasse una lingua sola,
sottotitoli empatici per i fotogrammi dei giorni,
di questi col rosso negli occhi, mani operanti
e liste di spesa

cadono a coperta il silenzio e la voce
chiuse di diga aprono la bocca
stenditoi al vento tra labirinti di lenzuola

 

emulo
7 gennaio 2016

La figura ingombra uno sfondo perso
diluito compromesso
e attende di sapere cosa darà
alla propria fame,
ché d’abitudine si generano storie
con rovescio di significato,
allusive non per necessità,
cifre moderne fuori da convenzione.

Il tratto è dato
e presterei le braccia ad un’alzaia
per una chiatta qualunque
su per il fiume che scende,
tra fiori blu e quelli del male,
da tempo non colti.

Non farsi trovare carichi di storia,
sempre biografia aggiornata
per la curiosità del passante,
e prendere strade lontane
nelle quali perdere ciò che si sa,
o s’è saputo

per un respiro lento.

 

alla discarica
25 aprile 2015

non è che quando ti viene lasci ovunque,
per questo ci sono luoghi che l’amore conosce come speciali,
quelli che tengono i non mi piace scaduti e i non mi serve quindi,
luoghi dove le virgole puoi non metterle e dove, anche senza fame,
puoi mangiarti qualche parola parola

e se te lo concedessi
invece sappi che sarebbe vano reclamar clemenza ché la pena
segue il fatto, visto che questo s’è formato in fretta
e che la furia o la vergogna piena più non sanno che faccia fare

te ne andavi una mattina e non tornavi che a notte fonda
con una manciata d’acqua che di sé portava l’umore
il niente da ospitare, il tanto sospettoso del restare

difficile è vivere di rifugi, dove gli affetti mutano in grandezze,
onde che sparigliano andature, rami secchi tagliati in collo,
e serbare teste che più non sono,

d’ogni passo lasciar le scarpe

 

gauche caviar
1 marzo 2015

ci si scarmana togliendo da sotto la pila
la mano che si sovrappone
battendo forte l’altra
nel gioco del dire che gli altri sò quello che sò
peggio del meglio che io

e che impeto a difesa di un principio
fedeli ancora alle linee
astratti punti in sequenza lunga
scordando larghezze di prato

ai lati si è lontani dal mezzo
il circolo dista uguale dal punto
e come lo giri sta
te ne andavi una mattina quando ti si ruppe il mezzo,
commosso al centro guardasti e passò il rude buono,
il ma anche, il dovunque e l’ora e sempre, l’ape nana che inquina,
il magma che ammala, la mano che stira quella che tira, il boia che balla,
il re con la gonna, i lasciapassare
e pensasti che quel che conta non era pensare,
stare in ammollo, tornare

i piedi toccavano asfalti schiariti,
lì dove passarono altri smezzati,
prima delle patenti,
sul bitume di giudea nero di pece
e vedesti, e anche ora lo fai,
spine dorsali tremolii e rossori
e tutta la fatica di essere che confonde

ché tutti cadremo dalla stessa barca,
con o senza cashmere, zecche e kameraden,
destre sociali e radicali mancini,
bigiotterie politiche e vere trans partito,
guance gonfie di ipse dixit che mai sputano,
speranzosi responsabili dell’illusione necessaria
o utili voti a seconda, non allineati, squadrati,
quadri e cornici, cimici e talco

signore e signori, buonasera

 

asterisco
30 dicembre 2012

Urge qualcosa, del nespolo un taglio, del grezzo un lisciare,
tanto non viene parola che ammalia,
ché i tempi si accendono, cerini sfregati al fresco di sera.

Le mostre di sé non sono perfette,
maglie strappate dai ferri spinati,
pesci ibernati che saltano all’occhio

e sono sempre qualcosa, quel poco o quel tanto che attira,
e sul piovere a stento, sono parole suadenti che non oso più.

 

scriba silente
25 gennaio 2012

Mi stai seduto accanto
e annoti la solitudine affollata che calpesto.
Dal silenzio traduci un mormorio continuo
di apparizioni.

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