Bustine di zucchero #41: Jiří Orten

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Orten

Il linguaggio e la morte, oppure il linguaggio è la morte. L’uomo vive nella proiezione della sua morte e la esprime attraverso il linguaggio. L’uomo non vuole morire – ci ricorda Unamuno –; per questo il linguaggio gli è urgente: per rendersi, sotto alcuni aspetti, immortale. Linguaggio e morte sono consustanziali all’essere umano che traccia il suo pensiero o il suo percorso per lasciare il segno. Si diceva: il linguaggio è morte. Esiste, cioè, una morte del linguaggio, rappresentata dall’indifferenziazione del suo uso che produce inaridimento e povertà, divenendo un volto mesto, imitazione, scimmiottamento, decuplicata ripetizione del niente, ponendo limiti alla stessa lingua, soffocandola. Come ritrovarne la luce? Il cèco Jiří Orten, «poeta dell’inverno» e «pellegrino praghese» (Angelo Maria Ripellino), ricco di amore, purità e compassione (František Halas), la cui lingua «fruga sotto le parole, che vede se stessa, che ripensa il proprio corpo» (Giovanni Giudici), poeta dal destino breve e dalla biografia tutta consegnata alla scrittura, ci ricorda che, come per la nave la materia pura è il legno, un «albero morto [che] viene nuotando verso il mio linguaggio» (Albero), così la lingua deve ritrovare una purezza che spalanchi l’orizzonte perduto delle parole. La poesia balbetta con sillabe potenti, sussurra a lampi – attitudine, questa, naturale nel suo dire, una discesa nelle parole per svuotarle e, quindi, ridarle alla sua rivelazione caratterizzante: la riscoperta dell’antico nella modernità. Il poeta cèco aveva capito, come Mandel’štam, che la poesia si origina da una pre-parola e, per cercare nel fondale di questa memoria, bisogna coglierne l’ardore, gli slanci e le direzioni. Quella di Orten è una scrittura verticale, punta sia in altezza («lieve innalzare/un castello vertiginoso» in L’esercizio difficile) sia in profondità («In fondo! Innestare la pietra» in In fondo), e si rifà a un nominare le cose fin dalla loro remota sostanza. Lui, novello Orfeo, sgomento e sofferente davanti alla storia dell’uomo, porta con sé i segnali di una lotta, un sentire tragicamente la lotta fra presagio della fine e desiderio totale di scrittura come canto estremo, simile allo streben di grandi pensatori e poeti (il Rilke delle Elegie e l’Unamuno del Sentimento tragico). Scrivere diventa l’esercizio a un dolore, comporta la coscienza di una morte della lingua, morte da cui salvarla per custodirne fedeltà testimoniale, ermeneutica, laddove poetare è interpretare oltre gli effimeri significati. Per Orten la poesia porta a «strappare dall’anima/le orme di passi lontani» (In fondo), qualcosa che non deriva più da sé ma esonda per raggiungere altri luoghi. È, questo, l’esercizio più difficile, far in modo che la parola si sollevi da terra, si stacchi da un’impronta provvisoria per ascendere. In altre parole: che diventi metafisica. Nell’insegnamento di Orten, scrivere vuol dire valicare i muri. Solo chi desidera, chi brama lo sconfinamento può vedere «la stella del mattino levarsi in tutta la sua bellezza», solo così «la morte tace al cospetto dei versi» (Settima elegia).

 


Bibliografia in bustina
J. Orten, La cosa chiamata poesia (traduzione di G. Giudici e V. Mikeš), Torino, Einaudi, 1969.
A.M. Ripellino, Praga Magica, Torino, Einaudi, 1973, 1991 (2002). Il riferimento a F. Halas è desunto dal libro di Ripellino.
R.M. Rilke, Elegie duinesi (traduzione di E. e I. De Portu), Torino, Einaudi, 1978, 1984.
M. de Unamuno, Del sentimento tragico della vita, Milano, Edizioni SE, 2003.

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