Bustine di zucchero #40: Francisco De Quevedo

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Quevedo

Se Francisco de Quevedo, nella definizione di Borges in Altre inquisizioni, era, al pari di Dante, Goethe e Shakespeare, «meno un uomo che una vasta e complessa letteratura», allo stesso modo il lirico del Siglo de oro non era meno del personaggio del Quijote, fatto cioè di quelle «contraddizioni vitali» che costituirono il terreno fertile da cui s’erano originati un temperamento energico e incoerente e un ingegno eccentrico e inquieto. E il Bodini traduttore, cui è legata storicamente la parabola lirica e editoriale di Quevedo in Italia (Laura Dolfi), con la versione einaudiana dei Sonetti amorosi e morali riuscì nell’intento di presentare l’uomo e l’opera evitando la sovrapposizione delle parti. Poiché, come anni prima (1957) Vittorio Bodini aveva inteso «difendere don Chisciotte dal donchisciottismo», così aveva difeso in seguito Quevedo da un aneddotico “quevedismo” che certo contemplava l’arte della spada, una carica diplomatica non estranea alla corruzione, una confessione cattolica, ma anche una poetica e un pensiero folgoranti. Nella sua opera in prosa distinguiamo una riflessione sugli aspetti sociali, politici e morali del suo tempo, risolta in uno sguardo disincantato e dolente, tipico di uno spirito rimasto saldo a un passato d’ideali eroici e leggendari. In poesia rivaleggiò, e furiosamente, con Góngora – Quevedo apparteneva infatti alla linea concettista mentre Góngora era culteranista – col quale non mancarono le stoccate e i fendenti poetici che questi si scambiarono. Tuttavia non mancò che cambiassero abito per cui si scopre sovente un Quevedo d’ispirazione culteranista. La sua produzione poetica fu raccolta e pubblicata dopo la morte. Nei Sonetti amorosi e morali risaltano, oltre all’uso dell’antitesi, figura retorica divenuta propria del concettismo spagnolo, diversi accostamenti e simboli, soprattutto nel tema amoroso, e sono questi esempi a suggerire che l’artificio del pensiero lascia, in certe circostanze, il passo al culteranesimo. La ragione, quindi, si ritira a favore di una poetica più umana e sentimentale, il pensiero e l’antinomia lasciano occasioni a più dense metafore e a paragoni di pregio e di preziosa finezza. Per Quevedo, alternare una poesia di pensiero (“congetturale” per usare un termine caro a Borges) a una poesia di sentimento vuol dire lasciar trasparire la natura interiore e controversa dell’uomo che, nonostante la forte complessità, trova una crepa, uno stato d’animo che lo invade. È da credere con Bodini a una «poetica del dissidio», la cui retorica affonda in una più antica radice, ossia il Petrarca («Pace non trovo, et non ò da far guerra» che ben esprime la valenza avversativa) – verso il quale sia Quevedo sia Shakespeare ebbero un debito d’ispirazione –, un dissidio infine ricondotto a un’immagine complementare dell’uomo e del poeta.

 


Bibliografia in bustina
F. De Quevedo, Sonetti amorosi e morali (traduzione e cura di V. Bodini), Torino, Einaudi, 1965 (1982).
F. De Quevedo, Sonetti amorosi e morali (traduzione e cura di V. Bodini, con uno scritto di P. Neruda), Firenze, Passigli, 2001.
J.L. Borges, Altre inquisizioni (a cura di F.R. Amaya, traduzione di F.T. Montalto), Milano, Adelphi, 2000.
M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancha (traduzione e cura di V. Bodini), Torino, Einaudi, 1957.
L. Dolfi, Vittorio Bodini e la Spagna. Itinerario bio-bibliografico, 2015, Unipd CoLab, e-book disponibile a questo collegamento.
W. Shakespeare, Sonetti, trad. di G. Cecchin, introduzione di A.L. Zazo, con uno scritto di O. Wilde, contenuto in Shakespeare i poeti elisabettiani , Milano, Mondadori, 2012.

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