Rileggendo “L’uomo greco” di Jean-Pierre Vernant (di Aldo Spano)

Rileggendo L’uomo greco di Jean-Pierre Vernant
di Aldo Spano

 

Ho sempre saputo che le cose sono contraddittorie, complicate, che nessuna soluzione può essere trovata a priori e che ogni soluzione unilaterale è necessariamente falsa: se non altro perché ogni affermazione contiene sempre, in qualche modo, un legame con l’affermazione contraria (da un’intervista di Silvia Ronchey a Jean-Pierre Vernant su La Stampa del 27/3/98).

Lo scorso 2 aprile in una collana edita dal Corriere della SeraLa vita degli antichi – è apparsa la ristampa di un classico: L’uomo greco. L’opera, curata originariamente da Jean-Pierre Vernant, rappresenta una delle raccolte di saggi – scritti da studiosi diversi – più innovativi e insieme avvincenti nel panorama degli studi di antichistica. Non mi sembra infatti esagerato affermare che, se oggi guardiamo al mondo antico con occhi contemporanei, lo dobbiamo anche all’ispiratore di questo volume sulla cui statura intellettuale vorrei spendere qualche parola. La vita di Vernant ha inizio nel 1914 a Provins, un borgo nei pressi di Parigi, ed è solcata dall’esperienza della seconda guerra mondiale durante la quale il giovane Jean-Pierre partecipa attivamente alla resistenza del suo Paese contro l’invasore. Dalla militanza di questi anni eredita una passione mai sopita per la politica (sarà un marxista critico e non allineato) e più in generale un interesse per le strutture sociali e culturali su cui si fondano le comunità – della polis si occuperà infatti più volte nei suoi studi. Come succede spesso ai grandi pensatori, l’approdo alla speculazione avviene attraverso sentieri poco prevedibili e poco battuti. Dopo gli studi di carattere filosofico – i suoi interessi da studente ricadono principalmente sulle opere di Diderot –, Vernant si affaccia al mondo greco grazie alla conoscenza di Louis Gernet, un acuto grecista con una passione innata per la sociologia di stampo durkheimiano. Inoltre, negli anni che seguono la guerra, continua a coltivare la preziosa amicizia con Ignace Meyerson, suo professore alla Sorbona e studioso di spicco di psicologia storica, disciplina che a quel tempo inquadrava i fenomeni della psiche umana all’interno del loro contesto storico. Lo studioso di Provins, forte di questo bagaglio culturale così eterogeneo, lancia a partire dagli anni ‘60 la sfida agli antichisti: a suo parere per capire pienamente il mondo greco occorre interpretare e contaminare l’antico con il contemporaneo maneggiando gli strumenti delle discipline ‘non convenzionali’ per gli studi di antichistica di quegli anni: la sociologia, la psicologia, l’antropologia, la filosofia. Nasce così il ‘metodo Vernant’: moderno, versatile, aperto al comparativismo e alla sperimentazione. Eracliteo convinto e consapevole dell’insegnamento dello strutturalismo e della psicologia storica, l’intellettuale matura inoltre negli anni l’idea che la storia sia un incessante flusso segnato da salti e trasformazioni che coinvolgono indistintamente sia i moderni che gli antichi. Così i Greci, che non sono entità immutabili, diventano per lo studioso oggetto di analisi come ogni altra civiltà della storia: scendono dal piedistallo e per la prima volta si fanno uomini. Vernant abbandona la retorica ottocentesca (e tipica anche dei totalitarismi novecenteschi) che celebrava la civiltà ellenica come un’età dell’oro da ammirare e presenta il Greco come Altro da noi, simile e diverso nello stesso tempo. Non l’uomo ideale, ma l’uomo ‘vivo’, nella sua concretezza storica. Sulla scia di questo spirito innovatore si colloca, tra le altre opere, L’uomo greco, una raccolta di otto saggi in italiano pubblicata per la prima volta da Laterza nel 1991. Il volume si apre con una brillante introduzione dello stesso Vernant che si esprime nella prima pagina con queste parole: “il personaggio che si delinea al termine della ricerca presenta, più che un’immagine univoca, una figura scomposta (mio il corsivo) in una molteplicità di sfaccettature, in ognuna delle quali si riflette il punto di vista che gli autori dell’opera hanno preferito privilegiare”. Qui si esorta in modo deciso il lettore a non decifrare l’antico come un mero riflesso del moderno, o ancor peggio come un exemplum da venerare, ma a coglierne tutta la sua complessità, in parte ‘determinata’ proprio dal contemporaneo, pur rimanendo consapevole delle analogie che accomunano gli uomini di tutte le epoche. I contributi del volume permettono di ricostruire in modo coerente, chiaro e analitico i cocci che compongono l’identità greca, che è scandagliata sostanzialmente da tre punti di vista: il rapporto fra uomo e il privato (l’oikos), fra uomo e la collettività (la polis) e fra uomo e il divino. Il primo aspetto è trattato principalmente nel quinto saggio scritto da James Redfield – L’uomo e la vita domestica – il quale chiarisce sin da subito un tratto fondamentale che all’uomo contemporaneo può sembrare singolare: “i Greci dell’età classica non ci hanno lasciato quasi nulla della loro vita domestica”. In effetti, quello che riusciamo a ricavare oggi non deriva da prove informali e quindi tendenzialmente più spontanee e sincere, ma dalle rappresentazioni ufficiali e inevitabilmente più stilizzate: atti pubblici, testimonianze iconografiche, letterarie, retoriche e filosofiche. Ciò dipende dal fatto che parlare di vita domestica, e ancor più di un vissuto di coppia intimo, significava di solito mostrare l’altra faccia della comunità, quella ‘naturale’, meno controllabile e socialmente più pericolosa. Si rarefanno così nelle fonti i ritratti realistici dell’uomo e della donna nella loro dimensione privata la quale appare per lo più muta, separata dicotomicamente da quella pubblica, habitat ideale in cui invece secondo la mentalità antica si possono realizzare le aspirazioni più alte di ogni essere umano (di genere maschile, è bene sempre precisarlo; alle donne è riservato esclusivamente lo spazio della casa). È infatti nella polis, arena di insaziabile conflittualità (stasis), che si delinea nitidamente il vero volto dell’uomo greco, definito non a caso da Aristotele zoon politikon, animale politico (va precisato che il modello di polis cui guardano gli autori dei saggi è principalmente quello ateniese). Il cittadino, il polites (cioè chi agisce nella polis) costituisce la cellula vitale della comunità che tuttavia esclude anziché includere poiché non riconosce a tutti i suoi abitanti gli stessi diritti. La cittadinanza non è concessa infatti a donne, schiavi, stranieri: un corpo numericamente ponderoso ed essenziale da un punto di vista socio-economico. Tuttavia, solo in un terreno così eccezionale può sbocciare il fiore della democrazia diretta per cui lo Stato “non ha una sua autonoma personalità giuridica al di là e al di sopra delle persone, ma coincide con le persone stesse, con i cittadini”, come sostiene Luciano Canfora nel suo saggio. Nella polis classica le laceranti ferite provocate dalle diseguaglianze sociali sono sanate tramite una ‘patrimoniale’ ante litteram, la liturgia: un accordo, tacitamente accettato da tutti i membri della città, in virtù del quale i ricchi sono chiamati a contribuire alle spese più importanti della comunità: le feste, il teatro e la guerra. Ultima cifra dell’identità ellenica è la peculiare relazione tra l’uomo e il divino. Come sostiene Vegetti nel suo articolo, è sorprendente il fatto che non esista una parola greca che indichi precisamente il concetto di religione; né si può ravvisare nelle nostre fonti un rigido apparato di dogmi o un clero paragonabile a quello che amministra il cerimoniale delle religioni monoteiste contemporanee. Per i Greci il divino permea panteisticamente il reale che ne custodisce la bellezza – d’altronde, da un punto di vista semantico, la parola kosmos raccoglie in sé sia il concetto di ordine sia quello di grazia e armonia. In un sistema di credenze forgiate dall’oralità in cui dio e uomo appartengono comunque a piani distinti e non sempre comunicanti – il superamento del limite è segno di tracotanza, la hybris –, l’uomo greco rimane comunque pienamente libero, eleutheros, e non ‘schiavo’ di dogmi o di un volere divino. Per il suo carattere ‘permeabile’ la religione greca non si separa dalla vita politica, in cui si compie l’eleutheria, la libertà, ma ne rappresenta una parte ineliminabile che si rinnova costantemente grazie a una ciclica e paziente ritualità. L’uomo e l’universo – il cosmo – sono in totale armonia purché ciascun essere riconosca e rispetti i propri limiti. E l’umanità, in quanto partecipe del divino, è sacra.
Se si ha la voglia di riscoprirlo, L’uomo greco è tante altre cose. Le sue pagine, forse, non insegneranno nulla – avrebbe detto Vernant. Ma se è vero quel che sosteneva Calvino – “è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona” –, allora proprio nel silenzio straniante di questi giorni è possibile sentire, in un modo più intimo, l’eco di un’opera come questa.

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