Bustine di zucchero #39: George Gordon Byron

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Byron

Se pensiamo a scrittori come Oscar Wilde, Michail Lermontov o i poeti maledetti, notiamo – non è quindi cosa sospetta – che la figura del letterato, talvolta, tende ad assoggettare la sua stessa opera poetica. Si tende a creare del dato biografico il cosiddetto immaginario collettivo, vedendo nella letteratura il riflesso di una vita d’artista. L’arte come richiamo della vita, la vita come opera d’arte. Di Wilde, per esempio, viene più rapidamente alla memoria l’aneddoto della dichiarazione (a lui attribuita ma non provata) rilasciata al doganiere quando visitò gli Stati Uniti nel 1882: «I have nothing to declare, except my genius», citazione calzante per un personaggio dandy come lui. A una simile «iconografia dell’immaginario», creata non senza abuso attraverso un’operazione di rispecchiamento o sovrapposizione nel rapporto personaggio-opera, non sfuggì George Byron la cui postura da nobile letterato, bello e intelligente, rappresentò per lui piacere e condanna (Malcom Skey). Eppure, persino in contesti simili, non bisogna farsi sedurre dalle maschere prodotte da una ricezione estetica convenzionale che ha dato le basi a un biografismo volto a sfiorare la superficie. A tal proposito, ribaltando una formula biblica, è utile rammentare che il servo non è meno del suo padrone, per cui l’opera va ricondotta alla sua naturale importanza di fronte all’artista: le parole e non il gesto o, in altri termini, l’arte e non la vita. Accostandoci ai Pezzi domestici registriamo, dietro questa figura che ha portato, pochi decenni dopo la sua morte, al conio del «byronismo», una tendenza inversa, un’esplorazione umana dai temi vari, ricchi, con un’inclinazione alla riflessione filosofica e un’ispirazione letteraria di gusto settecentesco e neoclassico (Claudio Gorlier). Togliendo la patina del poeta dal carattere mutevole e consumato dal mito, si svela un Byron di acuta introspezione. Se leggiamo le Melodie ebraiche sentiamo un richiamo, per l’operazione metaforica e metafisica messa in atto nella metrica, a John Donne e Andrew Marvell; se leggiamo Il sogno sembra di avvertire qualcosa di Coleridge. Forse il senso del poema onirico risiede proprio nel cercare un fondamento della verità. Ma che cos’è la verità? È quanto agli occhi altrui può apparire follia, ma è in verità malinconia, sguardo telescopico, lucida osservazione di sé e del mondo. Siamo portati a vedere la realtà in maniera sconnessa, disarticolata, scomposta in dati (come, per l’appunto, quelli biografici) quando, ad un livello più interno, gli eventi che la costituiscono sono intimamente correlati e, pertanto, richiedono una spinta interpretativa diversa, più trasversale. Sentiamo già William Blake, ripreso in esergo da Aldous Huxley nel suo libro Le porte della percezione: «Se le porte della percezione fossero aperte, le cose apparirebbero per come realmente sono: infinite». Si tratta di percepire i piani obliqui delle parole per trovarvi qualcosa oltre l’immagine. Allora nel giovane descritto ne Il sogno riconosceremo l’alter ego del poeta, un Byron non meno triste di Leopardi, un Byron che, dietro la sua posa estetica, rivela una dote nell’intus legere, nel guardare a fondo per eliminare il velo, la patina che è, in definitiva, la finalità dello scavo in poesia.


Bibliografia in bustina
G. Byron, Pezzi domestici e altre poesie (a cura di C. Dapino, prefazione di C. Gorlier), Torino, Einaudi, 1986.
G. Byron, Diari (a cura di M. Skey, traduzione di O. Fatica), Roma-Napoli, Theoria, 1989.
G. Byron, Manfred (a cura di F. Buffoni), Milano, Guanda, 1984.
E. Longdorf, Byron (introduzione di J.H. Plumb, traduzione di M. Manzari), Milano, Rusconi, 1978.
W. Blake, Il matrimonio del cielo e dell’inferno (traduzione di G. Ungaretti), Milano, SE, 2013.

Un commento su “Bustine di zucchero #39: George Gordon Byron

  1. La malinconia di Byron traspare, come anche, ma è più profonda, l’incapacità di comprendere pienamente e affrontare la realtà. Forse è caratteristica dei grandi poeti trascurare la realtà nella volontà di andare oltre.

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