Bustine di zucchero #38: Katherine Mansfield

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Mansfield

Se guardassimo all’opera in versi di Katherine Mansfield, saremmo portati a credere che la sua attività poetica fosse parca ed occasionale, questo sia a causa della scarsa diffusione delle sue poesie (che furono pubblicate soltanto su rivista) sia perché la fama della narratrice oscurava la già esile figura della poetessa, fino a lasciarle poco spazio. Certo i suoi versi s’inseriscono in un contesto di scrittura privata, contrapposta alla finalità creativa dei suoi racconti; è poesia frequentata, riflettuta, ma non perseguita come vocazione in egual maniera della narratrice. Eppure l’autrice di The Garden Party ha scritto, nel suo breve arco di vita, oltre duecento poesie (in Italia sono state tradotte più o meno la metà) e alcune sono state scoperte qualche anno fa. Voce originale del Modernismo, la scrittrice neozelandese non si considerava una poetessa («Non ho poesie. Io non sono un poeta» scrisse in una nota lettera a Virginia Woolf); tuttavia il suo rapporto con la poesia fu assiduo. Lettrice appassionata, e in particolare di Shelley e Keats, dal punto di vista della scrittura una severa autocritica, tradotta in reticenza, la lasciò a una soglia fra desiderio e rinuncia. Tuttavia pensare alle sue poesie come a una serie di testi riuniti, nel nome dell’occasionalità, in un libro (libro da lei non progettato, bensì riunito e pubblicato postumo dal marito e critico John Middleton Murry) e senza l’adesione a un ideale poetico comporterebbe una visione distorta o limitativa. A tratti la lettura pare restituire un rituale privato. Nondimeno le spie di una visione del mondo, le zone cave del pensiero, si colgono pure negli anfratti, nei confini dell’introspezione psicologica, nella concessione dell’intimità. La poetica della scrittrice si apre all’esterno, si direbbe nel modo più indifeso, senz’armi, con un tono limpido e narrativo, con una naturalezza scaturita da un’interiorità combattuta. Detto altrimenti, la Mansfield si fa leggere, non per la semplicità dello stile o per il vocabolario impiegato, ma perché le parole producono un flusso che giunge d’improvviso a un flash vocativo e rivelatore. La morte (nello specifico quella del fratello sul fronte belga), la terra e il mare non sono  argomenti in sé, al contrario mutano in sentimenti e immagini attraversati da una profonda malinconia. Se da una parte questi esercizi, personali e dalle varie tonalità, si privano o si rifiutano di rientrare in un canone, dall’altra non rinunciano a dire l’impellente, andando «nella direzione di una innovativa sveltezza, dell’immediatezza e dell’autenticità espressive» (Marcella Corsi). Poesie come Quando ero uccello, La solitudine, L’incontro, Il golfo, Il segreto sono esempi vitali di tale urgenza che si traduce in uno sguardo su se stessa nel raccontare e nel raccontarsi. Fu una modalità di scrittura, questa, cui si attaccò con tutte le sue forze; un lavorare nel fondo per ascoltare «l’iridescente conchiglia» capace di preservare, anzi cantare il silenzio. Il mare, simbolo della vita che alla superficie mostra i gorghi della tempesta e, con una perifrasi ripresa da Omero, la «polvere di risa», («ripples of laughter», lett. ondate di risate o risa sommesse), riserva qualcosa nella parte sommersa, emergente in un silenzio più potente del rumore delle onde. È così svelata un’interiorità insieme fosca e iridescente, tenace e tormentata, ma tramutata in poesia.


Bibliografia in bustina
K. Mansfield, Poemetti (a cura di G. Altichieri), Parma, Guanda, 1940; Torino, Einaudi, 1970.
K. Mansfield, Quando ero uccello e altre poesie (a cura di F. Mazzocchi), Firenze, Passigli, 2009.
K. Mansfield, Il vento il riso il volo (a cura di M. Corsi), Teramo, Galaad Edizioni, 2010.
K. Mansfield, The Collected Poems of Katherine Mansfield, Edited by Gerri Kimber, Claire Davison, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2016.
C. Robertson, Unknown poems by Katherine Mansfield found in a Chicago library, articolo apparso su The Guardian, 11 giugno 2015, consultabile a questo link.

Un commento su “Bustine di zucchero #38: Katherine Mansfield

  1. Katherine Mansfield immerge il suo sguardo nei fondali del mare immoto, sul quale i flutti si attorcono. A questo rumore compara la voce silente della conchiglia che riceve, registra e restituisce l’eterna voce del profondo, loquace colloquio interiore. La conchiglia non è parte della tempesta, dei marosi, delle procelle, del variare e variegare continuo delle increspature.Testimone della voce interiore della poetessa, ne restituisce col senso del silenzio immobile il valore universale. In tal senso la collocazione sommersa della conchiglia evoca la non totale emersione di Mansfield autrice di liriche, figura recessiva se paragonata a quella di Mansfield scrittrice.
    Katherine Mansfield è la conchiglia.

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