Vieusseux200: 1820-2020

VIEUSSEUX200: 1820-2020. Due secoli di cultura europea
di Fabio Michieli

 

«Chi conosce e potesse descrivere tutte le difficoltà che, durante quarant’anni, ebbe nelle sue imprese Giampietro Vieusseux a superare, e dicesse quale accorgimento e franchezza, qual posatezza e calore usò il superarle, e come in senno si mostrò pari ai vecchi, ai giovani in ardimento; chi numerasse di quanti il valore egli abbia estimato, indovinato, promosso, di quanti educato le sperare ora stimolandole e ora frenandole, di quanti alleviate le angustie e compinti amicamente i dolori; chi potesse tutte raccogliere delle innumerabili lettere da lui scritte le parole savie e cordiali, di tutti i colloqui della sua vita i giudizi retti e a lui proprii; quegli direbbe le lodi di lui degnamente. Io, lasciando a ciascuno de’ molti illustri che lo conobbero dappresso e l’amarono, narrare di lui quel che sanno, soddisfarò, quanto da me posso, al debito dell’affetto; e, acciocchè non pajano dall’affetto esagerate le lodi, ne recherò in prova le cose da lui pubblicamente dette, o per sua cura stampate, o per sua mediazione operate: e così mi verrà fatto di dimostrare quando debba alle buone intenzioni su la Toscana, che fu tanta parte d’Italia sinora, e spero che minore non sarà nel tempo avvenire.»

Con queste parole Tommaseo esordiva nel suo Di Giampietro Vieusseux e dell’andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo (Le Monnier, 1863), sorta di ‘instant book’ col quale intendeva celebrare sia l’amicizia sia l’importante ruolo svolto dal ligure di origine ginevrina Giovan Pietro Vieusseux – uomo animato da una profonda fede nel progresso scientifico ed economico, col solo intento di promuovere una nuova civiltà – nell’Italia dei decenni centrali del XIX secolo, quelli che porteranno all’Unità nazionale.
Fondatore di giornali e riviste volte a informare, educare, civilizzare per l’appunto, una società desiderosa di sprovincializzarsi. Basti pensare all’«Antologia», rivista che dal 1820 al 1833 seppe raccogliere nelle sue pagine il fiore non solo della cultura liberale italiana, ma il meglio che Francia, Inghilterra e Germania producevano in tutti gli ambiti dello scibile umano; rivista nata con l’intenzione di tradurre in italiano il meglio di quanto non si producesse in Europa, quasi accogliendo la provocazione della famosa polemica romantica per antonomasia animata da Madame De Staël; rivista che nel giro di pochi anni invece seppe radunare attorno a sé un cenacolo di menti eccelse non solo toscane (il «crocchio», come lo definì qualche lingua malevole).
E prima ancora del giornale, di cui era l’emanazione, Vieusseux fondò il celeberrimo Gabinetto di Lettura fiorentino che festeggia proprio quest’anno i suoi 200 anni di attività e di storia, ed è a tutti gli effetti l’ultimo gabinetto di lettura rimasto attivo in Europa. E se penso al Gabinetto Vieusseux ecco ritornarmi alla mente il nome di Niccolò Tommaseo, che ne frequentava le sale solo quand’era certo di non fare spiacevoli e non desiderati incontri (evitando accuratamente lo scalpiccio dei passi del conte Leopardi), e che vi si recava per leggere le riviste francesi là in consultazione, nonché per ritirare, salendo dal primo al secondo piano di Palazzo Buondelmonti, a Santa Trinita, le pagine destinate all’«Antologia» della quale dal 1827 sarà a tutti gli effetti redattore e correttore di bozze e soprattutto promotore e procacciatore di sottoscrittori, come riportano i molti suoi carteggi (con lo stesso Vieusseux, con il marchese Gino Capponi e con l’amico Antonio Marinovich, di Sebenico come lui).
Ma il Gabinetto Vieusseux – e qui compio un salto temporale di un secolo esatto – mi riconsegna pure il nome di Eugenio Montale. Se Tommaseo arrivò a Firenze sul finire dell’ottobre 1827 (lo stesso anno in cui nacque Eugenio, il nipote di Giovan Pietro Vieusseux, che erediterà l’impresa di famiglia alla morte dello zio) rammaricato di non aver potuto così rivedere Manzoni, passato a Firenze per “risciacquare i cenci” nelle acque dell’Arno, Montale, giunto sul finire dell’ottobre 1927 per iniziare a lavorare per Bemporad, si ritrovò due anni dopo a ricoprire l’incarico di direttore del Gabinetto Vieusseux, nominato dal podestà Giuseppe della Gherardesca, colpito più dal fatto che il giovane ligure (di nuovo un ligure dopo il fondatore dell’istituzione) non fosse iscritto al partito fascista che non dall’essere l’autore di un libretto di versi intitolato Ossi di seppia. Eppure sarà proprio questo libretto che spingerà una giovane dantista americana, Irma Brandeis, a cercarlo nei primi anni Trenta nelle sale umide di Palagio di Parte Guelfa. E anche non fosse stata la curiosità di conoscere il giovane poeta, la futura Clizia sarebbe ‘naturalmente’ approdata alle sale di lettura dell’istituzione culturale di riferimento per ogni anglofono a Firenze, sin dai tempi della sua apertura.

Nel corso di questi 100 anni sono stati molti i personaggi illustri europei e non europei che hanno varcato le porte delle varie sedi, come documentato dal vasto Libro dei soci (ben ventitré volumi, dal 1820 al 1926) e raccontato ora nel volume Il Vieusseux dei Vieusseux (vedi oltre): dagli iniziali primo e secondo piano di Palazzo Buondelmonti (dal 1820 al 1873 saranno circa 40.000 le persone che transiteranno nelle sale del Gabinetto di lettura), al poco meno di uno scantinato di Palagio di Parte Guelfa dell’era fascista. Dalla Firenze dei Lorena, a Firenze capitale. Dalla Firenze del ventennio fascista, fino all’attuale Firenze meta del turismo di massa e che vede il Gabinetto Vieusseux ospitato nei locali del prestigioso Palazzo Strozzi, al quale, grazie ad Alessandro Parronchi, dal 1975 è stato affiancato l’Archivio Contemporaneo ospitato nelle sale di Palazzo Corsini Suarez.
Ecco quindi immaginarci il già ricordato Manzoni, ospite nell’autunno del 1827, scambiare due parole – don Lisandro, si sa, era di poche parole e pure leggermente balbuziente, quindi poco propenso a pronunciarne a vanvera – con il conte Giacomo Leopardi; un incontro che non impressionò molto il poeta dell’Infinito, a dire il vero poco impressionato anche dagli abituali frequentatori del Gabinetto. Certo c’era l’amico Giordani, ma c’erano pure il marchese Gino Capponi e il già ricordato Tommaseo, che si guardavano bene dall’essere in quelle sale quando c’era il conte; c’erano Lambruschini, Niccolini e Montani. Pure Garibaldi avrà modo di essere ospite di Vieusseux.
Theodor Mommsen, di passaggio nella seconda metà degli anni Quaranta dell’Ottocento, proverà a leggere gli “insopportabili” versi di Leopardi. Della lunga lista di abbonati stranieri (in maggioranza fino al primo conflitto mondiale rispetto agli italiani) riporto alcuni nomi: James Fenimore Cooper (puntuale ne scriverà Tommaseo all’amico Marinovich nel novembre 1828), Arthur Schopenhauer, Heinrich Heine, Robert Browning ed Elisabeth Barrett, John Ruskin, Hans Christian Andersen, Louisa May Alcott, la ‘garibaldina’ Jessie White Mario. Cinque anni dopo la morte del fondatore anche Dostoevskij varcherà la porta del Gabinetto Vieusseux; proprio dalla “biblioteca circolare” il romanziere russo prenderà a prestito una copia del 1858 di Madame Bovary di Flaubert, per poi trasferire nella finzione letteraria la lettura del romanzo francese nel capitolo finale dell’Idiota, ultimato a Firenze. Anche Henry James si abbonerà al Vieusseux mentre è a Firenze: lo farà quando di faccia a Santa Maria Novella scriverà il primo romanzo, Roderick Hudson, e nuovamente qualche anno dopo, questa volta guardano l’Arno, metterà mano al più famoso The portrait of a lady.
Una lista lunga che dal XIX secolo traghetterà l’istituzione nel XX secolo, secolo di cambiamenti importanti. Come detto sopra, il Nocevento segna il sorpasso degli abbonati italiani rispetto agli stranieri, soprattutto a causa della temperie storica che condurrà alla Prima Guerra Mondiale; segnerà pure un altro sorpasso, quello delle donne rispetto agli uomini. Soprattutto il Novecento è il secolo della fine dell’impresa di famiglia: l’ultimo erede, Carlo figlio di Eugenio Vieusseux, cederà il Gabinetto di Lettura al Credito Italiano nel 1919, e dopo soli due anni l’istituto bancario lo cederà al Comune di Firenze. Ma il Gabinetto Vieusseux finché ha visto alla guida un Vieusseux è rimasto un punto di riferimento per le nuove generazioni, come racconteranno Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Gadda e Cecchi, e perfino un giovanissimo e malaticcio Alberto Moravia ancora Pincherle. Costoro avranno ancora modo di ricevere o consultare libri dall’ultima sede del Gabinetto voluta da un esponente della famiglia, quella di Palazzo Vieusseux. Quando il Credito Italiano cederà al Comune l’istituzione non cederà l’immobile, e il Gabinetto di Lettura verrà trasferito in alcuni locali del Palagio di Parte Guelfa. Sarà in quest’altra sede che si insedierà Montale. L’istituzione saprà ancora essere un luogo cercato dai lettori fiorentini o di passaggio a Firenze. Come dicevo, più italiani e meno stranieri. Il mutamento del clima politico e poi le leggi razziali metteranno a serio repentaglio la vita di non pochi lettori abbonati. Ma questa è già un’altra storia che non vede più nessun Vieusseux tra i protagonisti.

Ora, in questo primo scorcio del XXI secolo, l’istituzione culturale rinnova e al tempo stesso ribadisce il suo ruolo centrale nella vita culturale fiorentina, nazionale e internazionale, attraverso le sue molte iniziative, i molti incontri pubblici, i suoi corsi di storia e di letteratura, le sue scuole, il suo mandato di custode della memoria, non ultima la creazione, voluta dall’attuale presidente Alba Donati, dell’archivio delle scrittrici del nuovo millennio; quasi a volere ribadire una volta di più, ce ne fosse mai bisogno, con le parole di Alessandro Bonsanti che si può «essere d’avanguardia pur guardando non in avanti, ma all’indietro, […] tra passato e presente, anzi tra il passato e l’avvenire» unendo insieme cultura, politica, letteratura, vita; parole giustamente riportate da Gloria Manghetti nella sua Premessa al bel volume Il Vieusseux dei Vieusseux. Libri e lettori tra Otto e Novecento (1820-1923), pubblicato da Polistampa in accompagnamento alla mostra ospitata a Palazzo Corsini Suarez, inaugurata lo scorso 27 gennaio e visitabile fino a fine giugno. Una mostra che racconta questa splendida avventura dal suo nascere fino al 1923, e che chi vi scrive ora spera di riuscire a visitare non appena sarà terminata l’emergenza sanitaria di queste ultime settimane.

© Fabio Michieli

Il Vieusseux dei Vieusseux. Libri e lettori tra Otto e Novecento (1820-1923), a cura di Laura Desideri, in collaborazione con Francesco Conti. Premessa di Gloria Manghetti, Edizioni Polistampa 2020

3 commenti su “Vieusseux200: 1820-2020

    • No! Sia Capponi sia Tommaseo hanno sempre definito Leopardi un “coglioncello”. Forse più Capponi addirittura di Tommaseo. L’astio di Tommaseo era in realtà datato di lontano. Risaliva al suo soggiorno milanese nella prima metà degli anni Venti, e soprattutto è legato alla traduzione di scritti ciceroniani non andata poi in porto, che lo Stella (tipografo editore) aveva assegnato al giovane letterato di Sebenico ma allo stesso tempo chiedendo a Leopardi un progetto di edizione che andava totalmente contro il disegno di Tommaseo.
      Va detto pure che Leopardi era abbastanza uso alla maldicenza (e le sue lettere ne sono testimonianza checché ne dicano i critici di parte e i vari agiografi mascherati da critici).
      A leggere comunque i carteggi dell’epoca, la “crocchia” del Vieusseux era divisa tra chi mal sopportava il conte recanatese e chi lo elogiava perché “sventurato”.
      Aggiungo che il divario più grande è di ordine culturale-ideologico: l’ateismo o materialismo leopardiano non sarebbero mai potuti entrare nelle grazie dell’intransigente cattolicesimo del dalmata.
      Anni fa, discutendo con il curatore di un’opera di Tommaseo, notammo punti di contatto nella poesia di entrambi; ovviamente con esiti diversi. Non si incontrarono insomma.

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