Sonia Caporossi, Taccuino dell’urlo

Sonia Caporossi, Taccuino dell’urlo
Prefazione di Maria Grazia Calandrone
Marco Saya Edizioni 2020

 

Narrato in terza persona, ad eccezione del testo iniziale, un prologo che porta come titolo la prima lettera dell’alfabeto greco, α., Taccuino del’urlo di Sonia Caporossi è il resoconto della tenzone tra l’anelito all’oblio e la coazione-coercizione a ricordare, a riportare al cuore.
La prospettiva, dunque, è personale, è quella di un lui che si dibatte tra questi due opposti impulsi alla fine di una storia d’amore. C’è una lei, sì, che interviene, con inserti tra virgolette, una peculiare Euridice che ‘lui’, deluso tuttavia in questa aspettativa, si aspetta che si volti indietro, mentre lei, invece, sussurra «esisti solo tu», una Penelope in aperta ribellione: «Non era mia/ ma solo e soltanto sua/ l’appartenenza.» È una guerra, che si combatte strenuamente a suon di princípi, di scaturigini o, più semplicemente, di punti di vista che roteano pronomi personali e aggettivi impersonali come lame per un duello all’arma bianca. Anche la resa tipografica, con un impatto visivo ‘animato’ e il ricorso a parole evidenziate dal grassetto, dal corsivo, dalla riga segnale di cancellatura, testimoniano della drammaticità del duello.
I versi che compongono le stazioni, elencate con numeri romani, dalla I alla XXXII, con il prologo di cui si è scritto, per un totale dantesco di trentatré (cui bisogna, tuttavia, aggiungere una finale ω. e una centrale φ., ragion per cui possiamo ipotizzare che l’autrice si diverta a ‘mescolare le carte’, qui di preferenza i tarocchi; un indizio, tra α e ω, può essere tuttavia cercato dalla posizione centrale di φ, che è il simbolo per la sezione aurea, o “proporzione divina”), sono frutto di un lavoro attento, dell’esperienza che non temo di definire artigianale – è un pregio ai miei occhi, che hanno avuto, inoltre, il privilegio di veder procedere nella composizione –, così come di un orecchio finissimo: fattori, questi, intervenuti in accordo corale nelle successive versioni del testo.
Per il Taccuino dell’urlo, raccolta compatta e omogenea, anche in ragione di una accorta ‘regia delle voci’, dunque, è lecito, anzi è opportuno, affiancare la lettura a quella di opere in prosa dell’autrice, con particolare riguardo al recente romanzo Hypnerotomachia Ulixis.
Un affiancamento che si rivela vettore di voli sulle traiettorie sia della scrittura felicemente massimalista di Sonia Caporossi, sia delle “opere-mondo” coinvolte, più che per allusioni o per omaggi, per veri e propri atti d’amore: l’Odissea e la Commedia innanzitutto, ma non solo, ché Urlo di Allen Ginsberg è presente non solo nel titolo come complemento di specificazione del Taccuino, ma anche nel prologo α., in carne e sostanza e ventaglio di attribuzioni, quasi un Virgilio «duca» del viaggio di “lui” nell’inferno aggrovigliato del “sé” e di un fallito “noi”.
Curioso, infine, che la parola italiana “Urlo” sia composta di due sillabe, la prima delle quali coincide con il prefisso tedesco Ur-, che indica ciò che è all’origine, primordiale. Che questa coincidenza sia intenzionalmente esibita o meno, non è possibile leggere il Taccuino dell’urlo senza esserne coinvolti, scossi come da un sommovimento che proviene da fonti primigenie.

© Anna Maria Curci

 

α.

«ho visto l’abisso in un altro
la zona in cui non vuoi stare
si infrange sul muro bagnato
del mare
per tutte le tue sicurezze
insicure
dal limite scabro del luogo
che per coercizione ti ostini a abitare

ho visto il riflesso di un altro
nel sole
nell’ombra di un fiore reciso
che pare
dismesso dall’onda del tempo
che inutile scorre invissuto
e attrae
lo spirito nell’indolenza
pigrizia del dire e del fare

ho visto l’influsso di un altro
sul cuore
che imbelle s’offende al contatto
del dare
respinto da echi ormai spenti
che vacui rinviano parole
d’amore
inascoltate al mittente
per quanto il ritorno alla gioia
si mostri nell’eventuale

ho visto l’ossesso nell’altro
nel dimenticare
quand’anche, sebbene, ancorché
ricordi di lei solo il male
nell’imprecisione coatta
dell’analizzare

ho visto l’abisso di un altro
quel luogo in cui vuoi ancora stare
perché prima o poi, quel poco o quel tanto
almeno, circuìto dal bene
ripenserai il fallimento
e tutte le anemiche colpe
che puoi enumerare
son sempre dell’ego di un altro
nell’ipocrisia
di questo industriarsi a non fare.»

 

I.

si affida a una voce
ode sé stesso nel grembo infecondo degli orecchi
——————come sentirsi ridere a comando
———————————————–a piacimento
nel bacchettarsi ieratico dell’imprinting feroce
————————————————————–dell’urlo
————————del richiamo a chi tace
quando l’ascolto si reitera intonso
nel fingere di prestarsi
—————————-di apprestarsi
—————————————-di arrestarsi
alla domanda gonfia di fiato
——————–quando le labbra si chiudono
——————nel richiamo
——————————–a chi tace
e nessuno risponde
————————-a ciò che ha domandato.

 

IV. 

livida macchia sulla guancia
————————–il suo rossetto
il posticcio bacio giudaico
di un «auguri» preludio della fine

e non si è voltata indietro
———————————-«esisti solo tu»
: ma l’egoismo non le alberga
—————————-{stia tranquilla}
fra gli omeri:
sono solo egocentrati
————i suoi desideri.

 

XXI.

«chiedimi che ora è», le dice
quando il cronotopo s’incarta
—————–s’accartoccia come cera
rimandando le richieste andate a vuoto
a un mittente iperuranio

nel timeo si calcola male
——————{forse platone aveva ragione}
:: non è tempo di promesse
—-se le stelle infisse non lo sanno
———–e non trovano mai il verso giusto
———————————————-per girare.

 

XXIV.

«perdonare il perdonabile»
ragionare la ragione
se le lamine tarocche rivoltate
———————————–danno picche
e lo scacco del matto errante
già lo inchioda al suo portone
————————–la regina non si è mossa
{tutto muta in progressione}
————-l’eremita si fa alfiere
———————————e la circonda
————————–sembra osare un’illusione
—————–proiettare sulle luci intermittenti
del balcone
i riflessi del suo dubbio
—————————–deteriore ::
——————-nell’attesa e nel rispetto
«non vogliamo dunque noi
perdonare la ragione?»

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