Patrizia Sardisco, Autism Spectrum (rec. di Franca Alaimo)

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum. Postfazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca, 2019

 

Autism Spectrum di Patrizia Sardisco si rivela il racconto di un’esperienza drammatica, distillata verso dopo verso in una scrittura fitta, complessa e variegata, sempre attenta al dettaglio talvolta crudele, e, tuttavia, sempre spinta al di là di ciò che nomina, ché il nucleo da cui essa sgorga è la percezione diffusa del limite.
Si piantano nel mezzo di questo evento che ignora qualsiasi filo indicatore d’uscita (il monstrum-spectrum Minotauro sempre al centro di un labirinto psico-emotivo) i versi: “quindi non te lo chiedono il programma/ tu non farai l’esame”, che decretano inequivocabilmente la separazione, il limen invalicabile, anzi il taglio preciso tra il “cosmo minuscolo infedele e tronfio/ come se fosse l’unico zampillo/ di esistenza l’unica precisione” (p. 21) e l’altro che, pur avendo luogo, non ha logo e gola, come scrive l’autrice a p. 23. Qui già s’accampa il primo paradosso: tentare di consegnare alla parola una vita senza parola, che si origina a sua volta dalla contraddizione di volere definire con una precisa terminologia scientifica ciò che non è definibile.
La Sardisco, che si nomina per cognome nel testo a p. 59, come estraniata del suo sé (e per sua stessa volontà di donarsi del tutto, non meno che, ironicamente, per mimare l’ottusità degli altri ed evidenziare la non tracciabilità di alcun significato del significante nel contesto relazionale con la sua alunna in condizione di autismo), nel tentativo di raggiungere l’altro pur tra “significanti/ deflagrati”, si trova, anche questa volta, di fronte al limite della comunicazione per verba, così che dubita e sforza il suo metodo educativo tra programmazione e strumenti didattici, tra prove sempre inefficaci, tra affermazioni e negazioni in un urto incessante tra un ordine precostituito e preconfezionato e il disordine di una psiche che nulla ha a che fare con quello e reclama altri gesti, altri segni, perfino altro silenzio.
E però è il limite del corpo, privo di una sua espressione logica, di una gestualità armoniosa, di una corrispondenza fra pensiero e orientamento nello spazio-tempo, a palesarsi inaspettatamente come l’unico territorio di incontro fra docente e discente, quando il disordine che lo caratterizza, e che spesso trova il suo infelice traboccamento in urla e gesti aggressivi, si placa in improvvise emersioni di tenerezza, in abbandoni colmi d’innocenza e di vertigine amorosa: “e ridi e cerchi un gancio in qualche punto/ sulla mia mente pelle e sui capelli/ nel nicchio dell’ascella tra le scapole ali” (p.16); come dire che l’unica pedagogia possibile rimane quella dell’amore: “una pedagogia del fiato del respiro”.
Ed allora è come se il disagio, la diversità, lo scarto si trasformassero in segnali di luce, come se tutta quell’irrazionale modo di stare nel mondo non fosse altro che lo strumento di un affrancamento dalle norme regolatrici della realtà, come se insomma ci trovassimo di fronte al processo stesso che genera la poesia: “e poesia piove dirottata/ dirotta dirompente/ da quel tuo proprio circolo polare” (p. 25); e ancora: “qui dove dico la tua saggezza illogica poesia”.
Questi versi, così come gli altri che compongono il testo a p. 35 in cui la viva “carne” della discente nello spettro autistico si fa “nella carta/ asciutta scritta asettica/ natura naturata in bianco e nero”, favoriscono, però, un salto interpretativo solo apparentemente illogico, seguendo il quale la raccolta poetica della Sardisco può essere letta anche come un drammatico corpo a corpo con la parola assunta come metodo d’indagine che cerca risposte nello spazio liminare fra luce e buio. L’attenzione si sposta allora sulla complessità non descrivibile e, quindi, sulla funzione conoscitiva della parola poetica costretta ad adeguare la sintassi della lingua all’asintatticità di ciò che continuamente si sottrae a ogni norma. È questa tensione la qualità precipua della scrittura della Sardisco, che, non riuscendo sempre a tenere a bada l’emozione, cede, come scrive Anna Maria Curci nella postfazione, a ripetuti “squarci lirici (“luce purissima), citazioni (“landa guasta” eliotiana) e giochi di parole, talvolta esasperati (ma è un segnale del coinvolgimento dell’io lirico fin nelle pieghe più inconfessabili), con radici e componenti sillabiche: “l’amo mio d’amore”.
Così Patrizia Sardisco coniuga insieme sapere scientifico e sapienza irrazionale, realtà e dimensione psichica, etica ed estetica, tessendo una trama di versi di grande spessore intellettuale e musicale.

© Franca Alaimo

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